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IV Domenica del Tempo di Quaresima (Anno C)

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Benedetto XVI: La relazione con Dio si costruisce attraverso una storia di libertà, cadute e misericordia.







IL COMMENTO


La famosa parabola di questa domenica è, nel contesto proprio della quaresima, una chiamata a conversione. Non è un caso che sia proclamata nella domenica Laetare, dove la gioia è protagonista. Il frutto della conversione infatti è la gioia del ritrovamento. Quella del Padre che ritrova suo figlio, la stessa della donna che ritrova la sua dramma perduta, e quella del pastore che ritrova la pecora smarrita. La gioia del Signore risorto che riverbera in quella dei discepoli al ritrovarsi dopo le angosce e i dolori della Croce.

La conversione è legata al
ritrovare. Presuppone dunque una ricerca, che in questo Vangelo, a differenza di altri, è meno evidente. Il Padre cerca il figlio con il cuore vigile alla finestra di casa. Ma la vera ricerca è quella che riguarda il figlio. Innanzi tutto egli cerca la pienezza della vita e parte tagliando con suo padre e allontandosi dalla sua casa. Si avvia però su un cammino di morte e la ricerca si risolve nel completo fallimento, nella solitudine e nella fame che, dopo averlo mosso, si fa ancor più stringente perchè inappagata.

Ma quel che a prima vista sembra un esito tragico e definitivo si rivela il momento decisivo per il suo cuore inquieto. La ricerca della felicità, del compimento si infrange sulla rivelazione cruda e amara della menzogna che lo aveva sedotto. E rientra in se stesso.
Ritrova se stesso. S'era perduto progressivamente tagliando i legami con suo padre e la sua casa, e, avendone esaurito l'eredità ricevuta, aveva perduto la sua stessa identità. Non si riconosce più neanche come figlio.

Ma ritrova qualcosa, quel se stesso che s'era sbriciolato nella stessa misura in cui aveva dilapidato le sostanze, che sono molto più dei beni materiali. In casa era figlio, poteva aprire il frigorifero e mangiare a sazietà, la sua dignità di figlio ne costituiva l'essere e il ruolo,
era ed ora non è più. Ma ritrova un brandello di quella dignità, qualcosa di confuso vibra al fondo di se stesso e lo muove al ritorno, una consapevolezza misteriosa che lo fa sperare d'essere riaccolto, almeno come un servo. E' l'immagine dell'uomo ferito dal peccato. Per quanto possa essere infangata l'immagine di Dio, per quanto un uomo possa cadere nell'abisso e la distanza dal suo Creatore possa dilatarsi, il seme di vita eterna deposto in lui, la dignità di figlio di Dio non può esser cancellata. Scive il Catechismo: "la natura umana non è interamente corrotta: è ferita nelle sue proprie forze naturali, sottoposta all'ignoranza, alla sofferenza e al potere della morte, e inclinata al peccato (questa inclinazione al male è chiamata «concupiscenza») (N. 405).

Il figlio minore, stretto dai morsi della fame, nudo e ridotto a nulla, macchiato e impuro dal contatto con i porci, lontano dal Padre, dalla sua casa, dalla stessa religione e dal Popolo eletto, ai margini della vita, come l'uomo incappato nei briganti e gettato sul ciglio della strada mezzo morto, incontra un misterioso samaritano, qualcuno che, rompendo gli schemi della giustizia umana e religiosa, proprio lì nel fango immondo, ha compassione di lui, e gli versa sulle ferite olio e vino. No, non appare nulla di tutto questo nella parabola odierna, ma è tutto nascosto come in filigrana nelle pieghe dell'animo di quel giovane. La misericordia di Dio non lo aveva abbandonato. Lo sguardo del Padre era andato ben oltre l'orizzonte dove giunge l'occhio umano. Quello sguardo d'amore e gravido di misericordia lo aveva accompagnato con una pazienza a noi sconosciuta. La misericordia di Dio non ha misura, è ben oltre quella dei farisei, i più puri e intransigenti religiosi. La lettera non giunge agli abissi del cuore. La carne ed il sangue non rivelano quello che solo lo Spirito può testimoniare. Il buon samaritano piegato sul figlio prodigo è lo stesso sguardo di Dio che ha atteso, con la pazienza che rivela la sua infinita misericordia, l'esito della libertà. Gli occhi del Padre erano ora posati su quel suo figlio perduto, e si facevano memoria e nostalgia in quel letamaio in cui era precipitata la sua vita.

Quel ragazzo aveva percorso un cammino di discesa verso la verità. Ed ora essa si disvela, ma non si risolve in disperazione. Olio e vino, lo Spirito Santo e lo stesso sangue di Cristo sono lì ad accarezzare le ferite, ed è dolcezza e dolore, un'eco di quell'amore geloso e indistruttibile che non lo aveva mai lasciato. Rientrando in se stesso aveva ritrovato la traccia di quell'amore, un'ombra forse di quello sguardo paterno che lo riattirava a sè. Confuso nel deserto della sua anima il ragazzo percepisce la voce che parla al suo cuore, la carne straziata dal peccato diventava il pertugio da dove la misericordia aveva cominciato a riappropriarsi di quel che il demonio le aveva sottratto.

Il bruciore del vino e la dolcezza dell'olio lo fanno
levare, risuscitare secondo l'originale greco, per tornare da suo padre. Non si riconosce più figlio, ma riconosce il Padre. La conversione è ormai innescata, ha ritrovato quel che aveva perduto, la fonte della vita, suo Padre. Di se stesso ha ritrovato solo quell'ultimo brandello di dignità che lo lega alla vita, ma tanto basta. Non è più importante chi egli sia quanto chi sia il Padre, la radice dalla quale aveva reciso la sua esistenza.

E così può incominciare il suo esodo, il passaggio da una vita incentrata su se stesso ad una vita fondata su suo Padre. S'è levato, è risorto ed ora può tornare a casa sua. Il ritrovamento, la conversione, si fanno immediatamente cammino di ritorno,
Teshuvà secondo la spiritualità ebraica.

L'esperienza del figlio minore, abbiamo visto, è l'esperienza di Adamo ed Eva. Vive nella casa del Padre, possiede tutto come poi questi dirà al figlio maggiore. Eppure dal cuore scaturisce un'esigenza, una rivendicazione che, avendo davanti il quadro completo della parabola con il suo compimento, appaiono irrazionali. Ma come, aveva tutto e reclama solo una parte? Adamo ed Eva avevano il Paradiso completo a loro disposizione e si intestardiscono sull'unico albero che gli era vietato? Il dramma dell'uomo è tutto qui, in questo mistero che alberga nel suo cuore, quella porta socchiusa che si chiama libertà e che può volgersi tragicamente in un baratro oscuro di morte.

Il limite di un figlio è ontologico, non può che essere dipendente da suo padre. Nella stessa natura la crescita dell'uomo passa attraverso il difficile snodo del passaggio dalla dipendenza all'autonomia. Ma proprio al bivio decisivo dell'esistenza il grande mistero della libertà afferra e obbliga ad una scelta. Per questo uno dei mali più perniciosi e devastanti di quest'epoca è l'abbandono dei giovani a se stessi proprio in questo momento, che, tra l'altro, viene ogni volta più anticipato al fine di lasciare ancor più soli e disarmati gli adolescenti. Pensiamo alle esperienze di sesso indotte tra adolescenti sempre più giovani. Ma non solo.

Torniamo alla parabola. Il figlio minore non conosce suo padre, al pari del maggiore. Covano entrambi un sentimento di insoddisfazione che si traduce nell'uno in una concupiscenza manifesta, nell'altro in un sentimento d'ingiustizia che nasconde lo stesso appetito malsano. Per entrambi la carne ha il sopravvento. Il rapporto con il Padre, con la casa è profondamente malato, acerbo, immaturo. Non si è dato il passaggio trasfigurante capace di orientare lo sguardo oltre i limiti imposti dalle esigenze carnali. E' il dramma del mondo che vive di impulsi e istinti, dove la carne governa il pensiero e gli affetti. San Paolo insiste su questo in tutte le sue lettere. E' l'antropologia cristiana che evidenzia la verità sull'uomo, ferito intrinsecamente dal peccato originale. I suoi effetti sono quelli che appaiono nei due fratelli della parabola. Il graffio del demonio che penetra nell'intimo dell'uomo insinuando la menzogna primordiale. Dio non ti ama, ti limita, vuol fare di te una marionetta nelle sue mani.

Cedendo a questa menzogna il gioco per il demonio è fatto. Ogni pretesto sarà buono per irretire il malcapitato. Un fatto della propria vita, una tentazione, la famiglia, i genitori, i fratelli, il lavoro. In ogni evento si cela l'albero della conoscenza del bene e del male, inevitabilmente ogni uomo, come Adamo ed Eva, come i fratelli della parabola odierna, vi sbatteranno contro. Ed il serpente è lì, accovacciato, astuto, pronto con parole suadenti ed avvelenate. Dio è un padre che stringe d'assedio l'esistenza dei suoi figli, occorre tagliare, e prendere in mano la propria vita. Ma son mani bucate, incerte, orgogliose, incapaci di trattenere il bene e la Grazia. Reclamano autonomia, si ritrovano vuote, nude, capaci solo di male e peccato. Come Adamo ed Eva si sono accorti d'essere nudi, il figlio prodigo s'accorge del fallimento e della sua nudità interiore. Esattamente come il figlio maggiore, ancora cieco ma inesorabilmente solo e rinchiuso nell'egoismo ipocrita di chi mai ha gustato la dolcezza dell'amore di suo Padre.

Su entrambi brilla però la misericordia celeste. Il Padre che accorre ad abbracciare e accogliere il figlio smarrito e ritrovato, morto e ritornato in vita. Il Padre che si piega sulla durezza del figlio maggiore sciogliendosi in una preghiera mite e tesa ad aprire il suo cuore all'amore e alla misericordia. La misericordia è l'unica e reale origine della festa, della gioia che non passa, che nessuno può rapire. La misericordia di Dio è il segno del Cielo dischiuso sul mondo ingannato e preda della morte. La misericordia è il mistero che attira e muove il cuore alla conversione, creata da Dio, secondo i Maestri rabbini, ancor prima del mondo, in vista del pentimento dell'uomo. La misericordia che conduce e accompagna l'uomo nella sua discesa all'acqua battesimale, dove, nudo d'ogni ipocrisia e schiavitù della carne, seppellisce l'uomo vecchio e ritrova la dignità perduta; risorto a vita nuova può rivestirsi della veste più bella, la veste bianca battesimale, il candore sfogorante di Cristo risorto; e rinnovare, per pura Grazia, l'alleanza spezzata nel tradimento orgoglioso, e ricevere l'anello della nuova ed eterna alleanza nel sangue preziosissimo di Cristo; è la Pasqua compiuta, il vitello grasso, il banchetto celeste che può gustare solo chi ritorna nella casa del Padre. Tutto questo è opera della misericordia divina, il cuore stesso di Dio lacerato dal peccato ma invincibile nel suo amore geloso ed infinito.

