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Giovanni Paolo II. Le beatitudini. Omelia sul Monte Korazim

PELLEGRINAGGIO GIUBILARE
DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II
IN TERRA SANTA (20-26 MARZO 2000)

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

SANTA MESSA PER I GIOVANI

Israele - Korazim, Monte delle Beatitudini,
Venerdì, 24 marzo 2000

“Considerate la vostra vocazione, fratelli” (1 Cor 1, 26)

1. Oggi queste parole di san Paolo sono rivolte a tutti noi che siamo giunti qui sul Monte delle Beatitudini. Siamo seduti su questa collina come i primi discepoli e ascoltiamo Gesù. In silenzio ascoltiamo la sua voce gentile e pressante, gentile quanto questa terra stessa e pressante quanto l'invito a scegliere fra la vita e la morte.

Quante generazioni prima di noi si sono commosse profondamente udendo il Discorso della Montagna! Quanti giovani nel corso dei secoli si sono riuniti intorno a Gesù per apprendere le parole di vita eterna, proprio come oggi voi siete riuniti qui! Quanti giovani cuori sono stati ispirati dalla forza della sua personalità e dalla avvincente verità del suo avvincente messaggio! È meraviglioso che siate qui!

Grazie, Arcivescovo Boutros Mouallem, per la sua cordiale accoglienza. La prego di trasmettere i miei saluti oranti a tutta la comunità greco-melkita che presiede. Estendo i miei auguri fraterni ai numerosi Cardinali, al Patriarca Sabbah, ai Vescovi, e a tutti i sacerdoti qui presenti. Saluto i membri delle Comunità Latina, Maronita, Siriana, Armena, Caldea, e tutti i nostri fratelli e sorelle delle altre Chiese Cristiane e Comunità Ecclesiali. Rivolgo una speciale parola di ringraziamento ai nostri amici Musulmani che sono qui, ed ai membri di fede Ebraica.

Questo grande raduno è come una prova generale per la Giornata Mondiale della Gioventù che si svolgerà a Roma nel mese di agosto! Il giovane che ha parlato ha promesso che avrete un’altra montagna, il Monte Sinai! Giovani di Israele, dei Territori Palestinesi, della Giordania e di Cipro, giovani del Medio Oriente, dell'Africa e dell'Asia, dell'Europa, dell'America e dell'Oceania! Saluto ognuno di voi con affetto e amore!

2. I primi che udirono le Beatitudini di Gesù serbavano nel cuore il ricordo di un altro monte, il Monte Sinai. Proprio un mese fa, ho avuto la grazia di recarmi là, dove Dio parlò a Mosè e Gli diede la Legge scritta “dal dito di Dio” (Es 31, 18) su tavole di pietra. Questi due monti, il Sinai e il Monte delle Beatitudini, ci offrono la mappa della nostra vita cristiana e una sintesi delle nostre responsabilità verso Dio e verso il prossimo. La Legge e le Beatitudini insieme tracciano il cammino della sequela di Cristo e il sentiero regale verso la maturità e la libertà spirituali.

I Dieci Comandamenti del Sinai possono sembrare negativi: “Non avrai altri dèi di fronte a me;... Non uccidere; Non commettere adulterio; Non rubare; Non pronunziare falsa testimonianza...” (Es 20, 3, 13 -16), Essi sono invece sommamente positivi. Andando oltre il male che nominano, indicano il cammino verso la legge d'amore che è il primo e il più grande dei Comandamenti: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente... Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22, 37, 39). Gesù stesso afferma di non essere venuto per abolire la Legge, ma per darle compimento (cfr Mt 5, 17). Il suo messaggio è nuovo, ma non distrugge ciò che già esiste. Anzi sviluppa al massimo le sue potenzialità. Gesù insegna che la via dell'amore porta la legge al suo pieno compimento (cfr Gal 5, 14). Ed ha insegnato questa verità importantissima su questa collina, qui in Galilea.

3. “Beati voi”, dice “Beati i poveri in spirito, i miti e i misericordiosi, gli afflitti, coloro che hanno fame e sete della giustizia, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati! Beati voi!”. Le parole di Gesù possono sembrare strane. È strano che Gesù esalti coloro che il mondo considera in generale dei deboli. Dice loro: “Beati voi che sembrate perdenti, perché siete i veri vincitori: vostro è il Regno dei Cieli!”. Dette da lui che è “mite e umile di cuore” (Mt 11, 29), queste parole lanciano una sfida che richiede una metanoia profonda e costante dello spirito, una grande trasformazione del cuore.

Voi giovani comprenderete il motivo per cui è necessario questo cambiamento del cuore! Siete infatti consapevoli di un'altra voce dentro di voi e intorno a voi, una voce contraddittoria. È una voce che dice: “Beati i superbi e i violenti, coloro che prosperano a qualunque costo, che non hanno scrupoli, che sono senza pietà, disonesti, che fanno la guerra invece della pace e perseguitano quanti sono di ostacolo sul loro cammino”. Questa voce sembra avere senso in un mondo in cui i violenti spesso trionfano e pare che i disonesti abbiano successo. “Sì” dice la voce del male “sono questi a vincere. Beati loro!”

4. Gesù offre un messaggio molto diverso. Non lontano da qui egli chiamò i suoi primi discepoli, così come chiama voi ora. La sua chiamata ha sempre imposto una scelta fra le due voci in competizione per conquistare il vostro cuore, anche ora, qui sulla collina, la scelta fra il bene e il male, fra la vita e la morte. Quale voce sceglieranno di seguire i giovani del XXI secolo? Riporre la vostra fiducia in Gesù significa scegliere di credere in ciò che dice, indipendentemente da quanto ciò possa sembrare strano, e scegliere di non cedere alle lusinghe del male, per quanto attraenti possano sembrare.

