Don Divo Barsotti. Meditazioni per il Venerdì Santo

Venerdì SantoPrima meditazione
La sofferenza di Gesù continua in noi, ma insieme si fa presente in noi la gloria della sua resurrezione
Il mistero che celebriamo propone alla nostra meditazione uno dei temi fondamentali, ma anche più sconcertanti del Cristianesimo. Nell'Antico Testamento il male morale non era distinto dal male fisico. Tutto si diceva "male"; tuttavia anche se si parlava indifferentemente dell'uno e dell'altro, una distinzione era implicita. Per noi cristiani la distinzione è così netta, così assoluta da farci vedere nel male fisico il mezzo più efficace scelto da Dio per la distruzione del male morale. Il Figlio di Dio muore sulla Croce, accetta di soffrire nel suo corpo e nella sua anima tutti i tormenti per la salvezza dell'uomo e questa salvezza è la remissione del peccato (male morale).Ora questa prospettiva ci dice la grandezza della sofferenza. Bisogna dirlo fra virgolette, eppure bisogna dirlo: "il bene" della sofferenza nell'economia cristiana; perché quello che Dio ha scelto una volta, lo ha scelto per sempre e anche oggi rimane vero che dalla sofferenza umana nasce il bene.Si noti: non importa nemmeno soffrire per Iddio, dice San Giovanni Crisostomo; la sofferenza come tale ha sempre un prezzo. Si capisce che se la sofferenza ci porta alla ribellione contro Dio, diviene motivo di un male morale e allora è evidente che non si può più dire questo; ma nella misura che la sofferenza, anche se non è vissuta per Iddio, non è però motivo di male morale, questa sofferenza ha sempre un valore redentivo, cioè ha il valore più alto che ogni azione umana possa compiere. E la nostra azione è più efficace quanto più siamo passivi, quanto più soffriamo del male del mondo. È un insegnamento che sconcerta, difficile ad accettarsi, perché la nostra natura reagisce nei confronti della sofferenza con una certa ripugnanza istintiva e un certo rifiuto istintivo. Ma il fatto di questa reazione istintiva non toglie nulla alla grandezza della sofferenza. Di fatto questa reazione l'ha provata anche Gesù; prima di iniziare la sua Passione Egli ha pregato il Padre: "Padre,se è possibile allontana da me questo calice". Che cosa dunque c'è di strano se anche l'anima nostra prova una reazione immediata di ripugnanza e di rifiuto nei confronti della sofferenza, sia che questa colpisca il fisico, sia che opprima l'anima?Di questo insegnamento la prova più alta la dà la liturgia della Chiesa Russa la quale celebra come santi coloro che hanno subito una morte violenta, anche se non l'hanno sofferta per il Signore, né direttamente, né indirettamente.Tutto questo ci dice come, di fatto, il male del mondo, non dico il peccato, ma il male del mondo, la sofferenza degli uomini, faccia presente anche oggi la Passione di Gesù.S'è parlato ieri della Presenza del Cristo ma la Presenza del Cristo implica di per sé una nostra identificazione con Lui; fintanto che non ci siamo identificati con Lui, Lui non è presente. La Presenza suppone di essere noi investiti da Lui, penetrati da Lui, posseduti da Lui, divenuti una sola cosa con Lui; suppone, dicevo ieri, una certa immanenza del Cristo in noi e di noi in Cristo. Una immanenza che è analoga alla presenza del Padre nel Figlio e del Figlio nel Padre.Che cosa dice l'Inno delle Lodi del lunedì? "In Patre totus Filius e totus in Verbo Pater". Ecco l'immanenza delle Persone Divine. Il Padre è totalmente nel Figlio, il Figlio è totalmente nel Padre. Così la Presenza nel mistero cristiano implica che il Cristo è in me e io sono in Lui. Ma questa presenza del Cristo in me e di me in Lui che cosa esige? Evidentemente per noi che viviamo in una natura passibile, esige la presenza del dolore, la presenza della croce. Esige, ed esigerà, fino alla fine del mondo, la presenza della sofferenza umana. Da che cosa ci ha redento il Signore? Lo dice nel modo più categorico quella parola di Gesù che ha dato un senso alla sua morte. Che cosa dice Gesù quando dà un senso alla sua morte?Guardate che se togliamo i testi della istituzione eucaristica noi possiamo dire col Bhulman che la morte di Gesù non ha alcun senso perché è stata solo un accidente capitato sul lavoro. Lui era un rivoluzionario, uno che andava contro il pensiero degli scribi e dei farisei e questi lo hanno buttato fuori. Questo non comporta che la sua morte abbia un senso o un valore per sé. Se la morte di Cristo non è un accidente capitato sul lavoro, è perché Nostro Signore avanti di morire ha detto perché moriva, perché versava il suo sangue: "Prendete e bevete, questo è il Calice del mio Sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati". È il male morale che il Signore vuole distruggere. La Redenzione operata da Cristo è fondamentalmente ed essenzialmente la liberazione da questa separazione da Dio, da questa opposizione con Dio che il peccato ha creato. E questa liberazione dall'opposizione, il Cristo l'ha ottenuta con la sua morte. Questa presenza del mistero cristiano, se si parla di presenza, suppone la nostra medesima morte, suppone la nostra stessa sofferenza, la nostra passione. Nostra che è la sua, sua che è la nostra, perché siamo uno in Cristo Gesù.Allora voi vedete la grandezza della sofferenza umana, allora voi potete capire l'importanza, il valore, l'efficacia insostituibile della sofferenza umana."O Crux, ave spes unica...""O Croce, unica speranza, ti saluto!"La Croce di Gesù, si, ma