Resta la durezza del fratello maggiore. E' una parola per ciascuno di noi, invitati a far festa per l'amore sconvolgente di Dio. La conversione passa anche per abbandonare atteggiamenti pseudo-religiosi, legalistici, moralistici e giustizialisti. Abbandonarsi alla misericordia di Dio, implorare da Dio la conoscenza profonda del proprio intimo, dell'estrema indigenza che ci caratterizza e del bisogno quotidiano del suo perdono. L'umiltà che è innanzi tutto verità. Per incontrare l'unica verità capace di salvarci e donarci una vita piena: l'amore infinito e misericordioso di Dio nostro Padre fattosi carne e vita in Cristo Gesù morto e risorto per noi.







Benedetto XVI: La relazione con Dio si costruisce attraverso una storia di libertà, cadute e misericordia.

Il Papa all'Angelus: gettiamoci tra le braccia di Dio e lasciamoci rigenerare dal suo amore misericordioso

Cari fratelli e sorelle!


In questa quarta domenica di Quaresima viene proclamato il Vangelo del padre e dei due figli, più noto come parabola del “figlio prodigo” (Lc 15,11-32). Questa pagina di san Luca costituisce un vertice della spiritualità e della letteratura di tutti i tempi. Infatti, che cosa sarebbero la nostra cultura, l’arte, e più in generale la nostra civiltà senza questa rivelazione di un Dio Padre pieno di misericordia? Essa non smette mai di commuoverci, e ogni volta che l’ascoltiamo o la leggiamo è in grado di suggerirci sempre nuovi significati. Soprattutto, questo testo evangelico ha il potere di parlarci di Dio, di farci conoscere il suo volto, meglio ancora, il suo cuore. Dopo che Gesù ci ha raccontato del Padre misericordioso, le cose non sono più come prima, adesso Dio lo conosciamo: Egli è il nostro Padre, che per amore ci ha creati liberi e dotati di coscienza, che soffre se ci perdiamo e che fa festa se ritorniamo. Per questo, la relazione con Lui si costruisce attraverso una storia, analogamente a quanto accade ad ogni figlio con i propri genitori: all’inizio dipende da loro; poi rivendica la propria autonomia; e infine – se vi è un positivo sviluppo – arriva ad un rapporto maturo, basato sulla riconoscenza e sull’amore autentico.


In queste tappe possiamo leggere anche momenti del cammino dell’uomo nel rapporto con Dio. Vi può essere una fase che è come l’infanzia: una religione mossa dal bisogno, dalla dipendenza. Via via che l’uomo cresce e si emancipa, vuole affrancarsi da questa sottomissione e diventare libero, adulto, capace di regolarsi da solo e di fare le proprie scelte in modo autonomo, pensando anche di poter fare a meno di Dio. Questa fase, appunto, è delicata, può portare all’ateismo, ma anche questo, non di rado, nasconde l’esigenza di scoprire il vero volto di Dio. Per nostra fortuna, Dio non viene mai meno alla sua fedeltà e, anche se noi ci allontaniamo e ci perdiamo, continua a seguirci col suo amore, perdonando i nostri errori e parlando interiormente alla nostra coscienza per richiamarci a sé. Nella parabola, i due figli si comportano in maniera opposta: il minore se ne va e cade sempre più in basso, mentre il maggiore rimane a casa, ma anch’egli ha una relazione immatura con il Padre; infatti, quando il fratello ritorna, il maggiore non è felice come lo è, invece, il Padre, anzi, si arrabbia e non vuole rientrare in casa. I due figli rappresentano due modi immaturi di rapportarsi con Dio: la ribellione e l’ipocrisia. Entrambe queste forme si superano attraverso l’esperienza della misericordia. Solo sperimentando il perdono, riconoscendosi amati di un amore gratuito, più grande della nostra miseria, ma anche della nostra giustizia, entriamo finalmente in un rapporto veramente filiale e libero con Dio.


Cari amici, meditiamo questa parabola. Rispecchiamoci nei due figli, e soprattutto contempliamo il cuore del Padre. Gettiamoci tra le sue braccia e lasciamoci rigenerare dal suo amore misericordioso. Ci aiuti in questo la Vergine Maria, Mater misericordiae.

UN PECCATO COSI’ ORIGINALE. Il pensiero moderno ha provato in tutti i modi ad abbattere un dogma centrale del cristianesimo. Invano