Dopo tutto, Gesù non solo proclama le Beatitudini. Egli vive le Beatitudini. Egli è le Beatitudini. Guardandolo, vedrete cosa significa essere poveri in spirito, miti e misericordiosi, afflitti, avere fame e sete della giustizia, essere puri di cuore, operatori di pace, perseguitati. Per questo motivo ha il diritto di affermare “Venite, seguitemi!”. Non dice semplicemente, “Fate ciò che dico”. Egli dice “Venite, seguitemi!”.

Voi ascoltate la sua voce su questa collina e credete a ciò che dice. Tuttavia, come i primi discepoli sul mare di Galilea, dovete abbandonare le vostre barche e le vostre reti e questo non è mai facile, in particolare quando dovete affrontare un futuro incerto e siete tentati di perdere la fiducia nella vostra eredità cristiana. Essere buoni Cristiani può sembrare un'impresa superiore alle vostre forze nel mondo di oggi. Tuttavia Gesù non resta a guardare e non vi lascia soli ad affrontare tale sfida. È sempre con voi per trasformare la vostra debolezza in forza. CredeteGli quando vi dice: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (2 Cor 12, 9)!

5. I discepoli trascorsero del tempo con il Signore. Giunsero a conoscerlo e ad amarlo profondamente. Scoprirono il significato di quanto l'Apostolo Pietro disse una volta a Gesù: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6, 68). Scoprirono che le parole di vita eterna sono le parole del Sinai e le parole delle Beatitudini. Questo è il messaggio che diffusero ovunque.

Al momento della sua Ascensione, Gesù affidò ai suoi discepoli una missione e questa rassicurazione: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni... ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 18-20). Da duemila anni i seguaci di Cristo svolgono questa missione. Ora, all'alba del terzo millennio, tocca a voi. Tocca a voi andare nel mondo e annunciare il messaggio dei Dieci Comandamenti e delle Beatitudini. Quando Dio parla, parla di cose che hanno la più grande importanza per ogni persona, per le persone del XXI secolo non meno che per quelle del primo secolo. I Dieci Comandamenti e le Beatitudini parlano di verità e di bontà, di grazia e di libertà, di quanto è necessario per entrare nel Regno di Cristo. Ora tocca a voi essere coraggiosi apostoli di quel Regno!

Giovani della Terra Santa, giovani del mondo, rispondete al Signore con un cuore aperto e volenteroso! Volenteroso e aperto come il cuore della figlia più grande di Galilea, Maria, la Madre di Gesù. Come rispose? Disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1, 38).

O Signore Gesù Cristo, in questo luogo che hai conosciuto e che hai tanto amato, ascolta questi giovani cuori generosi! Continua a insegnare a questi giovani la verità dei Comandamenti e delle Beatitudini! Rendili gioiosi testimoni della tua verità e apostoli convinti del tuo Regno! Sii con loro sempre, in particolare quando seguire te e il Vangelo diviene difficile e arduo! Sarai tu la loro forza, sarai tu la loro vittoria!

O Signore Gesù, hai fatto di questi giovani degli amici tuoi: tienili per sempre vicino a te!

Amen!