è la tua croce! C'è una differenza? Nella misura che il Cristo per te è presente, non c'è differenza. È nella misura che tu non sei nel Cristo che c' è una differenza. Ma noi tutti siamo nel Cristo. Se non c'è una opposizione dichiarata a Cristo Signore attraverso il peccato, anche chi inconsciamente soffre, è già in Cristo.Da questo si capisce il perché della sofferenza degli innocenti. Non è vana, non è inutile, ma è efficace, perché è la sofferenza del Cristo. Sono in Cristo, sono in Cristo per il Battesimo e anche indipendentemente dal Battesimo perché l'Incarnazione del Verbo raggiunge tutta la natura umana. Naturalmente tutto questo è vero per coloro che, non avendo una volontà propria, non potendo avere una coscienza del mistero cristiano, non si oppongono a questo mistero. Ecco perché anche la Chiesa cattolica celebra la Festa dei Santi Innocenti, sebbene non sapessero né loro, né i loro genitori, di morire per il Signore.Di qui noi comprendiamo il valore che ha la sofferenza nell'economia cristiana. Nostro Signore ha rovesciato anche qui tutti i valori. Ieri si parlò di un rovesciamento dei valori, ma il rovesciamento massimo dei valori è proprio qui: l'atto supremo della vita del mondo è una morte subita, accettata per amore.Ci sono dei Santi che soffrivano di non poter soffrire. Ci sono dei Santi i quali trovavano la loro gioia unicamente nella sofferenza. È qualche cosa di morboso, di malsano? Può anche essere perché la nostra natura istintivamente non può reagire al dolore che col rifiuto. Ma se nella fede l'anima capisce che dal suo dolore e dalla sua sofferenza; più che da qualsiasi altra cosa, può dipendere, non solo la sua salvezza, ma la salvezza del mondo, allora non è più malsano. Questo spiega certe pagine impressionanti che fanno un po' spavento, di Santa Veronica Giuliani, che non si contentava mai di patire abbastanza. Io non vi chiedo di arrivare a questo, ma di capire il disegno divino. Dio è sempre Colui che dal male dell'uomo sa trarre un bene maggiore, così che la Chiesa può cantare proprio nella Veglia Pasquale: "O vere necessarium Adae peccatum". "O veramente necessario peccato di Adamo che è stato distrutto dalla morte di Cristo". E può cantare ancora: "O felix culpa quae talem ac tantum meruit habere redemptorem". "O colpa felice che meritò di ottenere un tale e tanto Redentore".Dio vince sempre, e noi non possiamo rimproverare a Dio di aver lasciato il dolore nel mondo; non dobbiamo ribellarci a Dio, se il Signore ci fa partecipi in qualche misura della sofferenza, perché nella vita presente, la Presenza del Cristo in noi che viviamo in una natura passibile, non fa noi partecipi già ora della gloria della Resurrezione, ma ci fa partecipi della sua vita passibile, cioè della sua capacità di soffrire. Quando si fanno i Voti Perpetui, noi consegnamo a chi li emette una croce nuda e diciamo: "Ecco il talamo delle tue nozze col Cristo"; la nostra unione col Cristo avviene sulla Croce.Io vi chiedo una cosa prima di andare avanti nella meditazione, vi chiedo di ringraziare Dio, ora, per i dolori che avete sopportati; non per quelli che verranno, ma per quelli che avete già superato. Ringraziatene il Signore. Egli vi ha unito a Sé, Egli vi ha fatto partecipi della sua passione, dalla quale dipende la salvezza del mondo. Perché se siamo una sola cosa col Cristo, come diciamo nella nostra formula di consacrazione, "In Lui e per Lui, noi tutti diveniamo salvatori del mondo e rivelatori del Padre". Non quasi che il Signore abbia bisogno di noi, ma è Lui che ci associa a Sé, perché in qualche modo dipenda anche da noi la salvezza di tutti.Ecco dunque quello che ha operato il Cristianesimo: non una distinzione, ma quasi una opposizione fra il male che colpisce il nostro corpo e la nostra anima, e il male morale che è invece il peccato.Mentre nell'Antico Testamento non c'è una distinzione vera, almeno nel vocabolo, per noi cristiani la distinzione c'è: si parla di sofferenza e si parla di peccato. Sono mali tutti e due, ma quella è un male che salva, mentre questo è un male che ci condanna.Ed ecco il mistero della Croce che rimane fino alla fine perché fino alla fine il mondo ha bisogno di essere salvato. Fintanto che c'è il peccato, bisognerà che ci sia sempre anche la Croce, perché si faccia presente la redenzione operata da Cristo.Voi dite: Nostro Signore ha già redento tutti i peccati. Certamente. Ma il peccato, pur essendo tutto redento, vien commesso ancora; dunque bisogna che anche ora sia presente la Croce di Cristo, nel suo Corpo Mistico che è la Chiesa. Non quasi che la morte di Gesù non sia bastevole alla salvezza del mondo, di tutti i mondi, ma proprio perché Egli ci ha fatto un solo corpo con Sé, non può farsi presente ora, nel mondo, in te, che attraverso la presenza della sua stessa Passione.Ieri l'altro leggevo l'ultimo numero giuntomi di "Russia cristiana" e mi domandavo: tutto questo dolore immenso, questa tragedia di una umanità, calpestata, oppressa dalla incredibile cattiveria dell'uomo, dovrebbe essere inutile? Al confronto non è sofferenza la nostra; non diciamo di soffrire! nei confronti di questa immane tragedia che ha colpito l'umanità in questo secolo in Russia, in Germania, e ovunque perché poi queste torture sono divenute comuni anche nelle nazioni cosiddette civili: nell'America Latina, in Francia, in Algeria... Ebbene questa immane tragedia non diciamo che è senza senso, non diciamo che non