di Maurizio Schoepflin

In una lettera del 7 giugno 1793, indirizzata
al filosofo Johann Friedrich
Herder, Goethe scriveva tra l’altro:
“Kant dopo aver avuto bisogno di una
lunga vita umana per ripulire il suo
mantello filosofico dai numerosi pregiudizi
che l’insudiciavano, lo ha ignominiosamente
imbrattato con la macchia
vergognosa del male radicale affinché
anche i cristiani siano allettati
a baciarne il lembo”. Parole davvero
aspre, che non possono non sorprendere:
uno dei grandi geni dell’umanità
– il celeberrimo creatore di Faust
e di Werther, un autentico monumento
della civiltà germanica – che
lancia un’invettiva davvero sanguinosa
contro uno dei massimi pensatori
di tutti i tempi, il mite e rigoroso Immanuel
Kant, la cui opera rappresenta
uno snodo decisivo nella storia della
filosofia occidentale! Che cosa c’era
in gioco di così drammatico da suscitare
le ire goethiane? Di quale grave
colpa si era macchiato l’autore della
“Critica della ragion pura” tanto da
meritare un’accusa così pesante? Non
v’è dubbio che la materia del contendere
fosse di estrema e complessa
consistenza: si trattava infatti della
questione del peccato originale, che
qualcuno potrebbe essere ancora indotto
a ritenere adatta solamente a
teologi un po’ démodé o a pii seminaristi
di qualche congregazione tradizionalista.
In realtà, il problema del peccato
originale campeggia da venti secoli al
centro della ricerca e del dibattito filosofici
e teologici e il ponderoso volume
“Il peccato originale nel pensiero
moderno”, curato per l’Editrice
Morcelliana da Giuseppe Riconda,
Marco Ravera, Claudio Ciancio e
Gianluca Cuozzo, con le sue quasi novecento
pagine ce lo ricorda con forza.
Novecento pagine che, spaziando da
Cusano e Ficino fino a Dostoevskij e
Nietzsche, cioè dal XV al XIX secolo,
dicono con chiarezza che la modernità
non si è dimenticata minimamente
di Adamo, di Eva e del serpente,
ma anzi li ha posti al cuore delle proprie
riflessioni sull’origine, la condizione
e il destino dell’uomo. Novecento
pagine che ci fanno conoscere un
altro dato molto interessante, ovvero
che del tema del peccato originale si
sono occupati anche molti filosofi non
particolarmente vicini alla fede cristiana
e sicuramente assai lontani dai
dogmi del cattolicesimo: a questo riguardo,
i nomi di Thomas Hobbes, Baruch
Spinoza, Ludwig Feuerbach e
Arthur Schopenhauer risultano sufficientemente
esplicativi. Certo, alcuni
pensatori non soltanto hanno respinto
la verità dogmatica della caduta dei
progenitori come l’ha rivelata la Bibbia,
ma hanno cercato di dimostrarne
l’inconsistenza sotto ogni punto di vista;
ciò che comunque rimane incontrovertibile
è il fatto che tutta l’epoca
moderna, pressoché senza eccezioni,
ha dovuto e voluto fare i conti con
questo difficile argomento. Si consideri
proprio il caso di Kant, forse il più
emblematico di tutti, di quel Kant
che, come si è detto, fece perdere le
staffe nientemeno che a Goethe, e che,
secondo una valutazione unanime,
possiamo considerare il simbolo e la
sintesi della filosofia moderna, nonché
la porta di accesso a quella contemporanea.
Nel 1793, alla soglia dei
settant’anni, il grande pensatore di
Königsberg pubblicò l’opera “La religione
entro i limiti della sola ragione”,
uno scritto di notevole rilevanza
il cui primo capitolo, recante il titolo
“Della coesistenza del principio cattivo
accanto a quello buono nella natura
umana”, è dedicato all’importante
e drammatica questione del male radicale:
secondo Kant, vi è nell’uomo
una tendenza innata e naturale verso
il male, una sorta di corruzione che
spinge l’essere umano ad agire non
solamente in ossequio alla legge morale,
ma anche cercando di soddisfare
i propri impulsi sensibili e i propri desideri
egoistici. Questo male radicale,
che si presenta come la trascrizione filosofica
del biblico peccato originale
e che – afferma Kant – la gente comune
si raffigura con i tratti del diavolo,
è ineliminabile, e l’uomo non ha certo
la possibilità di cancellarlo con le proprie
forze, cosicché l’ estirpazione di
esso ha richiesto l’intervento diretto
di Dio, intervento che si è realizzato
nell’incarnazione e nella venuta sulla
terra di Gesù Cristo. Siamo così giunti
ai limiti stessi della ragione, la quale,
come non è in grado di spiegare l’origine
ultima del male radicale, non è
neppure capace di comprendere un
evento, quale è quello dell’esistenza
del Cristo storico, che la oltrepassa
completamente. Scrive Kant: “La ragione,
nella consapevolezza della sua
impotenza a soddisfare alle sue esigenze
morali, si estende fino a idee
trascendenti, che potrebbero compensare
quella deficienza, senza che la
ragione se le attribuisca come un suo
più esteso possesso. Essa non contesta
né la possibilità, né la realtà degli oggetti
di queste idee, ma solamente non
può assumerle nelle sue massime del
pensare e dell’agire. Anzi essa calcola
che se, nell’insondabile campo del soprannaturale,
v’è tuttavia, oltre ciò
che essa può rendere comprensibile,
ancora qualcosa, che sarebbe necessario
per supplire all’impotenza morale;
questo qualcosa, anche se sconosciuto,
tornerà pertanto di grande aiuto
alla sua buona volontà mediante
una fede, che (riguardo alla sua possibilità)
si potrebbe chiamare riflettente,
poiché la fede dogmatica, che si
spaccia per una scienza, apparisce alla
ragione insincera o presuntuosa”.
Il problema del male radicale viene
legato da Kant a quello della possibilità
della sua soluzione: eloquente,
a questo proposito, è il titolo del
secondo capitolo dell’opera, che suona
“Della lotta del principio buono
con il cattivo per la signoria sull’uomo”.
Il filosofo prussiano è sicuro che
l’uomo può e deve essere in grado di
superare lo scacco del male radicale,
pena il venir meno della stessa attuabilità
dell’imperativo morale: infatti,
se non fosse possibile per l’uomo vincere
la propria malvagità, non si darebbe
vita etica. Comunque, anche
nel caso dell’affrancamento dal male,
Kant ribadisce l’incompetenza della
pura ragione a renderne completamente
conto. Certo è che a ciascuno si
impone l’obbligo di impegnarsi con
tutte le sue forze per far trionfare in
sé la pura moralità; e tale impegno
non potrà mai essere sostituito da alcuna
pratica cultuale, anche se l’uomo
è autorizzato a “sperare che ciò
che non è in suo potere sarà completato
da una cooperazione superiore”.
L’unico vero culto resta per Kant la
retta condotta morale: tutte le altre
espressioni tipiche di una religiosità
esteriore sono da lui considerate forme
di superstizione, o di fantasticheria
o, ancora, di follia religiosa. Come
si può notare, ponendosi di fronte al
terribile mistero del male, Kant appare
per così dire combattuto: le esigenze
della ragione, che egli non intende
eludere, gli fanno prendere le distanze
dalla credenza nel dogma cristiano,
ma, nello stesso tempo, la tragica
e insondabile presenza di un pervertimento
posto alla radice stessa dell’essere
umano lo spinge a riconoscere
i limiti della razionalità che si dimostra
incapace di offrire al riguardo
una spiegazione plausibile. Anche dinanzi
alla figura di Cristo Kant manifesta
un atteggiamento oscillante, che
rimane tale anche al momento di valutarne
l’azione redentrice. Infatti, il
filosofo è preoccupato del fatto che
l’uomo possa attenuare il proprio impegno
etico confidando nell’opera
salvifica di Gesù Cristo, ma nello stesso
tempo non esclude che in Lui Dio
abbia voluto offrire all’umanità un sostegno
soprannaturale nella lotta contro
il male, sostegno senza il quale la
battaglia sembrerebbe perduta in
partenza. Emblematica – si diceva – la
posizione kantiana, e per svariati motivi:
non soltanto per quel suo stare
sul filo del rasoio tra razionalismo e
fede religiosa, ma anche per la coraggiosa
accettazione del limite insito
nella natura stessa dell’essere umano.
L’epoca moderna, che si era aperta
con l’umanistica esaltazione della
libertà e delle capacità dell’uomo e
che con l’illuminismo aveva celebrato
i trionfi della ragione e del progresso,
si conclude con la densa e drammatica
riflessione kantiana in merito
all’esistenza del male radicale che
conduce l’uomo ad autoingannarsi
circa le proprie intenzioni e quindi
alla slealtà verso se stesso e all’ipocrisia
e all’inganno verso gli altri; un male
radicale la cui presenza mette in
grave crisi qualunque edificio speculativo
e del quale, inoltre, resta incomprensibile
l’origine. Certo, l’epoca
moderna non ha sempre e soltanto
intonato un inno alla bontà e alla
grandezza dell’uomo: basti pensare, a
questo proposito, al pessimismo antropologico
di Martin Lutero che, sicuramente,
influenzò lo stesso Kant.
Ma non v’è dubbio che, dal Quattrocento
in poi, la verità del peccato originale
sembrò diventare via via sempre
meno compatibile con una visione
dell’uomo che si ritiene e si percepisce
padrone di sé, arbitro della propria
fortuna, capace di automigliorarsi
e di progredire incessantemente,
soprattutto in virtù delle sue capacità
razionali.
Seguendo questa linea interpretativa,
non meraviglia l’esito ateistico di
una parte considerevole della filosofia
moderna, un esito che, riconducendo
tutta la vita umana entro coordinate
mondane, reinterpreta in maniera
radicale il concetto stesso di peccato,
come ben testimoniano le seguenti
considerazioni di Ludwig Feuerbach,
il celebre filosofo materialista, implacabile
critico della religione e del cristianesimo
in particolare: “Il segreto
del peccato originale è il segreto del
piacere sessuale. Tutti gli uomini sono
concepiti nel peccato per il fatto che
sono stati concepiti con gioia e piacere
dei sensi, cioè naturalmente. L’atto
della generazione, in quanto ricco di
godimento, di godimento sensibile, è
un atto peccaminoso. Il peccato si riproduce
da Adamo fino a noi, solo per
il fatto che la riproduzione è l’atto generativo
naturale. E’ questo allora il
grande segreto del peccato originale
cristiano”. A questo punto, l’idea stessa
di peccato d’origine come viene tramandata
dalla chiesa cattolica è
scomparsa: non vi è più alcun riferimento
a Dio e alla libera disobbedienza
nei suoi confronti; tutto viene ricondotto
all’aldiquà, alla terra e alla natura,
alla dimensione materiale. Di
qui scaturisce pure un nuovo modo di
intendere il concetto e la necessità
della liberazione dell’uomo da ciò che
lo opprime. Non vi è più bisogno di un
liberatore divino e la politica prenderà
il posto della religione: sarà Karl
Marx a portare a pieno compimento
questa sostituzione. A suo giudizio, infatti,
il male non deriva certamente
dal peccato originale, bensì dall’ingiustizia
sociale: toccherà dunque alla
prassi rivoluzionaria affrancare l’umanità
dalla sua cattiveria e dalle sue
sofferenze, che – giova ripeterlo – secondo
il padre del comunismo non
provengono da un evento soprannaturale,
ma hanno un’origine umana e,
più precisamente, economico-sociale.
L’origine umana, troppo umana si vorrebbe
dire, riecheggiando il celebre
titolo di una sua opera, del peccato
originale viene ribadita da Friedrich
Nietzsche, sebbene secondo una prospettiva
assai diversa da quella
marxiana. A giudizio del filosofo dello
“Zarathustra”, sono proprio la religione
e la morale da essa derivante
l’autentico peccato originale: il compito
che dunque si prospetta è quello di
demolire, per quanto possibile, le cosiddette
verità religiose, autentica
causa di molti mali dell’uomo. Le
complesse dottrine nietzscheane del
“superuomo” e dell’ “eterno ritorno”
possono essere interpretate come l’indicazione
di due vie complementari
di liberazione dal male e dal dolore,
non tanto attraverso una loro impossibile
soppressione, quanto mediante
un’accettazione coraggiosa e vitale di
essi, rifiutando la fede e l’etica cristiana,
che rendono l’uomo sempre
più timoroso, sempre più remissivo,
sempre più schiavo. Di disponibilità a
sopportare il dolore si può parlare
anche a proposito di Dostoevskij, ma
facendo le dovute distinzioni, come
ricordano Giuseppe Riconda e Marco
Ravera: “Per Nietzsche l’accettazione
della sofferenza nell’abbraccio del
mondo dell’eterno ritorno è la redenzione,
per Dostoevskij l’accettazione
della sofferenza è il primo gradino di
una redenzione che si raggiunge solo
con la purificazione e l’espiazione, e
infine con la conversione, che mira a
togliere il peccato e le sue conseguenze;
per Nietzsche la redenzione è momento
ultimo di un’umanità che si autotrasfigura,
per Dostoevskij è il risultato
di un’azione divina cui l’uomo
può partecipare solo nel riconoscimento
umile della propria colpa: non
l’accettazione di un eterno ritorno del
bene e del male, del dolore e della
gioia, ma il trionfo del bene e della felicità
per grazia divina e per l’azione
del Cristo, per quanto incomprensibile
per noi possa essere come ciò avvenga”.
Qui sta la differenza decisiva: da
una parte, senza fare riferimento a
Dio l’origine del male resta completamente
sconosciuta, dall’altra, non facendo
affidamento sull’opera salvifica
di Gesù Cristo, si dilegua ogni speranza
di opporsi a esso e di vincerlo, perché
risulta evidente che uno sforzo
puramente umano in questa direzione
finisce sempre per rivelarsi una triste
illusione, figlia della superbia. Il pensiero
moderno di ispirazione cristiana,
e più specificamente cattolica, ha
costantemente insistito su questo punto,
proponendo concezioni che, nel rispetto
della rivelazione biblica e dei
dogmi della chiesa, hanno perseguito
un non facile equilibrio tra le esigenze
della ragione e della fede, della libertà
e della grazia, quell’equilibrio
che rimane sconosciuto sia ai pessimisti
che agli ottimisti che, come sosteneva
Blaise Pascal, non sanno attentamente
valutare la condizione paradossale
e contraddittoria dell’uomo. Scrive
l’autore dei “Pensieri”, facendo
parlare la Sapienza divina: “Io ho
creato l’uomo santo, innocente, perfetto;
io l’ho colmato di luce e di intelligenza;
gli ho comunicato la mia gloria
e le mie meraviglie… ma non ha potuto
sostenere tanta gloria senza cadere
nella presunzione. Ha voluto rendersi
centro di se stesso e indipendente dal
mio soccorso. Si è sottratto al mio dominio;
e uguagliandosi a me con il desiderio
di trovare la sua felicità in se
stesso, io l’ho abbandonato a se stesso”.
La negazione del peccato originale
rende del tutto incomprensibili le
vicende dell’umanità, come il misconoscimento
dell’intervento redentivo
di Gesù Cristo vanifica completamente
ogni speranza di salvezza.
Ne era profondamente convinto il
beato Antonio Rosmini che, nello
scritto “Il razionalismo teologico”, ebbe
ad affermare: “Ed ella è cosa pur
indubitata essere il dogma del peccato
fondamento di tutto il Cristianesimo.
Distrutto quel dogma è resa inutile
la redenzione di Gesù Cristo o certo
ella cessa di essere redenzione.
Quindi è tolta la cagion massima dell’Incarnazione
del Verbo. Per tali gradi
si perviene alla distruzione del Cristianesimo,
all’abolizione di tutto l’ordine
soprannaturale, allo stabilimento
del perfetto razionalismo”.

