Esegesi del Vangelo delle nozze di Cana di padre Tomáš Tyn, o.p.

Padre Tomáš Josef Maria Tyn, nato a Brno (Cecoslovacchia) il 3 maggio 1950, entrò nell'Ordine domenicano, ordinato sacerdote il 29 giugno 1975 a Roma, conseguì il dottorato in teologia all'Istituto Angelicum di Roma con tesi "L'azione divina e il processo di giustificazione secondo san Tommaso d'Aquino". Esercitò il suo ministero a Bologna: professore di teologia morale presso lo Studio Teologico domenicano, direttore spirituale delle suore domenicane, catechista e assistente di gruppi cattolici, numerosi sono coloro che si professano ancora oggi suoi figli spirituali. Un'associazione di questi ultimi con opera meritoria ha realizzato un utile volume che trascrive alcune sue omelie mariane. Dal 1985 al 1989 padre Tyn ebbe l'incarico di celebrare la messa latina antica con il permesso dell'arcivescovo di Bologna nella basilica di S. Domenico ogni sabato mattina. Egli amava molto il rito tridentino, e avrebbe avuto piacere di celebrarlo più spesso, come egli stesso ci disse la volta che lo incontrammo dopo la messa nella sacrestia di S. Domenico. Morì il 1° gennaio 1990, non ancora compiuti quarant'anni, stroncato da un male incurabile. È accertato che padre Tyn, sin dall'ordinazione, aveva offerto la sua vita per la liberazione e la rinascita spirituale della sua patria, oppressa allora dalla tirannide del c.d. socialismo reale che perseguitava il cristianesimo. Nel 1990 il comunismo è finito in Cecoslovacchia.

Fabio Marino

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Esegesi del Vangelo delle nozze di Cana

di padre Tomáš Tyn, o.p.

Sorelle care, questa mattina abbiamo cominciato a meditare sul primo miracolo che Gesù compì: il miracolo delle nozze di Cana col quale diede inizio ai suoi prodigi, e abbiamo detto anche che Gesù fece il suo primo miracolo in questo contesto di nozze, proprio perché chiama gli uomini da lui redenti ad uno stato sponsale, di uno sposalizio ovviamente soprannaturale, spirituale, divino, tramite l'amore della carità. San Tommaso dirà: caritas est vis unitiva, la carità è una forza di unione. Quindi, se l'anima umana ama Iddio, immediatamente sperimenta in sé una perfetta unione con Dio. Abbiamo poi sottolineato come l'amore di Dio, a differenza di una semplice amicizia umana, presenta questi tratti tipicamente sponsali, cioè il tratto dell'intimità, dell'esclusiva familiarità con Dio: appartenere noi tutti a Dio, senza eccezione alcuna, senza sottrarre qualcosa a Dio, ed appartenere a Dio solo, senza disperderci nelle creature, senza perdere di vista quello che è l'unum necessarium, l'unica realtà necessaria.

Questo pomeriggio, proseguendo nella lettura e nel commento del santo Vangelo, arriviamo al terzo versetto. L'evangelista dice così: "Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: Non hanno più vino". Sempre mi sorprende e mi commuove la concisione e la semplicità con cui la madre del Signore dice: "Non hanno più vino". Non gli fa un lungo discorso, un discorso articolato dove dovrebbe spiegare tutte le ragioni. No, dice semplicemente, attirando l'attenzione del Salvatore su questo semplice fatto, gli dice: "Non hanno più vino". Gesù capisce subito che sua madre gli chiede appunto di fare il miracolo, il prodigio, come risulta poi dalla sua risposta. In questo, care sorelle, c'è anzitutto da meditare, da pensare a quanto è importante l'intercessione di Maria presso il suo Figlio per ottenere da Lui un qualsiasi beneficio. Vedete, non a caso, proprio il primo prodigio - voi sapete che il primo è sempre in qualche modo emblematico, paradigmatico - il primo prodigio di Gesù è operato proprio per intercessione della sua Madre Santissima; si potrebbe quasi dire in modo straordinario, perché questo vangelo è davvero sorprendente: vedete, Maria ha ottenuto questo miracolo accelerando i tempi.

Infatti Gesù dice: "E che importa a me e a te, Donna? Non è ancora giunta la mia ora". Che cosa significa questo per noi? In quale modo questo ci riguarda? "Il mio tempo non è ancora venuto". Gesù dice chiaramente: "No, non farò il miracolo, il mio tempo non è ancora venuto". Maria, con pazienza straordinaria e soprattutto con fede incrollabile dice: "Fate tutto quello che vi dirà"; allora Gesù compie il miracolo e dice: "Attingete l'acqua", e l'acqua che attingono diventa vino.

