S. Fausti. Commento esegetico al Vangelo della II domenica di Pasqua, Anno A

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Messaggio nel contesto

«Come il Padre ha mandato me, anch'io invio voi». Il Figlio, compiuta la sua missione, è presente nei fratelli con il dono del suo Spirito, perché continuino la sua opera: testimoniare l'amore del Padre suo, che è anche nostro. Dopo il racconto del sepolcro vuoto e dell'incontro con Maria, c'è la visita di Gesù ai suoi discepoli. Nell'ultima cena aveva detto che non li avrebbe lasciati orfani: sarebbe tornato (14,18) per donare loro la sua pace (14,27) e la sua gioia (16,20.22) e renderli suoi testimoni in forza dello Spirito (15,26s). Ora mantiene la parola. L'episodio, simile a Lc 24,36-49 (cf. anche Mt 28,16-20), culmina nel dono dello Spirito che Gesù aveva promesso (14,15-29;15,26-27;16,7-15). In questo modo la Pentecoste (cf. 7,37-39), già anticipata sulla croce (19,30.34), avviene la sera stessa di Pasqua. Il Vangelo di Giovanni è tutto un intreccio di anticipi e compimenti della stessa realtà. Come nel tessuto della nostra esistenza, ciò che oggi è dato è presagio e seme di ciò che domani fiorisce e matura. È un testo densissimo, che fa da raccordo tra l'ora del Figlio e quella dei fra-telli, tra il tempo di Gesù e quello della Chiesa. Protagonista è sempre lo Spirito. All'inizio si posò e dimorò sull'agnello di Dio che toglie il peccato (1,12.13.16.29.32-33). Adesso è alitato anche su di noi, perché continuiamo la sua opera di riconciliazione. L'epoca dello Spirito, inaugurata nella carne di Gesù, prosegue in noi: la gloria del Figlio è trasmessa alla comunità dei fratelli. Alla presenza del Risorto il sepolcro delle nostre paure si apre alla pace e alla gioia. La Parola, diventata carne in Gesù e tornata Parola nel Vangelo, ora anima anche la nostra carne. La sua parola infatti è Spirito e vita (6,63). I discepoli, pur sapendo che il sepolcro è vuoto ed avendo ricevuto l'annuncio della Maddalena, non hanno ancora incontrato il Risorto. È necessario, ma non sufficiente, che qualcuno l'abbia visto e annunciato. Bisogna giungere all'incontro con lui. Il c. 20 rappresenta, in modo graduale, il cammino di Pasqua. E innanzi tutto un cercare Gesù nel sepolcro e trovarlo vuoto (v. 1), un contemplare i segni del suo corpo assente, vederne il significato e credere in lui e nelle sue parole (vv. 2-10); poi è un incontrarlo, abbracciarlo ed essere inviati ad annunciarlo (vv. 11-18). Ora c'è il suo ritorno definitivo con il dono dello Spirito, che ci fa creature nuove, capaci di amare come lui ha amato (vv. 19-23). Da «come» avviene l'incontro, si passa a vedere «cosa» avviene nell'incontro. Senza questo dono restiamo ancora nel chiuso delle nostre paure. Il Pastore bello entra nel nostro sepolcro, ci mostra nelle mani e nel fianco i segni del suo amore e ci tira fuori dalla prigione. Il Crocifisso non è un fallito, sconfitto dal male: vincitore della morte, è realmente in mezzo a noi nella sua gloria. Ci mostra quelle ferite da cui sgorga la nostra salvezza. Sono le stesse che ci testimonia il Vangelo, per-ché anche noi le contempliamo e tocchiamo. In esse vediamo il Signore, da esse fluisce quella pace che trabocca in gioia. E questa gioia è la nostra risurrezione. Infatti la gioia del Signore è la nostra forza (cf. Ne 8,10) per una vita nuova: ci fa uscire dalla tomba, ci comunica il «profumo» del Risorto e ci fa vivere del suo amore per noi. In queste ferite scopriamo quanto Dio ha amato il mondo (3,16). In esse troviamo la nostra dimora e la nostra identità di figli: è l'amore del Padre che il Figlio ci ha donato. Ma l'amore è sempre «missione»; infatti è relazione, che manda la persona fuori di sé, verso l'altro. L'amore del Padre e del Figlio ci spinge verso i fratelli (cf. 2Cor 5,14), perché anch'essi lo scoprano e lo accolgano. Allora Dio sarà tutto in tutti (cf.1Cor 15,28), come tutto e tutti da sempre sono in Dio. Perché possiamo compiere questa missione, Gesù ci dona il suo soffio vitale: la vita di Dio diventa anche nostra. È lo Spirito nuovo, che ci toglie il cuore di pietra e ci dà un cuore di carne, capace di vivere secondo la parola di Dio e di «abitare» la terra (cf. Ez 36,24ss). Questo Spirito fa rivivere le ossa aride (Ez 37,9ss) e ci fa conoscere il Signore: «Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri» (Ez 37,13). È quel soffio che Dio alitò nel vecchio Adamo (Gen 2,7) e che il nuovo Adamo ci consegnò dalla croce, facendo scaturire dal suo fianco sangue e acqua (19,30.34). E lo Spirito del Figlio, che ci rende capaci di vivere da fratelli, vincendo il male con il bene (cf. Rm 12,21). Per questo la missione dei discepoli consiste nel perdonare i peccati. Il perdono verso i fratelli realizza sulla terra l'amore del Padre. In questo modo la Chiesa, sacramento di salvezza per tutti, continua la missione dell'agnello di Dio che leva i peccati del mondo (1,29). In questi racconti di risurrezione Gesù crea la sua comunità, primizia della creazione nuova. Il testo contiene allusioni eucaristiche, che saranno ampliate nel seguito del presente capitolo e nel successivo. Il luogo è il cenacolo, dove Gesù anticipò il dono di sé; il tempo è la sera, quando la comunità si riunisce per far memoria del suo Signore; il Vivente sta al centro, mostrando le ferite della sua passione; la pace e la gioia che ne scaturiscono sono il frutto dello Spirito, che abilita i discepoli alla loro missione di riconciliazione. Il corpo di Gesù, crocifisso e risorto, forma il corpo della Chiesa: è sorgente aperta in Gerusalemme, che lava peccati e impurità (Zc 13,1). Il testo si articola in due parti. Nei vv. 19-20, con il riconoscimento di Gesù, inizia il tempo della gioia messianica, compimento della Pasqua. Nei vv. 21-23, con il dono dello Spirito, inizia la creazione riconciliata, compimento della Pentecoste. Gesù, risorto e tornato al Padre, è presente nei fratelli come fonte di pace e di gioia. Con il dono del suo Spirito, li invia a continuare nel mondo la sua opera di riconciliazione. La Chiesa esce dal sepolcro contemplando, attraverso le ferite, l'amore del suo Sposo: nasce dal sangue e dall'acqua, dal dono della vita di Gesù e del suo Spirito, che la invia per testimoniare al mondo l'amore del Padre nel perdono dei fratelli. La sua «nascita» indica la sua «natura» permanente.

Lettura del testo


v. 19: Essendo dunque la sera. Per gli ebrei la sera è l'inizio del giorno nuovo. Qui invece è il compimento del giorno «uno», «quel giorno» che è l'«oggi» di Dio, sempre presente nella Parola. Infatti chi la ascolta, si trova davanti a lui che parla. Affrettiamoci dunque a entrare in questo oggi (Eb 4,11). La sera, inizio della notte, richiama la Pasqua, quando la nube illuminò la tenebra (Es 14,20). Se il brano precedente, all'alba, presenta l'incontro con Gesù co-me inizio della nuova creazione, questo, di sera, lo presenta come la nuova Pasqua, che libera l'uomo dal male (v. 23). Richiama la sera e la tenebra che cadde sopra i discepoli nella tempesta, dopo che Gesù ebbe donato il suo pane (cf. 6,16-21). Adesso la luce torna a visitare la notte dei discepoli e tutte le notti dell'uomo. È l'ora, dopo il tramonto del sole, in cui i primi cristiani si riuniscono per celebrare la memoria della passione del Signore.