Il Foglio 5 dic. 2009

Adamo e Cristo, dal peccato originale alla libertà. Catechesi di Benedetto XVI

Per mettere in evidenza l'incommensurabile dono della grazia, in Cristo, che Paolo accenna al peccato di Adamo: si direbbe che se non fosse stato per dimostrare la centralità della grazia, egli non si sarebbe attardato a trattare del peccato che “a causa di un solo uomo è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte” (Rm 5,12). Per questo se, nella fede della Chiesa, è maturata la consapevolezza del dogma del peccato originale è perché esso è connesso inscindibilmente con l’altro dogma, quello della salvezza e della libertà in Cristo. La conseguenza di ciò è che non dovremmo mai trattare del peccato di Adamo e dell’umanità in modo distaccato dal contesto salvifico, senza comprenderli cioè nell’orizzonte della giustificazione in Cristo.... Ma come uomini di oggi dobbiamo domandarci: che cosa è questo peccato originale? Che cosa insegna san Paolo, che cosa insegna la Chiesa? È ancora oggi sostenibile questa dottrina?... Per poter rispondere dobbiamo distinguere due aspetti della dottrina sul peccato originale. Esiste un aspetto empirico, cioè una realtà concreta, visibile, direi tangibile per tutti. E un aspetto misterico, riguardante il fondamento ontologico di questo fatto. Il dato empirico è che esiste una contraddizione nel nostro essere. Da una parte ogni uomo sa che deve fare il bene e intimamente lo vuole anche fare. Ma, nello stesso tempo, sente anche l'altro impulso di fare il contrario, di seguire la strada dell'egoismo, della violenza, di fare solo quanto gli piace anche sapendo di agire così contro il bene, contro Dio e contro il prossimo. San Paolo nella sua Lettera ai Romani ha espresso questa contraddizione nel nostro essere così: «C'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (7, 18-19). Questa contraddizione interiore del nostro essere non è una teoria. Ognuno di noi la prova ogni giorno. E soprattutto vediamo sempre intorno a noi la prevalenza di questa seconda volontà. Basta pensare alle notizie quotidiane su ingiustizie, violenza, menzogna, lussuria. Ogni giorno lo vediamo: è un fatto.

Come conseguenza di questo potere del male nelle nostre anime, si è sviluppato nella storia un fiume sporco, che avvelena la geografia della storia umana. Il grande pensatore francese Blaise Pascal ha parlato di una «seconda natura», che si sovrappone alla nostra natura originaria, buona. Questa “seconda natura” fa apparire il male come normale per l'uomo. Così anche l'espressione solita: «questo è umano» ha un duplice significato. «Questo è umano» può voler dire: quest'uomo è buono, realmente agisce come dovrebbe agire un uomo. Ma «questo è umano» può anche voler dire la falsità: il male è normale, è umano. Il male sembra essere divenuto una seconda natura. Questa contraddizione dell'essere umano, della nostra storia deve provocare, e provoca anche oggi, il desiderio di redenzione. E, in realtà, il desiderio che il mondo sia cambiato e la promessa che sarà creato un mondo di giustizia, di pace, di bene, è presente dappertutto: in politica, ad esempio, tutti parlano di questa necessità di cambiare il mondo, di creare un mondo più giusto. E proprio questo è espressione del desiderio che ci sia una liberazione dalla contraddizione che sperimentiamo in noi stessi.

Quindi il fatto del potere del male nel cuore umano e nella storia umana è innegabile. La questione è: come si spiega questo male? Nella storia del pensiero, prescindendo dalla fede cristiana, esiste un modello principale di spiegazione, con diverse variazioni. Questo modello dice: l'essere stesso è contraddittorio, porta in sé sia il bene sia il male. Nell'antichità questa idea implicava l'opinione che esistessero due principi ugualmente originari: un principio buono e un principio cattivo. Tale dualismo sarebbe insuperabile; i due principi stanno sullo stesso livello, perciò ci sarà sempre, fin dall'origine dell'essere, questa contraddizione. La contraddizione del nostro essere, quindi, rifletterebbe solo la contrarietà dei due principi divini, per così dire. Nella versione evoluzionistica, atea, del mondo ritorna in modo nuovo la stessa visione. Anche se, in tale concezione, la visione dell'essere è monistica, si suppone che l'essere come tale dall'inizio porti in se il male e il bene. L'essere stesso non è semplicemente buono, ma aperto al bene e al male. Il male è ugualmente originario come il bene. E la storia umana svilupperebbe soltanto il modello già presente in tutta l'evoluzione precedente. Ciò che i cristiani chiamano peccato originale sarebbe in realtà solo il carattere misto dell'essere, una mescolanza di bene e di male che, secondo questa teoria, apparterrebbe alla stessa stoffa dell'essere. È una visione in fondo disperata: se è così, il male è invincibile. Alla fine conta solo il proprio interesse. E ogni progresso sarebbe necessariamente da pagare con un fiume di male e chi volesse servire al progresso dovrebbe accettare di pagare questo prezzo. La politica, in fondo, è impostata proprio su queste premesse: e ne vediamo gli effetti. Questo pensiero moderno può, alla fine, solo creare tristezza e cinismo.

E così domandiamo di nuovo: che cosa dice la fede, testimoniata da san Paolo? Come primo punto, essa conferma il fatto della competizione tra le due nature, il fatto di questo male la cui ombra pesa su tutta la creazione. Abbiamo sentito il capitolo 7 della Lettera ai Romani, potremmo aggiungere il capitolo 8. Il male esiste, semplicemente. Come spiegazione, in contrasto con i dualismi e i monismi che abbiamo brevemente considerato e trovato desolanti, la fede ci dice: esistono due misteri di luce e un mistero di notte, che è però avvolto dai misteri di luce. Il primo mistero di luce è questo: la fede ci dice che non ci sono due principi, uno buono e uno cattivo, ma c'è un solo principio, il Dio creatore, e questo principio è buono, solo buono, senza ombra di male. E perciò anche l'essere non è un misto di bene e male; l'essere come tale è buono e perciò è bene essere, è bene vivere. Questo è il lieto annuncio della fede: c'è solo una fonte buona, il Creatore. E perciò vivere è un bene, è buona cosa essere un uomo, una donna, è buona la vita. Poi segue un mistero di buio, di notte. Il male non viene dalla fonte dell'essere stesso, non è ugualmente originario. Il male viene da una libertà creata, da una libertà abusata.

Come è stato possibile, come è successo? Questo rimane oscuro. Il male non è logico. Solo Dio e il bene sono logici, sono luce. Il male rimane misterioso. Lo si è presentato in grandi immagini, come fa il capitolo 3 della Genesi, con quella visione dei due alberi, del serpente, dell'uomo peccatore. Una grande immagine che ci fa indovinare, ma non può spiegare quanto è in se stesso illogico. Possiamo indovinare, non spiegare; neppure possiamo raccontarlo come un fatto accanto all'altro, perché è una realtà più profonda. Rimane un mistero di buio, di notte. Ma si aggiunge subito un mistero di luce. Il male viene da una fonte subordinata. Dio con la sua luce è più forte. E perciò il male può essere superato. Perciò la creatura, l'uomo, è sanabile. Le visioni dualiste, anche il monismo dell'evoluzionismo, non possono dire che l'uomo sia sanabile; ma se il male viene solo da una fonte subordinata, rimane vero che l'uomo è sanabile. E il Libro della Sapienza dice: “Hai creato sanabili le nazioni” (1, 14 volg). E finalmente, ultimo punto, l’uomo non è solo sanabile, è sanato di fatto. Dio ha introdotto la guarigione. È entrato in persona nella storia. Alla permanente fonte del male ha opposto una fonte di puro bene. Cristo crocifisso e risorto, nuovo Adamo, oppone al fiume sporco del male un fiume di luce. E questo fiume è presente nelle storia: vediamo i santi, i grandi santi ma anche gli umili santi, i semplici fedeli. Vediamo che il fiume di luce che viene da Cristo è presente, è forte.


Benedetto XVI: Adamo e Cristo: dal peccato (originale) alla libertà.

Il Card Ratzinger spiega l'importanza della dottrina sul peccato originale in un'intervista a Vittorio Messori

Se non si capisce più che l'uomo è in uno stato di alienazione non solo economica e sociale (dunque un'alienazione non risolvibile con i suoi soli sforzi), non si capisce più la necessità del Cristo redentore. Tutta la struttura della fede è così minacciata. L'incapacità di capire e presentare il "peccato originale" è davvero uno dei problemi più gravi della teologia e della pastorale attuali... In un'ipotesi evoluzionistica del mondo (quella alla quale in teologia corrisponde un certo "theilardismo") non c'è ovviamente posto per alcun "peccato originale". Questo, al massimo, non è che un'espressione simbolica, mitica, per indicare le mancanze naturali di una creatura come l'uomo che, da origini imperfettissime, va verso la perfezione, va verso la sua realizzazione completa. Accettare questa visione significa però rovesciare la struttura del cristianesimo: Cristo è trasferito dal passato al futuro; redenzione significa semplicemente camminare verso l'avvenire come necessaria evoluzione verso il meglio. L'uomo non è che un prodotto non ancora del tutto perfezionato dal tempo, non c'è stata una "redenzione" perché non c'era nessun peccato cui riparare ma solo una mancanza che, ripeto, sarebbe naturale. Eppure, queste difficoltà di origine più o meno "scientifica" non sono ancora la radice della odierna crisi del "peccato originale". Questa crisi non è che un sintomo della nostra difficoltà profonda di scorgere la realtà di noi stessi, del mondo, di Dio. Non bastano di certo, qui, le discussioni con le scienze naturali, come ad esempio la paleontologia, anche se questo tipo di confronto è necessario. Dobbiamo essere consapevoli che siamo di fronte anche a delle precomprensioni e a delle predecisioni di carattere filosofico...Questa verità cristiana ha un aspetto di mistero ma anche un aspetto di evidenza. L'evidenza: una visione lucida, realistica dell'uomo e della storia non può non scoprirne l'alienazione, non può non rivelare che c'è una rottura delle relazioni: dell'uomo con se stesso, con gli altri, con Dio. Ora, poiché l'uomo è per eccellenza l'essere-in-relazione, una simile rottura raggiunge le radici, si ripercuote su tutto. Il mistero: se non siamo in grado di penetrare sino in fondo realtà e conseguenze del peccato originale, è proprio perché esso esiste, perché lo sfasamento è ontologico, sbilancia, confonde in noi la logica della natura, ci impedisce di capire come una colpa all'origine della storia possa coinvolgere in una situazione di peccato comune...La narrazione della Sacra Scrittura sulle origini non parla alla maniera storiografica moderna ma parla attraverso le immagini. È una narrazione che rivela e nasconde allo stesso tempo. Ma gli elementi fondanti sono ragionevoli e la realtà del dogma va in ogni caso salvaguardata. Il cristiano non farebbe abbastanza per i fratelli se non annunciasse il Cristo che porta la redenzione innanzitutto dal peccato; se non annunciasse la realtà dell'alienazione (la "caduta") e al contempo la realtà della Grazia che ci redime, ci libera; se non annunciasse che per ricostruire la nostra essenza originaria c'è bisogno di un aiuto al di fuori di noi; se non annunciasse che l'insistenza sull'auto-realizzazione, sull'autoredenzione non porta alla salvezza ma alla distruzione. Se non annunciasse, infine, che per essere salvati occorre abbandonarsi all'Amore"