© Copyright 2000 - Libreria Editrice Vaticana

Le Beatitudini e i Comandamenti

Autore: Oliosi, Gino
Fonte: CulturaCattolica.it
martedì 8 maggio 2007

«Le Beatitudini vengono non di rado presentate come l’antitesi neotestamentaria al Decalogo, come, per così dire, l’etica più elevata dei cristiani nei confronti dei comandamenti dell’Antico Testamento. Questa interpretazione fraintende completamente il senso delle parole di Gesù. Gesù ha sempre dato per scontata la validità del Decalogo (Mc 10,19; Lc 16,17), il Discorso della Montagna riprende i comandamenti della Seconda tavola e li approfondisce, non li abolisce (Mt 5,21-48); ciò si opporrebbe diametralmente al principio fondamentale premesso a questo discorso sul Decalogo: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla Legge neppure in iota o un segno, senza che tutto sia compiuto” (Mt 5,17). Su questa frase, che solo in apparenza è in contraddizione con il messaggio paolino dovremo tornare dopo il dialogo tra Gesù e il rabbino. Intanto è sufficiente notare che Gesù non pensa di abolire il Decalogo, al contrario: lo rafforza» [Joseph Ratzinger Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, pp. 93-94].
Ma allora - si chiede Joseph Ratzinger Benedetto XVI - che cosa sono le Beatitudini? Le singole affermazioni delle Beatitudini nascono dallo sguardo di Gesù verso i discepoli; descrivono lo stato effettivo dei discepoli di Gesù: sono poveri, affamati, piangenti, odiati e perseguitati (Lc 6,20ss). Sono da intendere come qualificazioni pratiche, ma anche teologiche, dei discepoli - di coloro che hanno seguito Gesù e sono diventati la sua famiglia.
Ma questa situazione empiricamente verificabile di minaccia incombente in cui Gesù vede i suoi si fa promessa, quando lo sguardo su di essa si illumina a partire dal Padre. Riferite alla comunità dei discepoli di Gesù, le Beatitudini rappresentano dei paradossi: i criteri mondani vengono capovolti non appena la realtà è guardata nella giusta prospettiva, ovvero dal punto di vista della scala dei valori di Dio, che è diversa dalla scala dei valori del mondo.
Le Beatitudini sono promesse nelle quali risplende la nuova immagine del mondo e dell’uomo che Gesù inaugura, il “rovesciamento dei valori”. Sono promesse escatologiche; questa espressione tuttavia non deve essere intesa nel senso che la gioia che annunciano sia spostata in un futuro infinitamente lontano o esclusivamente nell’aldilà. Se l’uomo comincia a guardare e a vivere a partire da Dio, se cammina in compagnia di Gesù, allora un po’ di éschaton, di ciò che deve venire, è già presente adesso. A partire da Gesù entra la gioia nella tribolazione.
Lo sguardo su Paolo e Giovanni ci rende evidenti due verità. Le Beatitudini esprimono ciò che significa discepolato, lasciarsi assimilare a Cristo. Esse diventano tanto più concrete e reali quanto più completa è la dedizione al servizio da parte del discepolo, come possiamo esperimentare in Paolo: il loro significato non può essere spiegato in modo solo teorico: viene proclamato nella vita, nella sofferenza e nella gioia del discepolo, che si è donato interamente al seguito del Signore. In questo modo si palesa una seconda evidenza: il carattere cristologico delle Beatitudini: Il discepolo è legato al mistero di Cristo. La sua vita è immersa nella comunione con Lui: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Le Beatitudini sono la trasposizione della croce e della risurrezione nell’esistenza dei discepoli. La perfezione o tensione per giusti comportamenti in ogni ambito cioè l’essere santi come Dio è santo (Lev. 19,2; 11,44), richiesta dalla Torah, adesso consiste nel seguire, nel lasciarsi assimilare a Gesù. E’ l’equiparazione tra Gesù e Dio che si compie nei diversi passaggi del Discorso della Montagna. Il comandamento fondamentale di Israele (“Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto” (Mt 4,10; Dt 6,13) è anche il comandamento fondamentale dei cristiani: si deve adorare Dio solo e Gesù ci ha portato Dio, Dio nel suo volto umano, che rivela contemporaneamente chi è Dio e chi è l’uomo. Proprio questo sì incondizionato alla prima tavola del Decalogo include anche il sì alla seconda tavola, portata a compimento dal Discorso della montagna: il rispetto dell’uomo, l’amore per il prossimo.
Ma l’intelligenza delle Scritture - ha ricordato Benedetto XVI il 2 maggio 2007 rifacendosi al pensiero di Origene alessandrino - richiede, più ancora che lo studio, l’intimità con Cristo e la preghiera. Egli è convinto che la via privilegiata per conoscere Dio è l’amore, e che non si dia una autentica scientia Christi senza innamorarsi di Lui. L’interpretazione storico critica del testo scritturale della Torah e del Discorso della montagna, come di tutta la Bibbia, cerca di individuare con precisione il senso originario delle parole, quali erano intese nel loro luogo e nel loro tempo. Ma occorre tener presente che ogni parola umana di un certo peso reca in sé una rilevanza superiore alla immediata consapevolezza che può averne avuto l’autore al momento, tanto più per le parole che sono maturate nel processo della storia della fede. Lì l’autore non parla semplicemente da sé e per sé. Parla a partire da una storia comune che lo sostiene. Parla in una comunità viva dove la Rivelazione attraverso la Scrittura continua ad essere in atto. E questo è uno dei punti fondamentali della Dei Verbum non ancora entrato nella coscienza ecclesiale e a cui mira il prossimo Sinodo sulla Sacra Scrittura nella vita e nella missione della Chiesa, il cui ordine del giorno è già stato annunciato con i Lineamenta.
All’ultima stesura della Dei Verbum del Concilio Vaticano II ha portato il proprio contributo il teologo Ratzinger, utilizzando la conoscenza dei Padri e l’argomento per la tesi di abilitazione “Il concetto di Rivelazione in Bonaventura”. La Rivelazione, fondamento della fede cristiana, si limita a ciò che Dio ha “rivelato” direttamente agli uomini, cioè a quanto hanno codificato nell’Antico Testamento e nei Vangeli e che l’interpretazione storico-critica del testo cerca di individuare? Lo affermava Lutero contro le presunte derive e gli abusi della Chiesa cattolica, predicando il ritorno alla “sola Scrittura”. E questa era diventata una prassi di tanti teologi: la rivelazione divina sarebbe un dato immutabile che si trasmette di generazione in generazione in modo molto scolastico, oggettivo.
Ma Ratzinger, rifacendosi ai Padri e alla riflessione sulla “rivelazione” di san Bonaventura e dei suoi contemporanei: “rivelazione” è l’atto con il quale Dio, attraverso la Scrittura e la Tradizione, si rivela e non solo il risultato che ne derivano i redattori della Sacra Scrittura. Spiega Ratzinger: “L’idea di rivelazione implica che qualcuno ne prenda coscienza (…) e ciò significa che la rivelazione precede la Scrittura, è contenuta in essa, ma senza identificarsi con essa”. La rivelazione, pur con un patrimonio oggettivo, non è fissata nel passato, ma è un cammino di Scrittura in atto che accompagna tutta la Tradizione, pur avendo concluso il cammino genetico dello scritto ispirato con il momento apostolico, cui continuamente rifarsi. Dal prossimo Sinodo Benedetto XVI, ma anche tutti i fedeli si attendono molto.

Don Umberto Neri. Le beatitudini

Beati i poveri, in spirito.

Innanzitutto i poveri, i realmente poveri in tutti i modi: perché non hanno un soldo in tasca, perché non hanno da mangiare, perché patiscono, sono disoccupati, non hanno casa.

Poveri anche perché sono malati, prigionieri, indifesi, in condizione di svantaggio, di indigenza, di debolezza, esposti a tutto: poveri. Il concetto è più vasto di quello che intendiamo di solito: non si tratta soltanto di censo.

“In spirito” non attenua, anzi rafforza. Poveri e per di più in spirito: poveri che si adeguano alla loro condizione con un sentire, un parlare, un agire da poveri. Non è la povertà sola, è la realtà della povertà intimamente accettata e vissuta. Ci possono essere poveri ribelli, orgogliosi, prepotenti: questi non sono i poveri del Signore.