(di) quel giorno. Questa notte appartiene a «quel giorno» nel quale «non ci sarà né giorno né notte; verso sera risplenderà la luce» (Zc 14,7). La notte ormai è diventata giorno.

(il giorno) uno dei sabati (cf. v. 1). Siamo sempre al «giorno uno» della creazione (cf. Gen 1,5). «Quel giorno» è un unico giorno che non conosce tramonto, ap-punto perché la luce brilla verso sera: è l'ottavo giorno senza fine, il giorno del Signore. Ormai viviamo sempre in quel giorno. Ma c'è buio fino a quando non apriamo gli occhi alla luce del mondo, che viene per stare in mezzo a noi.

essendo sprangate le porte. La scena non è più fuori, nel giardino, dove sta la Maddalena. Siamo invece dentro, nel cenacolo, dove Gesù anticipò il dono di sé e donerà il suo Spirito e la sua missione. I discepoli ne hanno fatto una tomba. Il sepolcro di Gesù è aperto e vuoto; la loro casa sprangata e piena di morte, come il loro cuore. Le pecore sono rinchiuse, in attesa del Pastore bello che le conduca ai pa-scoli della vita. Sono in questa situazione perché non hanno dato credito all'annuncio della Maddalena (v. 18; cf. Lc 24,9-11).

dove erano i discepoli.
Non si dice che i discepoli stanno «insieme» (cf. At 1,14). Non sono in comunione. Sono tutti orfani e soli, a porte chiuse. Dopo il Venerdì e il Sabato santo, morto e sepolto Gesù, anch'essi sono morti e sepolti, in preda alla sfiducia e alla disperazione. Fin che c'è speranza, c'è vita; dove non c'è speranza, regna la morte. Giovanni non parla di apostoli, ma di discepoli, termine più ampio che abbraccia tutti i credenti in Gesù, di ogni tempo. Dice «i» e non «alcuni» discepoli, per indicare che essi si trovano e si troveranno sempre tutti in questa situazione: è il luogo in cui incontrano il Signore.

per la paura dei giudei (cf. 7,13; 19,38). La paura divide le persone; ognuno, chiuso in se stesso, è in difesa e attacco contro gli altri. Essa impedisce ai discepoli di stare insieme tra loro e di aprirsi agli altri. Paura e fiducia, come tristezza e gioia, muovono ogni azione, rispettivamente chiudendo nella morte o aprendo alla vita.

venne Gesù. In questa situazione, per molti aspetti opposta a quella di Maria, viene Gesù. Egli non si vergogna dei suoi fratelli (cf. Eb 2,11), anche se l'hanno abbandonato, rinnegato e tradito. Li ha scelti e si è legato a loro non perché siano bravi e forti, ma perché sono piccoli e deboli (cf. Dt 7,7), bisognosi di lui. Dalla Maddalena che lo cerca, Gesù si fa trovare. Dai discepoli invece viene di sua iniziativa, non cercato, anche se amato. Mentre il popolo è chiuso, ognuno nella sua stanza, il Signore esce dalla sua dimora e viene a visitarlo (Is 26,20s). Nessuna chiusura ferma il Risorto: la luce entra nelle tenebre dei discepoli. Il Signore non li salva dalla morte - non ha salvato neanche se stesso -, ma nella morte in cui si trovano. Il tempo che va dalla sepoltura a questo incontro è il breve tempo in cui non lo vediamo (1.6,16). Ora lo vediamo di nuovo, perché lui vive e noi vivremo (14,19). Infatti non ci ha abbandonati: il suo andare al Padre nella carne è il suo tornare a noi con il dono dello Spirito.

stette (in piedi) nel mezzo.
Gesù non entra dalla porta, sprangata. Non è un ostacolo per lui, come non lo è stato il muro della morte né la pietra del sepolcro. È lui stesso la porta della vita (cf.10,7-10). Sta ritto in piedi, vittorioso sulla morte (cf. v. 14). È nel mezzo, al centro dei discepoli e nel cuore di ciascuno: è luce che dissolve le tenebre, amore che scaccia ogni paura (1Gv 4,18). Dove prima regnava la morte, ora c'è il Vivente. Colui che ci ama fino all'estremo, mostra la sua gloria. Dio è in mezzo al suo popolo. Il Signore vuole stare sempre con noi, addirittura in noi (cf. 15,4-11; 17,17-26). Per questo è entrato là dove noi eravamo: nella morte e nel sepolcro. E quanto avviene ancora oggi, quando la comunità si trova riunita non più nel proprio nome, lamentando i propri guai, ma nel suo nome, celebrando il suo amore. Giovanni qui non racconta tanto un'apparizione di Gesù, che si rende visibile e poi torna invisibile. Narra piuttosto l'inizio di una nuova presenza: mentre prima era con noi, ora stabilisce la sua dimora in noi (cf, v. 17).

dice loro: Pace a voi. «Pace» (ebraico shalom) non è semplicemente il saluto abituale degli ebrei. Indica la pienezza di ogni benedizione messianica. È il dono di Gesù che dice: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (14,27), quella pace che il mondo non conosce. È la pace dell'amore che vince l'odio: «Abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo; ma abbiate fiducia: io ho vinto il mondo» (16,33).

v. 20: mostrò le mani e il fianco. Le mani forate e il fianco trafitto sono l'iden-tità del Risorto: è il Crocifisso, il Verbo diventato carne, che ha esposto, disposto e deposto la sua vita e l'ha ripresa di nuovo (10,11-18), dopo aver affrontato il regno della morte. Le sue ferite sono la sorgente di questa pace: riportano all'unità i figli di Dio dispersi (cf.11,52). Sono le piaghe che ci guariscono (Is 53,5), ostensione del suo amore estremo. Le mani sono segno di potere: con esse l'uomo fa e disfa tutto. Nelle sue mani sta ogni potere che il Padre ha dato al Figlio (cf. 3,35; 13,3). Esse, che hanno lavato e asciugato piedi, sono inchiodate all'amore e al servizio di ogni perduto. Sono quelle mani dalle quali nessuno può rapirci (10,28). Sono infatti le stesse del Padre (10,29): «Io e il Padre siamo uno» (10,30). Il suo fianco squarciato è carne da cui nasciamo, ferita da cui siamo generati. In coloro che guardano a colui che hanno trafitto, si riversa uno Spirito di grazia e di consolazione (Zc 12,10). Dalla fessura della roccia che ci salva sgorga la sorgente zampillante (cf. 4,14), aperta in Gerusalemme per lavare peccato e impurità (Zc 13,1; cf. 14,8). Da lì viene il fiume d'acqua viva, che sgorga dal fianco del tempio. È un fiume immenso che feconda la terra e risana le acque amare, facendo rivivere quanto è morto. Sulle sue rive cresce ogni sorta di alberi da frutto, le cui fronde non appassiscono e i cui frutti maturano ogni mese; e i frutti sono vita e le foglie medicina per l'uomo (Ez 47,1-12). «Chi ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi d'acqua viva sgorgheranno dal suo seno» (7,37s). «Quel giorno», verso sera, la tenebra diventa luce (cf. Zc 14,7), come il giorno «uno» della creazione (cf. Gen 1,3-5). I discepoli, contemplando le mani e il fianco, memoria perenne dell'amore di Dio, vedono la luce del mondo: ricevono pace e gioia imperitura. Allora «il Signore sarà re di tutta la terra e ci sarà il Signore soltanto, e soltanto il suo nome» (Zc 14,9). Qui Gesù, attraverso le sue ferite, è presentato come l'agnello pasquale, che toglie il peccato del mondo (1,29): il suo sangue ci libera dalla morte e il suo corpo è nutrimento per l'esodo (Es 12,8-13). Quel giorno è ormai l'oggi in cui viviamo pure noi: celebrando l'eucaristia, facciamo memoria dell'amore del Signore, riceviamo il suo Spirito e siamo inviati nel mondo a portare riconciliazione. La comunità mangia e beve, mastica e assimila il cibo e la bevanda di vita, che fa dimorare lui in noi come noi in lui (6,53-58). Il tema del memoriale eucaristico, qui solo accennato con le ferite del Crocifisso, sarà sviluppato nella scena seguente e in 21,12ss.

