Duccio di Boninsegna: i discepoli di Emmaus

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Se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede (cfr. 1Cor 15, 17). Duemila anni di storia cristiana sono saldamente ancorate a questa certezza. Il Kerigma, che come testimone passa di generazione in generazione infuocando il cuore e la vita dei credenti, si compie in questo straordinario avvenimento: Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone (cfr. Lc 24,34).
La narrazione evangelica dopo la Pasqua costituisce una sorta di spazio metafisico che registra la Presenza misteriosa, eppure reale, del Cristo glorificato. Cristo è apparso non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la risurrezione dai morti (Atti 10,41).
La visione del Risorto che passa attraverso i muri e mangia con i suoi non è frutto di una allucinazione collettiva, ma è esperienza concreta di un incontro realizzata da testimoni prescelti.
Uomini prescelti sì, ma ignari di ciò che stava loro per accadere; protagonisti di un esperienza reale e pur tuttavia impossibile a misurarsi col metro dei sensi umani.
Duccio di Buoninsegna (1255c. - 1318/1319), pittore intelligente e sensibilissimo che coniuga la ieratica solennità dell'arte bizantino-gotica alla dolcezza dell'arte senese, si fa interprete efficace di questo andare oltre la storia e il gesto, pur facendo riferimento - nella sua espressione artistica -unicamente alla storia e al gesto.




Nel suo capolavoro, la Maestà, (Figura 1) egli narra l'episodio dei discepoli di Emmaus non a partire dall'evento straordinario che si consuma all'interno della locanda, non racconta cioè l'aprirsi degli occhi dei discepoli alla fede grazie al gesto di Cristo - così gravido di memoria - dello spezzare il pane, ma ritrae Cleofa e l'amico in cammino, come vuole l'evangelista Marco; in cammino come i credenti di ogni tempo il cui passo si fa lento per le delusioni e il gravame della storia.
E Gesù cammina con loro sotto le mentite spoglie del viandante. La posizione dei tre personaggi è discreta, posta nell'angolo sinistro del riquadro contrasta con la scena precedente dove campeggia l'angelo della risurrezione che in vesti candide e in solenni panneggi addita - curiosamente - la terra. Non addita il cielo perché il cielo, per Duccio, è qui. Il cielo è lo spazio metafisico che irrompe nella scena del mondo grazie alla fede del credente. Sul cielo, infatti, il Maestro stende generoso il color dell'oro che scintillante e impenetrabile annuncia il carattere mistico dell'avvenimento.
Dall'oro si solleva eloquente il volto del Cristo: "Stolti e tardi di cuore nel credere alle parole dei profeti (Lc 24,25) la parola resterà un libro sigillato per voi se non lascerete che la ragione si rivesta di umiltà e il cuore si dilati agli orizzonti sconfinati della fede".
Lo sfondo oro, se colpito dalla luce violenta si appiattisce e riflette, come specchio, il bagliore che lo aggredisce; ma quando l'oro è accarezzato dalla luce calda di un raggio di sole si colora d'iridescenze e si anima di riflessi palpitanti e vivi. Così colui che si ferma ad una pretesa evidenza dei fatti resta abbagliato dall'orgoglio della sua stessa mente, mentre chi indaga con l'umile raggio della fede scopre nel panorama quotidiano orizzonti nuovi e prospettive ribaltate.
E il rovesciamento di prospettiva che dovette subire lo sguardo e la vita dei due discepoli lo si scorge dalla posizione dei loro corpi. Essi volgono le spalle a colui con il quale pure stanno conversando e camminano, ciò li costringe a una rotazione evidente e innaturale dei volti. Anche loro, come già Pietro un giorno, stanno davanti a Cristo, lo precedono laddove - invece - devono seguirlo. Cristo li costringe a rimanere nel presente, a fare i conti - qui e ora - con le sfide della storia. Entrambi, infatti, in modo diverso si vogliono sottrarre alle loro responsabilità.
Nei colori delle vesti, nella caratterizzazione così semplice e precisa dei gesti emerge la situazione peculiare di ciascuno con una vivezza e un'efficacia inimitabile. Il discepolo più anziano riflette i sentimenti di coloro che non hanno più fiducia nella vita e nel futuro. Il verde del manto è facilmente assimilato all'oro del fondo ed accentua il ritrarsi del personaggio. Questo anziano guarda Cristo con intensità, ma appare dubbioso e il gesto della mano appoggiata delicatamente alla spalla del suo giovane amico esprime desiderio e cautela insieme. Certo è affascinato dai modi e dall'eloquenza del misterioso viandante, ma si sta chiedendo se non sarà forse, anche costui, uno dei tanti venditori di fumo: non sarà forse anche questa una illusione cui farà seguito una delusione, come quella appena registrata del Cristo Messia?
Così il verde scintillante dell'uomo anziano assomma le speranze e i timori dell'osservatore: le sue domande sono le nostre, nostre sono le sue perplessità.
Il giovane discepolo possiede più coraggio, più ardimento. La sua veste dorata cerca di assimilarlo al fondo, ma il rosso del manto lo fa emergere con decisione. Più deciso è anche il gesto della mano: Resta con noi Signore, perché l'ora è ormai tarda e il giorno volge al declino (cfr. Lc 24, 29). Lo sguardo di questo giovane discepolo è così profondo, così risolutamente diretto a Cristo che l'osservatore non può indugiare a lungo su di lui, subito è orientato a guardare al Risorto. Lo si scopre allora, nei panni di un viandante che deve viaggiare a lungo, vestito di pelo, con il bastone in mano e una conchiglia nella bisaccia, come i pellegrini diretti a Compostela. Egli è diretto a fines terrae, come voleva la tradizione medioevale, cioè là dove la terra finisce. Cristo infatti, annota il Vangelo, "fece come se dovesse andare più lontano" (Lc 24, 28).
Il dialogo fra Cristo e il giovane discepolo si fa, a questo punto, più serrato. Gli sguardi, uno nell'altro, fissano un istante eterno dal quale non si vorrebbe mai uscire, mentre i gesti esprimono un'urgenza: "Noli me tangere! Anche tu, non mi trattenere. Io devo camminare lungo i secoli e il tempo, io sono compagno di viaggio per ogni uomo, fino alla fine del mondo."
Ed è così che il dialogo trova lo sbocco, la giusta mediazione fra le urgenze del Mendicante Divino e il desiderio dei discepoli di rimanere in sua compagnia, rimanere in quello sguardo così denso di promesse e di vita.