ha valore di fronte a Dio! È la Passione del Cristo che continua in tutti coloro, anche se colpevoli, che accettano, che non si ribellano, che non fanno della loro sofferenza un motivo per scagliarsi contro Dio. Questa sofferenza deve avere un prezzo: è la Croce del Cristo. "Stat crux dum volvitur orbis".La Chiesa è presente là come era presente sul Calvario. Sul colle dell'infamia era presente tutto l'amore di Dio, era presente tutta la onnipotenza redentrice del Cristo. La Chiesa è presente nei Lager, anche se non lo sanno i Vescovi. La Chiesa è là, perché là è il Cristo che soffre.Vi ho detto prima: basta che l'anima non rifiuti deliberatamente la rivelazione divina perché un legame vi sia tra ogni uomo e Cristo.L'Incarnazione, dice San Cirillo. d'Alessandria, raggiunge tutta l'umanità. E Pio IX afferma che nessuno, se non per un suo peccato personale può essere condannato. E se non sono condannati vuol dire che se non ci sono peccati attuali di rifiuto di Dio, c'è sempre un legame col Cristo.L'Incarnazione "afficit totam naturam", "L'Incarnazione del Verbo raggiunge tutta la natura umana". Di qui ne deriva che là dove non c'è il rifiuto, là è piantata la Croce di Gesù. Noi non possiamo separare la morte del Figlio di Dio da questa passione umana che si dilata nel tempo e nello spazio fino ad abbracciare tutta la terra, fino a divenire il contenuto supremo della storia del mondo. Perché come la vita di Gesù di Nazareth raggiunge il suo vertice nella morte di croce, così è nella sofferenza degli uomini che la vita del mondo, la storia degli uomini trova il suo compimento ultimo. È l'offerta di Sé che il Cristo fa nelle sue membra al Padre per la salvezza di tutti. Che cosa dovremo noi a tutti questi che hanno sofferto? lo sapremo soltanto domani.Di qui noi dobbiamo capire che se la sofferenza umana in qualche modo continua e fa presente la Passione di Gesù, questo significa che la nostra stessa sofferenza deve avere un prezzo per noi; deve averlo più coscientemente ancora che per gli altri; deve averlo in una accettazione ancora più serena che per gli altri; deve averlo in una unione anche più cosciente e più libera col Cristo più che negli altri.Sappiate santificarvi nei vostri dolori! E non condannate Dio se Egli vi vuole partecipi di tanta grandezza, di tanta dignità, di tanta efficacia.Forse tutti noi qualche sofferenza l'abbiamo avuta e l'abbiamo ancora. Benediciamone il Signore!Vi ho detto prima che benedire il Signore vuol dire superare il rifiuto istintivo della nostra natura. Noi rimaniamo uomini, ma trasformiamo la nostra sofferenza in amore, così come l'ha trasformata Gesù: "Nessun maggior amore che dare la propria vita per gli amici". Ed Egli ce ne ha dato l'esempio perché noi viviamo la stessa sua Passione, perché Egli ci dice "Et nos debemus propatribus animas ponere". "Anche noi dobbiamo dare la vita per i nostri fratelli". Oh; Dio non ci chiede la vita! ci chiede soltanto qualcosa, ci chiede soltanto una pena intima, forse qualche sofferenza fisica. Doniamogliela liberamente e trasformiamo tutto in un atto di amore.Per trasformarlo in atto di amore che cosa fare?La prima cosa: sentirci uniti a Gesù proprio nel nostro soffrire per offrire questa nostra sofferenza al Padre e ai fratelli.Ma il Padre è forse ingordo di sangue? È una domanda blasfema che sorge in noi perché non comprendiamo una cosa di fondamentale importanza: l'amore non è ricevere ma dare; e l'uomo non può dare che attraverso questo strapparsi alle proprie radici. L' oblazione, che è la vita del Figlio di Dio nella sua natura divina dall'eternità e per l'eternità, è senza dolore; ma ogni offerta di noi stessi, finché siamo legati al nostro egoismo implica uno strapparci a noi stessi, al nostro godimento, al volerci possedere, a non volerci donare agli altri, a non volere essere per gli altri, ma per noi.Noi viviamo una legge di amore centripeto; tutto traiamo a noi, tutto vogliamo per noi consciamente e inconsciamente. La legge dell'egoismo è essenzialmente legata alla nostra natura di creature prima, di creature nel peccato, dopo. Anche indipendentemente dal peccatolo l'uomo vive una legge di egoismo: abbiamo tutti bisogno di mangiare per vivere.È vero che se si mangia, si traggono a noi gli elementi del cosmo, e questi elementi vengono nobilitati, perché divengono nostra carne; però di fatto si traggono a noi. Non siamo noi che ci doniamo; si traggono a noi. E questo è vero non soltanto per la vita fisica, ma anche per la nostra vita spirituale. Anche per la vita spirituale ci si nutre, si usa dei beni degli altri. Che cosa sarebbe l'uomo se dovesse iniziare sempre la sua vita come una "tabula rasa"? Saremmo ancora come degli scimmioni anche se viviamo nel 2000. Noi non ci rendiamo conto che la nostra vita umana è il risultato di una alimentazione di tutta la cultura, di tutta l'esperienza umana dei secoli che ci hanno preceduto. Noi si è mangiato, ma quanto si e mangiato! Io non mi contento mai a mangiare. Avete veduto quanti libri ci sono nella mia biblioteca? Eppure non mi contento perché ne compro sempre degli altri. Donde nasce questa voracità, questo bisogno di crescere alimentandoci dell'esperienza altrui? Di tutto questo cibo io ho bisogno per essere uomo. Sul piano della vita spirituale la nostra voracità è immensa. Sul piano alimentare oltre un certo limite non si può andare; invece per quanto riguarda la vita spirituale la nostra voracità, è senza fine. Perché? Perché il nostro intelletto dice San Tommaso, è fatto per tutto il vero; perché la nostra volontà è fatta per tutto il bene. E quanto più cresce la nostra conoscenza tanto più cresce il bisogno di conoscere ancora, perché invece di eliminare i limiti del nostro sapere, quanto più cresce la nostra conoscenza, tanto più ci accorgiamo della nostra ignoranza. Chi non si riconosce ignorante è chi ha fatto soltanto le elementari, ma via via che si cresce, tanto più cresce il senso del nostro limite e il bisogno di superarlo continuamente.