Vedete, la beata Vergine ottiene proprio quello che è quasi l'impossibile. Ecco perché si diceva giustamente di Maria che Ella gode di una onnipotenza di intercessione presso Dio. Non c'è altra via al Padre se non quella via che il Padre stesso ha tracciato, e quella via è Gesù. Non ce ne sono altre. In questo contesto, sorelle care, succede molto spesso che ci siano dei mistici esagerati, che poi esagerando nello spirito cadono nella falsità, come dice appunto san Paolo: "Oh voi insensati Galati, cominciate dallo spirito e finite nella carne". Si comincia nella verità evangelica, la si esagera, poi si finisce al di fuori dell'ortodossia, al di fuori del dogma. Ora, ogni autentica vita di orazione, ogni autentica esperienza mistica, come sottolineano le due grandi anime mistiche della Chiesa cattolica che sono appunto le due dottoresse della Chiesa, e cioè santa Caterina da Siena, nostra consorella, e santa Teresa, entrambe (e non solo loro: tutti i mistici cattolici veramente degni di tal nome), sottolineano che in nessun momento della vita di orazione l'anima abbandona quella via maestra, quella via unica che è Gesù.

La via dell'ubbidienza, via umilissima, perché la natura umana di Gesù paragonata al Padre e allo stesso Verbo consustanziale al Padre e al Divino Spirito, paragonata alla natura divina, la natura umana è quello che è ogni natura creata, cioè un nulla. Però è un nulla che Iddio ha scelto: è questo che conta, non la grandezza delle realtà in sé, ma la grandezza che Dio dà ad ogni realtà. La vera vita di orazione non può mai dispensarsi da questa fondamentale umiltà ed obbedienza, che non vuole ottenere Dio, come dice sant'Anselmo, quasi per rapinam, quasi usurpando la divinità. Anche questa è una via, ma è la via che ha scelto il demonio, l'apostata fin dall'inizio, è la via dei nostri progenitori, è la via dei peccatori: cioè essere come Dio, ma senza Dio.

Bisogna invece essere come Dio secondo il dono di Dio, ecco che cosa avviene nelle anime buone e sante. La cosa interessante, che mi fa molto meditare, è la vicinanza della santità al peccato. Vedete, tanto i Santi quanto i peccatori vogliono essere come Dio: ciò vuol dire che amare Dio è una necessità; non si può non amarlo, tutti lo amano. Santi e peccatori, ma con un amore abissalmente diverso: per quella sola sfumatura che i Santi amano Dio con umiltà, i peccatori invece pensano di amare Dio a modo loro, cioè in modo orgoglioso. L'umiltà o l'orgoglio, distingue gli angeli buoni e quelli cattivi, distingue i Santi e i peccatori. L'amore di Dio c'è negli uni e negli altri, l'umiltà c'è negli uni e non c'è negli altri; ecco perché l'amore è vero solo in chi è anche umile. Chi è umile si sottopone con obbedienza, non in quel modo suo di amare Dio, ma a quel modo in cui Dio stesso vuol essere amato. Care sorelle, vedete quanto è importante sottomettersi alla povertà, all'umiltà delle creature se sono innalzate da Dio a strumenti della sua divina rivelazione. Così non c'è altra via verso il Padre se non Gesù: e, notate bene, non c'è altra via verso Gesù, se non Maria. Perché questo?

Qualcuno potrebbe dire, anzi, sono i protestanti, a questo punto, che ci fanno questa obiezione quando dicono: "In fondo voi cattolici moltiplicate i mediatori". Allora perché non potrebbe esserci un'altra via che conduce a Maria ed un'altra via per quell'altra via ecc.?

Rispondiamo noi cattolici: "Per un semplice motivo, perché Iddio ha voluto in quel determinato modo, perché Iddio l'ha voluto. Ecco perché Gesù è l'unica via verso il Padre, ed ecco perché Maria è l'unica via verso Gesù".

Se il Padre Eterno voleva perdonarci, cancellare il nostro peccato, poteva farlo anche senza l'Incarnazione. Non sarebbe stata una redenzione così perfetta, così piena, però sarebbe sempre redenzione, perché Dio è onnipotente, Dio non è legato a nessuno schema prefisso. Dio poteva redimere anche senza l'Incarnazione, ha voluto invece che il suo Figlio si incarnasse; è volontà di Dio. Similmente Iddio avrebbe potuto benissimo far discendere dal cielo il Figlio suo incarnato, come uomo maturo, come uomo adulto, come vaneggiavano alcuni eretici nei primi secoli, che parlavano di Cristo come di anthropos epouranios, uomo celeste, che scende dalle stelle proprio come uomo completo, maturo, sulla nostra terra.

Dice san Paolo, nella sua semplicità straordinaria, con quella frase che è tutta un trattato di cristologia e di mariologia: "Egli è nato sotto la legge ed è nato da una donna". Perché noi diamo quel culto particolare a Maria considerandola come la nostra via a Gesù, per Mariam ad Iesum? Per un solo motivo, come dice san Bernardo: "Perché Iddio ha voluto che noi tutto avessimo per Maria".