allora gioirono i discepoli. La gioia del Signore è la nostra forza (Ne 8,10): scaccia paura e morte. La gioia è propria di chi dimora nell'amore: uniti a lui, come il tralcio alla vite, la sua gioia è in noi e la nostra gioia è piena (15,10.11; 17,13). Dopo un breve tempo la tristezza dei discepoli è mutata in danza: è nato l'uomo nuovo (16,20s), il Signore che viene a noi (16,22). Questa gioia nessuno ce la può rapire (16,23). Viene infatti da un amore che ha resistito allo Sheol: è un fuoco che le grandi acque non possono estinguere (cf. Ct 8,6s). In quel giorno i discepoli non gli domanderanno più nulla (16,23); da lui infatti ricevono tutto: pace e gioia, Spirito e capacità di perdono.

avendo visto il Signore. Ora anche i discepoli, contemplando le ferite della sua passione per noi, hanno visto e riconosciuto il Signore: le sue ferite d'amore lo rivelano lo-Sono. Questo sarà il modo nel quale si renderà visibile anche a noi nella fede, mentre facciamo memoria di lui nella celebrazione eucaristica.
I discepoli, raccontando a Tommaso la loro esperienza, diranno: «Abbiamo visto il Signore!» (v. 25; cf. v. 18). Eppure l'evangelista, più che sul vedere, insiste sul gioire. Infatti «avendo visto» è un gerundio passato subordinato all'indicativo «gioirono», che pone direttamente la gioia come segno dell'incontro con il Risorto. Nel racconto i verbi all'indicativo che descrivono l'azione di Gesù sono: «venne/stette e dice, mostrò e disse, insufflò e dice». La Parola stessa dice ciò che dà. Anche qui, co-me sempre, l'autore scrive ciò che accade al lettore.

v. 21: disse loro [Gesù] di nuovo. C'è una successiva comunicazione del Risorto. Nella prima viene, sta nel mezzo e mostra la sua identità nei segni delle piaghe, dove vediamo il Signore e gioiamo. Da questa contemplazione e comunione d'amore, propria dell'eucaristia, viene il dono dello Spirito e scaturisce la missione.

pace a voi.
Il Risorto si presenta come datore di pace (vv. 19.21.26). La gioia e la pace, pace gioiosa e gioia pacificante, sono i modi propri della presenza del Signore, che ci assimila a lui.

come il Padre ha mandato me, anch'io invio voi.
Dopo aver gioito alla vista del Signore, i discepoli lo ascoltano. Se l'occhio vede e il cuore gioisce, l'orecchio ascolta: la contemplazione si fa amore e obbedienza. La missione dei fratelli è la stessa del Figlio, che ha lavato i piedi e ha detto: «Vi diedi un esempio, affinché come io feci a voi, anche voi facciate» (13,15) e: «Vi do un comandamento nuovo: [...] come io amai voi, anche voi amatevi gli uni gli al-tri» (13,34). I discepoli sono inviati, come lui, a testimoniare l'amore del Padre (cf. 3,16; 17,6.26): «(Padre,) come tu mi mandasti nel mondo, anch'io li mandai nel mondo» (17,18). Per questo li ha scelti (cf. 15,16). L'invio rende gli inviati uguali a chi invia: «Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me» (13,20). Colui che è mandato, è chiamato a fare come lui: amare e lavare i piedi (cf. 13,13-17), compiendo le sue stesse opere (14,2). Associato al suo destino, è come il chicco di grano che cade sotto terra e porta molto frutto (12,24; cf. 15,5). La missione verso i fratelli esprime la natura del figlio: è amando il fratello che si diventa figli. Se il Figlio è necessariamente inviato dall'amore del Padre verso i fratelli, chi a sua volta va verso i fratelli conosce l'amore del Padre e diventa figlio. La relazione che c'è tra Gesù e il Padre («come il Padre ha mandato me»), è la stessa che c'è tra lui e noi («anch'io invio voi»). È come dire: «Voi siete me, se fate ciò che io ho fatto a voi: come avete ricevuto pace e gioia, date pace e gioia, perdonando anche voi». I suoi discepoli non sono superuomini. Sono come noi, pavidi e infidi, segnati da fragilità e peccato. Ma proprio in questa nostra situazione lui ci viene incontro e ci salva. Per questo Paolo si gloria della sua debolezza, in cui ormai dimora la potenza del Risorto (cf. 2Cor 12,1-10).

v. 22: detto questo, insufflò. «Insufflare», parola unica nel NT, ricorre due volte nell'AT: Dio, soffiandogli dentro il suo alito vitale, crea l'uomo (Gen 2,7; Sap 15,11) e fa risorgere le sue ossa aride (cf. Ez 37,9). È lo Spirito della nuova ed eterna alleanza, stipulata nel perdono (Ger 31,33s), che ci dà un cuore nuovo, capace di vivere secondo la Parola (cf. Ez 36,25ss). accogliete (= prendete) Spirito Santo. Gesù parla di «Spirito Santo», senza articolo (vedi anche 1,33), non perché sia una realtà vaga e indeterminata. Lo Spirito Santo è il suo amore: ce lo dona in pienezza, non a misura (cf. 3,34). Ma noi ne abbiamo quanto ne accogliamo; e possiamo accoglierne sempre di più, senza determinare limiti a ciò che è infinito. Gesù ci chiede di accoglierlo. La forma imperativa «accogliete» è una supplica pressante del Figlio alla nostra libertà, perché accogliamo il dono che ci fa essere ciò che siamo: fratelli suoi e figli del Padre suo e Padre nostro, Dio suo e Dio nostro. È quello Spirito che il mondo non può accogliere, perché non lo conosce. I discepoli invece lo conoscono perché ha dimorato presso di loro in Gesù e ora desidera dimorare in loro (cf.14,17). Sulla croce già ci ha consegnato lo Spirito (19,30.34). Ma non basta: ogni dono è tale solo quando qualcuno lo accoglie. Ora i discepoli, contemplando le sue ferite, si arrendono al suo amore e lo «accolgono». Nel dono dello Spirito si realizzano le promesse di Gesù nell'ultima cena (cf. 14,15-26; 15,26s; 16,7-15). La sua gloria è trasmessa ai discepoli, che diventano una cosa sola tra di loro (cf. 17,22), per testimoniare al mondo l'amore del Padre. Si realizza così per grazia l'antico sogno dell'uomo che fallì per inganno: diventare come Dio (cf. Gen 3,5). La sera di Pasqua accogliamo la sorgente di acqua viva promessa nel grande giorno della festa di Pentecoste (cf. 7,37-39): accogliamo lo Spirito del Figlio e diventiamo figli di Dio (1,12-13), perché capaci di perdonare i fratelli. Dopo che Gesù ha ricevuto il «suo» battesimo sulla croce, anche noi siamo battezzati in Spirito Santo (cf. 1,33). Immersi nel suo amore, possiamo amare come lui ci ha amati. Il fine dell'opera del Figlio è che noi partecipiamo sempre più al suo amore per il Padre e per i fratelli. Per Giovanni la Pentecoste, iniziata sulla croce, esplode nel giorno di Pasqua, quando i discepoli ricevono il suo Spirito. Da allora comincia l'epoca dello Spirito; in essa vive chiunque contempla la Gloria, aperta a tutti nelle ferite del Trafitto.