È questa la legge della vita umana, ma anche questo è egoismo; si vive per noi. Il vivere per gli altri è invece lo strapparci a noi stessi, e il donarci agli altri. Tutto questo costa sempre non solo fatica, ma dolore. Se ti getti nelle spine come San Benedetto o San Francesco, le spine ti portan via la carne e non ti fanno davvero bene. E se le spine mi fanno soffrire anche se mi strappano solo la pelle, figuriamoci quanto non devo soffrire se Dio mi vuol strappare totalmente a me stesso! E l'amore è sempre uno strapparci a noi per donarci.Certamente l'amore rende più amabile la sofferenza o almeno rende possibile a noi superare la ripugnanza della natura. Se noi sappiamo amare, anche la sofferenza ci peserà meno, sapremo superare la ripugnanza della nostra natura, come i santi. Perché i santi avevano imparato ad amare la sofferenza? Perché sapevano che Dio aveva bisogno in qualche misura della loro passione per poter donare il perdono a tutte le anime. Per questo essi si offrivano a Dio liberamente, non sempre con gioia, ma sempre con la coscienza del bene che potevano ottenere con la loro accettazione del dolore.Perché per noi è tanto difficile accettare il dolore? Perché ci sembra inutile, perché viviamo ancora con una mentalità, pagana. Noi sentiamo, umanamente parlando, che è il successo che conta in quello che facciamo. Se tu insegni bene, questo vale perché gli altri imparano e tu ti fai una posizione. Noi pensiamo che le cose, le azioni nostre hanno un valore in quanto portano ad un risultato visibile; non abbiamo la coscienza invece che la nostra sofferenza valga qualcosa. Le nostre sofferenze ci sembrano inutili e così ci lamentiamo e ci trasciniamo giorno per giorno, non solo senza gioia, ma anche senza la possibilità di una accettazione serena, senza quella forza che ci dà la possibilità di trasformare la nostra sofferenza in un dono di amore. Una delle cose più grandi invece che ha fatto il Cristianesimo è proprio questa: di trasformare la nostra sofferenza, che sembra inutile, che sembra vana, che sembra anzi una prova dell'impotenza di Dio, nel mezzo più alto, più efficace di redenzione umana. Il Cristo non ci ha salvato coi miracoli, il Cristo non ci ha salvato con la predicazione; ci ha salvato con la morte di Croce. Lo Sappiamo? Lo sappiamo e non lo sappiamo; lo sappiamo per Lui e non lo sappiamo per noi. Lo sappiamo per Lui perché tanto Lui ormai è morto e risorto sicché non soffre più; noi d'altra parte non ci sentiamo una sola cosa con Lui (anche se lo siamo), e per questo non vediamo come la Passione del Cristo si faccia presente in noi stessi.Come interpretare il testo di Paolo il quale dice che egli soffre per portare a compimento quello che manca alla Passione del Cristo? Può mancare qualcosa alla Passione del Cristo? La spiegazione è molto semplice: manca la sofferenza delle sue membra perché siamo un solo corpo. E manca non perché la sofferenza delle sue membra aggiunga qualche cosa alla sofferenza del capo, ma perché la Passione di Gesù si fa presente oggi, nella passione di coloro che sono il suo Mistico Corpo. Non c'è separazione fra me e Cristo, non c'è separazione fra il suo amore e il mio amore: è un amore solo; fra la sua vita e la mia vita: è una vita sola; non c'è separazione fra la mia sofferenza e la sua sofferenza: è sempre la Passione di Gesù. Allora comprendiamo perché il vero cristiano, secondo i primi secoli della Chiesa, è il martire. E guardate che l'insegnamento della spiritualità cristiana dei primi secoli, dopo la pace costantiniana, è questo: dimostrare che la vita ascetica era il martirio, il martirio quotidiano. Visto che gli altri non ci ammazzano più, noi viviamo questa ascesi proprio come una partecipazione alla passione di Gesù perché si faccia presente in noi questo martirio.Allora, miei cari fratelli, le sofferenze alle quali possiamo andare soggetti sono tante: rovesci di fortuna, incomprensioni da parte degli altri, desolazioni interiori, tentazioni, ma anche difficoltà nel lavoro, e infine le sofferenze fisiche di ogni specie. Ebbene tutto questo è un solo mistero: uno può soffrire nella carne, l'altro può soffrire nella sua anima, uno può soffrire nei suoi beni, un altro nei suoi figli, o nei suoi genitori, ma è sempre sofferenza. Non ci difendiamo dalla sofferenza; quello che è terribile è che nel nostro egoismo noi cerchiamo di difenderci non solo dalla nostra sofferenza, ma anche dalla sofferenza degli altri. Non ci difendiamo! Lasciamo che la sofferenza ci raggiunga, se c'è. Non cerchiamo dei narcotici. Narcotico non è soltanto la morfina, è anche la distrazione, è anche il volerci divertire, come si dice comunemente. Non sopportando un certo stato di cose, io mi do alla pazza gioia, cerco di uscire da questa situazione e rompo per esempio la mia unione col marito o con la moglie, oppure, anche se continuo a stare insieme, faccio