Peccato originale: dall’intervista di V.Messori al card. J.Ratzinger, in Rapporto sulla fede

LA CADUTA. Catechismo della Chiesa Cattolica

PARTE PRIMA
LA PROFESSIONE DELLA FEDE

SEZIONE SECONDA:
LA PROFESSIONE DELLA FEDE CRISTIANA

CAPITOLO PRIMO
IO CREDO IN DIO PADRE

ARTICOLO 1
«IO CREDO IN DIO, PADRE ONNIPOTENTE,
CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA»

Paragrafo 7
LA CADUTA

385 Dio è infinitamente buono e tutte le sue opere sono buone. Tuttavia nessuno sfugge all'esperienza della sofferenza, dei mali presenti nella natura – che appaiono legati ai limiti propri delle creature – e soprattutto al problema del male morale. Da dove viene il male? « Quaerebam unde malum et non erat exitus – Mi chiedevo donde il male, e non sapevo darmi risposta », dice sant'Agostino, 501 e la sua sofferta ricerca non troverà sbocco che nella conversione al Dio vivente. Infatti « il mistero dell'iniquità » (2 Ts 2,7) si illumina soltanto alla luce del mistero della pietà. 502 La rivelazione dell'amore divino in Cristo ha manifestato ad un tempo l'estensione del male e la sovrabbondanza della grazia. 503 Dobbiamo, dunque, affrontare la questione dell'origine del male, tenendo fisso lo sguardo della nostra fede su colui che, solo, ne è il vincitore. 504

I. «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia»

La realtà del peccato

386 Nella storia dell'uomo è presente il peccato: sarebbe vano cercare di ignorarlo o di dare altri nomi a questa oscura realtà. Per tentare di comprendere che cosa sia il peccato, si deve innanzi tutto riconoscere il profondo legame dell'uomo con Dio, perché, al di fuori di questo rapporto, il male del peccato non può venire smascherato nella sua vera identità di rifiuto e di opposizione a Dio, mentre continua a gravare sulla vita dell'uomo e sulla storia.

387 La realtà del peccato, e più particolarmente del peccato delle origini, si chiarisce soltanto alla luce della rivelazione divina. Senza la conoscenza di Dio che essa ci dà, non si può riconoscere chiaramente il peccato, e si è tentati di spiegarlo semplicemente come un difetto di crescita, come una debolezza psicologica, un errore, come l'inevitabile conseguenza di una struttura sociale inadeguata, ecc. Soltanto conoscendo il disegno di Dio sull'uomo, si capisce che il peccato è un abuso di quella libertà che Dio dona alle persone create perché possano amare lui e amarsi reciprocamente.

Il peccato originale - una verità essenziale della fede

388 Col progresso della Rivelazione viene chiarita anche la realtà del peccato. Sebbene il popolo di Dio dell'Antico Testamento abbia in qualche modo conosciuto la condizione umana alla luce della storia della caduta narrata dalla Genesi, non era però in grado di comprendere il significato ultimo di tale storia, che si manifesta appieno soltanto alla luce della morte e della risurrezione di Gesù Cristo. 505 Bisogna conoscere Cristo come sorgente della grazia per conoscere Adamo come sorgente del peccato. È lo Spirito Paraclito, mandato da Cristo risorto, che è venuto a convincere « il mondo quanto al peccato » (Gv 16,8), rivelando colui che del peccato è il Redentore.

389 La dottrina del peccato originale è, per così dire, « il rovescio » della Buona Novella che Gesù è il Salvatore di tutti gli uomini, che tutti hanno bisogno della salvezza e che la salvezza è offerta a tutti grazie a Cristo. La Chiesa, che ha il senso di Cristo, 506 ben sa che non si può intaccare la rivelazione del peccato originale senza attentare al mistero di Cristo.

Per leggere il racconto della caduta

390 Il racconto della caduta (Gn 3) utilizza un linguaggio di immagini, ma espone un avvenimento primordiale, un fatto che è accaduto all'inizio della storia dell'uomo. 507 La Rivelazione ci dà la certezza di fede che tutta la storia umana è segnata dalla colpa originale liberamente commessa dai nostri progenitori. 508

II. La caduta degli angeli

391 Dietro la scelta disobbediente dei nostri progenitori c'è una voce seduttrice, che si oppone a Dio, 509 la quale, per invidia, li fa cadere nella morte. 510 La Scrittura e la Tradizione della Chiesa vedono in questo essere un angelo caduto, chiamato Satana o diavolo. 511 La Chiesa insegna che all'inizio era un angelo buono, creato da Dio. « Diabolus enim et alii dæmones a Deo quidem natura creati sunt boni, sed ipsi per se facti sunt mali – Il diavolo infatti e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma da se stessi si sono trasformati in malvagi ». 512

392 La Scrittura parla di un peccato di questi angeli. 513 Tale « caduta » consiste nell'avere, questi spiriti creati, con libera scelta, radicalmente ed irrevocabilmente rifiutato Dio e il suo Regno. Troviamo un riflesso di questa ribellione nelle parole rivolte dal tentatore ai nostri progenitori: « Diventerete come Dio » (Gn 3,5). « Il diavolo è peccatore fin dal principio » (1 Gv 3,8), « padre della menzogna » (Gv 8,44).

393 A far sì che il peccato degli angeli non possa essere perdonato è il carattere irrevocabile della loro scelta, e non un difetto dell'infinita misericordia divina. « Non c'è possibilità di pentimento per loro dopo la caduta, come non c'è possibilità di pentimento per gli uomini dopo la morte ». 514

394 La Scrittura attesta la nefasta influenza di colui che Gesù chiama « omicida fin dal principio » (Gv 8,44), e che ha perfino tentato di distogliere Gesù dalla missione affidatagli dal Padre. 515 « Il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo » (1 Gv 3,8). Di queste opere, la più grave nelle sue conseguenze è stata la seduzione menzognera che ha indotto l'uomo a disobbedire a Dio.

395 La potenza di Satana però non è infinita. Egli non è che una creatura, potente per il fatto di essere puro spirito, ma pur sempre una creatura: non può impedire l'edificazione del regno di Dio. Sebbene Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni – di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica – per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina provvidenza, la quale guida la storia dell'uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell'attività diabolica è un grande mistero, ma « noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio » (Rm 8,28).

III. Il peccato originale

La prova della libertà

396 Dio ha creato l'uomo a sua immagine e l'ha costituito nella sua amicizia. Creatura spirituale, l'uomo non può vivere questa amicizia che come libera sottomissione a Dio. Questo è il significato del divieto fatto all'uomo di mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male, « perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti » (Gn 2,17). « L'albero della conoscenza del bene e del male » (Gn 2,17) evoca simbolicamente il limite invalicabile che l'uomo, in quanto creatura, deve liberamente riconoscere e con fiducia rispettare. L'uomo dipende dal Creatore, è sottomesso alle leggi della creazione e alle norme morali che regolano l'uso della libertà.

Il primo peccato dell'uomo

397 L'uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore 516 e, abusando della propria libertà, ha disobbedito al comandamento di Dio. In ciò è consistito il primo peccato dell'uomo. 517 In seguito, ogni peccato sarà una disobbedienza a Dio e una mancanza di fiducia nella sua bontà.

398 Con questo peccato, l'uomo ha preferito se stesso a Dio, e, perciò, ha disprezzato Dio: ha fatto la scelta di se stesso contro Dio, contro le esigenze della propria condizione di creatura e conseguentemente contro il suo proprio bene. Costituito in uno stato di santità, l'uomo era destinato ad essere pienamente « divinizzato » da Dio nella gloria. Sedotto dal diavolo, ha voluto diventare « come Dio » (Gn 3,5), ma « senza Dio e anteponendosi a Dio, non secondo Dio ». 518

399 La Scrittura mostra le conseguenze drammatiche di questa prima disobbedienza. Adamo ed Eva perdono immediatamente la grazia della santità originale. 519 Hanno paura di quel Dio 520 di cui si sono fatti una falsa immagine, quella cioè di un Dio geloso delle proprie prerogative. 521

400 L'armonia nella quale essi erano posti, grazie alla giustizia originale, è distrutta; la padronanza delle facoltà spirituali dell'anima sul corpo è infranta; 522 l'unione dell'uomo e della donna è sottoposta a tensioni; 523 i loro rapporti saranno segnati dalla concupiscenza e dalla tendenza all'asservimento. 524 L'armonia con la creazione è spezzata: la creazione visibile è diventata aliena e ostile all'uomo. 525 A causa dell'uomo, la creazione è soggetta alla schiavitù della corruzione. 526 Infine, la conseguenza esplicitamente annunziata nell'ipotesi della disobbedienza 527 si realizzerà: l'uomo tornerà in polvere, quella polvere dalla quale è stato tratto. 528 La morte entra nella storia dell'umanità. 529

401 Dopo questo primo peccato, il mondo è inondato da una vera « invasione » del peccato: il fratricidio commesso da Caino contro Abele; 530 la corruzione universale quale conseguenza del peccato; 531 nella storia d'Israele, il peccato si manifesta frequentemente soprattutto come infedeltà al Dio dell'Alleanza e come trasgressione della Legge di Mosè; anche dopo la redenzione di Cristo, fra i cristiani, il peccato si manifesta in svariati modi. 532 La Scrittura e la Tradizione della Chiesa richiamano continuamente la presenza e l'universalità del peccato nella storia dell'uomo:

« Quel che ci viene manifestato dalla rivelazione divina concorda con la stessa esperienza. Infatti, se l'uomo guarda dentro al suo cuore, si scopre anche inclinato al male e immerso in tante miserie che non possono certo derivare dal Creatore che è buono. Spesso, rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l'uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo ultimo fine, e al tempo stesso tutto il suo orientamento sia verso se stesso, sia verso gli altri uomini e verso tutte le cose create ». 533

Conseguenze del peccato di Adamo per l'umanità

402 Tutti gli uomini sono coinvolti nel peccato di Adamo. San Paolo lo afferma: « Per la disobbedienza di uno solo, tutti sono stati costituiti peccatori » (Rm 5,19); « Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato... » (Rm 5,12). All'universalità del peccato e della morte l'Apostolo contrappone l'universalità della salvezza in Cristo: « Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l'opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita » (Rm 5,18).