Chi si contrappone a questo ritratto spirituale, chi è escluso dal Regno? Anzitutto i ricchi: finchè uno è ricco è escluso ( cf Mt 19,23-26 ). Ma poveri lo si può diventare, perché Dio è capace di dare grazia per far distaccare dalle ricchezze; o ancora dio può fare povero uno che è ricco: ci pensa lui a renderlo debole, fragile, tremante. E’ una condizione imprescindibile, realizzata da Dio attraverso la grazia o attraverso modi suoi di impoverire colui che è ricco, “rubandogli” la ricchezza.

Beati quelli che piangono, cioè quelli che sono nella sofferenza, ne lutto. Piangono e lo accettano, sono nel lutto e con umiltà si pongono davanti a Dio. E sono anche quelli che fanno lutto per la consapevolezza del peccato, anche se il senso del testo non si limita a questo: uno che è in lutto per la morte del figlio non è forse nel pianto? Eccome! Il Signore è venuto proprio per questi, è come se dicesse loro: “Sono venuto per te, non sei fatto per questo, sei fatto per la gioia. Tuo è il regno!”

Che cosa si oppone a questa beatitudine del pianto? La realtà mondana dei gaudenti, di quelli cioè che si istallano nel mondo e ci sguazzano 8 cf Am 6,4-6: quelli che vivono nella mondanità e neppure “si preoccupano della rovina di Giuseppe”.

Il regno è instaurato e il Signore conforta quelli che hanno partecipato al lutto per Gerusalemme.

“Beati i miti”.

Nell’ambito dell’Antico Testamento questa espressione ha il suo corrispondente più preciso nel Salmo 36 ( Non adirarti contro gli empi ): miti sono quelli che esprimono l’atteggiamento dei poveri del Signore; vivono nell’attesa del giudizio di Dio, senza farsi giustizia da sé, neppure quando sarebbe legittimo; sono coloro che attendono l’intervento di Dio, perché certo il Signore interviene in favore di chi si affida a lui. I salmi sono pieni di questa fiducia nella promessa di Dio.

Chi si contrappone ad essi? Quelli che contano sulla propria vita per farsi giustizia.

“beati quelli che hanno fame e sete della giustizia”. Fame e sete, cioè desiderio ardente del bene, della giustizia di Dio.

La giustizia è la santità, la verità, la rettitudine, l’obbedienza alla volontà di Dio; la giustizia è il rispetto della grandezza e della dignità dell’uomo. Beati quelli che ne hanno fame per sé e per il mondo, che non si rassegnano alla sua mancanza, ma ne piangono, ne soffrono, invocano Dio e si sacrificano per questo. Chi si contrappone a ciò? Quelli che si adattano, rassegnandosi malamente, alla realtà cattiva del mondo.

“Beati i misericordiosi”: è il soccorrere, il fare misericordia; non soltanto l’aver compassione, ma il fare attivamente misericordia, come dice Luca del buon samaritano, “ Colui che gli fece misericordia “ 8 Cf lc 19,37, nell’originale greco ) . Non avrebbe senso dire: “Io ho pietà di te” quando, potendo fare qualcosa, non lo si fa.

Si contrappongono ai misericordiosi delle beatitudini quelli che non perdonano, che non soccorrono perché non hanno pietà del prossimo, che non concedono misericordia non rendendosi conto di averne loro stessi un bisogno infinito. Questi non entrano nel regno dei cieli. Il fariseo della parabola che giudicava il pubblicano non fa parte di questa categoria: per questo, se resta così, non entra nel regno dei cieli ( cf Lc 18,9-14 ).

Poi “i puri di cuore”: è la coscienza pura, la chiarezza e la pulizia del sentire come dell’agire. Si oppone alla compromissione, all’ambiguità, alla contraddizione interiore vissuta in modo da adattarsi a essa, tanto da farne un modo abituale e accettato del sentire.

La beatitudine corrispondente ( “perché vedranno Dio ) dimostra chiaramente che purezza, in questo caso, vuol dire pulizia: la limpidezza dell’intimo consente di vedere Dio, perché la vista non è appannata dall’ambiguità di una coscienza contradditoria.

Il Salmo 23 ( Del Signore è la terra e quanto contiene…” ) spiega che cosa sia questa rettitudine di cuore, che naturalmente comporta un agire conforme, coerentemente pio, obbediente a Dio, retto. La settima beatitudine è per “i facitori di pace”, non per i pacifici. La formula è classica nel Nuovo Testamento: ricorre quattro volte, due volte riferita a Gesù e altre due volte riferita al cristiano. E’ il diventare luogo e strumento di pacificazione ( come un mite, un povero, come uno che fa misericordia, come uno che piange: tutti luoghi e strumenti di pace).

Quindi si contrappone a questo l’essere litigiosi, violenti e provocatori di contese, magari per la coscienza o la pretesa dei propri diritti, o ancora per il volere fare giustizia da sé, o perché si condanna il prossimo, o anche perché si è ricchi e potenti e ci si avvale di questo.

L’ottava beatitudine è per i “perseguitati per la giustizia”. Cioè le vittime, proprio a motivo del loro essere vittime e per la loro rinuncia alla violenza e alla sopraffazione a motivo del Vangelo.

In opposizione a questa persecuzione per la giustizia vi è tutto quello che si è detto e, in particolare, l’accordo a ogni costo con il mondo o il venire meno a questa regola di vita per il dissenso del mondo, come quelli che quando sopravvengono le tentazioni vengono meno perché non hanno radici, prendono paura e ritornano di nuovo ai mezzi mondani di difesa e di affermazione: essi non entrano nel regno dei cieli ( cf Lc 8,13 e par ).

A questo punto è utile fare una piccola osservazione a margine: queste categorie, come quella del regno, sono tutte definite in base a una terminologia, a una tradizione che si rifanno alla grande tradizione biblica. Sono cioè termini che hanno una loro storia e c’è tutto un contesto nel quale vanno inseriti per essere compresi. Diversamente potrebbero essere intesi in modo equivoco.