come se non ci fosse. È grave tutto questo.Noi dobbiamo saperlo che non dobbiamo difenderci, perché se il Signore ci manda una qualsiasi sofferenza, ricordiamocelo bene, ci chiama all'amore. Perché la Passione di Gesù non sarebbe nulla e non ci avrebbe salvato , se non fosse stato l'atto supremo dell'amore del Cristo. Del Cristo che, proprio perché ci ha amato "sino alla fine", ha strappato Se stesso fino alle più intime radici dell'essere perché si è donato fino alla morte e alla morte di croce.E anche un'altra cosa vorrei chiedervi: di non parlar mai di queste cose con un viso lungo cinque spanne dalla tristezza. Dobbiamo riconoscere la grandezza del dolore e saperlo accettare liberamente. Dobbiamo manifestare di essere dei salvati anche quando il dolore ci opprime, di essere dei salvati anche quando la sofferenza ci imprigiona. Che la sofferenza invece sia per noi come il cuore squarciato del Cristo dal quale sgorgò acqua e sangue. Anche per noi la sofferenza sia occasione di una donazione d'amore; che se non è gioia, è sempre però espressione di una vita che supera anche la gioia, perché è amore.Noi oggi dobbiamo contemplare Gesù Crocifisso cercando di mettere bene in evidenza la realtà oggettiva di questo mistero. Ma questa realtà oggettiva non è separabile dalla realtà soggettiva, cioè da noi, altro che nel caso che noi andiamo all'inferno, perché la realtà oggettiva, che è Cristo è reale in quanto si fa presente nelle sue membra. Realtà soggettiva ed oggettiva sono una sola cosa. Opporre l'aspetto oggettivo all'aspetto soggettivo, nella vita cristiana, vuol dire dividerci da Cristo. Pertanto è vero che dobbiamo contemplare Gesù crocifisso, ma questa contemplazione è sterile se non ci porta ad una accettazione serena della nostra partecipazione alla sua stessa Passione; questa contemplazione è sterile se non diviene per noi un impegno a saper soffrire quando il Signore ci chiede la sofferenza e soffrire in un modo gioioso, se è possibile.È questo che il Signore voleva dirvi stamani. Sappiate ringraziare Dio per i dolori che avete sopportato, non lo rimproverate più. Perché qualche volta lì per lì si rimprovera il Signore quando ci opprime, e questo può essere umanamente comprensibile; ma vi sono dei casi in cui si rimprovera Dio anche per i dolori passati! Oh, almeno una volta passati sappiamo accettarli e trasformiamoli in atti di amore. Ma anche per il dolore presente chiediamo a Dio la forza di trasformarlo in un atto di amore come ha saputo fare Gesú.
Seconda meditazione
La Passione secondo Giovanni rivela la regalità del Cristo. Morte e resurrezione sono un solo mistero
La liturgia del Venerdì Santo si esprime bene anche attraverso il colore liturgico, il rosso. Infatti la liturgia di questa sera non ha nulla di luttuoso, nulla di triste. Può essere drammatica la liturgia della Domenica delle Palme, in cui si può leggere la Passione di Matteo o di Marco o di Luca; ma non ha nulla di luttuoso, di triste la Passione che abbiamo letto stasera. La narrazione della Passione secondo San Giovanni è il riconoscimento della regalità di Gesù. San Giovanni nel suo Vangelo unisce insieme la morte e la glorificazione di Gesù. Tutto nella narrazione della Passione manifesta la piena padronanza che il Cristo ha di Sé; la sicurezza che la sua missione si adempie precisamente nel fatto che Egli da Se stesso si mette nelle mani di coloro che lo vogliono morto E questo si esprime nella proclamazione solenne della sua regalità di fronte a Pilato, il rappresentante dell'imperatore romano. Tutta la narrazione della Passione non è che una glorificazione del Cristo nella sua morte. Altro è il modo di narrare la Passione di Marco; altra è la narrazione di Matteo; perfino quella di Luca, anche se somiglia molto di più a quella di Giovanni, tuttavia anch'essa è enormemente diversa. In San Giovanni è la glorificazione stessa del Cristo che noi abbiamo contemplato.Per vedere la differenza che esiste fra Marco e Matteo e Giovanni basta fare il confronto delle ultime parole di Gesù riportate dai due sinottici e quelle riportate da Giovanni. Non sembra neppure la narrazione di una medesima morte. Questa morte per i primi è l'angoscia suprema di un'anima che si sente abbandonata da Dio e tuttavia non abbandona Dio: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Nella narrazione di Marco e di Matteo tutto converge in questo grido che non è imprecazione, ma è come l'entrare dell'anima di Gesù nell'abisso, nelle tenebre. Dio non risponde! Egli dona tutto Se stesso a Dio, anche la propria vita e Dio rimane in silenzio, come se non avesse accettato l'offerta. È qualche cosa di tragico, di estremamente drammatico quello che ci dicono il primo e il secondo Vangelo. Come interpretare questo grido del Cristo? Il fatto che dica "Dio mio..." sta a significare che in Cristo rimane la fede e la speranza e che questo grido è una preghiera e non una ribellione. Non è il senso dello sgomento di un'anima che ha perduto veramente il suo Dio e precipita nel buio della disperazione e dell'incredulità. "Mio Dio..." è preghiera, però la preghiera si unisce nel grido al sentimento vivo dell'abbandono. Il Cristo rimane fedele, ma per quanto riguarda l'esperienza umana del Cristo, stando ai primi due Vangeli, si può dire che Egli ha vissuto una certa esperienza, della pena del danno. Non manca al Cristo, dice Von Baltassar, la fede e la speranza, ma manca la luce della fede e della