v. 23: a chi rimettete i peccati (cf. Mt 18,18). Lo Spirito del Signore è perdono. Infatti se l'amore è dono, il per-dono è un super-amore. La comunità dei discepoli riceve il potere esclusivo di Dio: perdonare i peccati (cf. Mc 2,7p). Le è donata la possibilità di separare, slegare e assolvere il peccatore dal suo peccato, liberando il presente da ogni ipoteca del passato. Perdonare i peccati è miracolo più grande che risuscitare i morti. Chi perdona fa vivere l'altro, perché lo riconosce fratello; così nasce lui stesso come figlio uguale al Padre, perché ama come lui (cf. Mt 5,44-48; Lc 6,35-38). Lo Spirito, amore che tutto crea e ricrea, è principio di creazione e di redenzione: il perdono fa nuove tutte le cose.

gli sono rimessi.
E un passivo divino. Dio rimette ciò che noi rimettiamo: affida a noi il suo servizio di perdono. La nostra missione è fare in terra ciò che lui fa in cielo: donare e perdonare. Ciò che il Padre fa di sua natura, è il compito di noi, suoi figli, per diventare ciò che siamo. Il perdono dei peccati, insieme alla morte/risurrezione di Gesù e alla conver-sione, fa parte del primo annuncio cristiano (cf. Lc 24,47) ed è strettamente connesso con la risurrezione: «Se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati», dice Paolo a quelli di Corinto (1Cor 15,17). In verità noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita se amiamo i fratelli (cf. 1Gv 3,14): l'amore svela la sua essenza di gratuità e assolutezza proprio nel perdono.

a chi li ritenete, sono ritenuti.
Queste parole, complementari alle precedenti, possono essere intese in vari modi. A noi è dato il potere divino di perdonare; tuttavia, mentre Dio sempre e solo perdona, noi invece - l'esperienza lo dimostra -possiamo anche non perdonare. Gesù ci ammonisce circa l'importanza del nostro perdono, perché ciò che non perdoniamo non è perdonato. Ma, se non perdoniamo, siamo ancora nel nostro peccato: non viviamo il perdono di Dio (Mt 6,14s; Mc 11,25). L'amore del Padre vive in noi se amiamo i fratelli. Si può intendere anche che la comunità ha il potere di dichiarare quando il peccato è tolto o meno, a seconda che il peccatore abbia accolto o meno il perdono (cf. 3,18s.36b). Anche Gesù dichiara ai farisei che il loro peccato rimane, perché, non riconoscendolo, non accettano il perdono (9,41). È un grande atto di misericordia denunciare il male, perché uno desideri uscirne. Infatti lo Spirito convince il mondo di peccato (16,8): la denuncia/conoscenza del peccato è fondamentale per la salvezza. In Giovanni si vedono i vari atteggiamenti di Gesù nei confronti dei peccatori, che tutti ama e vuol liberare. Al paralitico dice: «Non peccare più, perché non ti accada di peggio» (5,14). Infatti non è così dalla nascita: la sua condizione di parali-si è collegata alla sua connivenza con il male (cf. 5,6s). Solo chi ascolta la Parola del Figlio ha vita eterna e non va incontro al giudizio: è passato dalla morte alla vita (5,24). Al cieco dalla nascita invece, che non è tale per colpa sua, il Signore si rivela aprendogli gli occhi con il suo fango (cf. 9,1ss). Ai farisei, come già detto, che non ammettono la loro cecità, Gesù dichiara che il loro peccato rimane (9,41), perché non accettano il dono della luce. Inoltre la coppia di verbi opposti «rimettere/ritenere» indica la totalità del potere, come legare/sciogliere (Mt 16,19), entrare/uscire (10,9b). Gesù ci conferisce la pienezza del potere di perdono. Nella misura in cui non lo usiamo, abusiamo di Dio, amore infinito, e impediamo la sua glorificazione nel mondo. Questo potere è concesso ai «discepoli» (cf. v. 19), a ogni discepolo, non ad al-cuni in particolare. Paolo intende la sua missione come «ministero della riconcilia-zione»: si dichiara «servo» e «ambasciatore» di colui che fu fatto «peccato in nostro favore», perché noi ottenessimo in lui «la giustizia di Dio» (2Cor 5,18-21). Il perdono, ricevuto e accordato (cf. Mt 18,21-35), costituisce il mondo nuovo, la comunità dei fratelli che vivono la pace e la gioia di Gesù. Chi perdona, diventa figlio, uguale al Padre; chi è perdonato, se accoglie il perdono, diventa a sua volta figlio, capace di perdonare e dire in Spirito e verità: «Padre nostro» (Mt 6,14s). L'amore e il perdono del Padre sono sempre mediati dal Figlio e da chiunque si riconosce suo fratello. Il testo parla del perdono, senza specificare come lo si esercita. I modi di celebrarlo possono essere diversi: il battesimo, il sacramento della riconciliazione, il perdono fraterno. In verità il pane quotidiano, che rende possibile la vita tra gli uomini, è il perdono ricevuto e dato non sette volte al giorno (cf. Lc 17,4), ma settanta volte sette (cf. Mt 18,22). Il cristianesimo non è legge: è la buona notizia del perdono del Padre e del-la libertà dei figli. «È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione» (2Cor 5,19). Da qui l'appello rivolto a tutti: «Lasciatevi riconciliare» (2Cor 5,20b): «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2Cor 6,2). Quando l'uomo accetta l'amore del Figlio, è riconciliato con Dio, con sé e con gli altri. È rinsaldata la frattura originaria, che ci divise da lui, da noi e tra di noi. Allora «il lupo dimorerà con l'agnello» (Is 11,6) e «la saggezza del Signore riempi-rà il paese come le acque ricoprono il mare» (Is 11,9). Tutta la creazione geme da sempre nelle doglie del parto, in attesa che nell'uomo si riveli la gloria del Figlio (cf. Rm 8,19-23). Questa si manifesta quando noi, perdonando, diventiamo suoi fratelli.
La scena non è più fuori, nel giardino, dove sta la Maddalena. Siamo invece dentro, nel cenacolo, dove Gesù anticipò il dono di sé e donerà il suo Spirito e la sua missione. I discepoli ne hanno fatto una tomba. Il sepolcro di Gesù è aperto e vuoto; la loro casa sprangata e piena di morte.