Mite! Oggi non esiste un termine più confuso. Ma qui non si tratta della categoria dei non violenti come la intendiamo oggigiorno. La mitezza della terza beatitudine è diversa: è molto di più che non-violenza, perché contiene anche l’affidarsi a Dio, e questo nella non violenza può non esserci. C’è infatti una non violenza atea, che non è la non violenza del salmo 36 a cui la terza beatitudine si riferisce. I poveri sono poi in tutta la scrittura. Dei poveri che piangono parlano continuamente i profeti e i Salmi. Lo stesso vale per la pace e per quelli che fanno la pace; per la purezza di cuore, che non è semplicemente la rettitudine di coscienza: è puro di cuore chi fa la volontà di Dio, chi è integro nella propria coscienza obbedendo a Dio. Così per il termine giustizia: quale termine meno comprensibile al di fuori della scrittura! Chi intendesse i perseguitati per la giustizia semplicemente come buoni sindacalisti perseguitati, sarebbe del tutto fuori strada. L’affermazione del diritto, dei diritti fondamentali della persona umana è certo una cosa importante, ma rispetto alla totalità del concetto biblico di giustizia è una particella.

Dunque è evidente che non è possibile tradurre queste categorie bibliche in termini mondani: si deformerebbero completamente.

“Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi”.

Che cosa comporta il regno dei cieli? La persecuzione.

La persecuzione ingiusta, perché mentiranno. La persecuzione “per causa mia”: “Come hanno odiato me odieranno voi” dice Gesù ( cf Gv 15,16 ); e poi, ancora: “Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi, perché voi non siete del mondo come io non sono del mondo” ( Gv 15,20 e 17,14 ).

Un atteggiamento di questo genere è di assoluta rottura. Come già si è accennato, uno dei termini che meglio riassumono il tema delle beatitudini è la non-mondanità. Tutti danno addosso a uno così diverso, lo prendono di mira proprio perché diverso: è buono, non fa male a nessuno, è mite come un agnellino… Verrebbe da pensare che troverà pace, benevolenza. Invece lo prenderanno in odio e l’odio diventerà tanto più rabbioso quanto più sarà diverso. Gesù lo dice spesso, in particolare nel lungo discorso dei capitoli 14, 15 e 16 del Vangelo di Giovanni.

Quindi, voi che siete entrati nel regno, ebbene sarete odiati a causa mia, cioè per l’assimilazione a me che vi rende diversi, e a causa dell’annuncio, della testimonianza resa a me che il mondo non vuole. Le persecuzioni sono quindi una condizione normale del seguace di Cristo, l’essere parte le comporta.

Questa parola profetica è anche parola di consolazione, perché mostra la normalità della persecuzione: quindi non ci si può turbare né sgomentare quando insorge. E dice anche “beati!”, cioè che è bello ciò che succederà. Perché bello? Perché c’è un’altra vita, nulla è perduto e inutile: non è una perdita, non è una sconfitta, non è una smentita, anzi è la conferma di tutto quello in cui si crede e che si testimonia. E la ricompensa sarà in cielo, perché il regno di Dio è nostro e lo rimane fino alla fine dei tempi. Non ci si può ingannare quindi: la ricompensa per la perseveranza non sarà il cessare improvviso della persecuzione e l’iniziare di un plauso mondano. La condizione di persecuzione è condizione che non abbandona la chiesa e il seguace di Cristo, fino alla fine, come mostra anche l’Apocalisse.

Se non fosse così, se non si fosse perseguitati, vorrebbe dire che si è falsi profeti, cioè che ci si adatta al mondo. Infatti che cosa è il proprium del falso profeta? Il plauso alla realtà mondana. Il falso profeta, che plaude al mondo e si adatta alle storture immense del mondo, è accolto. Se non si è perseguitati è segno chiaro che si è falsi profeti, mentre se si dicono queste cose tutti “diranno ogni male, mentendo, per causa mia”. O dice anche il Vangelo di Giovanni e, in particolare, il parallelo di Luca: “Guai a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi – e quindi non vi perseguiteranno, che sciagura!- perché così hanno fatto con i falsi profeti”. ( cf Lc 6,26 )

Infine sottolineo il monito: “Esultate!”. Lo intenderei come un comando preciso: godete, esultate, ringraziate Dio, perché non farlo significherebbe la smentita della vostra fede, significherebbe che voi non siete entrati in questa prospettiva, che non avete capito queste cose e il grande beneficio di Dio del quale in questo modo vi rendete indegni. Questo comando è simile a quello dato da Gesù nel Vangelo di Giovanni: “Non turbatevi!” ( cf Gv 14,27 ), quindi gioite!


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Benedetto XVI. La rivoluzione delle Beatitudini.