speranza. È come se Egli precipitasse nel vuoto. Ed è molto probabile che sia stata questa la morte di Cristo. Egli, dovendo subire il peso del castigo del peccato del mondo, doveva sentire di questo peccato l'orrore e l'orrore del peccato porta a questo senso di lontananza da Dio, di opposizione a Dio. Opposizione? No, è dir troppo! perché appunto quel "Mio Dio..." sta a significare che Egli ancora vive la sua unione col Padre; ed è naturale questo perché è Figlio di Dio, ma il Padre per la sua esperienza psicologica umana è come se non fosse per Lui. Dio chiede al suo Figlio un atto supremo di pura fede. È da questo supremo atto di pura fede che dipende la salvezza del mondo, perché se non avesse vissuto questo, Egli non avrebbe preso sopra di Sé il castigo del peccato umano.E quello che provano anche le anime più sante, quando giungono ai più alti vertici dell'esperienza mistica: l'abbandono di Dio. Esse sono strappate a tutte le cose; tutto il mondo non è più nulla per loro, e Dio rimane silenzio. Ed esse si sentono come smarrite in un deserto vuoto. Eppure in questo deserto sussiste il grido dell'anima che implora, il grido dell'anima che si affida, il grido dell'anima che ancora crede e spera. È in questo grido che il Cristo, solidale con l'uomo, vince l'infinita distanza che separa l'uomo peccatore dal Dio tutto Santo. In questo grido è vinto l'abisso dell'opposizione della creatura da Dio, perché è un grido di fede nonostante tutto, è un grido di speranza nonostante tutto, nonostante che l'anima si senta sola. Si sente, ma non consente. Tutto il problema è qui: "sente" l'abbandono di Dio, ma non "consente" a credere che Dio l'abbia abbandonata. Per questo può gridare: "Mio Dio... " perché fintanto che dice "Mio Dio..." Dio ancora c'è per colui che prega così.Da questa Passione narrata da Marco e da Matteo si passa a San Giovanni. In San Giovanni nessuna ansietà, nessuno sgomento! Tutto Egli vive con una suprema pace interiore, con un dominio totale di Sé. Si diceva prima: è la stessa morte? Gli Evangelisti ci hanno parlato del medesimo avvenimento? Quello che noi possiamo dire è questo: che si tratta dell'atto dell'uomo-Dio ed essendo questo atto l'avvenimento ultimo della vita dell'uomo-Dio, certamente questo atto ha dimensioni infinite. Ogni Evangelista lo vede secondo la prospettiva che gli è propria, secondo la visione teologica che si è proposto. Tutto questo non esclude minimamente che sia vera l'una e l'altra posizione degli Evangelisti. Comporre le quattro versioni è un'impresa gigantesca; le può comporre soltanto colui che potesse penetrare l'immensa profondità dell'esperienza del Cristo. Che siamo noi, poveri uomini, per poter sondare questa profondità? per poter abbracciare questa immensità di un'esperienza religiosa quale fu propria del Figlio di Dio nella sua natura mortale? Per noi certamente sarà sempre incomprensibile Dio nella sua natura; è infinito. E la mente umana, ma anche quella dell'angelo, come potrebbe sondare la profondità abissale del mistero di Dio? Ma non si tratta soltanto del mistero di Dio, anche il mistero dell'uomo-Dio; di una natura umana che è stata assunta dal Verbo. Il Verbo dà a questa natura umana le possibilità più estreme di una vita, di una ricchezza, di una profondità che ci separano infinitamente. Noi dobbiamo ritenere per vera la visione che hanno della morte di Cristo Marco e Matteo e vera la visione che ce ne dà San Giovanni. Comporre in unità questi Vangeli è un'impresa quasi disperata per gli esegeti. Addirittura gli esegeti scelgono le parole che sono più conformi alla loro visione. Mentre in San Marco c'è "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?", in San Luca c'è l'abbandono fiducioso pieno, sereno, dell'anima nelle mani del Padre. Guardate che Gesù è la prima volta che si rivolge al Padre e lo chiama Dio. Durante la sua vita, quando si rivolge a Dio, lo riconosce sempre come Padre. Invece nella Passione di Marco e Matteo è come se Egli non avesse più nemmeno esperienza della sua filiazione perché Dio; dice San Paolo "ha fatto di Lui maledizione". Egli si sente come respinto dal Padre perché solidale col peccatore, deve vivere la pena del nostro peccato."Dio mio, Dio mio...": è il "suo" Dio; dunque è un atto di fede e di speranza, ma tace il nome di Padre. Invece in San Luca dice: "Padre, nelle tue mani rimetto l'anima, mia". È l'atto di un abbandono pieno, fiducioso. In Giovanni è il "mistagogo", è uno che vive una liturgia: "Tutto è compiuto!" non ci sono grida. Anche in San Luca grida; in San Marco e in San Matteo sembra che gridi due volte, e già questo è mirabile, perché è una prova della divinità del Cristo. Infatti chi è crocifisso muore per asfissia, sicché non potrebbe nemmeno parlare invece che gridare. Il grido con il quale muore per il centurione è la prova della sua divinità: "veramente questi è Figlio di Dio". Perché e impossibile che uno gridi proprio in presenza della morte, quando muore di asfissia. La prova della divinità in San Marco e in San Matteo è il grido, questo grido terribile che squarcia il silenzio in cui si è compiuta tutta la scena. Invece in San Luca Egli grida, ma non si dice che cosa dica nel grido. In San Giovanni non grida, ma parla e parla tranquillamente: "Donna, questi è tuo figlio". "Questa è tua Madre" e poi ancora: "Ho sete!" Evidentemente questa sete non è in riferimento solo alla sua disidratazione; può voler dire anche