Messaggio nel contesto

«Il Signore mio e il Dio mio!», dice a Gesù Tommaso, detto Didimo. Quest'espressione costituisce l'apice della fede in Gesù, proposta anche a noi attraverso l'annuncio dei primi che lo hanno visto e accolto. Didimo significa gemello: è gemello di ciascuno di noi, increduli come lui, chiamati a diventare gemelli di Gesù mediante la fede. Tommaso non c'era quando gli altri lo videro; ed è tentato di non credere alla loro testimonianza. Vuol vedere di persona il Signore. Gli sarà concesso, ma all'interno della comunità. Però Gesù gli rimprovererà di non aver creduto alla testimo-nianza altrui e proclamerà beati coloro che, a differenza di lui, crederanno senza aver visto. Questo racconto conclude il cammino di fede dei primi discepoli, aprendolo a quanti in futuro crederanno sulla loro testimonianza. Oltre a sottolineare l'identità tra il Risorto e il Crocifisso, il testo sviluppa il rapporto tra «vedere e credere», ap-pena accennato nel v. 8 a proposito dell'«altro discepolo». Tommaso non solo ha dubbi sul Risorto, come anche gli altri che l'hanno visto (cf. Mt 28,17; Lc 24,11.38.41), ma esclude il valore stesso della testimonianza. È il primo fallimento dell'annuncio pasquale, anzi il secondo, dopo quello di Maria Maddalena riportato da Lc 24,11. Non accettare per principio la testimonianza di-strugge ogni relazione e rende impossibile ogni trasmissione di conoscenza: senza fiducia ragionevole nella parola dell'altro, non esiste l'uomo, la cui natura è relazio-ne e cultura. Tommaso ama Gesù: è disposto a morire accanto a lui (11,16) e vuol sapere dove va, per essere dove lui è (14,4s). Ma, quando il Signore viene dai suoi, insieme a Giuda è l'unico dei Dodici che manca (v. 24). Si può supporre che fosse assente perché, forse più coraggioso degli altri, ha osato uscire all'aperto, da solo o con altri più intraprendenti, come Cleopa e il suo compagno (Lc 24,13ss). Si trova fuori dal-la comunità dei fratelli che vedono il Risorto e accolgono il suo Spirito. Anche lui vuole vederlo: è in gioco la sua vocazione di uno dei Dodici, chiamato ad essere testimone diretto del Crocifisso risorto (cf. At 1,21s). Per testimoniarlo deve poter di-re: «L'ho visto anch'io!» (cf.1Cor 15,8-11). È un bene per noi che sia stato assente; così comprendiamo meglio che cosa sia la fede. Gesù si mostra a Tommaso; ma dice pure che siamo più beati noi che crediamo senza averlo visto (cf. anche 1Pt 1,8!). Sia per i primi che per i successivi di-scepoli, la fede è identica nella sostanza. Il modo però nel quale si attua è necessa-riamente diverso. I primi, essendo contemporanei di Gesù, l'hanno visto; per questo hanno creduto e possono testimoniarlo. Noi, che veniamo dopo, non possiamo vederlo, ma possiamo credere in lui mediante la testimonianza di chi era prima di noi. L'esperienza dei primi compagni di Gesù ha un aspetto unico e irripetibile, un altro comune e trasmissibile. Unico è il fatto che l'hanno visto. Comune invece è la loro esperienza di fede, che con l'occhio dello Spirito legge come segno della «Gloria» ciò che vedono con gli occhi di carne. Ogni evento passato, pur essendo ir-ripetibile, è tuttavia trasmissibile per mezzo della parola, la cui funzione è rendere presente ciò che è assente. Come i fatti raccontati, anche il racconto dei fatti è segno della Gloria. Chi accoglie la parola che li testimonia, si trova davanti al Signore della vita che gli parla. Il tema del testo è la fede, che sempre vuol «vedere e toccare» il Signore. Ma c'è un vedere e toccare materiale, riservato ai contemporanei dì Gesù, che vale solo nella misura in cui si aderisce a lui. Infatti l'hanno visto e toccato anche quelli che l'hanno messo in croce! C'è invece un vedere e toccare interiore proprio di chi crede in lui e lo ama: è la comunione con lui, che trasforma la vita. Incontrare il Risorto non significa solo che lui è risorto, ma essere risorti con lui, vivo e presente nella comunità con il dono del suo Spirito. I suoi contemporanei hanno visto e toccato il suo corpo. Noi oggi lo vediamo nella Parola che lo racconta e lo tocchiamo nel Pane, memoriale della sua passione per noi. «Anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così» (2Cor 5,16b): lo conosciamo secondo lo Spirito, che ci fa vivere di lui e come lui. Per questo lo vediamo e tocchiamo anche nei fratelli, con i quali for-ma un unico corpo. Il Figlio, salito al Padre, torna a noi nella Parola, nel Pane e nell'amore dei fratelli, per salire con tutti al Padre. Il testo inizia dicendo che Tommaso non era con gli altri quando videro il Risorto. Per questo non crede se non vede e non tocca (vv. 24-25). Il Signore, otto giorni dopo, viene tra ì suoi discepoli e dice a Tommaso, mentre è insieme agli altri, di guardare e toccare le sue ferite (vv. 26-27). Tommaso risponde: «Il Signore mio e il Dio mio». Alla sua fede di uno che crede perché ha visto, Gesù contrappone la beatitudine di coloro che crederanno senza aver visto (vv. 28-29). È la nostra beati-tudine. Infatti noi crediamo sulla parola di coloro che lo hanno visto e raccontato nel Vangelo, perché anche noi possiamo accedere alla fede in Gesù come il Cristo, il Figlio di Dio, e avere in lui vita eterna (vv. 30-31). Il c. 20 termina con la prima conclusione del Vangelo, che dichiara l'intenzione dell'autore: egli, che ha visto Gesù, lo testimonia a noi che non l'abbiamo visto, perché pure noi aderiamo a lui per avere vita, la sua vita. Cl i scrive il quarto Vangelo sa di essere l'ultimo teste oculare. Con lui si chiude l'epoca di chi ha visto il Verbo della vita e si apre il cammino di chi crederà senza aver visto (cf.1Gv 1,1-4). La Parola eterna di Dio, diventata carne in Gesù, è tornata Parola nel racconto del Vangelo per farsi carne in ogni carne e offrire a tutti la possibilità di diventare figli di Dio (cf. 1,12). Così dice il Prologo, dichiarando ciò che avviene al lettore: il Verbo è sempre all'opera per creare e salvare l'uomo e, in lui, la creazione tutta. Ciò che fu il corpo di Gesù, ora è per noi il racconto evangelico: mostrandoci la carne del Figlio, ci dona lo Spirito del Padre. Infatti mostrare, o rivelare, significa donare se stessi. Nel succedersi degli incontri con il Vivente, Gv 20 delinea le tappe del nostro cammino di fede: attraverso l'ascolto della Parola contempliamo il sepolcro vuoto con Pietro, vediamo i segni e crediamo con il discepolo amato, incontriamo personalmente il Signore con Mariam, riceviamo lo Spirito e la missione con gli altri discepoli, vediamo e tocchiamo il suo corpo come Tommaso.


Gesù risorto è apparso ai primi nella sua carne crocifissa, perché potessero conoscerlo e aderire a lui e, a loro volta, testimoniarlo a noi. La Chiesa ha la beatitudine di aderire a lui mediante la testimonianza dei primi, per avere la sua vita di Figlio che ama il Padre e i fratelli.



Lettura del testo


v. 24: Tommaso, uno dei Dodici. In Giovanni il termine «Dodici» ricorre solo qui e altre due volte dopo il dono del pane (6,70); l'espressione «uno dei Dodici» è riservata, oltre che al traditore (6,70b), solo a Tommaso. Giovanni non racconta la chiamata dei Dodici, né offre la lista. In genere usa il termine «discepoli», dal significato più ampio, applicabile a chiunque aderisce a Gesù e alle sue parole.

quello detto Didimo (= gemello). Didimo in greco, come Tommaso in ebraico, significa gemello, che fa un paio con l'altro, anche in senso spregiativo. Tommaso è gemello di molti fratelli. Innanzi tutto di Giuda: come lui rischia di perdersi nella notte dell'incredulità, tagliato fuori dalla comunità al cui centro sta il Crocifisso risorto. Inoltre è gemello nostro: è nella situazione di tutti noi, che non eravamo con quelli che hanno visto il Signore e siamo chiamati alla fede dalla loro testimonianza. Infine è anche gemello di Gesù, il suo alter ego, la sua anima gemella. Infatti è disposto a morire al suo fianco (11,16), a differenza di Pietro disposto a «dare la vita per» lui (13,37). Ama Gesù e vuole seguirlo fino alla mor-te. Ignora però che non la morte, bensì la vita è la parola definitiva. Non sa che Gesù non muore: torna al Padre proprio mettendosi in comunione con i fratelli, obbediente alla loro condizione umana fino alla morte, e alla morte di croce (cf. Fil 2,8). Ora, attraverso le sue ferite, lo conoscerà come la via della verità che por-ta alla vita (cf.14,5s). Per ora il suo è un amore senza speranza, la dannazione peg
giore che ci sia. Solo quelli ai quali il Padre ha concesso di sedere alla destra e alla sinistra del suo trono, accanto a lui sulla croce, vedono la morte come Gloria (cf. 19,18; 17,24).

