Sant'Agostino. Il buon Pastore e i mercenari. (Giov. 10, 11-13)
OMELIA 46
Il buon Pastore e i mercenari.
Nella Chiesa ci sono molti che cercano vantaggi terreni, e tuttavia predicano Cristo. Anche per mezzo di essi si ascolta la voce di Cristo, e le pecore seguono, non il mercenario, ma per mezzo del mercenario la voce del Pastore.
1. Rivolgendosi il Signore Gesù alle sue pecore presenti e future che egli aveva davanti a sé (poiché quelle che avrebbero creduto in seguito si trovavano là insieme con quelle che erano già sue pecore); rivolgendosi tanto alle presenti che alle future, cioè a loro e a noi, e a quanti dopo di noi saranno sue pecore, mostra chi è colui che è stato inviato ad esse. Tutte ascoltano la voce del loro pastore che dice: Io sono il buon pastore (Gv 10, 11). Non avrebbe aggiunto buono se non ci fossero cattivi pastori. Ora i cattivi pastori sono i ladri e i briganti, oppure, più frequentemente, i mercenari. Dobbiamo individuare, precisare e discernere bene tutte queste figure. Il Signore ci ha già chiarito due cose che ci si presentavano piuttosto oscure: sappiamo già che la porta è lui, e che lui è anche il pastore. Chi siano i ladri e briganti è stato chiarito nella lettura di ieri; in quella di oggi abbiamo sentito parlare di mercenario e di lupo; ieri infine era venuto fuori anche il portinaio. Dobbiamo mettere nella categoria dei buoni, la porta e il portinaio, il pastore e le pecore; in quella dei cattivi, i ladri e i briganti, i mercenari e il lupo.
[Chi è la porta.]
2. Sappiamo che Cristo Signore è insieme la porta e il pastore; ma chi è il portinaio? Egli ha spiegato le prime due figure, ma ha lasciato a noi il compito di individuare il portinaio. Che dice del portinaio? A lui il portinaio apre (Gv 10, 3). A chi apre? Al pastore. Cosa apre al pastore? La porta. E chi è la porta? Il pastore stesso è la porta. Se Cristo Signore non ce l'avesse spiegato, se non ci avesse detto: Io sono il pastore, e Io sono la porta (Gv 10, 9), chi di noi avrebbe osato dire che Cristo è il pastore e insieme la porta? Se infatti avesse detto: Io sono il pastore, e non avesse detto: Io sono la porta, noi saremmo ancora a cercare il significato della porta, e forse, scambiandola per un'altra cosa, saremmo rimasti davanti alla porta. Per sua grazia e misericordia ci ha spiegato chi è il pastore, e ci ha detto che egli stesso è il pastore; ci ha spiegato chi è la porta dicendoci che la porta è ancora lui. Ci rimane da cercare chi è il portinaio. Chi sarà il portinaio? Chiunque sia, dobbiamo stare attenti a non considerarlo superiore alla porta, dato che nella casa degli uomini il portinaio è più importante della porta. E' il portinaio infatti che viene preposto alla porta, non viceversa, perché è il portinaio che custodisce la porta, non viceversa. Non oso dire che c'è qualcuno superiore alla porta, dal momento che so chi è la porta. Lo so, non debbo far congetture, non si tratta di opinioni umane. Lo ha detto Dio, ha parlato la Verità, e non si può mutare ciò che ha detto l'immutabile.
3. Io dirò il mio parere in ordine a questa profonda questione, e ciascuno scelga ciò che gli piace, purché nutra sentimenti degni della maestà di Dio, secondo quanto sta scritto: Abbiate di Dio un buon concetto, e cercatelo con sincerità di cuore (Sap 1, 1). Forse dobbiamo ritenere che il portinaio è il Signore stesso. Nelle cose umane c'è ben più distanza tra il pastore e la porta che tra il portinaio e la porta: eppure il Signore si proclamò e pastore e porta. Perché allora non ammettere che egli è anche il portinaio? Se noi consideriamo la proprietà di tutte queste cose, in senso proprio il Signore non è nemmeno pastore, secondo quanto sappiamo e vediamo dei pastori; e non è nemmeno porta, non essendo stato fatto da alcun artigiano; ma se, tenendo conto di certe somiglianze, egli è la porta e il pastore, oserei dire che egli è anche la pecora. La pecora, è vero, sta sotto il pastore, e tuttavia egli è insieme pastore e pecora. Dove risulta che è pastore? Eccolo qui nel Vangelo: Io sono il buon pastore. Dove risulta che è pecora? Interroga il profeta: Come pecora è stato condotto al macello (Is 53, 7). Interroga anche l'amico dello sposo: Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo (Gv 1, 29). A proposito di queste similitudini, posso dirvi cose ancor più meravigliose. L'agnello, la pecora e il pastore sono legati tra loro da grande amicizia: le pecore, però, di solito sono difese dai pastori contro i leoni; e tuttavia di Cristo, che è pastore e pecora, leggiamo nell'Apocalisse: Ha vinto il leone della tribù di Giuda (Ap 5, 5). Tutte queste cose, fratelli, prendetele come similitudini, non in senso proprio. Siamo soliti vedere i pastori seduti su una pietra, e di là vegliare sulle pecore affidate alla loro custodia. Sicuramente il pastore è superiore alla pietra sopra la quale egli sta seduto; Cristo, tuttavia, è il pastore ed è la pietra. Tutto ciò ha valore di similitudine. Se mi chiedi chi è Cristo in senso proprio, ti rispondo: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio (Gv 1, 1). Se mi chiedi chi è Cristo in senso proprio, ti rispondo che è il Figlio unico, generato dal Padre dall'eternità per l'eternità, uguale a colui che lo ha generato, per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose, immutabile come il Padre, che non è cambiato per aver assunto la forma di uomo, uomo in virtù dell'incarnazione, figlio dell'uomo e Figlio di Dio. E tutto questo non è similitudine, ma realtà.
[Chi è il portinaio.]
4. Possiamo dunque benissimo ammettere, o fratelli, che, secondo certe similitudini, il Cristo è insieme porta e portinaio. A che serve infatti la porta? Per entrare. Chi è il portinaio? Colui che apre. E chi apre se stesso, se non colui che rivela se stesso? Ecco, il Signore aveva parlato della porta e noi non avevamo capito; quando non capivamo, la porta era chiusa. Chi ce l'ha aperta, quegli è il portinaio. Non c'è alcuna necessità di cercare altro: non c'è bisogno, ma forse c'è il desiderio di farlo. Se tu hai questo desiderio, non andare fuori strada, non allontanarti dalla Trinità. Se cerchi altrove la figura del portinaio, ti venga in soccorso lo Spirito Santo: non disdegnerà lo Spirito Santo di fare il portinaio, dal momento che il Figlio si è degnato di essere la porta. Vediamo se per caso il portinaio non sia lo Spirito Santo; il Signore stesso dice dello Spirito Santo ai suoi discepoli: Egli vi insegnerà tutta la verità (Gv 16, 13). Chi è la porta? Cristo. Chi è Cristo? La verità. Chi è che apre la porta se non colui che insegna tutta la verità?
[Chi è il mercenario.]
5. E che diremo del mercenario? Non è stato certo classificato fra i buoni. Il buon pastore - dice il Signore - dà la vita per le pecore; il mercenario, colui che non è pastore, al quale non appartengono le pecore, vede venire il lupo e abbandona le pecore e fugge; e il lupo le rapisce e le disperde (Gv 10, 11-12). Il mercenario non è certo una figura raccomandabile, e tuttavia a qualche cosa è utile; non verrebbe chiamato mercenario, se non ricevesse la mercede dal padrone. Chi è dunque questo mercenario, colpevole e necessario ad un tempo? Che il Signore ci illumini, o fratelli, in modo da riconoscere i mercenari e da non diventare noi stessi mercenari. Chi è dunque il mercenario? Vi sono alcuni nella Chiesa che sono preposti in autorità, e di essi l'apostolo Paolo dice: Cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo (Fil 2, 21). Che vuol dire cercano i propri interessi? Vuol dire che non amano Cristo di un amore disinteressato, che non cercano Dio per se stesso; cercano privilegi e vantaggi temporali, sono avidi di denaro, ambiscono onori terreni. Tal sorta di prelati che amano queste cose e per esse servono Dio, sono mercenari; non possono considerarsi figli di Dio. Di costoro il Signore dice: In verità vi dico: hanno ricevuto la loro mercede (Mt 6, 5). Ascolta cosa dice del santo Timoteo l'apostolo Paolo: Spero nel Signore Gesù di mandarvi quanto prima Timoteo, affinché anch'io stia di buon animo conoscendo le vostre notizie. Infatti non ho nessuno che mi sia vicino d'animo quanto lui; egli si darà premura delle vostre cose con sincerità, giacché tutti cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo (Fil 2, 19-21). Il pastore era afflitto di trovarsi in mezzo ai mercenari; cercò qualcuno che amasse sinceramente il gregge di Cristo, e attorno a sé, tra quelli che erano con lui allora, non lo trovò. Non che allora nella Chiesa di Cristo non ci fosse nessuno, all'infuori dell'apostolo Paolo e di Timoteo, che sinceramente fosse sollecito del gregge; però nel momento in cui mandò Timoteo, non aveva alcun altro figlio con sé, ma soltanto dei mercenari che, appunto, cercavano i propri interessi, non quelli di Cristo. E tuttavia egli era tanto sollecito del suo gregge che preferì mandare il figlio e rimanere in mezzo ai mercenari. Sappiamo che ci sono dei mercenari, ma chi sono lo sa soltanto il Signore che scruta i cuori. Qualche volta tuttavia li identifichiamo anche noi. Non per nulla infatti il Signore a proposito dei lupi disse: Li riconoscerete dai loro frutti (Mt 7, 16). Le prove della vita costringono molti a manifestare le loro vere intenzioni; quelle di tanti altri, infatti, rimangono nascoste. Sì, l'ovile di Cristo ha come responsabili dei figli e dei mercenari. Solo a patto che siano figli, i prelati sono pastori. Se sono pastori, come può esserci un solo pastore se non nel senso che tutti essi sono membra dell'unico Pastore di cui anche loro sono pecore? Anch'essi, infatti, sono membra di quell'unica pecora; poiché di lui è scritto: come pecora è stato condotto al macello.
[Sono necessari anche i mercenari.]
6. Ascoltate ora in che senso sono necessari anche i mercenari. Ci sono molti che nella Chiesa cercano vantaggi materiali, e tuttavia predicano Cristo, e anche per loro mezzo la voce di Cristo si fa sentire. Le pecore seguono non il mercenario, ma la voce del pastore che si è fatta sentire attraverso il mercenario. Ascoltate come il Signore stesso segnalò i mercenari: Gli scribi e i farisei - egli disse - siedono sulla cattedra di Mosè; fate quello che dicono, non fate ciò che fanno (Mt 23, 2). Che altro ha voluto dire se non che si prestasse ascolto alla voce del Pastore udita attraverso i mercenari? Sedendo infatti sulla cattedra di Mosè, essi insegnano la legge di Dio; quindi per mezzo loro è Dio che insegna. Ma se essi pretendessero insegnarvi le loro cose, non ascoltateli e non imitateli. Certamente costoro cercano i loro interessi, non quelli di Cristo; tuttavia nessun mercenario ha mai osato dire al popolo di Cristo: Cerca i tuoi interessi, non quelli di Cristo. Il male che fa non lo predica sulla cattedra di Cristo; reca danno perché agisce male, non in quanto predica bene. Cogli il grappolo, ma bada alle spine. E' chiaro? Penso di sì; ma per qualcuno più lento, mi spiegherò meglio. In che senso ho detto: Cogli il grappolo, ma bada alle spine, mentre il Signore dice: Forse che si coglie uva dalle spine, o fichi dai triboli? (Mt 7, 16). E' sicuramente vero, questo; ma è anche vero quello che ho detto io: cogli il grappolo, ma bada alle spine. Qualche volta il grappolo d'uva, venuto su dalla radice della vite, pende in mezzo ad una siepe; sviluppandosi, i tralci si sono intrecciati con le spine, e il pruno porta un frutto che non è suo. Non che la vite abbia prodotto delle spine, ma è il tralcio che si è allungato sul pruno. Se vuoi rendertene conto, rintraccia le radici. Cerca le radici delle spine, e le troverai distinte dalla vite; cerca l'origine dell'uva, e vedrai che essa risale alla radice della vite. La cattedra di Mosè era la vite, i costumi dei farisei erano le spine: la dottrina vera insegnata da uomini indegni era come il tralcio in mezzo alla siepe, come il grappolo in mezzo ai rovi. Cogli l'uva con precauzione, in modo da non lacerarti la mano mentre cerchi di prendere il frutto; e così, ascoltando le cose buone che uno dice, procura di non imitare le cose cattive che egli fa. Fate ciò che dicono, cioè cogliete l'uva; non fate ciò che fanno, cioè badate alle spine. Ascoltate la voce del pastore anche dalla bocca del mercenario, ma procurate di non essere anche voi dei mercenari, poiché siete membra del pastore. Il medesimo santo apostolo Paolo, che aveva detto: Non ho nessuno che si dia premura di voi con sincerità, giacché tutti cercano i propri interessi, non quelli di Cristo, ecco come in un altro passo distingue i figli dai mercenari: Alcuni, è vero, predicano Cristo per invidia e spirito di contesa, ma altri per buona volontà: gli uni lo fanno per amore, sapendo che io sono stato posto per la difesa del Vangelo; gli altri, invece, annunziano Cristo per ambizione, non sinceramente, stimando di procurare afflizione alle mie catene (Fil 1, 15-17). Costoro erano mercenari, ed erano invidiosi dell'apostolo Paolo. E perché erano invidiosi di lui? Perché cercavano i beni temporali. Ma notate che cosa aggiunge: Ma che importa? Purché in ogni maniera, o per secondi fini o con lealtà, Cristo venga annunciato, me ne rallegro e rallegrerò (Fil 1, 18). Cristo è la verità; la verità viene annunziata dai mercenari per secondi fini, mentre viene annunziata dai figli con lealtà. I figli aspettano pazientemente l'eredità eterna del Padre: i mercenari esigono subito la mercede temporale del padrone; diminuisca pure la mia gloria umana - quella gloria per cui i mercenari m'invidiano tanto -, purché attraverso la bocca dei mercenari come attraverso quella dei figli, si diffonda la gloria divina di Cristo, e Cristo, o per secondi fini o con lealtà, venga annunciato.