403 Sulle orme di san Paolo la Chiesa ha sempre insegnato che l'immensa miseria che opprime gli uomini, la loro inclinazione al male e l'ineluttabilità della morte non si possono comprendere senza il loro legame con la colpa di Adamo e prescindendo dal fatto che egli ci ha trasmesso un peccato dal quale tutti nasciamo contaminati e che è « morte dell'anima ». 534 Per questa certezza di fede, la Chiesa amministra il Battesimo per la remissione dei peccati anche ai bambini che non hanno commesso peccati personali. 535

404 In che modo il peccato di Adamo è diventato il peccato di tutti i suoi discendenti? Tutto il genere umano è in Adamo « sicut unum corpus unius hominis – come un unico corpo di un unico uomo ». 536 Per questa « unità del genere umano » tutti gli uomini sono coinvolti nel peccato di Adamo, così come tutti sono coinvolti nella giustizia di Cristo. Tuttavia, la trasmissione del peccato originale è un mistero che non possiamo comprendere appieno. Sappiamo però dalla Rivelazione che Adamo aveva ricevuto la santità e la giustizia originali non soltanto per sé, ma per tutto il genere umano: cedendo al tentatore, Adamo ed Eva commettono un peccato personale, ma questo peccato intacca la natura umana, che essi trasmettono in una condizione decaduta. 537 Si tratta di un peccato che sarà trasmesso per propagazione a tutta l'umanità, cioè con la trasmissione di una natura umana privata della santità e della giustizia originali. Per questo il peccato originale è chiamato « peccato » in modo analogico: è un peccato « contratto » e non « commesso », uno stato e non un atto.

405 Il peccato originale, sebbene proprio a ciascuno, 538 in nessun discendente di Adamo ha un carattere di colpa personale. Consiste nella privazione della santità e della giustizia originali, ma la natura umana non è interamente corrotta: è ferita nelle sue proprie forze naturali, sottoposta all'ignoranza, alla sofferenza e al potere della morte, e inclinata al peccato (questa inclinazione al male è chiamata « concupiscenza »). Il Battesimo, donando la vita della grazia di Cristo, cancella il peccato originale e volge di nuovo l'uomo verso Dio; le conseguenze di tale peccato sulla natura indebolita e incline al male rimangono nell'uomo e lo provocano al combattimento spirituale.

406 La dottrina della Chiesa sulla trasmissione del peccato originale è andata precisandosi soprattutto nel V secolo, in particolare sotto la spinta della riflessione di sant'Agostino contro il pelagianesimo, e nel XVI secolo, in opposizione alla Riforma protestante. Pelagio riteneva che l'uomo, con la forza naturale della sua libera volontà, senza l'aiuto necessario della grazia di Dio, potesse condurre una vita moralmente buona; in tal modo riduceva l'influenza della colpa di Adamo a quella di un cattivo esempio. Al contrario, i primi riformatori protestanti insegnavano che l'uomo era radicalmente pervertito e la sua libertà annullata dal peccato delle origini; identificavano il peccato ereditato da ogni uomo con l'inclinazione al male (« concupiscentia »), che sarebbe invincibile. La Chiesa si è pronunciata sul senso del dato rivelato concernente il peccato originale soprattutto nel II Concilio di Orange nel 529 539 e nel Concilio di Trento nel 1546. 540

Un duro combattimento

407 La dottrina sul peccato originale – connessa strettamente con quella della redenzione operata da Cristo – offre uno sguardo di lucido discernimento sulla situazione dell'uomo e del suo agire nel mondo. In conseguenza del peccato dei progenitori, il diavolo ha acquisito un certo dominio sull'uomo, benché questi rimanga libero. Il peccato originale comporta « la schiavitù sotto il dominio di colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo ». 541 Ignorare che l'uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell'educazione, della politica, dell'azione sociale 542 e dei costumi.

408 Le conseguenze del peccato originale e di tutti i peccati personali degli uomini conferiscono al mondo nel suo insieme una condizione peccaminosa, che può essere definita con l'espressione di san Giovanni: « il peccato del mondo » (Gv 1,29). Con questa espressione viene anche significata l'influenza negativa esercitata sulle persone dalle situazioni comunitarie e dalle strutture sociali che sono frutto dei peccati degli uomini. 543

409 La drammatica condizione del mondo che « giace » tutto « sotto il potere del maligno » (1 Gv 5,19) 544 fa della vita dell'uomo una lotta:

« Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta incominciata fin dall'origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all'ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l'uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l'aiuto della grazia di Dio ». 545

IV. «Tu non l'hai abbandonato in potere della morte»

410 Dopo la caduta, l'uomo non è stato abbandonato da Dio. Al contrario, Dio lo chiama, 546 e gli predice in modo misterioso che il male sarà vinto e che l'uomo sarà sollevato dalla caduta. 547 Questo passo della Genesi è stato chiamato « protovangelo », poiché è il primo annunzio del Messia redentore, di una lotta tra il serpente e la Donna e della vittoria finale di un discendente di lei.

411 La Tradizione cristiana vede in questo passo un annunzio del « nuovo Adamo », 548 che, con la sua obbedienza « fino alla morte di croce » (Fil 2,8), ripara sovrabbondantemente la disobbedienza di Adamo. 549 Inoltre, numerosi Padri e dottori della Chiesa vedono nella Donna annunziata nel « protovangelo » la Madre di Cristo, Maria, come « nuova Eva ». Ella è stata colei che, per prima e in una maniera unica, ha beneficiato della vittoria sul peccato riportata da Cristo: è stata preservata da ogni macchia di peccato originale 550 e, durante tutta la sua vita terrena, per una speciale grazia di Dio, non ha commesso alcun peccato. 51

412 Ma perché Dio non ha impedito al primo uomo di peccare? San Leone Magno risponde: « L'ineffabile grazia di Cristo ci ha dato beni migliori di quelli di cui l'invidia del demonio ci aveva privati ». 552 E san Tommaso d'Aquino: « Nulla si oppone al fatto che la natura umana sia stata destinata ad un fine più alto dopo il peccato. Dio permette, infatti, che ci siano i mali per trarre da essi un bene più grande. Da qui il detto di san Paolo: "Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia" (Rm 5,20). Perciò nella benedizione del cero pasquale si dice: "O felice colpa, che ha meritato un tale e così grande Redentore!" ». 553

In sintesi

413 « Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi [...]. La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo » (Sap 1,13; 2,24).

414 Satana o il diavolo e gli altri demoni sono angeli decaduti per avere liberamente rifiutato di servire Dio e il suo disegno. La loro scelta contro Dio è definitiva. Essi tentano di associare l'uomo alla loro ribellione contro Dio.

415 « Costituito da Dio in uno stato di giustizia, l'uomo però, tentato dal maligno, fin dagli inizi della storia abusò della sua libertà, erigendosi contro Dio e bramando di conseguire il suo fine al di fuori di Dio ». 554

416 Per il suo peccato, Adamo, in quanto primo uomo, ha perso la santità e la giustizia originali che aveva ricevuto da Dio non soltanto per sé, ma per tutti gli esseri umani.

417 Adamo ed Eva hanno trasmesso alla loro discendenza la natura umana ferita dal loro primo peccato, privata, quindi, della santità e della giustizia originali. Questa privazione è chiamata « peccato originale ».

418 In conseguenza del peccato originale, la natura umana è indebolita nelle sue forze, sottoposta all'ignoranza, alla sofferenza, al potere della morte, e inclinata al peccato (inclinazione che è chiamata « concupiscenza »).

419 « Noi dunque riteniamo, con il Concilio di Trento, che il peccato originale viene trasmesso insieme con la natura umana, "non per imitazione ma per propagazione", e che perciò è "proprio a ciascuno" ». 555

420 La vittoria sul peccato riportata da Cristo ci ha donato beni migliori di quelli che il peccato ci aveva tolto: « Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia » (Rm 5,20).

421 Secondo la fede dei cristiani, questo mondo è stato « creato » ed è « conservato nell'esistenza dall'amore del Creatore »; questo mondo è « certamente posto sotto la schiavitù del peccato, ma liberato da Cristo crocifisso e risorto, con la sconfitta del maligno... ». 556


(501) Sant'Agostino, Confessiones, 7, 7, 11: CCL 27, 99 (PL 32, 739).

(502) Cf 1 Tm 3,16.

(503) Cf Rm 5,20.

(504) Cf Lc 11,21-22; Gv 16,11; 1 Gv 3,8.

(505) Cf Rm 5,12-21.

(506) Cf 1 Cor 2,16.

(507) Cf Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 13: AAS 58 (1966) 1034-1035.

(508) Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 3: DS 1513; Pio XII, Lett. enc. Humani generis: DS 3897; Paolo VI, Discorso ai partecipanti al Simposio di alcuni teologi e scienziati sul mistero del peccato originale (11 luglio 1966): AAS 58 (1966) 649-655.

(509) Cf Gn 3,1-5.

(510) Cf Sap 2,24.

(511) Cf Gv 8,44; Ap 12,9.

(512) Concilio Lateranense IV (anno 1215), Cap. 1, De fide catholica: DS 800.

(513) Cf 2 Pt 2,4.

(514) San Giovanni Damasceno, Expositio fidei 18 [De fide orthodoxa 2, 4]: PTS 12, 50 (PG 94, 877).

(515) Cf Mt 4,1-11.

(516) Cf Gn 3,1-11.

(517) Cf Rm 5,19.

(518) San Massimo il Confessore, Ambiguorum liber: PG 91, 1156.

(519) Cf Rm 3,23.

(520) Cf Gn 3,9-10.

(521) Cf Gn 3,5.

(522) Cf Gn 3,7.

(523) Cf Gn 3,11-13.

(524) Cf Gn 3,16.

(525) Cf Gn 3,17.19.