Maria, dandoci Gesù, ci ha dato il dono perfetto dell'Eterno Padre: perché il Padre, il dono del Verbo e del suo Spirito, che è dono del Padre e del Figlio, nel dono del Verbo, Iddio ci dà se stesso.

Vedete, Gesù Redentore, vero Dio e vero uomo, il dono perfetto del Padre, il Padre ce lo ha dato tramite Maria, per mezzo di Maria. Ecco allora come Colei che ci ha dato Gesù, è anche Colei che ci conduce a Gesù. È davvero ardita, ma molto giusta e profonda quella parola che dice che la beata Vergine est quasi forma Dei, è quasi la forma di Dio. La forma è come il modello, come quando si fa una statua, si fa prima un modello di quella statua e poi vi si fonde dentro il metallo, bronzo o qualcosa del genere.

Giustamente san Luigi Maria Grignion de Montfort, prendendo questa idea di Maria forma Dei - è antichissima questa idea, mi pare che lo stesso sant'Agostino fosse il primo ad accennarla - dice che nessuno può essere plasmato, modellato dallo Spirito Santo in modo cristiforme, cioè in modo tale da crescere, come dice l'apostolo, fino alla piena maturità dell'uomo adulto in Cristo, se non tramite quel modello che è appunto Maria.

Vedete, care sorelle, che noi abbiamo l'accesso a Gesù e tramite Gesù al Padre, solo se percorriamo la via semplice, umile di Maria, tramite la quale noi arriviamo a Gesù. Orbene, anche qui, nel primo prodigio di Gesù c'è l'intercessione di Maria, Maria onnipotente quanto alla sua intercessione presso Dio. C'è l'intercessione di Maria e c'è anche la guida di Maria che dice: "Tutto quello che Egli vi dirà, fatelo". Vedete Maria, ci dice sempre così, Maria è limpida, come si dice sempre nelle litanie, speculum iustitiae: mi piace tanto questa invocazione! Tutte queste espressioni delle litanie in onore della Vergine sono così belle e così mistiche, anche poetiche, proprio splendide. Speculum iustitiae, cioè lo specchio che rispecchia in sé per la sua limpidità, per la sua purezza, per la sua umiltà - perché lo specchio riceve la luce, quindi purezza ed umiltà, due virtù eccelse in Maria - questo specchio terso che è Maria, rispecchia perfettamente per la sua purezza, per la sua recettività, per la sua umiltà, rispecchia perfettamente i raggi di Colui che è il Sol iustitiae, il Sole di Giustizia, il Cristo. Maria rispecchia perfettamente l'immagine di suo figlio, l'immagine di Gesù, perciò non c'è altro modo di avvicinarsi a Gesù, se non proprio tramite l'intercessione e tramite la guida di Maria.

I protestanti ancora dicono - ma, capite, è un guaio, perché i protestanti non ci sono ormai solo in Svezia, Norvegia, Finlandia, in Germania dove il Santo Padre ha fatto tanta fatica per il suo ministero difficile, faticoso, ma proprio per questo benedetto dal Signore - i protestanti non stanno solo là vicino ai paesi nordici, no: i protestanti ahimé ormai si insinuano anche nella santa romana Chiesa, con questa mentalità di dire: "Ma, se noi onoriamo troppo Maria, non sottraiamo qualcosa a Gesù?".

San Bernardo non aveva dubbi, vedete, de Maria numquam satis, di Maria mai si dirà abbastanza. Perché? Chi loda Maria, chi prega Maria, chi medita Maria loda, prega, medita Gesù stesso. Perché? Perché Maria è speculum iustitiae, rispecchia la giustizia. Il primo miracolo di Gesù, è impetrato dall'intercessione insistente e difficile della sua Madre SS., perché per Gesù, di per sé, non è venuto il suo momento, non è venuta la sua ora e la madre sua accelera i tempi, fa venire l'ora, prima ancora che dovesse venire, certo intendiamoci bene, non che Maria possa qualcosa contro Dio, questo sicuramente no, ma può tutto in quanto Ella intercede per quello che Dio già vuole concedere, ma precisamente per la sua intercessione. Vedete care sorelle, senza la sua intercessione Dio non avrebbe concesso, ecco perché non è l'ora di Gesù; l'ora è venuta perché Maria ha pregato per quegli sposi. È così.