[I pastori sono membra del Pastore.]
7. Così abbiamo visto anche chi è il mercenario. E chi è il lupo, se non il diavolo? E che cosa è stato detto del mercenario? Vedendo venire il lupo fugge; perché non sono sue le pecore, e a lui non importa niente di esse (Gv 10, 12-13). Forse che faceva così l'apostolo Paolo? Certamente no. O forse Pietro? Certamente no. Forse gli altri apostoli, eccezion fatta di Giuda, il figlio della perdizione? No davvero. Allora essi erano pastori? Certamente. Ma non c'è un solo pastore? L'ho già detto: erano pastori perché membra del Pastore. Erano contenti di avere Lui per capo, vivevano in pieno accordo sotto di Lui, vivevano del medesimo Spirito nella compagine del medesimo corpo; e perciò appartenevano tutti all'unico Pastore. Se dunque erano pastori e non mercenari, perché fuggivano quando erano perseguitati? Spiegacelo, o Signore. Ho letto in una sua lettera che Paolo fuggì: lo calarono da un muro dentro una cesta perché sfuggisse alle mani del persecutore (cf. 2 Cor 11, 33). Non gl'importava dunque delle pecore, che egli abbandonava al sopraggiungere del lupo? Certo che gl'importava, ma le affidava, pregando, al pastore assiso in cielo, mentre, fuggendo, si conservava a vantaggio di esse, così come in un altro passo dice: Rimanere nella carne è più necessario per voi (Fil 1, 24). Tutti gli Apostoli, del resto, avevano sentito dire dal pastore stesso: Se vi perseguiteranno in una città, fuggite in un'altra (Mt 10, 23). Si degni il Signore risolvere questa difficoltà. Signore, tu hai detto a coloro di cui volevi fare dei pastori fedeli e che formavi perché fossero tue membra: Se vi perseguiteranno, fuggite. Fai torto a loro, quando rimproveri ai mercenari che vedendo venire il lupo fuggono. Ti preghiamo di rivelarci la profondità del problema; bussiamo, verrà ad aprirci il portinaio di quella porta che è lui stesso.
[I pastori sono anch'essi pecore.]
8. Chi è il mercenario, che vede venire il lupo e fugge? Chi cerca i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo, e non ha il coraggio di riprendere liberamente chi ha peccato (cf. 1 Tim 5, 20). Ad esempio, uno ha peccato, ha peccato gravemente; merita di essere rimproverato, e magari scomunicato; ma scomunicato, diventerà un nemico, procurerà delle noie e, se potrà, farà del male. Ora, chi cerca i propri interessi e non quelli di Gesù Cristo, per non perdere ciò che gli sta a cuore, per non perdere i vantaggi dell'amicizia degli uomini e per non incorrere nella molestia della loro inimicizia, tace, non interviene. Ecco, il lupo ha afferrato la pecora alla gola, il diavolo ha spinto il fedele all'adulterio; tu taci, non alzi la voce. Mercenario che sei: hai visto venire il lupo e sei fuggito. Forse egli dirà: eccomi qui, non sono fuggito. No, sei fuggito, perché hai taciuto; e hai taciuto perché hai avuto paura. La paura è la fuga dell'anima. Col corpo sei rimasto, ma con lo spirito sei fuggito: non era certo così che si comportava colui che diceva: Se col corpo sono assente, con lo spirito sono con voi (Col 2, 5). Come poteva fuggire con lo spirito colui che, sebbene assente col corpo, nelle sue lettere severamente rimproverava i fornicatori? I nostri sentimenti sono movimenti dell'anima. Nella letizia l'anima si dilata, nella tristezza si contrae; il desiderio è uno slancio dell'anima, il timore una fuga. Quando sei contento, la tua anima si dilata; quando sei angustiato si contrae; si protende in avanti quando desideri qualcosa, fugge quando hai paura. Ecco perché si dice che il mercenario alla vista del lupo fugge. Perché? Perché non gl'importa niente delle pecore. E perché non gl'importa niente delle pecore? Perché è mercenario. Che vuol dire: E' mercenario? Che cerca la mercede temporale, per cui non abiterà nella dimora eterna. Ci sarebbero ancora altre cose da cercare e da esaminare insieme, ma non è bene abusare della vostra attenzione. E' infatti nostro compito somministrare il divin nutrimento a chi, come voi, serve il Signore; guidiamo ai pascoli del Signore le pecore assieme alle quali anche noi ci nutriamo. Come non bisogna lasciar mancare il necessario, così non bisogna appesantire un cuore debole con un nutrimento troppo abbondante. Non dispiaccia quindi alla vostra Carità se oggi non dico tutto ciò che, a mio parere, rimane da dire sull'argomento. Però, non appena dovrò parlare, nel nome del Signore, sarà letto di nuovo questo passo, e, col suo aiuto, lo tratteremo a fondo.
Sant'Agostino. Omelia sul Buon Pastore
OMELIA 45
Il buon Pastore.
"Entrerà ed uscirà e troverà pascolo". Si entra quando ci si raccoglie a pensare, si esce quando ci si mette a fare qualcosa. E poiché per mezzo della fede Cristo abita nei nostri cuori, entrare attraverso Cristo significa pensare alla luce della fede, uscire attraverso Cristo significa agire davanti agli uomini guidati dalla fede.
1. L'illuminazione del cieco nato offrì al Signore l'occasione di questo discorso ai Giudei. Pertanto la vostra Carità sappia e tenga presente che la lettura di oggi è strettamente legata a quel fatto. Quando il Signore disse: Io sono venuto in questo mondo per fare un giudizio: perché vedano quelli che non vedono e quelli che vedono diventino ciechi (Gv 9, 39), - parole che a suo tempo, quando sono state lette, abbiamo cercato di spiegarvi - alcuni farisei dissero: Forse che siamo ciechi anche noi? Ad essi Gesù rispose: Se foste ciechi non avreste peccato; ma dal momento che dite: Ci vediamo, il vostro peccato rimane (Gv 9, 40-41). A queste parole fece seguire quelle che abbiamo sentito leggere oggi.
2. In verità, in verità vi dico: chi non entra nell'ovile delle pecore per la porta, ma vi sale da qualche altra parte, questi è un ladro e un predone (Gv 10, 1). Essi dissero che non erano ciechi; ma, per vedere, avrebbero dovuto essere pecore di Cristo. E come pretendevano di avere la luce, essi che si accanivano tanto contro il giorno? Fu appunto in risposta alla loro vana, superba e inguaribile arroganza che il Signore pronunciò parole, che sono per noi, se ben le consideriamo, un salutare ammonimento. Infatti ci sono molti che, secondo un certo ideale di vita, passano per uomini dabbene e onesti, per donne virtuose e irreprensibili; sono osservanti di tutto ciò che la legge prescrive: rispettano i genitori, non sono adulteri, non uccidono, non rubano, non testimoniano il falso contro nessuno, e sembra che osservino tutti gli altri precetti: tuttavia non sono cristiani; essi spesso arrivano a vantarsi come i farisei: Siamo forse ciechi anche noi? Siccome però tutte queste cose non hanno valore, dal momento che essi le compiono senza riferimento al fine ultimo, nella lettura di oggi il Signore presenta una parabola che si riferisce al gregge e alla porta per cui si entra nell'ovile. Hanno dunque un bel dire i pagani: Noi viviamo onestamente; se non entrano per la porta che giova loro ciò di cui si gloriano? Il vivere onesto deve garantire la possibilità di vivere sempre; ma se non serve a vivere sempre, a che serve? Né si può dire che vivono onestamente coloro che per cecità ignorano o per orgoglio disprezzano il fine del vivere onesto. E nessuno può avere speranza vera e certa di vivere eternamente, se non riconosce la vita che è Cristo, e non entra per la porta nell'ovile.
[I pagani non entrano per la porta.]
3. Per lo più questi uomini cercano di convincere anche gli altri a condurre una vita onesta, ma senza essere cristiani. Essi vogliono per altra via entrare nell'ovile, vogliono rapire e uccidere, non, come fa il pastore, custodire e salvare. Ci sono stati filosofi che hanno fatto lunghe e sottili disquisizioni sulle virtù e sui vizi, analizzando, definendo, ragionando e traendo acutissime conclusioni; che hanno riempito dei libri e hanno proclamato con parole altisonanti la loro sapienza. Essi sono arrivati anche a dire agli uomini: Se volete avere una vita beata, seguiteci, aderite alla nostra setta. Ma essi non erano entrati per la porta: volevano devastare, scannare e uccidere.
[E nemmeno gli eretici.]
4. Che dire di costoro? Sì, anche i farisei leggevano le Scritture, e, leggendole, facevano risuonare il nome di Cristo; attendevano la sua venuta, e, una volta venuto e presente, non lo riconoscevano; si vantavano di essere dei veggenti, dei sapienti, e negavano il Cristo rifiutandosi di entrare per la porta. Se talvolta riuscivano a convincere qualcuno, non era certamente per salvarlo, ma per scannarlo e ucciderlo. Lasciamo da parte costoro e vediamo se almeno quelli che si gloriano del nome di Cristo, entrano davvero per la porta.
5. Sono innumerevoli coloro che non solo si vantano di essere veggenti, ma vogliono altresì essere considerati illuminati da Cristo: e sono invece degli eretici. Sono forse entrati per la porta costoro? Niente affatto. Sabellio dice: Il Figlio è lo stesso che il Padre. E invece se è Figlio non è Padre. Non entra per la porta chi chiama Padre il Figlio. Ario dice che una cosa è il Padre e altra cosa è il Figlio. Direbbe bene se dicesse che è "altro", ma non "altra cosa". Dicendo che è "altra cosa", va contro l'affermazione di Cristo: Io e il Padre siamo una cosa sola (Gv 10, 30). Quindi neppure Ario entra per la porta, perché predica un Cristo che si è creato lui, non quale lo annuncia la Verità. Tu salvi il nome, non la realtà. Al nome di Cristo corrisponde una realtà ben precisa; tieni conto della realtà, se vuoi che il nome ti giovi. Un altro, che non so donde venga, Fotino, dice che Cristo è solo uomo, non Dio. Nemmeno lui entra per la porta, perché Cristo è Dio e uomo. A che scopo dilungarci elencando le molte vuote affermazioni eretiche? Tenete per certo che l'ovile di Cristo è la Chiesa cattolica. Chiunque vuole entrare nell'ovile, entri per la porta e riconosca colui che è il vero Cristo. E non solo riconosca colui che è il vero Cristo, ma cerchi la gloria di Cristo, non la propria; molti, infatti, cercano la propria gloria, e invece di raccogliere le pecore di Cristo, le hanno disperse. Cristo nostro Signore è una porta bassa: è necessario che chi entra per questa porta si abbassi, se vuole entrare con la testa sana. Chi invece di abbassarsi si innalza, vuole entrare per il muro; e chi sale attraverso il muro, sale per precipitare giù.