Le Beatitudini vengono non di rado presentate come l'antitesi neotestamentaria al Decalogo, come, per così dire, l'etica più elevata dei cristiani nei confronti dei comandamenti dell'Antico Testamento. Questa interpretazione fraintende completamente il senso delle parole di Gesù. Gesù ha sempre dato per scontata la validità del Decalogo (cfr., per es., Mc 10,19; Lc 16,17); il Discorso della montagna riprende i comandamenti della Seconda tavola e li approfondisce, non li abolisce (cfr. Mt 5,21-48); ciò si opporrebbe diametralmente al principio fondamentale premesso a questo discorso sul Decalogo: "Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla Legge neppure un iota o un segno, senza che tutto sia compiuto " (Mt 5,17s). Intanto è sufficiente notare che Gesù non pensa di abolire il Decalogo, al contrario: lo rafforza.
Ma allora che cosa sono le Beatitudini? Anzitutto, esse si inseriscono in una lunga tradizione di messaggi veterotestamentari, quali troviamo, per esempio, nel Salmo 1 e nel testo parallelo di Geremia 17,7s: "Benedetto l'uomo che confida nel Signore...". Sono parole di promessa, che nello stesso tempo contribuiscono al discernimento degli spiriti e diventano così parole guida.
La cornice data da Luca al Discorso della montagna chiarisce la destinazione particolare delle Beatitudini di Gesù: "Alzati gli occhi verso i suoi discepoli...". Le singole affermazioni delle Beatitudini nascono dallo sguardo verso i discepoli; descrivono per così dire lo stato effettivo dei discepoli di Gesù: sono poveri, affamati, piangenti, odiati e perseguitati (cfr. Lc 6,20ss).
Sono da intendere come qualificazioni pratiche, ma anche teologiche, dei discepoli - di coloro che hanno seguito Gesù e sono diventati la sua famiglia.
Tuttavia la situazione empirica di minaccia incombente in cui Gesù vede i suoi si fa promessa, quando lo sguardo su di essa si illumina a partire dal Padre. Riferite alla comunità dei discepoli di Gesù, le Beatitudini rappresentano dei paradossi: i criteri mondani vengono capovolti non appena la realtà è guardata nella giusta prospettiva, ovvero dal punto di vista della scala dei valori di Dio, che è diversa dalla scala dei valori del mondo. Proprio coloro che secondo criteri mondani vengono considerati poveri e perduti sono i veri fortunati, i benedetti, e possono rallegrarsi e giubilare nonostante tutte le loro sofferenze. Le Beatitudini sono promesse nelle quali risplende la nuova immagine del mondo e dell'uomo che Gesù inaugura, il "rovesciamento dei valori". Sono promesse escatologiche; questa espressione tuttavia non deve essere intesa nel senso che la gioia che annunciano sia spostata in un futuro infinitamente lontano o esclusivamente nell'aldilà.
Se l'uomo comincia a guardare e a vivere a partire da Dio, se cammina in compagnia di Gesù, allora vive secondo nuovi criteri e allora un po' di éschaton, di ciò che deve venire, è già presente adesso. A partire da Gesù entra gioia nella tribolazione. (…) Ma ora si pone la que stione fondamentale: è giusta la direzione che ci indica il Signore nelle Beatitudini e nei moniti a esse contrapposti? È davvero male essere ricchi, sazi, ridere, essere apprezzati? Per la sua rabbiosa critica del cristianesimo Friedrich Nietzsche ha fatto leva proprio su questo punto. Non sarebbe la dottrina cristiana che si dovrebbe criticare: sarebbe la morale del cristianesimo che bisognerebbe attaccare come "crimine capitale contro la vita". E con "morale del cristianesimo" egli intende esattamente la direzione che ci indica il Discorso della montagna.
"Quale è stato fino ad oggi sulla terra il più grande peccato? Non forse la parola di colui che disse: "Guai a coloro che ridono!"?". E contro le promesse di Cristo dice: noi non vogliamo assolutamente il regno dei cieli. "Siamo diventati uomini - vogliamo il regno della terra".
La visione del Discorso della montagna appare come una religione del risentimento, come l'invidia dei codardi e degli incapaci, che non sono all'altezza della vita e allora vogliono vendicarsi esaltando il loro fallimento e oltraggiando i forti, coloro che hanno successo, che sono fortunati. All'ampia prospettiva di Gesù viene contrapposta un'angusta concentrazione sulle realtà di quaggiù: la volontà di sfruttare adesso il mondo e tutte le offerte della vita, di cercare il cielo quaggiù e in tutto ciò non farsi inibire da nessun tipo di scrupolo.
Molto di tutto questo è passato nella coscienza moderna e determina in gran parte il modo in cui oggi si percepisce la vita. Così il Discorso della montagna pone la questione dell'opzione fondamentale del cristianesimo e, da figli del nostro tempo, avvertiamo la resistenza interiore contro quest'opzione - anche se non siamo insensibili di fronte all'elogio dei miti, dei misericordiosi, degli operatori di pace, degli uomini sinceri.
Dopo le esperienze dei regimi totalitari, dopo il modo brutale con cui essi hanno calpestato gli uomini, schernito, asservito, picchiato i deboli, comprendiamo p ure di nuovo coloro che hanno fame e sete di giustizia; riscopriamo l'anima degli afflitti e il loro diritto a essere consolati. Di fronte all'abuso del potere economico, di fronte alla crudeltà del capitalismo che degrada l'uomo a merce, abbiamo cominciato a vedere più chiaramente i pericoli della ricchezza e comprendiamo in modo nuovo che cosa Gesù intendeva nel metterci in guardia dalla ricchezza, dal dio Mammona che distrugge l'uomo prendendo alla gola con la sua mano spietata gran parte del mondo. Sì, le Beatitudini si contrappongono al nostro gusto spontaneo per la vita, alla nostra fame e sete di vita. Esigono "conversione" - un'inversione di marcia interiore rispetto alla direzione che prenderemmo spontaneamente. Ma questa conversione fa venire alla luce ciò che è puro, ciò che è più elevato, la nostra esistenza si dispone nel modo giusto.
Il mondo greco, la cui gioia di vivere si rivela in modo meraviglioso nell'epopea omerica, era tuttavia profondamente consapevole del fatto che il vero peccato dell'uomo, la sua minaccia più intima è la hy´ bris: l'autosufficienza presuntuosa, in cui l'uomo eleva se stesso a divinità, vuole essere lui stesso il suo dio, per essere completamente padrone della propria vita e sfruttare fino in fondo tutto ciò che essa ha da offrire.
Questa consapevolezza che la vera minaccia per l'uomo consiste nell'autosufficienza ostentata, a prima vista così convincente, viene sviluppata nel Discorso della montagna in tutta la sua profondità a partire dalla figura di Cristo.
Abbiamo visto che il Discorso della montagna è una cristologia nascosta. Dietro di essa c'è la figura di Cristo, di quell'uomo che è Dio, ma che proprio per questo discende, si spoglia, fino alla morte sulla croce. I santi, da Paolo a Francesco d'Assisi fino a madre Teresa, hanno vissuto questa opzione mostrandoci così la giusta immagine dell'uomo e della sua felicità. In una parola: la vera "morale" del cristianesimo è l'amore. E questo, ovviamente, si oppone all 'egoismo - è un esodo da se stessi, ma è proprio in questo modo che l'uomo trova se stesso. Nei confronti dell'allettante splendore dell'uomo di Nietzsche, questa via, a prima vista, sembra misera, addirittura improponibile. Ma è il vero "sentiero di alta montagna" della vita; solo sulla via dell'amore, i cui percorsi sono descritti nel Discorso della montagna, si dischiude la ricchezza della vita, la grandezza della vocazione dell'uomo.