Allora subentra in qualche modo il mistero della predestinazione. Il fatto che Iddio stabilisce i momenti, i tempi e fissa l'ora, come l'ha fissata al nostro Salvatore e non toglie che ci sia un contributo umano di opere e di preghiera. Ci sono alcuni che dicono: "Ma, se Dio prevede già tutto, se Dio ha già predeterminato tutto, è inutile che io faccia delle opere buone, è inutile che io preghi". Invece no! Tutt'altro che inutile! Perché Dio ha previsto le nostre opere buone, ha previsto le preghiere per ottenere quella determinata grazia, e se non bastano, come non bastano generalmente le nostre povere preghiere personali, allora bisogna propiziare a nostro favore l'intercessione dei Santi, in particolare di Colei che di tutti i Santi è la regina, Maria Santissima, la Madre gloriosa del Signore.

San Tommaso, nel suo commento del Vangelo di san Giovanni, ci fa vedere tre aspetti che l'evangelista mette in rilievo e che sono molto importanti, per la nostra vita spirituale, nell'atteggiamento di Maria; anzitutto la sua pietà e la sua misericordia. Il che ci fa sperare bene, perché sapendo che Maria è piena di misericordia, noi ci facciamo coraggio perché sappiamo che Ella nutre dei sentimenti veramente materni nei nostri riguardi, conosce, comprende le nostre difficoltà e le nostre pene, e non solo, fa suoi i nostri dolori, come fece sua l'apprensione di quegli sposi nelle nozze di Cana. Infatti, spetta alla misericordia considerare i difetti, i mali, le necessità altrui, come se fossero dei mali propri. Voi capite come la misericordia e la pietà nascono dall'amore, da quella vis unitiva della quale abbiamo parlato. Un'anima che veramente ama il prossimo diventa un tutt'uno con il prossimo: quindi considera il bene del prossimo come il suo bene proprio, e ne gode; ma considera anche il male del prossimo come male suo proprio e se ne rattrista. Come uno quando è nella tristezza, quando è afflitto da un male, cerca di toglierlo di mezzo, così il misericordioso si muove subito a togliere di mezzo il male altrui, ad aiutare il prossimo.

L'amore diventa immediatamente misericordia. San Paolo nella seconda lettera ai Corinzi dice: "Chi è debole che anche io non lo sia? Chi riceve scandalo, che anch'io non ne frema?". Vedete, san Paolo esprime questo atteggiamento di misericordia tutto in chiave apostolica: se un cristiano soffre, l'apostolo soffre ancora di più. Vedete, così similmente la beata Vergine ha avuto anzitutto sentimenti di misericordia. Poi per quanto concerne Gesù, Maria rivela tutta la sua riverenza verso di lui, proprio per la semplicità della sua preghiera.

Come già vi dissi, Maria gli espone una preghiera semplicissima, non dice a Gesù come deve esaudirla, quando deve esaudirla, in che modo deve esaudirla; gli dice solo: "Non hanno più vino". Tutto il resto lo lascia a Gesù, ricorre a Lui con una preghiera semplicissima, ma proprio per questo fu una preghiera estremamente pia e riverente.

Noi, care sorelle, veramente non meritiamo di essere ascoltati da Dio se non rispettiamo Dio. Bisogna rispettare Dio. È la pietà che rispetta, perché tratta Dio per quello che è, cioè Dio, il Signore e Sovrano di tutte le cose.

Spesso invece succede che le preghiere impetrative sono quasi dei comandi impartiti al Signore, questa è davvero una presunzione notevolissima. Ci sono delle povere anime che sono da trattare davvero con molta carità, bisogna fasciargli quelle ferite, cercare di cambiargli mentalità a quelle povere anime. Ci sono delle anime che si danno alla preghiera tanto per provare, perché provare non nuoce, potrebbe anche funzionare; queste si danno alla preghiera dicendo: "Se Dio mi esaudisce, io continuo a pregare, se non mi esaudisce, chi me lo fa fare?". Questa non è una preghiera pia, non è una preghiera devota, non è una preghiera riverente; queste sono esagerazioni. Ci sono delle irriverenze più sottili, quando uno dice: "Signore, dammi quella grazia, però io la vorrei in quel determinato modo... ". Invece proprio Maria, con questa sua semplicissima preghiera, "non hanno più vino", ha detto tutto. Cosi anche noi dobbiamo sì presentare le nostre necessità, ma dobbiamo sapere che prima ancora che gliele presentiamo, Lui le sa già, le conosce già. Non nuoce però presentargliele, perché ci sono anime che esagerano dall'altra parte. Ci sono anime angosciate che dicono: "Io prego sempre Dio per avere qualche grazia... ". Non c'è dubbio, la preghiera dell'adorazione è la preghiera suprema, però anche nell'impetrazione c'è tutta una fiducia riposta in Dio. Vedete, se non ci fidassimo di Dio, se non ci fidassimo nel Signore, certamente non ricorreremmo a Lui nelle nostre necessità; quindi è cosa buona e santa presentare a Dio le nostre necessità, come fece Maria: "Non hanno più vino". Però nel contempo farlo con semplicità e lasciando a Dio di esaudirci come lui vuole. Dice sant'Agostino: "Se Dio dovesse esaudirci come vogliamo noi, ci sarebbe un grande turbamento nel governo delle cose umane, proprio perché noi stessi, con la nostra sapienza davvero limitata, non riusciremmo a capire quello che veramente ci giova".