6. Il Signore tuttavia continua a parlare in maniera oscura, e non viene capito; parla di porta, di ovile, di pecore; richiama l'attenzione su queste immagini che ancora non spiega. Seguitiamo a leggere, perché egli arriverà a darci qualche spiegazione, e questa ci permetterà di capire anche quanto non ci avrà spiegato. Con le cose chiare ci nutre, con le oscure ci stimola. Chi non entra per la porta nell'ovile delle pecore, ma vi sale da qualche altra parte ... Miserabile! Cadrà. Se è umile entrerà per la porta; venga per la via giusta, e non inciamperà. Questi - dice - è un ladro e un predone. Si appropria delle pecore che non sono sue; e se le appropria rubandole, non per salvarle, ma per ucciderle. Dunque è un ladro perché si appropria di ciò che non è suo, è un predone perché uccide ciò che ha rubato. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. A lui apre il portinaio. Vedremo chi è il portinaio, quando sapremo dal Signore chi è la porta e chi è il pastore. E le pecore ascoltano la sua voce, ed egli chiama le sue pecore per nome (Gv 10, 2-3). Egli tiene i loro nomi scritti nel libro della vita. Chiama le sue pecore per nome. E' in questo senso che l'Apostolo dice che il Signore conosce chi sono i suoi (2 Tim 2, 19). E le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti ad esse, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguirebbero, ma fuggirebbero via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei (Gv 10, 4-5). Sono parole oscure queste, piene di problemi, gravide di misteri. Proseguiamo e ascoltiamo il Maestro che attraverso l'oscurità ci aprirà una porta per cui entrare.
7. Questa la similitudine che ad essi narrò Gesù; ma quelli non capirono che cosa volesse dir loro (Gv 10, 6). Probabilmente neppure noi riusciamo a capire. E allora che differenza c'è tra loro e noi, prima di aver scoperto il senso di queste parole? C'è la differenza, che noi bussiamo affinché ci si apra; essi invece, negando Cristo, non volevano entrare per essere salvi, ma volevano rimanere fuori e perdersi. Per il fatto dunque che noi ascoltiamo queste cose con religioso rispetto e, anche prima di comprenderle, crediamo che siano vere e divine, grande è la differenza tra noi e loro. Quando due ascoltano le parole del Vangelo, e uno è empio e l'altro pio, e le parole sono così difficili che nessuno dei due le comprende, l'uno conclude: non ha detto nulla; mentre l'altro sostiene: ha detto la verità, ciò che ha detto è buono, solo che noi non riusciamo a comprendere; questi, siccome crede, sta bussando alla porta e, se continua a bussare, otterrà che gli venga aperto; mentre l'altro merita ancora di sentirsi dire: Se non crederete non capirete (Is 7, 9 sec. LXX). Dico questo perché, anche quando avrò spiegato meglio che posso queste parole oscure, o perché sono troppo profonde, o perché io non riesco ad afferrarne il senso, o perché non riesco ad esporre ciò che ho compreso, o perché infine qualcuno è così tardo da non riuscire a seguire la mia spiegazione, ci sarà sempre chi non capisce; ebbene, non si disperi: rimanga fermo nella fede, continui a camminare tenendo conto di ciò che dice l'Apostolo: Se in qualche cosa pensate diversamente, anche su questo Iddio vi illuminerà. Intanto, qualunque sia il punto a cui siamo arrivati, continuiamo ad avanzare (Fil 3, 15).
[Sono venuti con lui quelli che erano veraci.]
8. Disponiamoci dunque ad ascoltare la spiegazione della similitudine dalla bocca stessa del Signore che ce l'ha presentata. Gesù, allora, riprese: In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore (Gv 10, 7). Ecco che ci ha aperto quella porta che era chiusa quando ce l'aveva indicata. Egli stesso è la porta. Prendiamone atto, entriamo, o rallegriamoci di essere entrati. Tutti coloro che sono venuti sono ladri e predoni (Gv 10, 8). Che intendi dire con questo, o Signore: tutti coloro che sono venuti sono ladri e predoni? Non sei venuto anche tu? Cerca di capire: ho detto: tutti quelli che sono venuti, ben inteso prima di me. Riflettiamo. Prima di lui sono venuti i profeti: forse che erano ladri e predoni? Certamente no; non erano venuti prima di lui, poiché erano venuti con lui. Colui che doveva venire mandava innanzi a sé gli araldi, e possedeva il cuore di coloro che mandava. Volete rendervi conto che essi sono venuti con lui che è da sempre? Sì, è vero che assunse la carne nel tempo; ma è altrettanto vero che egli è da sempre: In principio era il Verbo (Gv 1, 1). Sono venuti dunque con lui coloro che sono venuti con la Parola di Dio. Io sono - ha detto - la via, la verità e la vita (Gv 14, 6). Se egli è la verità, quelli che sono stati veraci sono venuti con lui. Tutti quelli invece che sono venuti al di fuori di lui sono stati ladri e predoni, cioè sono venuti per rubare e uccidere.
[Diversi i segni, medesima la fede.]
9. Ma le pecore non li hanno ascoltati (Gv 10, 8). L'espressione, le pecore non li hanno ascoltati, aumenta la difficoltà. Prima dell'avvento di nostro Signore Gesù Cristo nell'umiltà della carne, vennero i giusti che credevano in lui venturo, come noi crediamo in lui che è venuto. I tempi sono mutati, ma non è mutata la fede. Col mutar dei tempi mutano anche le parole, perché mutano le formulazioni. L'espressione: egli verrà, ha un suono diverso da quella: egli è venuto. E' cambiato il suono di "verrà" in "è venuto", ma tuttavia la stessa fede congiunge gli uni e gli altri: quelli che credevano in lui venturo e quelli che credono in lui che è venuto. Sia pure in diversi tempi, vediamo entrare gli uni e gli altri per la stessa porta della fede, cioè per Cristo. Noi crediamo che il Signore Gesù Cristo è nato dalla Vergine, è venuto nella carne, ha sofferto, è risorto ed è asceso al cielo. Tutte queste profezie noi crediamo essersi già adempiute, come suonano gli stessi verbi di tempo passato. A questa comunità di fede appartengono assieme a noi i nostri padri, i quali credettero che egli sarebbe nato dalla Vergine, che avrebbe sofferto, sarebbe risorto e asceso al cielo. Ad essi si riferisce l'Apostolo quando dice: Avendo lo stesso spirito di fede, secondo che è scritto: Ho creduto perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo (2 Cor 4, 13). Il profeta disse: Ho creduto, perciò ho parlato (Sal 115, 10), e l'Apostolo a sua volta dice: Anche noi crediamo e perciò parliamo. Ma affinché ti renda conto che la fede è unica, nota ciò che qui aggiunge: Avendo lo stesso spirito di fede, anche noi crediamo. Come pure ciò che dice altrove: Non voglio che voi ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, e tutti furono battezzati in Mosè nella nuvola e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, e tutti bevvero la stessa bevanda spirituale (1 Cor 10, 1-4). Il Mar Rosso significa il battesimo; Mosè che guida Israele attraverso il Mar Rosso è figura di Cristo; il popolo che attraversa il mare sono i fedeli; la morte degli Egiziani è l'abolizione dei peccati. I segni sono diversi, ma la fede è la stessa. I segni sono diversi come le parole. Le parole mutano suono attraverso i tempi, ma le parole non sono altro che segni. Sono parole appunto perché significano qualcosa: se alla parola togli il significato, non resta che un vano rumore. Tutto dunque fu affidato a dei segni. Non avevano forse la medesima fede coloro ai quali dobbiamo questi segni e che profeticamente ci hanno preannunciato ciò che noi crediamo? Certamente essi credevano le medesime cose che noi crediamo, solo che per essi erano future, per noi passate. Perciò l'Apostolo dice: Bevvero la medesima bevanda spirituale. Spiritualmente era la medesima, materialmente era diversa. Che cosa bevevano infatti quelli? Bevevano da una pietra spirituale che li accompagnava, e questa pietra era Cristo (1 Cor 10, 4). Come vedete la fede rimane, sono mutati i segni. Là Cristo era la pietra, qui per noi Cristo è ciò che si sacrifica all'altare. Essi bevevano l'acqua che scaturiva dalla pietra, considerando ciò un grande sacramento di Cristo. Quanto a noi, i fedeli sanno che cosa beviamo. Se guardi l'aspetto esteriore, è un'altra cosa; ma se consideri il significato spirituale, essi bevvero la medesima bevanda spirituale. Tutti quelli che allora credettero ad Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, e a tutti gli altri patriarchi e profeti che preannunciavano il Cristo, erano pecore che ascoltavano la voce di Cristo; non hanno ascoltato la voce di estranei, ma la sua. Il giudice era già presente nel suo araldo. Perché anche quando il giudice parla per bocca dell'araldo, il copista non annota: l'araldo ha detto, ma: il giudice ha detto. Ci sono stati dunque di quelli che le pecore non hanno ascoltato, nei quali non risuonava la voce di Cristo: essi, caduti nell'errore, hanno insegnato cose false, hanno inventato e spacciato cose vuote e vane traendo in inganno i poveretti.
10. In che senso ho detto che qui la difficoltà aumentava? Cosa c'è di oscuro e difficile a comprendersi? Ascoltate, vi prego. Voi sapete che lo stesso Signore Gesù Cristo è venuto, ha predicato: la sua era certamente, più di quella di qualsiasi altro, la voce del pastore, in quanto usciva dalla bocca stessa del Pastore. Se infatti era la voce del pastore quella che risuonava sulla bocca dei profeti, lo era tanto più quella che la lingua stessa del Pastore proferiva. Eppure non tutti l'hanno ascoltata. Dobbiamo credere che tutti coloro che la udirono erano pecore? Ad esempio, la udì Giuda, e Giuda era un lupo: seguiva il pastore ma, coperto di pelle ovina, insidiava il pastore. Alcuni invece di quelli che crocifissero Cristo, non la udirono, e tuttavia erano pecore; il Signore li individuava in mezzo alla folla, allorché diceva: Quando avrete levato in alto il Figlio dell'uomo, allora conoscerete che io sono (Gv 8, 28). Come si risolve questa difficoltà? Ascoltarono quelli che non erano pecore, e non ascoltarono le pecore; ci sono stati dei lupi che hanno seguito la voce del pastore, e delle pecore che l'hanno respinta; e alcune hanno perfino ucciso il pastore. La soluzione c'è; si potrebbe infatti osservare: quando non ascoltavano il pastore, non erano ancora pecore, allora erano lupi; udita la voce, da lupi furono cambiati in pecore; diventati pecore, hanno ascoltato la voce del pastore, hanno trovato il pastore e lo hanno seguito; cominciando a praticare i suoi comandamenti, hanno cominciato a sperare nelle promesse del pastore.
11. Così, in qualche modo, è stata risolta la difficoltà, e forse qualcuno è soddisfatto. Io però ho ancora qualcosa che mi tiene sospeso, e vi confido ciò che mi tiene sospeso, di modo che cercando insieme con voi, possa insieme con voi, e con la rivelazione del Signore, trovare una soluzione soddisfacente. Eccovi ciò che mi tiene sospeso. Per bocca del profeta Ezechiele il Signore rimprovera severamente i pastori, e tra l'altro dice loro a proposito delle pecore: Non avete richiamato la pecora sbandata (Ez 34, 4). Dice sbandata e dice pecora. Se quando si sbandava era pecora, di chi ascoltò la voce per sbandarsi? Senza dubbio non si sarebbe sbandata se avesse ascoltato la voce del pastore; ma proprio per questo si è sbandata, per aver ascoltato la voce di un estraneo, di un ladro o di un predone. E' certo che le pecore non ascoltano la voce dei predoni. Dice il Signore: Quelli che sono venuti (e abbiamo capito che intendeva quelli che sono venuti al di fuori di lui) quelli che sono venuti al di fuori di me, estranei a me, sono ladri e predoni, ma le pecore non li hanno ascoltati. Ma, Signore, se le pecore non li hanno ascoltati, come hanno potuto sbandarsi? Se le pecore ascoltano solo te, e tu sei la verità, chiunque ascolta la verità non può certo sbandarsi. Questi invece si sono sbandati e vengono chiamati pecore. Se quando si sbandano non fossero più pecore, il Signore non direbbe per bocca di Ezechiele: Non avete richiamato la pecora sbandata. Come può essere sbandata ed essere pecora? Ha ascoltato la voce di un estraneo? E' certo che le pecore non li hanno ascoltati. Accade che molti vengano ricondotti nell'ovile di Cristo, e da eretici ritornino ad essere cattolici: vengono sottratti ai ladri e restituiti al pastore. Talora brontolano, mal sopportano il pastore che li richiama, mentre prima non si rendevano conto che quelli volevano strangolarli. Con tutto ciò, siccome sono pecore, anche quando ritornano di malavoglia, riconoscono la voce del pastore, sono contente di essere tornate e si vergognano di essersi sbandate. Quando si gloriavano dell'errore come fosse verità, e di conseguenza non ascoltavano la voce del pastore seguendo un estraneo, erano o non erano pecore? Se erano pecore, come mai il Signore dice che le pecore non ascoltano la voce di un estraneo? E se non erano pecore, perché il Signore rimprovera i pastori dicendo loro: Non avete richiamato la pecora sbandata? Disgraziatamente accade anche a coloro che già sono diventati cattolici cristiani e sono fedeli di buone speranze, di cedere alla seduzione dell'errore; cadono nell'errore e poi si ravvedono. Quando hanno ceduto all'errore e si son fatti ribattezzare, oppure quando, dopo aver fatto parte dell'ovile del Signore, sono ricaduti nell'antico errore, erano o non erano pecore? Certamente erano cattolici: e se erano fedeli cattolici, erano pecore. Ma se erano pecore, come hanno potuto ascoltar la voce di un estraneo, dal momento che il Signore dice: le pecore non li hanno ascoltati?