questo, ma ha un evidente riferimento a quel che dice Gesù nel IV Vangelo: "Dammi da bere!". Le parole di Giovanni hanno sempre non solo vari significati, ma legami intimi che noi dobbiamo tener presenti perché la profondità del senso che hanno i termini nel IV Vangelo sono innumerevoli.Ma oltre che questa parola."Ho sete" ecco come termina: "tutto è compiuto!". È come se questa liturgia, che è come un rito sacro, avesse avuto il suo compimento. Cos'è questo compimento? È il compimento dell'economia divina. Giovanni sa benissimo che in Cristo si compie il disegno di Dio: la morte di Croce realizza il fine dell'universo, realizza la ragione della Creazione, realizza il piano di Dio. Non c'è più nulla da attendere; più nulla! La storia dei mondo è finita... finita! Per Giovanni è assolutamente finita. Non esiste storia, non esiste più tempo, esiste solo l'atto del Cristo. E questo è vero per tutti noi. L'ho detto sempre, lo dirò sempre: una delle eresie più grandi del Cristianesimo moderno è credere nella storia come storia oggettiva. Non esiste una storia oggettiva, esiste una storia soggettiva: i popoli debbono sempre più partecipare del mistero della Morte e Resurrezione del Cristo. Esiste un cammino nella nostra vita ed è l'inserimento progressivo in questa Presenza. Ma la realtà vera è la Presenza del Cristo; la Presenza del Cristo nella morte e resurrezione. "Tutto è compiuto"! Non c' è più nulla da attendere, più nulla avverrà,. Egli rimane! Rimane nell'atto di una Redenzione universale, rimane nell'atto di un amore infinito al Padre e a tutti gli uomini, rimane in questo atto di amore che congiunge per sempre il ciclo alla terra; rimane in questo atto che è al vertice di tutta la vita: della vita degli uomini, della vita degli angeli, della vita dell'universo intero. Non c'è più nulla oltre questo atto. Se pensate che ci sia qualche altra cosa non siete più cristiani! Oltre il Cristo non si va, se il Cristo è Figlio di Dio e se in Lui, Figlio di Dio, veramente si è compiuta la volontà del Padre."Tutto è compiuto!": ecco ciò che ci dice oggi il Vangelo. Capite la grandezza di questa Morte come la vede Giovanni? Vi rendete voi conto della grandezza di questo avvenimento come la contempla e ce ne dona l'annunzio il quarto Evangelista? Si diceva ieri nella prima meditazione - ed è la cosa più grande che noi possiamo pensare - che dobbiamo credere che tutti gli uomini - miliardi e miliardi e miliardi di uomini - nel loro destino dipendono da quell'avvenimento. In quell'avvenimento è il destino di tutti; in quell'avvenimento è la salvezza di tutti. In quell'avvenimento!... e soltanto in quell'avvenimento! Quest'avvenimento dunque emerge unico e assoluto come atto nel quale si conclude la storia degli uomini e nel quale la storia degli uomini trova (lo dice Gesù), il suo compimento ultimo.Questo noi abbiamo detto nell'annuncio del Vangelo che abbiamo fatto stasera, e lo abbiamo annunciato proprio perché dobbiamo rimanere in quel vertice. Se siamo cristiani dobbiamo rimanere in quel vertice cioè vivere, dice Kirkegaard, "come contemporanei del Cristo..." No, non come contemporanei, perché in quell'attimo noi non viviamo nel tempo, ma al culmine del tempo, cioè in un attimo in cui il tempo dell'uomo si è unito all'eternità stessa di Dio. Oltre questo incontro del tempo con l'eternità non ci può essere nulla perché l'uomo, tutti gli uomini, tutta la storia non può andare oltre Dio e Dio in quell'atto si è veramente comunicato al mondo, veramente il mondo in quell'atto è stato sollevato fino alla dimensione di Dio.Ma se questo dice Giovanni nella sua Passione, dobbiamo anche renderci conto della verità della narrazione di Marco e di Matteo: "Tutto si è compiuto" attraverso questa Passione che ha richiesto al Figlio di Dio una purezza assoluta di fede, una speranza che ha vinto tutte le disperazioni umane, tutti gli sgomenti umani, tutta la solitudine dell'uomo. Notate che secondo Marco e Matteo la vita di Gesù termina in un "perché" che non ottiene risposta: "Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?" E segue a questo grido il silenzio della morte. Vi rendete conto della grandezza di quello che ci dice questo supremo grido del Cristo? Vi rendete conto di quello che Dio chiede a un uomo, all'Uomo che è Cristo, ma anche a noi tutti, uomini vivi? Tanto più noi vivremo la nostra unione con Dio, tanto più noi sapremo partecipare alla purezza di quella fede, alla purezza di quella speranza, di una speranza che non può essere vera, come altre volte vi ho detto, se non è la speranza dei disperati cioè di quelli che non possono più poggiare su nulla tranne che su un Dio che tace, tranne che su un Dio che rimane incomprensibile, eppure tu sai che è l'Amore!Troppo spesso noi vogliamo vedere la Santità nella pace interna, nella dolcezza, nella gioia. La Santità vera ha conosciuto sempre questi abissi, non di disperazione, ma di angoscia, di desolazione intima, di smarrimento supremo; e da questi abissi l'anima emerge soltanto per la cima dello Spirito. Pensate alla vita della Beata Teresa Eustachio Verzeri, alla vita di Santa Crocifissa di Rosa o a tanti altri santi come San Francesco d'Assisi che sente nel finire della sua vita che tutto gli crolla attorno. Lui che sempre era seguito da una folla enorme di discepoli, sente che questi discepoli tradiscono il suo ideale, si sente solo, il solo fedele all'ideale a cui aveva consacrato tutta la sua