È interessante che persino gli antichi sapienti abbiano scoperto questo fatto. Dice infatti Socrate: "Ci sono alcune preghiere che è meglio non siano esaudite". È vero. Qualcuno chiede qualcosa e poi, a distanza di qualche anno, quello che ha chiesto gli appare una grande stoltezza e dice: "Signore, ti ringrazio che non mi hai esaudito in quel momento", questo succede molto spesso... Allora, in tutto, bisogna avere una grande, incondizionata fiducia in Dio, perché il Signore quella fiducia se la merita. Noi, allora, dobbiamo presentargli le nostre preghiere con semplicità, come fece Maria (dice il salmo: "Signore, davanti a te ogni mio desiderio ed ogni mio gemito a te non è nascosto"). Poi, in Maria, sorprende anche la sua premura, la sua sollecitudine e diligenza, che appare dal fatto che non ha aspettato che il vino venisse meno, ma prevedendone la ristrettezza, subito si rivolse a Gesù.

Essere attenti, essere solleciti, premurosi, prevenire quasi le situazioni, è importantissimo; notate bene, come la virtù della prudenza guida, non comanda, guida la virtù della carità. La carità è la suprema di tutte le virtù, però è guidata dalla prudenza: cosi anche la carità di Maria è stata interamente guidata dalla prudenza. Solo che la prudenza, contrariamente a quello che generalmente si pensa, non consiste nell'essere continuamente in esitazione, nel dubbio, nel non decidersi mai; oggi si ha l'idea del prudente come di una persona che è indecisa, una persona che mai agisce. Invece il prudente, nel vero senso della parola, significa una persona saggia, che certo è lenta nel deliberare, nel consultarsi, certo non agisce in modo spavaldo, però quando viene il momento di agire, dopo aver riflettuto sulle proprie azioni, sul da farsi, agisce con estrema decisione. Ecco perché la prudenza regola il nostro agire, illumina il nostro agire; ed ad essa spetta anche l'aspetto decisivo, che è quello della sollecitudine (o solerzia, la chiamavano anche gli antichi): la solerzia è una caratteristica propria della prudenza. Il prudente non è quello che subisce gli eventi, che è passivo di fronte agli eventi, il prudente è colui che si fa un'idea, un pensiero davanti agli eventi prossimi futuri, quasi anticipandoli. Così anche Maria Santissima è stata prudente, solerte, sollecita, non ha aspettato che il vino mancasse, ma ha per tempo avvertito Gesù.

Ora che cosa significa quel vino che mancava alle nozze di Cana? Naturalmente significava anzitutto il vino vero e proprio, ed è inutile che vi dica come è bella questa premura della Madre Santissima del Signore, in vista della gioia di questo banchetto nuziale; questi sposi veramente dovevano vivere un giorno di gioia come si addice ad un giorno di nozze. Però, al di là di questo motivo umano, che pure è bellissimo e commovente, vi è il significato mistico del vino. Quale significato? Dice san Tommaso rifacendosi alla lettura dei Santi Padri: "Il vino è soprattutto stato usato nell'antichità come medicina, però come medicina amara ed aspra sulle piaghe". Ai nostri giorni non si adopera più il vino per disinfettare le piaghe, ma si adopera un disinfettante che solitamente brucia. Così il vino significa anzitutto l'austerità, persino l'asprezza della giustizia. Ma il vino è anche dolce al nostro palato e così significa la sapienza, che è senza amarezza. Ed infine il vino è inebriante, sotto questo aspetto, raffigura allegoricamente la carità, poiché la carità porta l'anima alla sobria ebrietas, la sobria ebbrezza.

La carità è virtù sovrumana, cioè fa sì che la nostra volontà in modo incondizionato, infinito, smisurato, sia tutta di Dio. Ecco come la carità è una ebrietas, è una ebbrezza; una carità che non sia inebriante non è carità. Vedete, la carità tende sempre all'eccesso, tende sempre all'infinito.