12. Avete avvertito, o fratelli, la profondità di questo problema. Io dico: Il Signore conosce i suoi (2 Tim 2, 19). Sa chi è preconosciuto, sa chi è predestinato, secondo che di lui vien detto: Poiché coloro che egli ha preconosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all'immagine del suo Figlio affinché egli sia primogenito fra molti fratelli. Quelli poi che ha predestinati, li ha anche chiamati; e quelli che ha chiamati, li ha anche giustificati; quelli infine che ha giustificati, li ha anche glorificati. Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? E aggiunge: Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato alla morte per tutti noi, come non ci accorderà insieme con lui ogni grazia? A chi si riferisce dicendo: noi? A coloro che Dio ha preconosciuti, predestinati, giustificati, glorificati; ai quali si riferisce il seguito: Chi si farà accusatore contro gli eletti di Dio? (Rm 8, 29-33). Dunque il Signore conosce i suoi, cioè le sue pecore. Talora le pecore non conoscono se stesse, ma le conosce il pastore in virtù di questa predestinazione, in virtù della prescienza divina, della elezione delle pecore fatta prima della fondazione del mondo; secondo quanto ancora dice l'Apostolo: in lui ci ha eletti prima della fondazione del mondo (Ef 1, 4). Ora, secondo questa prescienza e predestinazione di Dio, quante pecore sono fuori e quanti lupi sono dentro l'ovile! quante pecore sono dentro e quanti lupi sono fuori! Perché dico che ci sono molte pecore fuori? Perché molti che ora si abbandonano alla lussuria, diventeranno casti; molti che ora bestemmiano, crederanno in Cristo; molti che si ubriacano, diventeranno sobri; molti che adesso rubano le cose degli altri, saranno pronti a donare le proprie. Con tutto ciò adesso ascoltano la voce di un estraneo, seguono degli estranei. Come pure, molti che oggi dentro l'ovile lodano il Signore, lo bestemmieranno; sono casti e fornicheranno, sono sobri e affogheranno nel vino, stanno in piedi e cadranno. Essi non sono pecore (stiamo parlando dei predestinati, di coloro che il Signore sa che sono suoi). E tuttavia questi, finché pensano rettamente, ascoltano la voce di Cristo. Ecco, questi l'ascoltano, quelli non l'ascoltano; e tuttavia, secondo la predestinazione, quelli sono pecore, e questi no!
[La pietà dispone alla verità.]
13. La difficoltà rimane, e tuttavia, almeno per ora, mi pare di poter adottare la seguente soluzione. C'è una voce, c'è, dico, una voce del pastore, per cui le pecore non ascoltano gli estranei, e coloro che pecore non sono non ascoltano Cristo. Quale è questa voce? Chi avrà perseverato sino alla fine, questi sarà salvo (Mt 10, 22). Chi è di Cristo non trascura questa voce, non l'ascolta l'estraneo. Anche ad un estraneo il Cristo fa sentire la sua voce, invitandolo ad essere fedele a lui sino alla fine, ma l'estraneo, non perseverando sino alla fine, non ascolta la sua voce. Si è accostato al Cristo, ha ascoltato tante e tante parole, tutte vere, tutte giuste; e tra le altre anche queste: Chi avrà perseverato sino alla fine, questi sarà salvo. Chi ascolta questa voce è pecora. Ma supponiamo che uno dopo averla ascoltata, abbia perduto la testa, si sia raffreddato, ed abbia ascoltato la voce di un estraneo: se egli è predestinato, si è sbandato temporaneamente, non si è perduto per sempre. Tornerà ad ascoltare ciò che ha trascurato, metterà in pratica ciò che ha ascoltato. Se infatti appartiene al numero dei predestinati, Dio ha conosciuto prima tanto il suo errore che la sua futura conversione; se si è sbandato, ritornerà e di nuovo ascolterà la voce del pastore, e seguirà la voce che dice: Chi avrà perseverato sino alla fine, questi sarà salvo. Questa, o fratelli, è una voce buona, vera, è la voce del pastore, è la voce della salvezza che risuona nelle tende dei giusti (cf. Sal 117, 15). Poiché è facile ascoltare Cristo, è facile lodare il Vangelo, è facile applaudire il predicatore; ma perseverare sino alla fine, questo è proprio delle pecore che ascoltano la voce del pastore. Viene la tentazione; ebbene, persevera sino alla fine, poiché la tentazione non durerà sino alla fine. Sino a quale termine dovrai perseverare? Sino al termine del cammino. Finché non ascolti Cristo, egli è nella tua via, cioè in questa vita mortale, un avversario. Ma cosa dice il Vangelo? Mettiti d'accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui (Mt 5, 25). Hai sentito e hai creduto; ti sei messo d'accordo? Se eri in discordia, mettiti d'accordo. Se ti è stata offerta la possibilità di stare in pace, non riprendere a litigare. Tu non sai quando avrà termine il cammino, ma lui lo sa. Se sei pecora, e persevererai sino alla fine, sarai salvo: per questo i suoi non disprezzano questa voce, mentre gli estranei non l'ascoltano. Vi ho spiegato come ho potuto, secondo quanto egli stesso ci ha concesso, anzi abbiamo affrontato insieme un argomento tanto profondo. Coloro che hanno compreso poco si mantengano in un atteggiamento di religioso rispetto, e sarà loro rivelata la verità; quelli, invece, che hanno compreso, non s'innalzino per superbia, come più veloci, sopra gli altri più lenti, perché innalzandosi non abbiano ad andare fuori strada, e così i più lenti giungano alla meta con maggiore facilità di loro. E che tutti infine ci guidi alla meta colui al quale diciamo: Conducimi, o Signore, sulla tua via, e camminerò nella tua verità (Sal 85, 11).
14. Entriamo dunque per la porta, che il Signore spiegò essere lui stesso, entriamo per giungere alla meta che egli ci ha prospettato, senza spiegarcelo. Nel passo del Vangelo che è stato letto oggi non ha detto chi sia il pastore, ma ce lo dice chiaramente nelle parole che seguono: Io sono il buon pastore (Gv 10, 11). Anche se non l'avesse detto, chi altri se non lui potremmo intendere nelle parole: Chi entra per la porta è il pastore delle pecore. A lui il portinaio apre e le pecore ascoltano la sua voce, ed egli chiama le sue pecore per nome e le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti ad esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce (Gv 10, 2-4)? Chi altri, infatti, chiama per nome le sue pecore e le conduce fuori, da qui alla vita eterna, se non colui che conosce i nomi dei predestinati? Per questo disse ai suoi discepoli: Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti in cielo (Lc 10, 20). E' in questo senso che le chiama per nome. E chi altri può condurle fuori se non chi rimette i loro peccati, sicché liberate dalle dure catene possano seguirlo? E chi può andare avanti a loro in modo che esse lo seguano, se non colui che risorgendo da morte ormai non muore più, e la morte non avrà più su di lui alcun dominio (cf. Rm 6, 9)? Quando infatti stava qui visibile nella carne mortale, disse: Padre, quelli che mi hai dato, voglio che dove sono io siano anch'essi con me (Gv 17, 24). Coerentemente egli dice: Io sono la porta; chi entrerà per me sarà salvo, ed entrerà e uscirà e troverà pascolo (Gv 10, 9). Con questa dichiarazione egli mostra chiaramente che non solo il pastore, ma anche le pecore entrano per la porta.
15. Ma che significa: entrerà e uscirà e troverà pascolo? Entrare nella Chiesa per la porta che è Cristo è certamente cosa ottima; ma uscire dalla Chiesa nel modo che dice lo stesso Giovanni nella sua lettera: Sono usciti da noi, ma non erano dei nostri (1 Io 2, 19), non è certamente cosa buona. Non è possibile quindi che il buon pastore, dicendo entrerà e uscirà e troverà pascolo, voglia approvare un tal modo di uscire. C'è dunque un modo positivo di entrare, e un modo altrettanto positivo di uscire attraverso la porta legittima che è Cristo. Ma in che consiste questo uscire lodevole e gioioso? Si può dire che noi entriamo quando ci raccogliamo nella nostra interiorità per pensare, e che usciamo quando ci esteriorizziamo mediante l'azione; e poiché, come dice l'Apostolo, per mezzo della fede Cristo abita nei nostri cuori (cf. Ef 3, 17), entrare per Cristo significa pensare alla luce della fede, mentre uscire per Cristo significa tradurre la fede in azione davanti agli uomini. Perciò si legge nel salmo: Esce l'uomo al suo lavoro (Sal 103, 25), e il Signore stesso dice: Risplendano le vostre opere davanti agli uomini (Mt 5, 16). Ma io preferisco ascoltare la verità stessa, colui che è il buon pastore e il sapiente maestro. Egli ci ha suggerito in che senso dobbiamo intendere la sua parola entrerà e uscirà e troverà pascolo, soggiungendo: Il ladro non viene se non per rubare, uccidere, distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano sovrabbondante (Gv 10, 10). Mi sembra che abbia inteso dire: perché abbiano la vita entrando, e l'abbiano ancor più abbondante uscendo. Non si può infatti uscire per la porta che è Cristo, ed entrare nella vita eterna dove si vedrà Dio faccia a faccia, se prima, per la medesima porta, che è Cristo, non si entra nell'ovile della sua Chiesa, attraverso la vita temporale che è la vita di fede. Perciò dice: Io sono venuto perché abbiano la vita, cioè la fede operante per mezzo della carità (cf. Gal 5, 6), e per mezzo della quale entrano nell'ovile per vivere, dato che il giusto vive di fede (Rm 1, 17). E aggiunge: e l'abbiano sovrabbondante coloro che, perseverando sino alla fine, per quella stessa porta, cioè per mezzo della fede di Cristo, escono, in quanto muoiono da veri fedeli; e avranno una vita più abbondante là dove il pastore li ha preceduti, e dove non dovranno più morire. Quantunque neanche qui, entro l'ovile, manchino i pascoli, poiché tanto per chi entra quanto per chi esce viene detto che troverà pascolo; tuttavia i veri pascoli si troveranno là dove saranno saziati coloro che hanno fame e sete di giustizia (cf. Mt 5, 6). Quei pascoli che trovò colui al quale fu detto: Oggi sarai con me in paradiso (Lc 23, 43). Ma in che senso egli sia insieme la porta e il pastore, tanto da sembrare che egli entri ed esca attraverso se stesso, e inoltre chi sia il portinaio, sarebbe troppo lungo cercare oggi e trovare, pur con l'aiuto del Signore, la spiegazione.
IL buon pastore... la porta... entrare.. uscire...
Gv 10, 1-18
Noi il più delle volte non capiamo le parole di Gesù, perché Gesù ci parla di cose più grandi di noi, perché Gesù con le sue parabole si propone di farci conoscere i misteri del Regno dei Cieli (Mt 13, 11). Noi che siamo più che altro attaccati alle cose della terra e poco familiari con quelle del cielo, facciamo molta fatica a capirLo. E facciamo anche fatica a capirLo perché nella nostra mente c'è poca luce e molta confusione. Allora Gesù, che ci vuole bene, racconta delle storie in cui ci sono cose che riusciamo a capire; queste sono simili ad altre che non riusciamo ancora a capire, ci aiuta così a compiere il passaggio dalle cose che conosciamo a quelle che non conosciamo.
Un altro motivo per cui Gesù parla spesso in parabole è per nascondere i misteri o i tesori del Regno a coloro che non meritano che vengano loro manifestati (Mt 13, 13). Così, quelli che dimostreranno buona volontà nel cercare di comprendere quanto dice il Signore verranno illuminati, mentre quelli che non si impegnano, non pregano, non vogliono fare nessuno sforzo per comprendere la Parola di Dio o, peggio ancora, disprezzano le cose di Dio, rimarranno nelle tenebre.