(526) Cf Rm 8,20.

(527) Cf Gn 2,17.

(528) Cf Gn 3,19.

(529) Cf Rm 5,12.

(530) Cf Gn 4,3-15.

(531) Cf Gn 6,5.12; Rm 1,18-32.

(532) Cf 1 Cor 1-6; Ap 2-3.

(533) Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 13: AAS 58 (1966) 1035.

(534) Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 2: DS 1512.

(535) Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 4: DS 1514.

(536) San Tommaso d'Aquino, Quaestiones disputatae de malo, 4, 1, c.: Ed. Leon. 23, 105.

(537) Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canoni 1-2: DS 1511-1512.

(538) Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 3: DS 1513.

(539) Cf Concilio di Orange II, Canoni 1-2: DS 371-372.

(540) Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali: DS 1510-1516.

(541) Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 1: DS 1511; cf Eb 2,14.

(542) Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 25: AAS 83 (1991) 823-824.

(543) Cf Giovanni Paolo II, Esort. ap. Reconciliatio et paenitentia, 16: AAS 77 (1985) 213-217.

(544) Cf 1 Pt 5,8.

(545) Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 37: AAS 58 (1966) 1055.

(546) Cf Gn 3,9.

(547) Cf Gn 3,15.

(548) Cf 1 Cor 15,21-22.45.

(549) Cf Rm 5,19-20.

(550) Cf Pio IX, Bolla Ineffabilis Deus: DS 2803.

556) Cf Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canone 23: DS 1573.

(552) San Leone Magno, Sermo 73, 4: CCL 88A, 453 (PL 54, 151).

(553) San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, III, q. 1, a. 3, ad 3: Ed. Leon. 11, 14; le parole qui riportate da san Tommaso vengono cantate nel preconio pasquale dell'« Exsultet ».

(554) Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 13: AAS 58 (1966) 1034-1035.

(555) Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 16: AAS 60 (1968) 439.

(556) Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 2: AAS 58 (1966) 1026.

Benedetto XVI. La parabola del figliol prodigo

16 settembre 2007, XXIV domenica del tempo ordinario, anno C


Oggi, la liturgia ripropone alla nostra meditazione il capitolo 15 del Vangelo di Luca, una delle pagine più alte e commoventi di tutta la Sacra Scrittura. È bello pensare che nel mondo intero, dovunque la comunità cristiana si raduna per celebrare l'eucaristia domenicale, risuona in questo giorno, questa buona notizia di verità e di salvezza: Dio è amore misericordioso. L'evangelista Luca ha raccolto in questo capitolo tre parabole sulla misericordia divina: le due più brevi, che ha in comune con Matteo e Marco, sono quelle della pecora smarrita e della moneta perduta; la terza, lunga, articolata e propria a lui solo, è la celebre parabola del Padre misericordioso, detta abitualmente del "figliol prodigo". In questa pagina evangelica sembra quasi di sentire la voce di Gesù, che ci rivela il volto del Padre suo e Padre nostro. In fondo, per questo Egli è venuto nel mondo: per parlarci del Padre; per farlo conoscere a noi, figli smarriti, e risuscitare nei nostri cuori la gioia di appartenergli, la speranza di essere perdonati e restituiti alla nostra piena dignità, il desiderio di abitare per sempre nella sua casa, che è anche la nostra casa.

Le tre parabole della misericordia Gesù le raccontò perché i farisei e gli scribi parlavano male di Lui, vedendo che si lasciava avvicinare dai peccatori e addirittura mangiava con loro (cfr Luca 15, 1-3). Allora Egli spiegò, con il suo tipico linguaggio, che Dio non vuole che si perda nemmeno uno dei suoi figli e il suo animo trabocca di gioia quando un peccatore si converte. La vera religione consiste allora nell'entrare in sintonia con questo Cuore "ricco di misericordia", che ci chiede di amare tutti, anche i lontani e i nemici, imitando il Padre celeste che rispetta la libertà di ciascuno ed attira tutti a sé con la forza invincibile della sua fedeltà. Questa è la strada che Gesù mostra a quanti vogliono essere suoi discepoli: "Non giudicate, non condannate, perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato. Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro" (Luca 6, 36-38). In queste parole troviamo indicazioni assai concrete per il nostro quotidiano comportamento di credenti.

Nel nostro tempo, l'umanità ha bisogno che sia proclamata e testimoniata con vigore la misericordia di Dio. Intuì quest'urgenza pastorale, in modo profetico, l'amato Giovanni Paolo II, che è stato un grande apostolo della divina misericordia. Al Padre misericordioso dedicò la sua seconda enciclica, e lungo tutto il suo pontificato si fece missionario dell'amore di Dio a tutte le genti. Dopo i tragici avvenimenti dell'11 settembre 2001, che oscurarono l'alba del terzo millennio, egli invitò i cristiani e gli uomini di buona volontà a credere che la misericordia di Dio è più forte di ogni male, e che solo nella Croce di Cristo si trova la salvezza del mondo. La Vergine Maria, madre di misericordia, che ieri abbiamo contemplato addolorata ai piedi della Croce, ci ottenga il dono di confidare sempre nell'amore di Dio e ci aiuti ad essere misericordiosi come il Padre nostro che è nei cieli.

Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita. don Romeo Maggioni

Oggi il vangelo si apre con lo scandalo di chi vede Gesù "contaminarsi" coi peccatori, cioè di chi giudica Iddio troppo buono, tollerante, misericordioso, che lascia correre troppo il male nel mondo, che lascia crescere assieme al buon grano la zizzania. "Si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. E i farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro". Non sarà questa troppa bontà - pensano i farisei di sempre - la causa del dilagare del male nel mondo? Perché non c'è più ordine, più severità, più divisione netta tra buon grano e zizzania?
La risposta di Gesù è completamente inattesa, e con questo capitolo 15, chiamato il "vangelo del vangelo", Luca ci dice: la gioia di Dio sta nel trovare di perdonare un cuore sincero. Mai come qui ci si rivela le profondità del cuore di Dio Padre.

1) DIO ACCOGLIE TUTTI COME UN PADRE

Anzitutto Dio è un instancabile cercatore di ogni uomo, come "quel pastore che ha cento pecore e ne perde una: subito lascia le 99 nel deserto e va dietro a quella perduta finché non la ritrovi". O come la donna che "ha 10 monete e ne perde una: accende la lucerna, spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova". Non uno dei peccatori gli è indifferente. Non si accontenta e compiace dei giusti: si preoccupa di chi manca, perché gli appartiene, perché ci tiene! "Io non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori" (Mt 9,13). "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, affinché ciascuno che crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16). Dice sant'Agostino che Dio ama ciascuno come se fosse l'unico. Nessuno deve sentirsi mai abbandonato da Dio, mai perduto: è Lui che prende l'iniziativa di cercarci e di seminare il nostro cammino di stimoli per il nostro ritorno."Dio non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva!" (Ez 18,32).

E ritrovata la pecora smarrita, la moneta persa o il figlio che era morto...si fa festa! Anzi: "Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per 99 giusti che non hanno bisogno di conversione". Quando si vede ritornare il figlio...il padre non capisce più niente dalla gioia: "Presto, portate qui il vestito più bello, mettetegli l'anello al dito, i calzari ai piedi; portate il vitello più grasso ..e facciamo festa!". Questa della gioia di Dio nel perdonare è il nocciolo più originale del messaggio biblico-cristiano. Altri annunciano di Dio la potenza, altri la giustizia, altri l'ordine...: noi cristiani annunciamo che la potenza di Dio è l'amore e la misericordia, che egli sa vincere il male col bene, che Dio è amore e perdono onnipotenti. Noi a Dio - mi insegnava un anziano e saggio biblista francese - non possiamo regalare nulla che già non abbia: è il padrone di tutto! Tranne una cosa: dargli la gioia di poterci perdonare. Scrive sant'Ambrogio: "Non leggo nella Bibbia che Dio si sia riposato quando creò il cielo e la terra; o quando creò il mare e le piante; leggo che si è riposato quando creò l'uomo, perché finalmente aveva trovato uno cui potesse perdonare" (Exam.).

Ma si fa festa...per un peccatore pentito. Questo è un punto da chiarire. Dio si propone a tutti, Dio sollecita tutti, Dio è misericordioso verso tutti, ma verso tutti quelli che lo vogliono, quelli cioè che si aprono a lui con sincerità di cuore. Gesù non ha mai sottovalutato la gravità del peccato; la distinzione tra peccatori e giusti non è soppressa; ha sempre esigito conversione ed è radicale nelle esigenze per il Regno condannando il male senza ambiguità. Se qui si parla della misericordia, si parla anche di conversione, di un figlio ritrovato perché pentito. Anzi il messaggio dell'amore del Padre è proprio per dar confidenza al ritorno del peccatore. Troppo Iddio è rispettoso della nostra libertà e dignità, e quindi della nostra parte da fare nel processo della salvezza!

2) ANCHE NOI DOBBIAMO ACCOGLIERE TUTTI COME FRATELLI

E' iniziata l'epoca del perdono: non è più lecito mormorare. Alla svolta del Dio misericordioso deve seguire la svolta del cuore tollerante. L'atteggiamento del figlio maggiore che non accoglie l'altro come fratello e giudica la troppa bontà del padre, è stigmatizzata da Gesù nella finale della parabola. E' l'arroganza del "giusto" che non capisce più la preziosità del perdono e la generosa larghezza del cuore di Dio. E' sempre la pretesa del fariseo di "meritare" qualcosa davanti a Dio, e quindi di vantare pretese più degli altri!
Ma Dio non fa torto a nessuno: "Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo". Dice san Paolo: "Che hai tu che non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come non l'avessi ricevuto?" (1Cor 4,7). Un giorno Gesù ebbe a dire a chi si lamentava della sua generosità: "Sei tu invidioso perché io sono buono?" (Mt 20,15). Ciò che spinge Dio al perdono non è il merito del peccatore, ma la sua assoluta gratuità e promessa di salvezza: "In questo sta l'amore: non noi abbiamo amato Dio, ma lui ha amato noi; egli ci ha amato per primo" (1Gv 4,10.19).
Il fratello maggiore osserva la legge, ma manca dell'amore fraterno.

Ma proprio questo è il cuore della legge: "Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro celeste" (Lc 6,36). La rabbia e la paura del giusto è che così vada tutto a rotoli! Ma Gesù è stato molto preciso nell'insegnamento di oggi: di fronte al padre, se al secondo è richiesto l'amore fraterno, al primo, il figlio minore, è richiesta conversione. Conversione e amore del prossimo sono allora i due pilastri portanti dell'ordine morale, le forze basilari che devono animare la nostra convivenza umana.