Pensate a quello che ci dice Gesù sulla necessità di amare non solo chi ci fa del bene, non solo ad amare le persone che noi ben volentieri accettiamo; no, dobbiamo amare chiunque: chi ci fa del male, chi ci è ostile, i peccatori. Gesù aveva una predilezione per i peccatori, vedete questa infinità dell'amore, quindi una ebrietas, perché l'ebbrezza è qualcosa che sconfina, che va al di là della norma. Però una sobria ebrietas, che a differenza dell'ebbrezza comune, che non è per niente sobria, anzi annulla la ragione, quella sobria ebrietas della carità certo fa eccedere l'uomo (ecco perché si dice ebrietas), ma nel contempo lo fa eccedere in modo sobrio. Perché nella carità è quasi come se la ragionevolezza divina, la sapienza divina, facesse le veci della povera sapienza umana. C'è un eccesso, ma è un eccesso misurato e moderato da quella misura, che è misura in se stessa, cioè dalla misura della bontà e della verità divina. Dice san Tommaso che le nozze di Cana, con le quali Gesù diede inizio ai suoi miracoli, significano l'avvicendarsi delle due alleanze, il cambiamento dall'Alleanza antica a quella nuova. Nell'Alleanza antica il vino era una promessa, il vino mancava ancora. Venne il vino della giustizia, della sapienza, della carità, venne appunto con la nuova legge, la legge della grazia del Signore. Infatti la giustizia antica è imperfetta. Dice Gesù: "Se la vostra giustizia non sarà più abbondante di quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei Cieli", giustizia e carità. Una sapienza che è ancora tutta figurale, non è ancora la realtà, è un adombrare la realtà: san Paolo, prima ai Corinzi cap. 10, "Tutte queste cose accaddero a loro come un esempio", come un esempio delle cose future, sapienza figurata.

Infine la carità mancava agli antichi, che hanno ricevuto soltanto lo spirito della schiavitù nel timore, mentre il Cristo mutò l'acqua del timore nel vino della carità. Non dico che tutti gli antichi abbiano ricevuto solo la schiavitù del timore, questo certamente no, ma l'antica Alleanza è un'alleanza di timore; la nuova Alleanza di carità ha un cuore nuovo, rinnovato nell'amore. Vedete, sorelle, certo gli uomini dell'antica Alleanza, singolarmente presi, potevano benissimo avere la carità. Molto spesso si fa questo errore: o si esalta l'antica Alleanza mettendola quasi alla pari dell'Alleanza nuova, altre volte invece la si svaluta del tutto come se gli antichi non potessero accedere alla santità, invece i profeti, i sovrani dell'antichità, i patriarchi erano certamente santi; però, in quanto santi, appartenevano già alla nuova Alleanza, dove già c'era il vino della perfetta giustizia, della sapienza che viene dall'alto della realtà di Cristo: la perfetta carità, non più uno spirito di schiavitù. Ecco allora il significato mistico del vino. E Gesù, alla Madre sua Santissima che gli chiede implicitamente il miracolo, risponde: "Che ho da fare con te, o donna? Non è giunta ancora la mia ora".

Dice ancora san Tommaso che tre sette ereticali hanno preso occasione di errare, di deviare dalla retta via. Anzitutto i manichei, in particolare lo gnostico Valentino, che sostiene che Gesù non avrebbe per nulla ricevuto un corpo terreno dalla Vergine; loro, gnostici e manichei, sostenevano la tesi che vi dicevo dell'anthropos epouranios, dell'uomo celeste, non l'uomo terreno e negavano la realtà della corporeità di Gesù, negavano la fisicità del suo corpo e dicevano: "Gesù non ha ricevuto nulla da Maria". Questo gnostico Valentino, diceva che Gesù avrebbe detto a Maria: "Che ho a fare con te, o Donna?". Come dire, da te nulla ho ricevuto. Questa è un'eresia spaventosa, capite, ed è smentita dallo stesso testo evangelico, infatti, dice appunto l'evangelista san Giovanni, che vi era la Madre di Gesù e se Maria è chiamata dall'evangelista madre, indubbiamente è Lei, che ha dato a Gesù la sua vita umana, la sua natura umana. Lo Spirito Santo ha tratto la natura umana di Gesù dal grembo verginale di Maria; Maria ha dato a Gesù la sua umanità.

Invece gli ebioniti fanno leva sulla parola donna: "Che cosa ho a che fare con te, o Donna?". Fanno leva sulla parola donna per negare, ahimè - succede anche ai nostri tristi tempi - per negare la verginità di Maria, per dire appunto: "Se Maria è chiamata da Gesù donna, non poteva essere vergine". Invece, osserva giustamente san Tommaso che anche Adamo ha chiamato Eva vergine, perché come vergine Eva è stata creata da Dio, è stata condotta ad Adamo, Adamo ha chiamato Eva la prima vergine, l'ha chiamata pure donna. Quindi, vedete, pure questo argomento non regge.

Nella denominazione "donna", alcuni pensano ad una espressione poco riverente, che non tiene del tutto conto della grandezza della Vergine Santissima. Invece quella espressione è proprio la più grande e la più bella esaltazione della Madre Santissima del Signore. Quando Gesù dice "Donna", chiamando cosi la sua Madre, ebbene, intende dire: nuova Eva. Cioè non è una tra tante donne, ma è la donna per eccellenza.