Rimane il fatto che il brano di Vangelo che abbiamo ascoltato non è di facile comprensione. Il rischio di fare un po' di confusione c'è. Sant'Agostino, un giorno che doveva spiegare alla sua comunità questo stesso Vangelo, ha sentito il bisogno di rivolgersi ai suoi ascoltatori più o meno con queste parole: "Quando avrò spiegato, secondo le mie forze, queste parole, può darsi che non riesca a farmi capire, o perché il significato di queste parole è ben nascosto, o perché io non ne ho capito bene il significato, oppure perché non sono capace di spiegare quello che ho capito, o infine perché qualcuno di voi ha difficoltà a capire; chi avrà difficoltà a capire non si scoraggi, creda nelle cose che non capisce, e il Signore al momento opportuno lo illuminerà".
Il buon Pastore viene a cercare le sue pecore
Potremmo tentare di riassumere l'insegnamento principale del Vangelo che abbiamo ascoltato con queste parole: c'è un pastore buono che vuole venire a cercare le sue pecore per portarle al pascolo; per entrare nell'ovile dove le pecore sono radunate deve passare attraverso una porta e questa deve essergli aperta da un guardiano o portinaio. Quando il guardiano apre, le pecore possono sentire la voce del pastore che chiama ognuna di loro per nome; le pecore che ascoltano la voce del pastore escono dall'ovile e lo seguono. Seguendo il buon pastore, troveranno senz'altro di che sfamarsi. Un'altra cosa importante che viene detta a proposito del pastore è il suo grande amore per le pecore. Esso è tanto grande che sarebbe disposto a morire per difenderle dai nemici.
Questa storia, che tutti siamo in grado di capire, è simile ad un'altra che invece facciamo molta fatica a comprendere. Quest'altra storia è quella dell'amore di Dio per ognuno di noi. La parabola allora, incomincia col dirci a parole quello che Gesù sulla croce ci dirà con i fatti, vale a dire che Dio è disposto a morire Lui perché possiamo vivere noi...
Secondo le cose appena dette, e tenendo conto di alcune spiegazioni che ci dà il Signore stesso, potremmo spiegare la parabola in questo modo: nonostante le apparenze, nonostante le arie che gli uomini si danno, noi siamo in questo mondo come pecore senza pastore, ossia non sappiamo bene dove andare per trovare pascolo, non sappiamo dove andare per trovare qualche cosa che riempia veramente la nostra vita, che la nutra, che plachi la nostra fame e sete di amore, di giustizia, di sicurezza, di verità, di gioia. Inoltre, sempre per il fatto di essere pecore senza pastore, siamo esposti agli assalti dei ladri, dei briganti e dei lupi, ossia siamo in balia di chi, per il fatto che siamo deboli e indifesi, al fine di soddisfare i suoi meschini interessi, cerca di approfittare di noi. Questi nemici sono poi così crudeli che non esiterebbero a farci morire.
Conoscendo Dio la nostra debolezza e fragilità, conoscendo i pericoli a cui andiamo incontro, conoscendo la nostra infelicità, decide di venire in nostro soccorso, e decide di farlo passando attraverso suo Figlio, passando attraverso l'incarnazione o l'umanità di suo Figlio, per questo Gesù afferma: Io sono la porta delle pecore. Come se dicesse: - Io sono la porta attraverso la quale Dio passa per venire a salvare le sue pecore -.
Dio si presenta quindi all'uomo per salvare l'uomo con un volto umano, il volto di Gesù. Il volto di Gesù quando Gesù era su questa terra in modo visibile, e il volto dei cristiani da quando la sua presenza su questa terra non è più visibile ma nascosta. Nell'uno e nell'altro caso però, manca ancora qualche cosa perché l'incontro fra Dio e l'uomo possa avvenire. Quello che manca è l'opera del guardiano o portinaio.
Il guardiano o portinaio
Qual è il lavoro di un portinaio?... Aprire le porte. Infatti Gesù dice: Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce. Da notare che il Signore non dice: il guardiano apre ed il buon pastore entra, ma dice: il guardiano apre e le pecore ascoltano. Il buon pastore entra quando le pecore ascoltano, se il guardiano non aprisse, le pecore non potrebbero ascoltare la voce del buon pastore. Il guardiano dunque apre la porta attraverso la quale le pecore possono sentire la voce di Dio. Chi è allora questo guardiano?...
Secondo Sant'Agostino questo portinaio è il Signore stesso, e dimostra la sua affermazione facendo questo ragionamento: se il Signore non ci avesse detto chi era la porta, noi, con le nostre forze, saremmo riusciti a capirlo? Quasi certamente no; allora, come un portinaio apre una porta, così il Signore ci ha aperto il significato della porta, dicendoci che la porta è Lui stesso; è il Signore che ci ha aperto il significato, dunque, è il Signore che è anche portinaio, oltre ad essere porta e pastore.
Possiamo trovare una conferma a quanto dice S. Agostino, anche esaminando quanto è successo a San Paolo un giorno che predicava ad un gruppo di donne nei pressi della città di Filippi. Leggiamo infatti negli Atti degli Apostoli: C'era ad ascoltare, anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora della città di Tiatira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo (At 16,14). Questa donna si farà poi battezzare e diventerà cristiana.
Vediamo in questo caso come il Signore, aprendo il cuore di Lidia, ha aperto anche quella porta che le ha permesso di ascoltare la voce di Dio attraverso la voce di Paolo; se il Signore non le avesse aperto il cuore, le parole di Paolo sarebbero state per lei semplicemente umane, non parole di Dio stesso, e l'incontro con Dio non sarebbe avvenuto; invece, avendole il portinaio aperto la porta, ha potuto ascoltare la voce del buon pastore che in quel momento chiamava proprio lei.
Da quanto è stato detto si vede che per ascoltare la Parola di Dio come parola veramente di Dio, ci vuole una doppia azione: una esterna, l'altra interna. Quella esterna è l'annuncio o la predicazione della Parola di Dio, quella interna è Dio che, con la sua grazia, ci fa aderire, o accogliere, o comprendere le cose che sentono le nostre orecchie.
Le pecore vengono condotte fuori dal recinto
Questa voce o parola del buon pastore, è una voce e una parola che Dio vuole fare ascoltare ad ognuno di noi; così infatti si esprime il Signore: Egli chiama le sue pecore una per una. E chi ascolta questa voce viene condotto fuori. Fuori da dove? Dal recinto. Per andare dove? Dietro al pastore. Un buon pastore, dove conduce le sue pecore? Le conduce al pascolo. Quello che attende chi segue Gesù è dunque una bella camminata e una bella mangiata. Possiamo pensare alla moltiplicazione dei pani... alla parabola dell'invito al banchetto di nozze... al miracolo dell'acqua che si cambia in vino...
Ma che cosa vuol dire uscire dal recinto? Mentre le pecore rimangono nel recinto, godono di una certa protezione e di una certa tranquillità - finché hanno la pancia piena -, ma dopo un po' la fame incomincia a farsi sentire e lo spazio del recinto incomincia a diventare un po' stretto, non c'è molta possibilità di movimento in un recinto; si accorgono poi che le sue mura non sono così sicure, ogni tanto ladri e briganti irrompono nell'ovile, fanno razzie e seminano la paura.
Questa situazione è simile alla nostra vita in questo mondo. Anche a noi le quattro mura di questo mondo sembrano offrire, in un primo tempo, una certa protezione e tranquillità, ma col passare del tempo ed il maturare della coscienza, ci rendiamo conto che ciò che può offrire questo mondo non riesce veramente a riempirci la vita, non riesce veramente a soddisfare la nostra fame e la nostra sete. Se siamo onesti con noi stessi, dobbiamo riconoscere che rimane, nel profondo del nostro cuore, un qualche senso di vuoto, una certa insoddisfazione, un desiderio di qualche cosa d'altro, anche se non sappiamo bene di che cosa abbiamo bisogno.
Ci sono poi le paure e le insicurezze dovute ai ladri e ai briganti, quelli che rubano e ci fanno del male nelle cose materiali, e quelli, assai più pericolosi, che fanno male in vario modo alla nostra anima. Quello che Gesù vuole dirci allora con questa parabola è questo: se non ascoltiamo la sua voce, non possiamo uscire dal recinto, ma rimanere prigionieri in questo recinto significa prima o poi morire per mancanza di cibo, oppure per le angherie dei ladri e dei briganti; per uscire però, non c'è altra guida che Lui. Chi invece ascolta la sua voce, passando attraverso di Lui esce verso una meta che non è più di questo mondo. Seguendo il buon pastore si incamminerà verso un altro mondo, verso un'altra vita e, al termine del cammino, troverà veramente di che sfamarsi e di che dissetarsi, così come promette il Signore: Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza.
Entrare e uscire
Quanto abbiamo appena detto ci aiuta forse a capire quello che Gesù dice al versetto 9: Io sono la porta: se uno entra attraverso me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Queste parole potremmo capirle in questo modo: passare attraverso Gesù significa entrare in un mondo dominato dalla presenza di Dio, ma entrare in un mondo dominato dalla presenza di Dio, significa contemporaneamente uscire da un mondo dominato dalla tristezza per la sua assenza o, più profondamente, dominato dalla presenza nascosta del Principe di questo mondo, vale a dire il demonio, Satana, il lupo.
La nostra salvezza consiste proprio in questo passaggio dalla ristrettezza delle cose di questo mondo, o di un mondo senza Dio, alla ricchezza e allo splendore del suo Regno; compiere questo passaggio significa anche trovare la nostra vera vita in Dio, ossia, secondo la similitudine di Gesù, trovare pascolo. Passare attraverso la porta, che è Cristo, significa anche entrare in una nuova luce, che produrrà un progressivo cambiamento del nostro modo di vedere le cose. Più entreremo nella luce di Dio più usciremo dal nostro ristretto, debole e incerto modo di vedere; in questo caso trovare pascolo significherà trovare una più ampia, più luminosa e più certa, comprensione della realtà.
La similitudine ci mostra ancora la premura e l'attenzione di Gesù per tutte le sue pecore. L'intenzione sua è di condurre fuori dalle ristrettezze e dai pericoli di questo mondo ognuno di noi. Lui non si dimentica di nessuno, e se c'è qualcuno che non sente la sua voce o non vuole uscire, è probabilmente perché è caduto sotto le grinfie del lupo, oppure di qualche ladro o brigante, oppure perché il buon Pastore non gli ha fatto ancora sentire il suo richiamo.
Si potrebbe ancora osservare che questa processione dalla terra al cielo è appunto una processione, ossia chi vi partecipa non è solo, anche se uno vivesse in un deserto sa che il Signore, insieme a lui, sta conducendo una moltitudine di fratelli verso i pascoli eterni, e la festa del banchetto eterno lo ricompenserà ampiamente di tutte le fatiche patite durante il viaggio.
Seguire Gesù nella fede
Una volta che le pecore sono state messe in movimento, il Signore cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Le pecore Lo seguono... Questo vuol dire che non sono loro a stabilire quale dovrà essere il percorso, quale l'andatura, quando fare una tappa e quando ripartire. Inoltre, se il pastore cammina davanti e loro lo seguono, significa che non vedono il suo volto mentre camminano, ma solo le sue spalle. Se non vedono il suo volto, hanno però imparato a conoscere la sua voce.
Così è per noi che stiamo camminando da questo all'altro mondo seguendo Gesù; non vediamo il suo volto ma solo le sue spalle, ossia camminiamo nella fede e non ancora in visione (2 Cor 5, 7); È per il dono della fede che siamo in grado di riconoscere la sua voce, ossia è per la fede che la sua Parola, ascoltata dalla bocca della Chiesa, diventa il criterio regolatore della nostra vita. È per la fede che riusciamo a discernere, nel variare delle situazioni della vita, quando il Signore vuole farci andare a destra o a sinistra, è per fede che accettiamo quello che ci accade come espressione della sua volontà sapendo che, in qualunque situazione ci troviamo, proprio perché stiamo seguendo un pastore buono, il suo aiuto non ci mancherà. L'occhio di un buon pastore vigila in continuazione sullo stato delle sue pecore.
Camminando nella fede, essa cresce ed il nostro orecchio diventa sempre più sensibile alla voce del pastore. Con l'aumentare della capacità di cogliere la Parola di Dio e di aderirvi, aumenta anche la nostra capacità di resistere alle voci che non hanno il carattere o il timbro dei richiami di Dio. Per questo il Signore dice: Un estraneo non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei. I discepoli di Gesù non vogliono aderire alle voci che non sono secondo Dio. È poi abbastanza evidente che seguire Gesù è cercare di mettere in pratica i suoi insegnamenti, ossia comportasi come Lui si è comportato; dice infatti Gesù: Imparate da me che sono mite e umile di cuore (Mt 11,29).