non era accanto a loro. Tommaso, non essendo con i fratelli, non incontra il Figlio. È solo. Se nella creazione tutto è bello e buono (Gen 1,4.10.12.18.25.31), an-cor prima del «peccato originale» Dio dice che non è né bello né buono che l'uomo sia solo (Gen 2,18). L'isolamento è il male originario. Radice di ogni male è infatti vivere il proprio limite come luogo di solitudine invece che di relazione con gli altri e con l'Altro. Mentre gli altri erano nel cenacolo, ammucchiati dalla comune paura, Tommaso, il gemello, ha osato uscire, sprezzante del pericolo. Con il suo agire contraddice il suo nome. Paradossalmente proprio lui, il cui nome implica «essere con il suo simile», non è accanto agli altri. Non è solidale con loro: non condivide la loro fragilità e paura. Per questo si esclude dagli altri, tagliando la relazione con loro. E gemello di quella parte più profonda di noi stessi che non accetta il limite, ma, con la forza della disperazione, reprime la paura stessa, chiudendosi in una solitudine tanto eroica quanto distruttiva. Non crede alla vita: vive la morte come unico orizzonte possibile. In questo è gemello di ogni uomo che, da Adamo in poi, è schiavo della paura, palese o inconfessata, della morte (cf. Eb 2,14s).

quando venne Gesù. L'evangelista riserva l'espressione «aver visto il Signore» alla testimonianza diretta dei primi discepoli (cf. vv. 18.20.25). Nel racconto preferisce mettere in risalto il fatto che Gesù viene e sta in mezzo a loro, per farsi riconoscere attraverso la Parola e i segni della passione impressi nel suo corpo. Evidenzia così quell'aspetto della fede che è comune a loro e a noi.

v. 25: abbiamo visto il Signore (cf. anche vv. 18.20). L'annuncio dei discepoli, identico a quello di Mariam (v. 18), richiama il loro primo incontro con Gesù: «Abbiamo trovato il Messia» (1,41.45). Ora «trovare il Messia» diventa «vedere il Signore». In questo ultimo incontro si compie ciò che è iniziato nel primo. «Abbiamo visto il Signore» è l'annuncio della comunità. Vedere il Signore, fondamento della vita nuova, comporta il passaggio dalla paura alla fede, dalla tristezza alla gioia, dalla morte alla vita, dalla chiusura alla missione, dall'accusa al perdono. Visio Dei, vita hominis: vedere Dio è la vita dell'uomo. Il fuoco brucia, la luce illumina: l'incontro con il Risorto fa risorgere. La comunità vive perché ha incontrato il Vivente. Trasformata in lui dall'incontro con lui, è in grado di testimoniarlo. È infatti una cosa sola, con lui e con il Padre, nell'unico amore: ha accolto lo Spirito e vive della sua gloria, che testimonia al mondo (cf. 17,22s).

se non vedo nelle sue mani l'impronta dei chiodi. «Impronta» in greco è typos, che deriva dal verbo «colpire» e significa anche «sigillo». Il «colpo» dei chiodi im-presso sulle sue mani è «sigillo» della sua identità e autentificazione del suo potere (= mano) di Crocifisso. Tommaso non crede a chi ha visto. Non accetta la testimonianza della Parola e dello Spirito; non riconosce la vita nuova della comunità e non si inserisce in essa. La credibilità del Figlio e del Padre è affidata ai fratelli che vivono la comunione dell'amore reciproco (cf. 17,20-23). Lì incontriamo il Verbo diventato carne. La fede viene dall'annuncio di chi prima di noi ha incontrato il Signore ed è risorto a vi-ta nuova. Chi lo accoglie, fa la medesima esperienza. E quanto dicono alla Samaritana i suoi concittadini (4,42). Tommaso vuol «vedere» e «toccare», per far parte dei «Dodici», testimoni del Risorto. A lui, come poi a Paolo (cf.1Cor 15,8-11), sarà concessa questa esperienza. Ma ciò che conta, dirà Gesù a Tommaso, non è averlo visto per quel breve periodo in cui si è fatto vedere. Non è possibile a tutti essere nel posto dove sgorga la sorgente; ma chiunque ha sete può bere di quell'acqua viva che ormai scorre su tutta la terra. Chi fu presente dove è scaturita, la canalizza fino a noi con la sua testimonianza, perché ognuno possa dissetarsi. L'esperienza personale del Risorto, conces-sa a tutti, è accogliere la Parola e lo Spirito della comunità, testimonianza viva del Vivente.

e non getto il mio dito nell'impronta dei chiodi, ecc. Tommaso, oltre che vedere, vuole anche toccare: gettare dito e mano nelle ferite del Crocifisso. E segno di incredulità, ma anche desiderio di certezza e di comunione più profonda con il mistero delle sue piaghe. Esse non saranno chiuse fino a quando non vi sia entrato l'ultimo degli uomini, tutti feriti a morte dalla paura della morte. Anche qui il gemello rivela un'audacia notevole.

non crederò affatto. Tommaso, dicendo di non credere se non vede di persona, anticipa per contrasto le parole del Risorto: «Beati quelli che non videro e credettero» (v. 29). Tommaso è gemello di quella parte di noi che accetta anche la morte, destino supremo dell'uomo, ma non crede alla possibilità di un amore che vinca la morte. È disposto però a essere smentito dai fatti, se sono contrari alle sue certezze. Onestà intellettuale tanto necessaria quanto rara.

v. 26: otto giorni dopo. Ha lo stesso significato della nostra espressione «oggi otto», che significa «tra una settimana». E quindi ancora il primo giorno della settimana, il giorno «uno» dei sabati (v. 1), «quel giorno» che è il giorno del Signore: è la domenica, quando la comunità si riunisce per celebrare l'eucaristia (cf. At 20,7; Ap 1,10; Didaché 14,1). È insieme il giorno primo e ottavo, quell'unico giorno senza tramonto, fonte di vita senza fine. Tutto è ormai illuminato dalla luce del Risorto. Non a caso nel capitolo seguente, che racconta la terza manifestazione (21,1.14), non si indica più alcun tempo. Ormai viviamo sempre in quel tempo. Nella liturgia infatti iniziamo la lettura del Vangelo con l'espressione «in quel tempo», perché il racconto ci ripresenta l'evento, facendoci contemporanei a esso. L'eucaristia è il luogo per eccellenza in cui si incontra il Risorto. Bisogna «far eucaristia in ogni cosa» (lTs 5,18), perché la nostra esistenza concreta diventi il vero culto spirituale gradito a Dio (cf. Rm 12,1).

di nuovo erano dentro i suoi discepoli. «Dentro» non è più un luogo di tenebra e paura (cf. v. 19), ma di comunione nella pace e nella gioia, dove il frutto dello Spirito fiorisce e matura in missione, perdono e testimonianza. E quel «dentro» di chi, essendo figlio, è inviato verso il «fuori» del mondo, per continuare l'opera di Gesù. In questo luogo i fratelli vivono il memoriale del Figlio, che li rende «uno» e li proietta fuori, testimoni del Padre comune presso il mondo intero.