Maria è la donna per eccellenza, in lei veramente mutano le sorti di Eva. Tramite Eva venne la maledizione: quella maledizione, quella morte, morale prima e fisica poi, quella morte è cancellata in Maria. È interessante come sant'Agostino giustamente sottolinea che in fondo Eva non meriterebbe essere chiamata "madre dei viventi" ma piuttosto "madre dei morienti": effettivamente è così.

Noi veniamo in questo mondo nascendo peccatori, "nel peccato mi ha concepito mia madre", vedete proprio io sono non solo nato, ma proprio concepito nel peccato. Solo Maria è stata preservata dal peccato delle origini. Vedete il contagio della colpa: noi nasciamo peccatori, anzi siamo concepiti come peccatori; quindi Eva, la vita che ci viene da Eva, è una vita di morte, una vita segnata dalla morte. Ecco allora perché quell'altra Eva, la Donna per eccellenza, la Madre dei viventi, doveva restituire all'uomo ciò che gli è stato tolto dalla prima Eva, cioè doveva ridargli la vita, doveva veramente adempiere a quella promessa che Dio diede alla prima Eva e che nella prima Eva non si è adempiuta, cioè di dare vita. Solo in Maria abbiamo una vita che non è più segnata dalla morte, cioè abbiamo la vita in Cristo; lo dice san Paolo che da Gesù ha la sua vita: "Non sono più io che vivo, ma in Cristo figlio di Dio".

Vedete come Maria è realmente nostra madre. È Madre di Gesù, ma è madre nostra e, in questo senso, madre dei viventi, madre di tutta la Chiesa. Infine i priscillianisti, un'altra setta, prendevano l'occasione dell'errore da quell'affermazione di Gesù che dice: "Non è ancora giunta la mia ora". Come se Gesù dipendesse da una specie di fatalità, dagli astri (anche al giorno d'oggi, sorelle, l'astrologia è una piaga vera e propria, vedere quanta gente, che pure frequenta la chiesa, però crede nel contempo agli influssi astrali; è un combattimento duro quello contro ogni sorta di superstizione, d'altra parte non può essere diverso perché ogni epoca di incredulità è anche un'epoca di crescente superstizione). Costoro, quelli che pensano che Gesù fosse sottomesso agli astri, alla fatalità, non sanno chi era Gesù, il Creatore, il Signore dell'universo, quindi a Gesù gli astri sono sottomessi, non Lui agli astri, né Lui alla fatalità, ma ogni corso degli eventi del mondo è prestabilito da Lui, è predeterminato da Lui.

Gesù, dunque, non soggiace a nessuna fatalità, tanto è vero che anche noi stessi non dovremmo, come cristiani, come liberi, cioè dotati della libertà di figli, non dovremmo mai considerarci ancora assoggettati ai tempi, alla fatalità, addirittura agli astri. San Tommaso dice (mi piace tanto): "Può anche darsi che la parte esterna, corporea dell'uomo dipenda dagli astri, ma non certo la parte razionale". Quindi bisogna rinnegare la razionalità e la spiritualità dell'uomo per credere che l'uomo sia sottomesso agli astri.

Che cosa voleva invece dire questa parola di Gesù: "Non è ancora giunta la mia ora"? Non che egli fosse sottomesso a qualche fatalità, ma che non era giunta ancora l'ora predeterminata, prevista dal Padre suo, come l'ora della sua passione. Tutta la vita di Gesù è un'ora perfetta, quella che i greci chiamano kairos (è tanto bella questa espressione che è quasi intraducibile, perché noi diciamo tempo, questo in greco si dice kronos; quando i greci dicono kairos intendono dire che il tempo è un momento di grazia: così tutta la vita di Gesù è un'ora, cioè un kairos, perfetto). È un attimo, una durata perfetta, quel tempo è il tempo della pienezza, il tempo privilegiato, il tempo della riconciliazione. Ecco che cosa significa la venuta dell'ora. La vita di Gesù, il servo perfettamente ubbidiente di Dio: nella vita di Gesù tutto è prestabilito da Dio, l'ora della sua passione, ma anche l'ora del suo primo miracolo. La domanda del Salvatore: "Che ho da fare con te o donna?", viene interpretata da sant'Agostino alla luce delle due nature di Cristo.

È interessante questa interpretazione agostiniana che rivela la dualità divina ed umana di Gesù; dice infatti sant'Agostino: "Fare i miracoli, fare i prodigi conviene a Gesù secondo la natura divina che egli ricevette dal Padre; invece soffrire, patire, morire per noi, gli conviene secondo la natura umana che Egli ha ricevuto dalla madre". Ecco perché sant'Agostino dice che nel momento del suo primo prodigio Gesù sembra non riconoscere sua madre: non perché non la riconosca come madre sua, ma proprio perché Gesù vuol dire: "il potere di fare dei miracoli e l'ora in cui devo compiere dei miracoli, anzi il primo miracolo, è un'ora ed è un potere che non dipendono da nessuno, se non dal Padre mio, che è nei Cieli".