© Copyright Avvenire, 14 aprile 2007

I destini diametralmente opposti nella vita umana. padre Raniero Cantalamessa

La pagina di Vangelo di questa domenica, le Beatitudini, ci permette di verificare alcune cose che abbiamo detto, due domeniche fa', circa la storicità dei vangeli. Dicevamo in quell'occasione che, nel riferire le parole di Gesù, ognuno dei quattro evangelisti, senza tradirne il senso fondamentale, ne ha sviluppato un aspetto anziché un altro, adattandole alle esigenze della comunità per cui scriveva.

Mentre Matteo riferisce otto Beatitudini pronunciate da Gesù, Luca ne riferisce solo quattro. In compenso, però, Luca rafforza le quattro Beatitudini, opponendo a ognuna di esse una corrispondente maledizione, introdotta da un "guai". Ancora, mentre il discorso di Matteo è indiretto:
"Beati i poveri!, quello di Luca è diretto: "Beati voi poveri!". Matteo accentua la povertà spirituale ("beati i poveri in spirito"), Luca accentua la povertà materiale ("beati voi poveri").

Ma sono dettagli che non cambiano minimamente, come si vede, la sostanza delle cose. Ognuno dei due evangelisti, con il suo modo particolare di riferire l'insegnamento di Gesù, ne mette in luce un aspetto nuovo, che altrimenti sarebbe rimasto nell'ombra. Luca è meno completo nel numero delle Beatitudini, ma ne coglie perfettamente il significato di fondo.

Quando si parla delle Beatitudini il pensiero va subito alla prima di esse: "Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio". Ma in realtà l'orizzonte è molto più ampio. Gesù delinea, in questa pagina, due modi di concepire la vita: o "per il regno di Dio", o "per la propria consolazione"; cioè, o in funzione esclusivamente di questa vita, o in funzione anche della vita eterna. Questo è ciò che mette in luce lo schema di Luca: "Beati voi – guai a voi": "Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio...Guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione".

Due categorie, due mondi. Alla categoria dei beati appartengono i poveri, gli affamati, quelli che ora piangono e quelli che sono perseguitati e messi al bando per il Vangelo. Alla categoria degli sventurati appartengono i ricchi, i sazi, quelli che ora ridono e quelli sono portati in palma di mano da tutti.

Gesù non canonizza semplicemente tutti i poveri, gli affamati, quelli che piangono e sono perseguitati, come non demonizza semplicemente tutti i ricchi, i sazi, coloro che ridono e sono applauditi. La distinzione è più profonda; si tratta di sapere su che cosa uno fonda la propria sicurezza, su quale terreno sta costruendo l'edificio della sua vita: se su ciò che passa, o su ciò che non passa.

La pagina odierna di Vangelo è davvero una spada a doppio taglio: separa, traccia due destini diametralmente opposti. È come il meridiano di Greenwich che divide l'est dall'ovest del mondo. Ma per fortuna con una differenza essenziale. Il meridiano di Greenwich è fisso: le terre che sono ad est non possono passare ad ovest, come è fisso l'equatore che divide il Sud povero del mondo, dal Nord ricco e opulento. La linea che divide, nel nostro Vangelo, i "beati" dagli "sventurati" non è così; è una barriera mobile, valicabilissima. Non solo si può passare da un settore all'altro, ma tutta questa pagina di Vangelo è stata dettata da Gesù per invitarci e invogliarci a passare dall'una all'altra sfera. Il suo non è un invito a diventare poveri, ma a diventare ricchi! "Beati voi poveri perché vostro è il regno di Dio". Pensare: dei poveri che possiedono un regno, e lo possiedono già ora! Coloro che decidono di entrare in questo regno, sono infatti fin da ora figli di Dio, sono liberi, sono fratelli, sono pieni di speranza di immortalità. Chi non vorrebbe essere povero a questo modo?

Catechismo: LA NOSTRA VOCAZIONE ALLA BEATITUDINE

I. Le beatitudini

1716 Le beatitudini sono al centro della predicazione di Gesù. La loro proclamazione riprende le promesse fatte al popolo eletto a partire da Abramo. Le porta alla perfezione ordinandole non più al solo godimento di una terra, ma al regno dei cieli:

« Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli » (Mt 5,3-12).

1717 Le beatitudini dipingono il volto di Gesù Cristo e ne descrivono la carità; esse esprimono la vocazione dei fedeli associati alla gloria della sua passione e della sua risurrezione; illuminano le azioni e le disposizioni caratteristiche della vita cristiana; sono le promesse paradossali che, nelle tribolazioni, sorreggono la speranza; annunziano le benedizioni e le ricompense già oscuramente anticipate ai discepoli; sono inaugurate nella vita della Vergine Maria e di tutti i santi.

II. Il desiderio della felicità

1718 Le beatitudini rispondono all'innato desiderio di felicità. Questo desiderio è di origine divina; Dio l'ha messo nel cuore dell'uomo per attirarlo a sé, perché egli solo lo può colmare.