Tommaso accanto a loro. La domenica precedente non era presente (cf. v. 24). Anche se non condivide la loro fede, ora è tra i fratelli, uniti e vivificati dall'incontro con il Signore. Qui potrà fare anche lui l'esperienza del Figlio e diventare suo «gemello».

viene Gesù (cf. vv. 19.26; 21,13). Gesù viene sempre l'ottavo giorno, quando la comunità si riunisce per celebrare la memoria del suo amore. E così viene di continuo, fino a quando ascenderà al Padre con tutti i suoi fratelli (v. 17; cf. 21,22.23).

a porte sprangate. Le porte sprangate non sono più segno di paura (cf, v. 19), ma di separazione dal mondo: i discepoli, anche se sono «nel» mondo, non sono «dal» mondo (cf. 15,19; 17,15s); per questo sono inviati «al» mondo.

stette (in piedi) nel mezzo (cf. v. 19). Gesù sta in piedi, ritto. E la posizione del Vivente, il cui corpo «giaceva» nel sepolcro (v. 12). La parola greca «stare», in un suo composto, significa «risorgere» (an-ístemi: stare su). Il morto giace, posto a par-te; il Risorto sta ritto, nel mezzo.

pace a voi (cf. vv. 19.21) La venuta e il saluto del Signore sono riferiti come nel racconto precedente. Egli si rivolge innanzi tutto alla comunità intera - dice infatti: «Pace a voi» -, nella quale ora c'è anche Tommaso. Si suppone che l'autore, citando l'inizio dell'esperienza precedente, intenda riportarla con ciò che segue, nella sua globalità. Ogni incontro con il Vivente ci fa vivere «quel giorno», godendo degli stessi doni.

v. 27: poi dice a Tommaso. Dopo essersi manifestato alla comunità, Gesù si rivolge personalmente a Tommaso. Non vuole infatti perdere nessuno di quelli che il Padre gli ha dato (cf. 17,12). Rivolgendosi a lui, mostra che non solo conosce i pen-sieri del suo cuore, ma che era presente quando lui esprimeva la sua incredulità e il desiderio, ritenuto impossibile, di vederlo e toccarlo. Gesù è umile: si mette a disposizione di Tommaso, della sua sorda chiusura agli altri e alla vita. Questa condiscen
denza lo renderà disponibile a credere in lui, fino a giungere al punto più alto dell'espressione di fede.

continua a portare il tuo dito qui e vedi le mie mani, ecc. Gesù esorta Tommaso a realizzare il suo desiderio: toccare e vedere il segno dei chiodi che lo hanno sostenuto sulla croce, la ferita della lancia che gli ha aperto il fianco. La presenza del Risorto è sempre connessa con le sue ferite, ricordo della sua passione, memoria pe-renne del suo amore per noi.

Se Tommaso può mettere il dito nel buco dei chiodi e gettare la mano nel foro della lancia, è perché le ferite restano misteriosamente aperte anche dopo la risurrezione: sono la porta sempre spalancata attraverso la quale Dio esce verso noi e noi entriamo in lui. L'esortazione è rivolta anche al lettore, gemello di Tommaso. Come lui, anche noi siamo chiamati a toccare e vedere il corpo del Figlio, per entrare in comunione con lui. Vedere le ferite del Crocifisso, immergerci e battezzarci in esse, significa per noi respirare l'amore più forte della stessa morte, trovare la fonte della vita. Come la vista e il tatto hanno mosso il cuore dei primi discepoli, dando loro una vista e un tocco spirituale, così la Parola mette in moto i nostri «sensi spirituali», per vedere e toccare il Signore. Anche noi possiamo così contemplare la gloria del Verbo fatto carne, l'Unigenito dal Padre (1,14), la gloria di quell'amore per noi che è prima della fondazione del mondo (17,22-24). Questo incontro tra Gesù e Tommaso richiama l'ultimo della serie dei primi incontri, quello con Natanaele (1,48-51). In entrambi si passa dall'incredulità iniziale alla fede.

non continuare a diventare incredulo, ma credente. Il Signore dice a Tommaso di smettere di diventare incredulo e lo esorta a diventare credente. Credenti o non credenti non si nasce, ma si diventa. In noi ci sono due semi: la fiducia del Figlio e la sfiducia del divisore. Portano rispettivamente alla vita o alla morte. Sta a noi colti-vare l'uno o l'altro. Se ci dividiamo dagli altri, coltiviamo inevitabilmente la sfiducia. Questo è comunque per tutti il punto di partenza, dato che non si può partire che da dove si è. Se però stiamo accanto agli altri, cominciamo a coltivare la fiducia.

v. 28: il Signore mio e il Dio mio! Tommaso prorompe in un grido. L'espressione (cf. Sal 35,23, LXX) indica il passaggio dall'incredulità alla fede: Gesù è proclamato Signore e Dio. Nei cc. 1-19 i discepoli lo chiamano Signore 16 volte (6,68; 11,3.12. 21.27.32.34.39; 13,6.9.25.36.37; 14,5.8.22), sempre in discorso diretto. Nei soli cc. 20-21 lo chiamano Signore per ben 14 volte, 7 in discorso diretto (20,15.28; 21,15.16.17. 20.21) e 7 in discorso indiretto (20,2.13.18.25; 21,7bis.12). Il Signore, che è anche lo Sposo da amare e il Maestro da imitare (cf. v. 16), è colui che lava i piedi ai discepoli (13,13s). Questo titolo gli spetta pienamente dopo la resurrezione, quando è finalmente capita la sua regalità di Crocifisso. Gesù è il Kyrios,
il sovrano dell'universo, che riconosciamo nel buco dei chiodi e nel foro del costato, accesso definitivo al mistero di Dio. Il termine «Signore» traduce in greco il «Nome», YHWH. Per Tommaso Gesù è il Signore «mio» e il Dio «mio»: è ormai la sua vita. L'aggettivo possessivo sottolinea il legame di affetto: il mio diletto è per me e io per lui (Ct 2,16; 6,3; 7,11). In questa appartenenza d'amore reciproco si realizza il progetto di Dio sull'uomo. Questa acclamazione di Tommaso richiama il «mio Signore» di Maria (v. 13) e le parole a lei rivolte da Gesù: «Dio mio, Dio vostro» (v. 17b). Ora si capisce l'escla-mazione iniziale di Natanaele: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu il re d'Israele» (1,49). Qui Gesù è chiamato per la prima volta Dio da una persona, come il prologo l'ha proclamato fin dall'inizio (1,1.18). In Giovanni è usualmente chiamato «il Figlio di Dio» o «il Figlio» (cf. 1,34.49; 3,16.18, ecc.). Accusato di farsi uguale a Dio (5,18), di farsi Dio (10,33), Gesù si rivela come il Figlio, uguale al Padre (5,23), una sola co-sa con lui (10,30). Infatti è «Io-Sono» (8,58), che tale si rivela nel suo innalzamento sulla croce (8,28). Gesù è Signore e Dio. Quel Dio che nessuno mai ha visto, si è rivelato nelle sue ferite d'amore. Gesù aveva detto: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (14,9).

Tommaso proclama la divinità del Figlio, uguale al Padre. La certezza gli viene dall'aver visto e toccato le mani e il fianco di Dio, un Dio che non può essere che Crocifisso. Un Dio che muore per amore è la morte di ogni dio che l'uomo afferma o nega: è rivelazione della Gloria, che ridà senso all'assurdo del nostro morire e del nostro vivere. Siamo al vertice della fede in Gesù, alla quale il Vangelo vuol portare il lettore.

v. 29: perché mi hai visto, hai creduto. Tommaso, come Maria e gli altri, ha visto il Signore. Ma non basta vederlo. Maria lo vedeva, ma non lo riconosceva. Il discepolo prediletto invece, senza vederlo, solo osservando i segni, crede in lui, prototipo di quelli che verranno dopo. È necessario che i primi discepoli abbiano visto e riconosciuto Gesù risorto, per poterlo testimoniare. Tommaso fa parte di loro; per questo il Signore si è fatto vedere da lui. Però non c'era quando gli altri lo videro; per questo è anche simile a noi, chiamati a credere attraverso la testimonianza altrui. Tommaso è l'anello di congiunzione tra i primi e noi, che sperimentiamo il Risorto attraverso il loro annuncio (cf.1Gv 1,1-4).