Quindi, Gesù, nel suo fare miracoli, rivela la sua natura divina. Mentre gli altri Santi fanno i miracoli solo intercedendo presso Dio, cioè invocando Dio, Gesù fa i miracoli - certo invocando pure il Padre suo - ma li fa anche per autorità propria, essendo lui il Verbo consustanziale. Allora il potere di fare miracoli deriva dal Padre; invece nell'ora della passione (perché quel corpo che Gesù ha assunto per la nostra salvezza gli viene dalla Vergine: ricordate la Lettera agli Ebrei, nella quale san Paolo fa dire appunto al Salvatore venendo nel mondo: "Tu non mi hai chiesto sacrificio, né olocausto, ma un corpo mi hai preparato") quel corpo preparato al Verbo nel grembo verginale di Maria dallo Spirito Santo, quel corpo è destinato ad essere la Vittima pasquale, ad essere appunto la Vittima dell'espiazione. Ecco allora perché Gesù avrebbe chiamato Maria sua Madre dall'alto della Croce. Dice sant'Agostino, in una interessante interpretazione che qui Gesù sembra quasi non voler riconoscere sua Madre, perché dice: "Non da te, bensì dal Padre mio viene il potere di fare i miracoli". Nel momento però della Croce Gesù dirà al suo discepolo prediletto: "Ecco la tua madre", conoscendo veramente Maria come la Madre sua nell'ora dell'agonia, nell'ora della morte e della passione redentrice.

San Giovanni Crisostomo, invece, dà l'interpretazione più comune, dicendo appunto che la Vergine Santa, piena di zelo per l'onore di suo Figlio, voleva che il Cristo facesse i miracoli prima del tempo prestabilito; il Signore invece ha atteso ancora un po'. Vedete la premura di Maria, Gesù asseconda la richiesta di Maria, però non subito, Gesù attese che fosse avvertito dagli sposi il difetto del vino, affinché il miracolo fosse più opportuno, più evidente, spronasse l'uomo maggiormente alla riconoscenza. Questo rientra nella logica di Dio: è bella la premura di Maria, che ha anticipato gli eventi, ma è molto, molto fondata l'attesa di Gesù, anche per un motivo proprio apologetico. Vedete, care sorelle, come siamo fatti noialtri: non siamo facili a credere, allora Gesù per convincere gli sposi che veramente quel vino viene da Dio, non da accorgimenti umani, attende un attimo perché si rendano conto veramente di aver bisogno dell'aiuto di Dio.

Talvolta la pedagogia divina procede così anche con noi, e noi ci lamentiamo e non siamo contenti, perché diciamo: "Signore, esaudiscimi, dammi quella grazia, aiutami in quella determinata circostanza", e il Signore sembra essere lontano, sembra essere in silenzio, sembra non fare nulla a nostro favore mentre noi lo imploriamo. Perché fa cosi il Signore? Perché ci conosce troppo bene. Se subito ci accontentasse, noi ce lo dimenticheremmo nel momento immediatamente seguente. Quindi, anche l'esperienza il dolore, della sofferenza, della mancanza di qualche cosa di cui abbiamo bisogno, aumenta nell'uomo il ricordo del beneficio divino e della riconoscenza che deve avere verso il suo Creatore e Salvatore.

Un'ultima riflessione ancora: quella che riguarda il mutamento dell'acqua in vino. Gesù non ha creato del vino, perché poteva fare anche così; poteva fare così il miracolo, poteva creare del vino nuovo. Invece Gesù si serve di quelle sei idrie di pietra che erano lì pronte, preparate, ciascuna colma fino all'orlo, con i servi in attesa… "E che riporta a me e a te, Donna? Non è ancora giunta la mia ora" e Maria, con pazienza straordinaria e soprattutto con fede incrollabile dice ai servi: "Fate tutto quello che vi dirà"; allora Gesù compie il miracolo e dice: "Adesso attingete", e i servi attingono del vino. È Maria che ha ottenuto questo miracolo accelerando i tempi, perché Maria gode di una onnipotente intercessione presso Dio e non c'è altra via al Padre se non quella via che il Padre stesso ha tracciato, e quella via è Gesù che per chiamare gli uomini da lui redenti ad uno stato sponsale, soprannaturale, spirituale, divino, tramite l'amore della carità, compie il suo primo miracolo; e così sia.

da: La Beata Sempre Vergine Maria Madre di Dio. Omelie mariane di padre Tomáš Tyn, O. P., s.l. [Bologna], Associazione Figli Spirituali di Padre Tomáš Tyn, s.a., p. 111-121

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