Il Signore ci chiede soprattutto di essere umili, cioè non orgogliosi, né arroganti, né prepotenti, e di agire in ogni circostanza con mitezza, ossia con dolcezza e senza agitazione. Così, tutti i richiami, esteriori o interiori, che ci invitano a praticare o a crescere nella virtù dell'umiltà, hanno il timbro o il carattere della voce del buon Pastore; mentre tutti i richiami, esteriori o interiori, che ci spingono all'orgoglio, all'arroganza, alla prepotenza, alla cattiveria, all'agitazione, sono voci estranee, voci che dobbiamo imparare a fuggire perché non sono secondo Dio. Quanto detto per l'umiltà e la mitezza vale anche per ogni altra virtù che il Signore ha praticato e ci chiede di praticare. Secondo queste riflessioni potremmo dire: ogni voce o richiamo che ci invita alla virtù, o a perfezionarne la pratica, ha il timbro della voce del buon Pastore; al contrario, ogni voce che ci distoglie dalla pratica della virtù e ci spinge al vizio, è la voce degli estranei.
Volendo fare ancora alcuni esempi potremmo dire: in un mondo in cui più che gli onesti hanno successo i disonesti e gli imbroglioni, ogni buon esempio, ogni buona parola che incoraggi a praticare l'onestà e la rettitudine in ogni circostanza, è una voce che, accolta nella fede, diventa la voce di Gesù stesso. In un mondo in cui si trova spesso poca comprensione verso chi sbaglia o ha sbagliato gravemente, ogni atteggiamento di comprensione e di misericordia, ogni mano tesa verso chi è oppresso dalle conseguenze dei propri misfatti, è come un riflesso degli atteggiamenti e della voce del buon Pastore… Sbagliare, e sbagliare gravemente, è tipico dell'uomo, chinarsi con misericordia sull'uomo per curarne le ferite è tipico di Dio e di coloro che sono abitati dal suo Spirito.
A proposito di queste ultime riflessioni, conviene ancora osservare che non possiamo mettere in pratica gli insegnamenti di Gesù o comportarci come Lui si è comportato, se non conosciamo i suoi insegnamenti e i suoi comportamenti, e questi li possiamo imparare sia leggendo o ascoltando il Vangelo, sia dal buon esempio di coloro che cercano con onestà e impegno di viverlo ogni giorno. Così, conoscendo i suoi insegnamenti ed i suoi esempi, anche di noi il Signore potrà dire: Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me.
La perfezione con la quale Gesù ci ama
La frase di Gesù continua in questo modo: Come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. Queste parole ci fanno intravedere la perfezione e l'intensità dell'amore di Dio per noi. Dio non può che operare in modo divino, vale a dire, Dio conosce come solo un Dio conosce, Dio ama come solo un Dio ama, e qui Gesù ci dice che la stessa perfezione di conoscenza e di amore che c'è all'interno della Trinità fra il Padre e il Figlio, fra il Figlio e il Padre, questa stessa perfezione Gesù la applica per amare noi; e una delle caratteristiche dell'amore, di quello vero, è che colui che ama alla persona amata vuole donare tutto; tutte le sue ricchezze ma soprattutto tutto se stesso, per questo Gesù dice: E offro la vita per le pecore.
Questa dichiarazione d'amore di Dio per noi è magnifica, ma è anche estremamente pericolosa. Pericolosa sia per Lui che per noi. Il pericolo deriva da questa proprietà del vero amore: un amore che dona tutto, chiede anche tutto. In altre parole si può dire: all'amore bisogna rispondere con l'amore, a un amore totale bisogna rispondere con un amore totale. Quando questo accade si realizza lo splendore dell'amore, lo splendore della vita, lo splendore della gioia e della pace; ma se questo non accade si ha allora la crocifissione dell'amore, Gesù sulla croce, l'Amore crocifisso. Le parole di Gesù: E offro la vita per le pecore, alludono anche o preannunciano già la sua crocifissione, ossia, fin dove arriva il suo amore per noi e fin dove arriva il nostro non amore per Lui. Ed allora la croce è l'estremo tentativo di convertirci all'amore. Come se Gesù ci dicesse: - Vedi fin dove arriva il mio amore per te?... Vedi che cosa tremenda succede se anche tu non mi ami?... Vedi quanto ho sete, sete del tuo amore... sete della tua salvezza, sete della tua gioia... -.
Il rischio che corriamo è quindi quello di far soffrire Gesù che ci ama, e lo facciamo soffrire se trascuriamo le iniziative del suo amore, o troppo a lungo vi resistiamo. Se poi lo rifiutiamo in maniera definitiva lo facciamo morire, ma se Lui muore nel nostro cuore, prima o poi moriremo anche noi, e resteremo morti per sempre, mentre Lui risorgerà perché la morte non può vincere il Signore della vita.
L'unità di coloro che sono in cammino verso il Cielo
E ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. Quando Gesù pronunciava queste parole era visto ed ascoltato solo dalla gente di Israele, tuttavia Lui non era venuto solo per Israele, ma per tutti gli uomini. Tutti gli uomini Lui vuole condurre fuori dall'ovile, tutti gli uomini vuole condurre dalla terra al cielo. Allora, anche se gli uomini non godono più della sua presenza visibile, sempre Lui è presente ed operante nelle parole e nelle opere di coloro che annunciano e vivono il suo Vangelo; così che, mediante l'opera esterna di coloro che annunciano, e l'opera interna di Lui che apre ed illumina i cuori, anche noi, che non Lo abbiamo visto con i nostri occhi, possiamo ascoltare la sua voce.
Questa voce crea una nuova unità nel genere umano, non più l'unità di chi parla la stessa lingua, di chi appartiene ad una stessa regione o a una stessa nazione, ma l'unità di chi, avendo ascoltato ed accolto Gesù, è uscito con il suo cuore dalle ristrettezze di questo mondo e si è incamminato, dietro a Lui, verso i pascoli del Cielo. E come unica è la voce, unica la dottrina, unica la meta, unico colui che conduce alla meta, così unico deve essere il rappresentante visibile del buon pastore. Chi vuole ubbidire sia alla voce interiore che a quella esteriore dell'unico pastore, camminerà sicuro e giungerà alla meta, mentre chi non vuole ascoltare la sua voce rimarrà chiuso nel recinto e subirà le razzie dei ladri e dei briganti, perché la scarsa protezione che può avere dai mercenari non sarà sufficiente a preservargli la vita, soprattutto se è minacciata dal sopraggiungere del lupo.
I nemici
Parlando dei ladri, dei briganti e del lupo, Gesù vuol farci riflettere sui nemici delle pecore, ossia sui nostri nemici. Dice che il comportamento caratteristico dei ladri e dei briganti consiste nello scavalcare i muri, ma se scavalcano i muri non entrano per la porta. Questa similitudine offre alle pecore un criterio per distinguere un ladro o un brigante dal buon Pastore.
Così, chiunque si presenti come guida o salvatore dell'uomo promettendo: felicità, benessere spirituale, accrescimento delle facoltà mentali, esperienze non comuni, estasi di vario genere, nuove vie, nuovi mondi, nuove ere, ordini sociali finalmente caratterizzati da giustizia e rettitudine…, se costoro, nel promettere queste cose non passano per Gesù Cristo e non vogliono far passare per Gesù Cristo, sicuramente non cercano il bene degli uomini ma, come ladri, agiscono in modo illecito per accrescere le loro ricchezze derubando chi incautamente li ascolta; e rubano il loro tempo, risorse materiali e spirituali, la vita stessa. Chi li ascolta e li segue andrà in rovina.
Di questi il Signore afferma: Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti. Se fossero venuti passando attraverso di Lui e con l'intenzione di far passare gli uomini attraverso di Lui, il Signore non li avrebbe qualificati come ladri e briganti. Con altre parole potremmo dire: gli uomini non incontrano veramente chi li liberi e li salvi se non incontrano Gesù Cristo. Tutti i liberatori e tutti i salvatori che incontrano prima di incontrare Gesù non hanno il potere di liberarli e di salvarli veramente, hanno solo il disonesto potere di rubare la loro fiducia per condurli alla rovina. San Pietro afferma con forza che Gesù è l'unico Salvatore dicendo: Non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo, nel quale è stabilito che possiamo essere salvati (At 4,12).
Sia lungo la storia, sia ai nostri giorni, molti sono i drammi nella società e nelle famiglie, provocati dagli eretici, dai capi di varie sette, da maghi e maghe, da imbroglioni senza scrupoli, da agitatori sociali… A proposito degli eretici, degli aderenti a certe sette, e a volte anche dei maghi, nei loro confronti si potrebbe in un primo tempo essere incerti; l'incertezza è dovuta al fatto che nei loro discorsi sembrano parlare con convinzione di Dio e di Gesù Cristo, ma parlare di Dio e di Gesù Cristo non basta, bisogna parlarne correttamente e secondo verità. Ne parla secondo verità chi ha l'approvazione delle autorità ecclesiastiche, dove non c'è questa approvazione, c'è qualcuno che non sta passando per la Porta ma sta scavalcando i muri.
Il Signore continua dicendo: Ma le pecore non li hanno ascoltati. Chi conserva nel cuore un autentico desiderio della vera salvezza, della vera liberazione, della vera vita, ha in sé qualche cosa che gli impedisce di dare ascolto, di aderire e di seguire chi si presenta nelle vesti di pastore o di salvatore, ma in realtà è un ladro e un brigante: Coloro nei quali questi desideri si affievoliscono o si corrompono rischiano invece di cadere vittime di cattivi pastori, di falsi salvatori o di mercanti di sogni e illusioni; la cosa più grave che può capitare loro è diventare incapaci di riconoscere la voce ed i richiami dell'unico e vero buon Pastore, rischiano così di trasformarsi in incorreggibili caproni e di venire esclusi dal Regno di Dio.
Il lupo
Un altro nemico di cui parla il Signore è il lupo. In questa parabola il lupo rappresenta il più terribile nemico che le pecore possano incontrare. Viene anche detto che il suo modo di agire consiste nel rapire e nel disperdere; stranamente non viene detto che il lupo uccide o sbrana le pecore, ma solo che le rapisce e le disperde. La ragione è forse perché questo lupo è figura di qualcun altro, di qualcuno che di fatto lotta con la forza e la ferocia del lupo, ma la sua ferocia è piuttosto nascosta e non immediatamente riconoscibile, è un lupo travestito da agnello.
Così, gli uomini che sono in cammino da questo all'altro mondo, che ne siano consapevoli o no, hanno bisogno di difendersi e di venir difesi da un nemico più forte di loro. L'intenzione di questo nemico è di impedire il loro arrivo nella patria celeste; colui che lotta con accanimento perché gli uomini non raggiungano il Paradiso è il diavolo, il più terribile nemico dell'uomo.
Il fatto che questo nemico sia più forte di noi è, come vedremo, piuttosto un vantaggio che uno svantaggio. Ci viene intanto detto che la sua strategia è di rapire e di disperdere. La strategia del demonio infatti è quella di rapire, con svariati mezzi, la nostra attenzione da tutto ciò che ci orienta e ci conduce verso il cielo, o verso il nostro vero bene, o verso la nostra vera felicità. Si propone in questo modo di distoglierci dal fine ultimo e definitivo della nostra vita, se vi riesce, la nostra esistenza viene privata del suo fondamentale punto di riferimento; di conseguenza, tutte le nostre forze vengono disperse nella confusa ricerca di qualche cosa che, in fondo, ci lascerà insoddisfatti.
Che poi il demonio sia più forte perché molto più intelligente di noi, torna a nostro vantaggio in quanto contribuisce a toglierci l'illusione di potercela fare da soli a trovare e percorrere la via che conduce alla felicità. Sapere che qualcuno ha il potere di farci del male fino a rovinarci per sempre, ci spinge a cercare rifugio e protezione presso chi è venuto proprio per distruggere le opere del maligno, Gesù, il buon Pastore che, per difenderci dal Demonio, offre la vita per noi. Così, se vogliamo camminare da soli, è più forte il Demonio, se invece ascoltiamo la voce del buon Pastore e gli andiamo dietro siamo più forti noi, e il demonio non può farci proprio niente di male. Il Signore ci difenderà dandoci forza e sapienza per non cedere ai suoi inganni.
Il mercenario
Non così il mercenario che, quando vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge. Il mercenario è comunque qualcuno che è stato chiamato a custodire le pecore. In parte compie il suo lavoro, ma solo fino a quando le cose procedono senza pericoli, fino a quando non ci sono nemici all'orizzonte, ma appena questi si presentano e lui dovrebbe faticare, lottare, pagare di persona per difendere le pecore, fugge e si sottrae al suo dovere.