« Noi tutti certamente bramiamo vivere felici, e tra gli uomini non c'è nessuno che neghi il proprio assenso a questa affermazione, anche prima che venga esposta in tutta la sua portata ».36

« Come ti cerco, dunque, Signore? Cercando te, Dio mio, io cerco la felicità. Ti cercherò perché l'anima mia viva. Il mio corpo vive della mia anima e la mia anima vive di te ».37

« Dio solo sazia.38

1719 Le beatitudini svelano la mèta dell'esistenza umana, il fine ultimo cui tendono le azioni umane: Dio ci chiama alla sua beatitudine. Tale vocazione è rivolta a ciascuno personalmente, ma anche all'insieme della Chiesa, popolo nuovo di coloro che hanno accolto la Promessa e vivono nella fede di essa.

III. La beatitudine cristiana

1720 Il Nuovo Testamento usa parecchie espressioni per caratterizzare la beatitudine alla quale Dio chiama l'uomo: l'avvento del regno di Dio;39 la visione di Dio: « Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio » (Mt 5,8);40 l'entrata nella gioia del Signore;41 l'entrata nel riposo di Dio:42

« Là noi riposeremo e vedremo; vedremo e ameremo; ameremo e loderemo. Ecco ciò che alla fine sarà senza fine. E quale altro fine abbiamo, se non di giungere al regno che non avrà fine? ».43

1721 Dio infatti ci ha creati per conoscerlo, servirlo e amarlo, e così giungere in paradiso. La beatitudine ci rende « partecipi della natura divina » (2 Pt 1,4) e della vita eterna.44 Con essa, l'uomo entra nella gloria di Cristo45 e nel godimento della vita trinitaria.

1722 Una tale beatitudine oltrepassa l'intelligenza e le sole forze umane. Essa è frutto di un dono gratuito di Dio. Per questo la si dice soprannaturale, come la grazia che dispone l'uomo ad entrare nella gioia di Dio.

« "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio"; tuttavia nella sua grandezza e nella sua mirabile gloria, "nessun uomo può vedere Dio e restare vivo". Il Padre, infatti, è incomprensibile; ma nel suo amore, nella sua bontà verso gli uomini, e nella sua onnipotenza, arriva a concedere a coloro che lo amano il privilegio di vedere Dio [...]: poiché "ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio" ».46

1723 La beatitudine promessa ci pone di fronte a scelte morali decisive. Essa ci invita a purificare il nostro cuore dai suoi istinti cattivi e a cercare l'amore di Dio al di sopra di tutto. Ci insegna che la vera felicità non si trova né nella ricchezza o nel benessere, né nella gloria umana o nel potere, né in alcuna attività umana, per quanto utile possa essere, come le scienze, le tecniche e le arti, né in alcuna creatura, ma in Dio solo, sorgente di ogni bene e di ogni amore:

« La ricchezza è la grande divinità del presente; alla ricchezza la moltitudine, tutta la massa degli uomini, tributa un omaggio istintivo. Per gli uomini il metro della felicità è la fortuna, e la fortuna è il metro dell'onorabilità. [...] Tutto ciò deriva dalla convinzione che in forza della ricchezza tutto è possibile. La ricchezza è quindi uno degli idoli del nostro tempo, e un altro idolo è la notorietà. [...] La notorietà, il fatto di essere conosciuti e di far parlare di sé nel mondo (ciò che si potrebbe chiamare fama da stampa), ha finito per essere considerata un bene in se stessa, un bene sommo, un oggetto, anch'essa, di vera venerazione ».47

1724 Il Decalogo, il discorso della montagna e la catechesi apostolica ci descrivono le vie che conducono al regno dei cieli. Noi ci impegniamo in esse passo passo, mediante azioni quotidiane, sostenuti dalla grazia dello Spirito Santo. Fecondati dalla parola di Cristo, lentamente portiamo frutti nella Chiesa per la gloria di Dio.48

In sintesi

1725 Le beatitudini riprendono e portano a perfezione le promesse di Dio fatte a partire da Abramo, ordinandole al regno dei cieli. Esse rispondono al desiderio di felicità che Dio ha posto nel cuore dell'uomo.

1726 Le beatitudini ci insegnano il fine ultimo al quale Dio ci chiama: il Regno, la visione di Dio, la partecipazione alla natura divina, la vita eterna, la filiazione, il riposo in Dio.

1727 La beatitudine della vita eterna è un dono gratuito di Dio: è soprannaturale al pari della grazia che ad essa conduce.

1728 Le beatitudini ci mettono di fronte a scelte decisive riguardo ai beni terreni; esse purificano il nostro cuore per renderci capaci di amare Dio al di sopra di tutto.

1729 La beatitudine del cielo determina i criteri di discernimento nell'uso dei beni terreni in conformità alla Legge di Dio.


(36) Sant'Agostino, De moribus Ecclesiae catholicae, 1, 3, 4: CSEL 90, 6 (PL 32, 1312).

(37) Sant'Agostino, Confessiones, 10, 20, 29: CCL 27, 170 (PL 32, 791).

(38) San Tommaso d'Aquino, In Symbolum Apostolorum scilicet « Credo in Deum » expositio, c. 15: Opera omnia, v. 27 (Parigi 1875) p. 228.

(39) Cf Mt 4,17.

(40) Cf 1 Gv 3,2; 1 Cor 13,12.

(41) Cf Mt 25,21.23.

(42) Cf Eb 4,7-11.

(43) Sant'Agostino, De civitate Dei, 22, 30: CSEL 402, 670 (PL 41, 804).

(44) Cf Gv 17,3.

(45) Cf Rm 8,18.

(46) Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 4, 20, 5: SC 100, 638.

(47) John Henry Newman, Discourses addressed to Mixed Congregations, 5 [Saintliness the Standard of Christian Principle] (Westminster 1966) p. 89-91.

(48) Cf la parabola del seminatore: Mt 13,3-23.