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In fondo la conversione è sull'idea che si ha di Dio: il figlio minore pensa di essere schiavo nella casa del padre, e parte alla ricerca di una felicità che poi si dimostrerà fasulla e deludente, ritornando al vecchio padre, unico portatore di vita autentica; il secondo ha del padre l'idea di un padrone da servire, cui avanzare le pretese per i propri atti di obbedienza e giustizia..! Ma Dio è altra cosa: è puro dono gratuito, è benevolenza anzitutto; e quando ha dato tutto e si vede anche rifiutato... diviene anche perdono, misericordia, è capace di un super-dono che ci sa rendere nuovi e ci fa incominciare da capo come se nulla fosse stato!
Appunto: GRAZIA E MISERICORDIA sono gli argini entro i quali scorre la vita del credente.

Un Padre che ama, malgrado tutto. don Bruno Maggioni

Il tema centrale della parabola è l'amore del padre. A lui non interessa che il figlio gli abbia dissipato il patrimonio. Ciò che lo addolora è che il figlio sia lontano, a disagio. E quando ritorna non bada neppure alle sue parole («Trattami come uno dei tuoi servi»): l'importante è che il figlio abbia capito e sia tornato. Ecco il motivo della sua gioia: «Questo mio figlio era morto ed è tornano in vita, era perduto ed è stato ritrovato».
Questo è il volto del vero Dio, un volto molto diverso da come scribi e farisei supponevano, e come giusti e benpensanti alle volte continuano a supporre.
Se invece prendiamo in considerazione la figura del figlio minore, allora ci accorgiamo che il suo peccato non è semplicemente consistito nel fatto che abbia chiesto la sua parte di eredità e l'abbia poi dissipata, lontano da casa, in una vita libertina. Questo comportamento non è che la conseguenza di una convinzione che gli si era radicata nell'animo, e cioè la convinzione che la casa fosse una prigione, la presenza del padre ingombrante e mortificante, e l'allontanamento da casa una libertà. Questo è il vero peccato del figlio minore. Il suo ritorno a casa – motivato all'inizio dal disagio («io qui muoio di fame») – trova il suo culmine non nel proposito di lavorare come un salariato per riparare il danno (anzi questo mostra che il figlio non ha capito ancora né la profondità dell'amore del padre né la profondità del suo peccato), ma semplicemente nell'aver capito che in casa si sta meglio e che fuori si sta peggio. Questo infatti è quello che voleva il padre. Null'altro. La conversione è un ritorno. Non è un prezzo da pagare – non sta lì il nocciolo della questione – ma una mentalità da cambiare.
A questo punto dobbiamo rileggere una terza volta la parabola dal punto di vista del figlio maggiore. Anziché condividere la gioia del padre, ne prova invidia. Come gli scribi e i farisei che mormorano contro Gesù, anch'egli pensa che il peccato sia consistito nel dilapidare le sostanze, non invece nel fatto di essersi allontanato da casa. E si capisce che anch'egli ragiona come il figlio minore. Infatti è rimasto in casa, ma convinto che lo stare in casa sia faticoso, sia un sacrificio, convinto anch'egli che fuori si sta meglio. È un figlio fedele, ma con l'animo del servo, incapace nel profondo di condividere la gioia del padre, perché non vede nel fratello che si è allontanato un povero da salvare, ma semmai un fortunato da punire. Non si sente figlio, grato e gioioso di essere in casa, già premiato per il fatto di essere in casa.

La conversione è il sorriso del peccatore... e di Dio. P. Raniero Cantalamessa

Il vangelo della IV domenica di Quaresima è una delle pagine più celebri del vangelo di Luca e di tutti e quattro i vangeli: la parabola del figliol prodigo. Tutto, in questa parabola, è sorprendente; mai Dio era stato dipinto agli uomini con questi tratti. Ha toccato più cuori questa parabola da sola che tutti i discorsi dei predicatori messi insieme. Essa ha un potere incredibile di agire sulla mente, sul cuore, sulla fantasia, sulla memoria. Sa toccare le corde più diverse: il rimpianto, la vergogna, la nostalgia.

La parabola è introdotta con queste parole: "Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro". Allora egli disse loro questa parabola..." (Lc 15, 1-2). Seguendo questa indicazione, vogliamo riflettere sull'atteggiamento di Gesù verso i peccatori, spaziando su tutto il vangelo, mossi dallo scopo che ci siamo prefissi in questo commento ai vangeli della Quaresima, di conoscere meglio chi era Gesù, cosa sappiamo storicamente di lui.

È nota l'accoglienza che Gesù riserva ai peccatori nel vangelo e l'opposizione che essa gli procurò da parte dei difensori della legge che lo accusavano di essere "un mangione e beone, amico di pubblicani e peccatori" (Lc 7, 34). Uno dei detti storicamente meglio attestati di Gesù suona: "Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori" (Mc 2, 17). Sentendosi da lui accolti e non giudicati, i peccatori lo ascoltavano volentieri.

Ma chi erano i peccatori, quale categoria di persone veniva designata con questo termine? Qualcuno, nell'intento di scagionare del tutto gli avversari di Gesù, i farisei, ha sostenuto che con questo termine si intendono "i trasgressori deliberati e impenitenti della legge", in altre parole i criminali, i fuori legge. Se fosse così, gli avversari di Gesù avevano tutta la ragione di scandalizzarsi e di ritenerlo persona irresponsabile e socialmente pericolosa. Sarebbe come se oggi un sacerdote frequentasse abitualmente mafiosi e criminali e accettasse i loro inviti a pranzo, con il pretesto di parlare loro di Dio.

In realtà le cose non stanno così. I farisei avevano una loro visione della legge e di ciò che è conforme o contrario ad essa e consideravano reprobi tutti quelli che non si conformavano alla loro rigida interpretazione della legge. Peccatori, insomma, erano per loro tutti quelli che non seguivano le loro tradizioni e i loro dettami. Seguendo la stessa logica, gli Esseni di Qumran consideravano ingiusti e violatori della legge i farisei stessi! Succede anche oggi. Certi gruppi ultraortodossi considerano automaticamente eretici tutti quelli che non la pensano esattamente come loro.

Un eminente studioso scrive a questo riguardo: "Non è vero che Gesù aprisse le porte del regno a criminali incalliti e impenitenti, o negasse l'esistenza di 'peccatori'. Gesù si oppose agli steccati che venivano eretti nel corpo d'Israele, per i quali alcuni israeliti venivano trattati come se fossero fuori del patto e esclusi dalla grazia di Dio" (James Dunn).

Gesù non nega che esista il peccato e che esistano i peccatori. Il fatto di chiamarli "malati" lo dimostra. Su questo punto egli è più rigoroso dei suoi avversari. Se questi condannano l'adulterio di fatto, egli condanna anche l'adulterio di desiderio; se la legge diceva di non uccidere, lui dice che non si deve neppure odiare o insultare il fratello. Ai peccatori che si avvicinano a lui, egli dice: "Va' e non peccare più"; non dice: "Va' e continua come prima".

Quello che Gesù condanna è di stabilire per conto proprio qual è la vera giustizia e disprezzare gli altri, negando loro perfino la possibilità di cambiare. È significativo il modo in cui Luca introduce la parabola del fariseo e del pubblicano: "Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri" (Lc 18,9). Gesù era più severo verso coloro che, sprezzanti, condannavano i peccatori, che verso i peccatori stessi.

Ma il fatto più nuovo e inaudito nel rapporto tra Gesù e i peccatori non è la sua bontà e misericordia verso di loro. Questo si può spiegare umanamente. C'è, nel suo atteggiamento, qualcosa che non si può spiegare umanamente, cioè ritenendo che Gesù fosse un uomo come gli altri, ed è il fatto di rimettere i peccati.

Gesù dice al paralitico: "Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati". "Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?", gridano inorriditi i suoi avversari. E Gesù: "Affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere di rimettere i peccati, Alzati, disse al paralitico, prendi il tuo lettuccio e va' a casa tua". Nessuno poteva verificare se i peccati di quell'uomo erano stati rimessi o no, ma tutti potevano costatare che si alzava e camminava. Il miracolo visibile attestava quello invisibile.

Anche l'esame dei rapporti di Gesù con i peccatori, contribuisce dunque a dare una risposta alla domanda: Chi era Gesù? Un uomo come gli altri, un profeta, o qualcosa di più e di diverso? Durante la sua vita terrena Gesù non affermò mai esplicitamente di essere Dio (e abbiamo spiegato inprecedenza anche perché), ma agì attribuendosi poteri che sono esclusivi di Dio.

Torniamo adesso al vangelo di domani e alla parabola del figliol prodigo. C'è un l'elemento comune che unisce tra loro le tre parabole della pecorella smarrita, della dramma perduta e del figliol prodigo narrate una di seguito all'altra nel capitolo 15 di Luca. Cosa dice il pastore che ha ritrovato la pecorella smarrita e la donna che ha ritrovato la sua dramma? "Rallegratevi con me!". E cosa dice Gesù a conclusione di ognuna delle tre parabole? "Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione".

Il leitmotiv delle tre parabole è dunque la gioia di Dio. (C'è gioia "davanti agli angeli di Dio", è un modo tutto ebraico di dire che c'è gioia "in Dio"). Nella nostra parabola, la gioia straripa e diventa festa. Quel padre non sta più nella pelle e non sa cosa inventare: ordina di tirare fuori il vestito di lusso, l'anello con il sigillo di famiglia, di uccidere il vitello grasso, e dice a tutti: "Mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato".

In un suo romanzo, Dostoevskij descrive un quadretto che ha tutta l'aria di una scena osservata dal vero. Una donna del popolo tiene in braccio il suo bambino di poche settimane, quando questi - per la prima volta, a detta di lei- le sorride. Tutta compunta, ella si fa il segno della croce e a chi le chiede il perché di quel gesto risponde: "Ecco, allo stesso modo che una madre è felice quando nota il primo sorriso del suo bimbo, così si rallegra Iddio ogni volta che un peccatore si mette in ginocchio e rivolge a lui una preghiera fatta con tutto il cuore" (L'Idiota, Milano 1983, p. 272). Chissà che qualcuno, ascoltando, non decida di dare finalmente a Dio un po' di questa gioia, di fargli un sorriso prima di morire...