Potremmo vedere in questo mercenario una figura di tutti coloro che sono stati chiamati, in vario modo, a governare piccole o grandi comunità umane e svolgono in maniera insufficiente il loro compito. Così, dal capo di una famiglia, al capo di un comune, di una regione o di una nazione, o in campo ecclesiastico da chi governa una parrocchia, o una diocesi, o la Chiesa intera: tutte queste persone, nell'esercitare la loro funzione di governo, a seconda del loro comportamento, possono assomigliare al buon Pastore oppure al mercenario. E se chi governa dovrebbe prendere Gesù come modello, i sudditi dovrebbero pregare il padrone della messe perché mandi veri operai nella sua messe, e nella società civile governanti onesti e competenti. Così, sia il buon andamento della società civile che di quella religiosa dipendono, in varia misura, da chi governa e da chi è governato.
Io offro la mia vita per poi riprenderla di nuovo
Gesù si avvia al termine del suo discorso con queste parole: Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Le parole: Io offro la mia vita, significano che Gesù andrà volontariamente a morire per noi, non costretto cioè da nessuno se non dal desiderio di compiere il comando del Padre suo. Questo comando era che Gesù venisse a salvarci pagando Lui il nostro debito d'amore nei confronti del Padre, manifestando così fino a che punto giunge sia l'atrocità del nostro peccato, sia l'amore di Dio per noi.
Queste parole mostrano ancora che cosa dobbiamo fare per essere amati da Dio. Per essere amati da Dio dobbiamo amare come Gesù ha amato, amare Dio e gli uomini come Lui li ha amati. E Gesù fa vedere come continua ad amare anche quando gli uomini, in cambio dell'amore da Lui offerto, rispondono con indifferenza, ostilità e odio. Odio che giunge all'accecamento estremo e alla tragedia estrema di uccidere Colui che era venuto per donarci la sua vita e il suo amore. A noi che, senza di Lui, non possiamo né vivere, né trovare amore, né dare amore. Gesù ci fa vedere che continua ad amare il Padre anche quando, nel momento estremo, nel momento in cui avrebbe avuto più bisogno di aiuto, il Padre non risponde alla sua preghiera e sembra lasciarLo morire nell'abbandono più totale. Per questa sua fedeltà eroica all'amore, il Padre lo ama.
Ma le parole: Io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo non ci parlano solo della sua morte, ma anche della sua risurrezione. Se Gesù non fosse morto per noi amando e perdonando, non potremmo capire fino a che punto Dio ci ami. Se però Gesù fosse morto, ma non fosse risorto, noi cadremmo nella disperazione, perché l'indifferenza, la stoltezza, l'odio, la morte, avrebbero avuto ragione dell'amore, della sapienza, della bontà, della vita. Gesù invece, con l'annuncio della sua risurrezione, oltre ad affermare la sua assoluta signoria sulla vita e sulla morte, annuncia anche che, nonostante le apparenze, se saremo fedeli fino alla fine, vedremo l'amore vincere l'odio, la bontà vincere la cattiveria, la sapienza vincere la stoltezza, la luce vincere le tenebre, la vita vincere la morte.
di Eugenio Pramotton
http://www.medvan.it/
L'annuncio del buon pastore
v. 1
Chi non entra nel recinto passando per la porta, questi è un ladro e un bandito. Il recinto delle pecore allude al popolo di Dio, secondo la simbologia utilizzata dal profeta Ezechiele (cfr. cap. 34). Precedentemente c'era stato già un riferimento al popolo come gregge di Dio, e precisamente al capitolo 5, nella piscina di Betesdà, presso la porta delle pecore, dove il popolo oppresso giaceva ai bordi della piscina. Cristo vi si reca nel suo secondo pellegrinaggio a Gerusalemme. Lì Egli si cala tacitamente nel suo ruolo di Pastore che guarisce le pecore malate del suo gregge. La sua autorivelazione come buon Pastore si ha però ufficialmente solo successivamente alla guarigione del cieco nato. I destinatari sono gli stessi dirigenti giudei che sono stati suoi interlocutori per la questione del cieco guarito, ma più in generale è la folla che ascolta le dichiarazioni pubbliche del Maestro. L'accusa di essere ladri e briganti è però diretta alla classe dirigente, che non comprende chiaramente l'allusione di Gesù (cfr. v. 6), tuttavia reagisce in maniera scomposta alle sue dichiarazioni, dividendosi in diverse fazioni (cfr. vv. 19-21). L'allegoria prende le mosse da un'affermazione di principio: se uno non entra dalla porta del recinto, ma scavalca da un'altra parte, non può essere che un ladro. Il ladro si avvicina alle pecore solo per conseguire un beneficio personale. Questa è infatti l'accusa soggiacente all'allegoria: i pastori di Israele si sono sostituiti al Pastore e hanno posto il gregge al proprio servizio, invece di porsi essi stessi al suo servizio, secondo la volontà di Dio già rivelata loro mediante i profeti. Essi sono definiti indirettamente, mediante l'allegoria, "ladri" e "briganti"; si tratta di due termini utilizzati rispettivamente per Giuda e per Barabba. Il peccato della classe dirigente si specifica perciò come un peccato di rapina e di violenza. Infatti, la loro rapina consiste nell'avere usurpato la gloria di Dio ed essersi appropriati dei suoi diritti, che il Figlio viene appunto a reclamare. La loro violenza si manifesterà più tardi, quando decideranno di eliminare Cristo, condannandolo a morte.
vv. 2-3
L'unico che entra per la porta è il pastore legittimo, che pone se stesso al servizio del gregge e ne garantisce l'incolumità mettendo a repentaglio anche la propria vita. L'allegoria del pastore, con la quale Cristo definisce se stesso, è ricca di diversi spunti che toccano degli aspetti particolari del discepolato. La prima caratteristica notevole è costituita da un duplice riconoscimento, quello del guardiano e quello della voce: "Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce". Il riconoscimento del guardiano è un termine di contrasto con il rifiuto dei giudei, guardiani del recinto, cioè del Tempio, i quali si arrogano il diritto di sbarrare la strada a Cristo, l'unico che può entrarvi senza chiedere nulla, in piena legittimità, essendo il padrone di casa. La figura del guardiano, che riconosce il vero Pastore, richiama, perciò, anche i custodi di quello che sarà il nuovo Tempio, cioè la Chiesa: gli Apostoli e i loro successori. Il nuovo recinto delle pecore avrà anch'esso necessariamente i suoi custodi, che apriranno l'accesso del Pastore verso il gregge. Il ruolo dei pastori della Chiesa è infatti cruciale: come è accaduto alla classe dirigente giudaica, potrebbe accadere anche alla classe sacerdotale; Cristo può essere estromesso dal suo gregge, proprio da coloro che tengono il posto di vicari suoi. Più precisamente: il ministro di Dio che non vive bene la propria missione, allontana il gregge da Cristo, e in questo senso gli ostruisce la via, invece di aprirgliela. Cristo, buon Pastore, vuole guardiani del recinto che gli aprano la via, preparando le coscienze alla sua venuta. Il secondo riconoscimento è quello della "voce" del Pastore. Questo significa che il gregge non può riconoscere Cristo, suo Pastore, sulla base delle sue fattezze. Del resto, anche il vangelo di Luca, nell'episodio dei discepoli di Emmaus (cfr. cap. 24,13-35), descrive un riconoscimento del Risorto non in base alle sue fattezze; anzi, le fattezze sono quelle di uno sconosciuto. Il Vangelo di Marco, più sinteticamente dice: "Dopo ciò apparve a due di loro sotto altro aspetto" (Mc 16,12). La caratteristica del Cristo che vive nella Chiesa è appunto quella di presentarsi al suo popolo sotto altro aspetto. I segni sacramentali sono infatti l'altro aspetto, a cui precisamente l'evangelista Marco si riferisce. Se non è possibile riconoscere il Cristo risorto, presente nella Chiesa mediante il suo Spirito, in forza delle sue fattezze visibili, rimane solo la possibilità di riconoscerlo al suono della sua voce. Vale a dire: la predicazione apostolica, che risuona nella Chiesa, è la voce del Pastore che nutre le pecore e le guida sui sentieri del Regno. I veri discepoli di Gesù, sentono nella voce della Chiesa, la voce del loro Pastore, e lo riconoscono presente in essa. La Parola di Dio, per i discepoli di Gesù, non è la comunicazione informativa del pensiero di Dio; è invece la presenza personale del loro Signore, che in essa effonde l'efficacia del suo Spirito sui credenti. La figura della vera discepola sarà rappresentata da Maria Maddalena dinanzi al sepolcro vuoto: essa riconoscerà il Maestro ritornato dai morti, quando Egli pronuncerà il suo nome; lo riconoscerà, cioè, al suono della sua voce, che come un pastore chiama le sue pecore per nome. Dire che il Cristo Pastore chiama le sue pecore per nome, equivale ad affermare un rapporto personale di intimità e di conoscenza che unisce il discepolo al Maestro, come in un amore sponsale. Quelli che ascoltano la sua voce, sono suoi, appartengono alla verità: "Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce" (19,37).Va notato che, dopo averle chiamate per nome, Egli le conduce fuori. Il "condurre fuori" allude chiaramente alla destinazione escatologica dell'esodo da Lui proposto. Coloro che, dopo essere stati chiamati da Cristo, aderiscono a Lui nella fede, sono condotti fuori dal recinto del Tempio. Il suo gregge non è destinato a rimanere nelle strutture religiose di questo mondo: né il Tempio di Gerusalemme, né i confini visibili della Chiesa. La Chiesa terrestre, infatti, non è il Regno di Dio, non è la meta del pellegrinaggio dei battezzati; essa è il punto di partenza per un pellegrinaggio che ha come meta la Chiesa celeste, dimora dei santi.
vv. 4-6
Il Cristo Pastore realizza il nuovo esodo, compiendo due particolari gesti verso il gregge: "Quando ha condotto fuori... cammina innanzi" (v. 4). Prima lo spinge, poi gli cammina davanti. Questa simbologia descrive le due forze propulsive del cammino di santità, quella che si aggiunge alle risorse come una energia divina di movimento e quella che l'uomo ci mette di suo, in una libera opzione del modello umano di Gesù. Queste due forze sono chiaramente operanti nel processo di guarigione del cieco nato, e questa allegoria di Gesù non fa che chiarire ulteriormente che cosa è effettivamente accaduto a quell'uomo. Mettendo del fango sui suoi occhi, il Messia gli ha dato un impulso divino, richiamando il gesto creatore dell'origine; ha aggiunto cioè una energia di guarigione che il cieco nato non aveva in se stesso. In questo senso il Pastore sospinge il gregge fuori dal recinto. Del resto, la piscina di Siloe si trova appunto "fuori" delle mura di Gerusalemme. Però, nel momento in cui il gregge è liberato dal recinto, cioè è affrancato da tutte le forze di schiavitù che operano nell'aldiqua, Cristo chiede a ciascuno un'adesione libera ed esplicita al suo modello umano. Egli infatti cammina davanti al gregge; vale a dire: indica la via percorrendola Lui stesso. O ancora più chiaramente: Cristo indica la via da percorrere personificandola visibilmente nella propria umanità. Da qui uno dei titoli cristologici giovannei: "Io sono la via" (14,6). Il cieco nato decide liberamente di percorrere questa via, quando ubbidisce alla Parola di Cristo, accettando come valido il suo modello umano. La verità del modello umano di Gesù, egli difenderà dinanzi ai farisei che lo interrogano, e pagherà di persona la sua fedeltà a quella verità che la sua coscienza ha scoperto e che la classe dirigente vorrebbe soffocare nella menzogna. E in questo senso il Pastore cammina avanti. Non costringe nessuno a seguirlo; ma chi lo segue lo fa liberamente, perché ha gustato la meraviglia delle opere di Dio. L'uscita dal recinto è significata anche dall'espulsione dalla sinagoga dell'uomo guarito. Lasciandosi dietro le spalle le istituzini giudaiche, ormai in procinto di crollare su se stesse, egli si avvia verso Cristo, nuovo Tempio, per offrire al Padre un culto nuovo. L'esodo del discepolato cristiano è già rappresentato, nelle sue linee essenziali, nella vicenda del cieco nato. Cristo ne riprende poi il concetto nell'allegoria del buon Pastore.