vita; ideale di suprema povertà, ma anche di obbedienza totale alla Chiesa; poi i discepoli di Francesco si scinderanno: alcuni sceglieranno l'obbedienza alla Chiesa altri sceglieranno la povertà, ma nessuno saprà vivere insieme come Francesco - e come Gesù - la fedeltà a Dio e la suprema vita di perfezione alla quale si era con sacrato.Dunque noi celebriamo oggi la Passione del Signore, ma non dobbiamo celebrarla con sentimenti di tristezza perché è la glorificazione del Cristo e la nostra salvezza che noi celebriamo.Finita l'omelia noi dovremo elevare a Dio la preghiera universale, una preghiera che noi sappiamo che sarà esaudita, la preghiera per tutti i bisogni degli uomini, la preghiera per tutta l'umanità. Tutta la umanità infatti dipende da quella Croce. Ma da quella Croce l'umanità può sperare ogni cosa, da quella Croce l'umanità può ricevere tutto, perché ha già ricevuto il sangue di un Dio.Noi oggi celebriamo la Passione e nella passione celebriamo già la nostra vittoria perché è la sua vittoria; celebriamo la nostra salvezza perché celebriamo il compimento del disegno di Dio. Morte e Resurrezione non sono due aspetti antitetici, sono un solo Mistero. La morte stessa è la glorificazione, perché è la suprema manifestazione dell'Amore e insieme la suprema efficacia di un Amore che vince l'abisso della opposizione fra la creatura e Dio. Non solo colma la distanza infinita che separa la creatura dal Creatore, ma vince l'opposizione che il peccato aveva creato. La Santità si unisce in Cristo non al peccato, ma all'esperienza che deriva dal peccato cioè a questa opposizione radicale, mostruosa, della creatura al Creatore, così che non vi è più lontananza, non vi è più inimicizia, non vi è più separazione. Tutto è uno! E se tutto è uno, la nostra fede nella morte di Cristo non ci permette di avere più sentimenti di turbamento, di timore; di angustia. Proprio la nostra povertà Egli ha assunto, proprio la nostra debolezza Egli ha assunto, proprio il nostro peccato Egli ha assunto e lo ha vinto perché l'amore suo è stato più grande di ogni peccato, più grande perfino dell'inferno. Egli ha voluto subire, in qualche misura, la pena stessa del danno per distruggere nella sua morte l'inferno medesimo.No, io so che l'inferno è reale, so che l'inferno esiste e tuttavia - secondo alcuni grandi teologi, sia protestanti che cattolici - la morte di Cristo - in qualche modo ha distrutto l'inferno. L'ha distrutto oggettivamente; soggettivamente se uno vuole, ci può sempre andare perché è evidente che Dio non condanna nessuno, non ha condannato più nessuno da quel momento, e da quel momento nessuna condanna viene da Dio. L'inferno è soltanto di chi ci vuol andare, di chi vuol rifiutare per sempre questo amore infinito, questo amore immenso che tutto può. L'inferno è soltanto la creazione dell'uomo, non è più la creazione di Dio. Dio è l'amore che salva Dio e l'amore che tutto riempie, Dio è l'amore che tutto sommerge nel suo oceano di luce.Dio è questo! Abbiamo noi motivo di temere? Di noi stessi sì, perché possiamo non credere all'amore; di noi stessi sì, perché possiamo rifiutarci all'amore; di noi stessi sì, perché possiamo sottrarci all'amore. Ma se noi ci apriamo ad accogliere questa luce immensa, se ci apriamo ad accogliere questo amore infinito, in noi stessi vivrà il Figlio di Dio per glorificarci nonostante quello che siamo, perché in noi da oggi in avanti il Padre non potrà vedere più che il suo Figlio. Egli ha preso sopra di Sé, non tanto le nostre sembianze, ma quello che è più proprio di noi. Perché che cosa ha di proprio l'uomo se non il peccato? ed Egli l'ha preso! Dal momento che il Padre ha dovuto riconoscere in Lui, Figlio Unigenito, la nostra responsabilità di peccatori, in noi ora il Padre non vedrà più che il suo Figlio.Ecco quello che è avvenuto con la Morte di Croce, miei cari fratelli. Gioia pura! Deve aprirsi la nostra anima in una speranza immensa, deve aprirsi la nostra anima in una fiducia senza. più confini, deve abbandonarsi la nostra anima a questo amore di Dio. Questo ci chiede oggi la Passione di Gesù Salvatore.Come vedete è stato con ragione che alle vesti violacee di una volta, la Chiesa ha voluto che subentrasse il colore roseo, il colore del trionfo; il colore della porpora, della regalità. È veramente il Cristo Re che domina tutto, il Cristo Re che ha ripreso possesso di tutta quanta la creazione per portarla a Dio. Noi viviamo questo trionfo di amore.Non separiamo il Venerdì Santo dalla Pasqua. La morte e la Resurrezione sono un solo Mistero e pertanto non ci deve turbare la nostra partecipazione alla Passione del Cristo. Noi stamane abbiamo parlato della nostra partecipazione alla Passione e abbiamo detto che la sofferenza del Cristo deve continuare in noi fintanto che dura il peccato. Ma abbiamo detto anche che nella nostra sofferenza viviamo già la glorificazione, come il Cristo che nella sua Passione ha vissuto già la sua vittoria. Non aveva detto forse Gesù nel XIV capitolo: "Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo!"? E lo dice proprio mentre si incammina verso la Croce. Egli ha già vinto, e anche noi abbiamo già vinto. Fra quanti anni?... vivremo finalmente la partecipazione di questa gloria immensa che è già nostra, anche se ora la viviamo nella condizione mortale, come Gesù che viveva la sua vittoria nell'angoscia suprema della sua agonia.

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