beati quelli che non videro e credettero. I verbi in greco sono all'aoristo perché, quando l'evangelista scrive, i suoi lettori erano tra quelli che credettero senza aver visto. Può però anche trattarsi di un «aoristo gnomico», che esprime una sentenza che vale in ogni tempo. Allora significa: «Beati i non vedenti e credenti». Ciò non significa che la fede è cieca. Al contrario: i credenti, in quanto non vedenti, hanno una fede incondizionata e i non vedenti, in quanto credenti, hanno una vista più pene-trante degli altri. Hanno infatti aperto l'occhio del cuore, che solo vede la realtà. Questa beatitudine per noi, lettori del Vangelo, che esultiamo di gioia indicibile e gloriosa, perché, pur non avendo visto il Signore, lo amiamo (cf.1Pt 1,8). É la beatitudine della fede, che si completa con l'altra beatitudine: «Sapendo queste co-se, sarete beati se le metterete in pratica» (13,17). Anche noi sappiamo queste cose: Gesù ci ha lavato i piedi ed è il Signore: è morto e risorto per noi. La nostra beatitudine non è fare un incontro straordinario con lui, ma, grazie all'ascolto della Parola, condurre una vita nuova nell'amore, camminando come lui ha camminato (1Gv 2,6). Noi, come il discepolo prediletto, crediamo nel Risorto. Lo vediamo nei segni lasciati dalla sua risurrezione nella comunità che lo testimonia con la vita e con l'annuncio: essa è un sepolcro vuoto di morte e pieno di vita. Lo vediamo e tocchiamo spiritualmente attraverso la Parola, che ci fa entrare nelle sue piaghe e ci in-vita al suo banchetto (cf. 21,12s), per nutrirci di lui e vivere di lui (cf. 6,54). Queste parole del Risorto aprono il futuro a ogni esperienza di lui. Il finale del Vangelo non ci presenta l'andarsene di Gesù. Egli non si separa da noi. È invece sempre presente in noi nella memoria della sua passione, dalla quale scaturiscono pace e gioia, missione e Spirito di perdono. Essa ci inserisce nell'esperienza di fede dei discepoli che ci hanno preceduto e ci rende capaci di essere suoi testimoni da-vanti al mondo intero. Da qui l'importanza dell'eucaristia, «fonte e culmine dì tutta la vita cristiana». Se è vero che la Chiesa fa l'eucaristia, è altrettanto vero che l'eucaristia fa la Chiesa. Quando un cristiano la trascura o ci va solo per precetto, è come uno che non mangia o lo fa solo per comando. Se non è già morto, poco gli manca.

v. 30: certo molti altri segni fece Gesù (cf. 21,25). È la conclusione dell'autore, che spiega il contenuto e il fine del libro: il contenuto sono i «segni» che Gesù ha compiuto, il «fine» è che noi possiamo credere in lui e incontrarlo attraverso la sua parola, che è Spirito e vita (6,63).

Nei segni Gesù ha manifestato, fin dall'inizio, la sua gloria (cf. 2,11): l'amore estremo di Dio, che sulla croce si è rivelato faccia a faccia. Questi segni diventano per noi la Parola che ce li testimonia: tutto il Vangelo è segno della Gloria, che si manifesta ed entra in comunione con chi l'accoglie. Se la prima parte del Vangelo si chiudeva ricordando, dopo la risurrezione di Lazzaro, l'incredulità nonostante i grandi segni (12,37), dopo l'innalzamento di Gesù è possibile la fede. Scacciato il capo di questo mondo con la sua menzogna, an-che noi siamo attratti dal Figlio e possiamo aderire a lui (cf. 12,31s). Nei vv. 30-31 l'autore dà al lettore la chiave per entrare nella sua opera: essa è scritta perché giungiamo alla beatitudine della fede. Un libro, per essere capito, deve cogliere l'intenzione di chi l'ha scritto.

al cospetto dei [suoi] discepoli. Questi discepoli sono i testimoni oculari, dei quali l'evangelista è l'ultimo.

che non sono scritti in questo libro. L'evangelista mostra di conoscere altri racconti su Gesù. Conosce anche gli altri Vangeli: sa di non essere l'unico testimone.

v. 31: questi però sono stati scritti. Ovviamente l'autore ha fatto una selezione: tra i «molti altri segni» ha scelto di scrivere «questi», con un intento preciso. Chi scrive non dice il proprio nome: l'evangelista non è un inventore di fatti, ma uno che ha visto e/o raccoglie la testimonianza della comunità e dello Spirito. Nel nostro caso è uno che ha visto e testimoniato; «e la sua testimonianza è veritiera e sa che di-ce cose vere, affinché anche voi crediate» (19,35). È il discepolo anonimo che Gesù amava (forse uno dei primi due, pure anonimo, di 1,35-40), il quale ha ricevuto sotto la croce il dono della Madre (19,26) e l'ha visto trafitto (19,34s). È lui che ha scritto il Vangelo, come conferma il redattore dell'epilogo finale (cf. 21,24). I segni compiuti agli occhi dei discepoli sono ora anche sotto i nostri occhi nel racconto che li ripresenta. Lo scritto evangelico è il segno di ciò che è scritto: la Parola che si co-munica a noi. Data l'identità tra Gesù e la Parola, accogliendo questa accogliamo lui: «II Verbo è comunicante ed è tanto comunicante che non ha nulla che non co-munichi comunicando se stesso» (Maddalena de' Pazzi).

affinché crediate (cf. 2,23). Il fine per cui il Vangelo è scritto è la fede, che è conoscere, amare e seguire Gesù, attraverso l'ascolto della Parola. Chi lo legge diversamente manca il bersaglio. L'autore si rivolge al «voi» dei lettori. Tra questi ci siamo anche noi oggi. Non è tuttavia secondario conoscere chi sono i primi ai quali l'evangelista si rivolgeva. Sono cristiani da confermare nella fede, oppure giudei invitati a riconoscere in Gesù l'atteso, oppure pagani/samaritani chiamati ad accogliere la salvezza che viene dai giudei? Non è facile determinare i destinatari del libro. Anche perché chi licenzia un libro, se pure ha presente il suo lettore tipo, sa che chiunque può aprirlo. Anche noi oggi lo leggiamo. Il fine di un libro è comunque suscitare in chi legge le emozioni che vuol comunicare. Giovanni vuol suscitare la fede in Gesù. Una fede fondata e affidabile, critica e sincera, come quella di Tommaso. che Gesù. Oggetto della fede è Gesù, l'uomo concreto la cui storia ci è ripresentata nel racconto del Vangelo.

è il Cristo. La sua umanità, in tutto simile alla nostra, realizza ogni promessa di Dio e ogni desiderio dell'uomo.

il Figlio di Dio. La sua carne è quella del Verbo, da cui viene a noi la grazia della verità (1,17). Gesù è l'unigenito Dio che ci ha raccontato il Padre (1,18). In lui, nostro fratello, conosciamo chi siamo noi e chi è Dio; uniti a lui, il Figlio, diventiamo come lui. È la fede stessa di Marta, che dice a Gesù: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, che deve venire nel mondo» (11,27).

e affinché credendo abbiate vita. Avere vita è quel desiderio profondo che muove ogni pensare e agire dell'uomo. Se il fine del Vangelo è la fede in Gesù, apertura del cielo sulla terra (1,51), il fine della fede è la vita piena, partecipazione alla vita di Dio.

nel suo nome. Il nome è la persona, vista come relazione. La vita è essere in lui, il Figlio, vita di quanto esiste (1,3b-4a): accogliere lui ci fa diventare figli di Dio (cf. 1,12). Qui termina la testimonianza del discepolo prediletto, che ci vuol comunicare la sua esperienza. Seguirà, nel c. 21, la testimonianza della prima comunità che ha accolto la sua testimonianza e la trasmette a noi.

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