Lo sbocco lo offre la locanda. (Figura 2) Solo ora ci si accorge della sua architettura sobria ed essenziale. Solo ora si individua il percorso, in salita, lungo un acciottolato che conduce ad un antro oscuro. La locanda si riduce ad una porta, ad un antro, appunto. L'edificio è, senza equivoci, simbolico. La sua linea prospettica riprende la diagonale del monte che si erge dietro il giardino della risurrezione. Siamo nello stesso mistero, saliamo verso la stessa Presenza alla quale però si è ammessi passando attraverso l'oscurità della fede.

Seguendo la direzione suggerita dalle mura della locanda l'occhio si dirige verso la scena dipinta in basso a sinistra del Tergo, dov'è collocato l'inizio della narrazione: l'ingresso trionfale di Cristo nella Gerusalemme terrena. A Emmaus il percorso è compiuto, la folla è scomparsa, il trionfo lontano: siamo toccati dal Mistero in maniera personale e discreta. La croce si è interposta fra la Gerusalemme dei trionfi e il cammino faticoso di Emmaus: qui ci scopriamo diretti verso una Gerusalemme che non è di questo mondo, le cui porte sono oscure perché nascoste dentro il cuore dell'uomo. Qui arde la fede, qui risiede la forza che apre gli occhi allo stupore di vedere Dio presente nelle pieghe del quotidiano. Da qui si riparte per la Gerusalemme terrena missionari di un annuncio: Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone! (Lc 24, 34).

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