vv. 7-9
Il v. 7 compie una variazione sulla simbologia della porta. Precedentemente la porta era l'ingresso del Pastore nel recinto delle pecore; adesso diventa un titolo cristologico: "Io sono la porta". Cristo è la porta permanente della custodia del gregge, dopo che la porta, da cui il gregge è uscito verso l'esodo cristiano, è rimasta dietro le loro spalle, nel lontano passato. Il nuovo ovile ha anch'esso una porta, costituita appunto dalla persona di Gesù. Attraverso questa porta, unico accesso legittimo al gregge, dovranno passare non solo le pecore liberate dal potere delle tenebre, ma anche i custodi del nuovo ovile, cioè gli Apostoli e i loro successori. Da questo momento in poi, entrare nell'ovile senza passare attraverso il modello umano di Gesù, sarà lo stesso che un ladrocinio. Fuori di metafora: Il ministero sacerdotale, qualora fosse assunto per altri scopi, che non siano quelli ispirati dalla carità pastorale, entrerebbe nell'ovile, ma non per la porta rappresentata da Cristo stesso. Sarebbe perciò un ingresso illegittimo. In maniera analoga, la stessa metafora conserva lo stesso valore e lo stesso significato anche per le singole pecore del gregge. Non si può entrare a far parte del gregge di Cristo, se non si è disposti a portare la sua immagine nello stile della vita quotidiana. Assumere come valido per sé il modello di Cristo, equivale in sostanza a entrare nel gregge passando attraverso di Lui come per una porta. Senza questo presupposto, l'ingresso nel gregge di Cristo è illegittimo e la permanenza in esso, una stonatura.L'ingresso legittimo nel gregge del nuovo ovile, passando attraverso la porta che è Cristo produce degli effetti così definiti allegoricamente con tre passaggi: "sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo" (v. 9). Il primo passaggio, "sarà salvo", allude al fatto che Cristo è la porta aperta sulla vita definitiva e rappresenta perciò il suo unico accesso per coloro i quali desiderano entrare nella vita. Assumere il suo modello equivale a vincere la morte (cfr. 8,51). Il secondo passaggio è "entrerà e uscirà". Due verbi che definiscono in modo efficace, sebbene lapidariamente, la manifestazione della libertà cristiana. Entrerà e uscirà è un'espressione polare che si riferisce, mediante l'idea della totale libertà di movimento, alla nuova dignità della persona riscattata dal Sangue di Cristo e perciò dotata di una libertà sovrana, che è propria dei figli di Dio. Anche il cieco nato, toccato dall'unzione messianica e inserito nel gregge del nuovo ovile mediante la professione di fede, una volta recuperata la vista - una duplice vista, come si è già osservato - va e viene liberamente, senza che alcuno lo guidi, entra ed esce come un uomo libero da qualsiasi genere di oppressione. Perfino la menzogna e l'abuso del potere non possono diminuire né intaccare la sua libertà. Le pecore che Cristo guida verso il nuovo esodo, godono di una sovranità che rende libere di muoversi, perché i poteri che le opprimevano, prima di uscire dal vecchio recinto, sono caduti in frantumi ai piedi della croce. Infine il terzo passaggio: "troverà pascolo"; si tratta di un'espressione che allude alla definitiva sazietà prodotta dal cibo offerto dal Cristo Pastore. Già con la moltiplicazione dei pani e col discorso nella sinagoga di Cafarnao questo concetto era già stato affermato: sul mondo tutti mangiano a sazietà e ne avanza, segno della sovrabbondanza del dono messianico; dopo, a Cafarnao, il Maestro afferma esplicitamente: "chi viene a Me non avrà più fame e chi crede in Me non avrà più sete" (6,35). Anche alla samaritana, Cristo aveva fatto una promessa simile (cfr. 4,13-14). Il gregge sarà insomma nutrito con cibi ottimi e sani, cibi perfettamente proporzionati ai bisogni del gregge, senza alcuna paura che possano mai diminuire o esaurirsi. L'evangelista utilizza qui anche un gioco di parole: il termine "pascolo" in greco è nomè, che suona simile alla parola nomos, cioè legge, nella fattispecie la legge mosaica. Il pascolo è stato insomma sostituito: non è più la legge di Mosè la sorgente della conoscenza della volontà di Dio, ma è il Cristo Pastore, che guida il suo gregge non verso la Legge (nomos) ma verso i pascoli della verità (nomè). Lì il vero Pastore comunica la vita definitiva: "Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (v. 10).
vv. 11-13
Ancora un altro titolo cristologico: "Io sono il buon pastore". L'espressione greca utilizzata dall'evangelista (egò eimi o poimen o kalos) si potrebbe tradurre anche: "Io sono il modello del pastore". L'aggettivo "o kalos", insieme ai due articoli determinativi (o poimen o kalos; lett.: il pastore il buono), suggerisce un'idea di esclusività: Cristo non è "un" pastore che si aggiunge alla serie precedente; Egli è invece "il" pastore per eccellenza, il vero pastore, in contrasto con tutti gli altri venuti prima di Lui, i quali, se non corrispondono al suo modello, sono ladri e briganti. La caratteristica che distingue il modello del vero pastore è la disponibilità a dare la vita per il gregge, a differenza dei mercenari che perseguono i loro interessi e scappano per mettersi al sicuro quando arriva il lupo. Nella promessa di Cristo, la vita che Egli dà in abbondanza coincide con il dono di se stesso. Dopo avere detto: "Sono venuto perché abbiano la vita, e l'abbiano in abbondanza" (v. 10), il Maestro aggiunge: "Il buon pastore offre la vita per le pecore" (v. 11). Sembra che ci sia un diretto parallelismo tra la vita che Cristo offre, consegnandosi alla morte di croce, e la vita che il gregge deve ricevere da Lui. La vita che Lui offre è la stessa che il gregge riceve. La vita, che solleva i credenti a dignità di figli liberi, è la stessa vita del Figlio, comunicata a noi per i meriti della Passione. Lo stesso concetto sarà riaffermato in 12,24 con la metafora del chicco di grano: "Se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo; se invece muore, porta molto frutto".
vv. 14-16
Ritorna qui il titolo cristologico precedente: Cristo, modello del vero pastore; questa figura è presentata qui sotto l'aspetto specifico della qualità della relazione che lo unisce ai suoi discepoli. Tale relazione è modellata sul mistero trinitario: "conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono Me, come il Padre conosce Me e Io conosco il Padre" (vv. 14-15). Questa definizione della relazione diretta e personale che unisce i discepoli a Cristo, non menziona in modo esplicito lo Spirito Santo. Nondimeno è una definizione squisitamente trinitaria. Si tratta di una omissione solo apparente. La presenza dello Spirito è infatti il presupposto necessario di ogni relazione tra il Padre e il Figlio. La reciproca conoscenza del Padre e del Figlio non avviene se non nello Spirito. Cristo aggiunge che la reciproca conoscenza tra Lui e il suo gregge, corrisponde allo stesso schematismo, indicato secondo un rapporto di analogia: "come (in maniera analoga) il Padre conosce Me". Di conseguenza, il divino dinamismo della reciproca conoscenza del Padre e del Figlio, diventa il modello delle relazioni che nascono sulla radice del discepolato. L'incontro del credente col Cristo risorto e l'unione personale con Lui nell'amore, traggono origine dall'azione dello Spirito Santo. La medesima azione dello Spirito crea la comunione fraterna nella comunità di Gesù e unisce i fratelli non con un legame estrinseco, ma con l'intesa profonda che nasce dalla condivisione di una sola fede. La comunità di Gesù non si ferma però ai confini di Israele. Vi sono anche altre pecore, che pur appartenendo a un altro ovile, devono essere condotte dal vero Pastore verso il nuovo ovile, che unificherà l'umanità in un solo gregge sotto un solo Pastore. Il privilegio del popolo eletto era quindi soltanto un'ombra delle cose future: la vera elezione è quella che si realizza in Gesù. Tutta l'umanità è chiamata da Dio a compiere il suo esodo di liberazione verso la luce, ma solo quelli che ascolteranno la voce del Pastore potranno realizzare in sé il carattere dell'elezione, prefigurato in Israele, ma offerto, nella sua verità escatologica, a tutti gli uomini.
vv. 17-21
L'enunciato del v. 17 ha delle profonde risonanze per la vita cristiana: "Io offro la mia vita per poi riprenderla di nuovo". Il Padre ama proprio per questo il Gesù storico: "Per questo il Padre mi ama". Va infatti distinto l'amore che il Padre ha verso il suo Verbo nell'eternità da quello che il Padre ha verso il Verbo fatto uomo, cioè verso il Gesù storico. Nell'eternità essi sono uniti da un amore ineffabile, fuori dalla nostra portata di comprensione, che si personifica nello Spirito Santo. Il Cristo storico è invece oggetto di quell'amore che il Padre avrebbe avuto verso l'uomo, se il peccato non ne avesse deformato l'immagine e la somiglianza. Questo è il senso dell'enunciato riportato dai sinottici sia nel battesimo che nella trasfigurazione: "Questo è il mio Figlio prediletto". Cristo è il Figlio infinitamente amato, in quanto reca in sé l'immagine fedele dell'uomo uscito dalle mani di Dio nel sesto giorno della creazione; anzi, la migliora rispetto alla perfezione di Adamo, essendo Figlio di Dio, oltre che Figlio dell'uomo. Il Padre guarda perciò al Cristo storico come al prototipo dell'uomo, icona fedele dell'immagine divina, capace di incarnare con perfezione le esigenze dell'amore. Nella concretezza della vita, e del suo ministero pubblico, Cristo incarna le esigenze dell'amore fino al vertice del dono di Sé. Per questo il Padre pone le sue compiacenze sull'Uomo che corrisponde perfettamente al progetto divino: "Per questo il Padre mi ama". Da questo momento in poi, anche i suoi discepoli si caleranno nello stesso modello umano, per entrare nella compiacenza del Padre, amando fino al vertice del dono di sé. Nel modello di Gesù, l'esperienza della pienezza della vita non si ha nell'accumulo di ciò che si desidera, bensì nella consegna della propria vita. La traduzione italiana riporta la seguente espressione: "Io offro la mia vita per poi riprenderla di nuovo" (v. 17). Si potrebbe anche tradurre: "Io offro la mia vita e così la riprendo di nuovo", esprimendo con maggiore chiarezza il collegamento tra l'offerta e il recupero: la propria vita si ritrova in pienezza proprio per il fatto di averla offerta. Questo principio rappresenta un modello di riferimento per ogni cristiano: perdere la vita per amore di Cristo equivale a ritrovarla in senso pieno e definitivo. Anzi, la realizzazione della propria identità di figli di Dio consiste in una vita vissuta nell'amore oblativo. Questo atto di autodonazione della propria vita è libero: "Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, perché il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo" (v. 18). La verità della Passione di Cristo non consiste nella prevalenza delle forze del male, ma nella libera autodonazione del Figlio che ubbidisce al Padre: "Questo comando ho ricevuto dal Padre mio" (v. 18). I discepoli ricevono da Cristo la stessa energia di risposta al Padre e la stessa sovranità, per la quale, ogni cristiano che muore sa che nessuno gli sta togliendo la vita, ma è lui che liberamente la sta offrendo, in un atto di ubbidienza al Padre che glielo chiede, nelle circostanze specifiche, e diverse per ciascuno, che determinano la cessazione della vita biologica. Questo modo di morire è perfezione d'amore. La descrizione del Cristo risorto, nel vangelo di Giovanni, ha un particolare degno di nota: nel Corpo glorioso del Risorto sono ancora visibili le piaghe aperte della sua Passione. La visibilità delle piaghe in contraddizione col Corpo glorificato, stabilisce uno stretto collegamento tra la morte e la risurrezione, dove la seconda è effetto diretto della prima. Quel Gesù che appare ai discepoli rivestito di maestà è lo stesso che è stato umiliato. La continuità del mistero pasquale, cioè il nesso indissolubile tra la morte e la risurrezione, è sottolineato da quelle piaghe ben visibili sul Corpo del Cristo risorto. Questa vita piena e gloriosa, che ora risplende in Lui, è la diretta conseguenza della libera autodonazione con la quale ha offerto Se stesso, manifestando quale sia l'amore più alto che si possa immaginare, quello del sacrificio non di qualcosa di personale, ma di se stesso. Nell'ultima cena questo amore perfetto sarà visualizzato dal Maestro, sotto gli occhi attoniti dei discepoli, nel gesto della lavanda dei piedi. In quel contesto sarà svelato il comandamento nuovo, che contraddistinguerà d'ora in poi la comunità di Gesù: "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli" (13,35). Il comandamento d'amore che Egli riceve dal Padre, lo trasmette a sua volta ai suoi discepoli.Dinanzi all'insegnamento di Gesù, e alle sue dichiarazioni aperte, continua l'ostilità dei farisei e della classe dirigente in generale, sebbene le opinioni tendano a diversificarsi nei confronti del Maestro: le accuse contro di Lui vanno dalla pazzia al satanismo, anche se in molti rimane il dubbio che Satana sia effettivamente in grado di compere dei prodigi che portano chiaramente il marchio della mano del Creatore, come la guarigione del cieco nato.
don Enzo Cuffaro
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