XXX Domenica del Tempo Ordinario. Anno A


La prima comunità cristiana


SINTESI

Gesù era l’amore di Dio sceso sulla terra; era “il comandamento” offerto gratuitamente a ogni uomo. Lui era tutto quello che avrebbero voluto compiere i farisei con i loro sforzi. Potevano “ascoltarlo” ed entrare nella vita vera. O rifiutarlo, e morire nei loro peccati. Come ciascuno di noi, ogni giorno. Nella Chiesa ci viene annunciata la Parola, che illumina le nostre vicende e i nostri cuori. Spesso ci smaschera intrappolati in Egitto, schiavi del disordine: rancori e litigi, giudizi e gelosie. Significa che il demonio ci ha sedotto, strappandoci a Dio. Ma anche oggi possiamo essere “restituiti” a Lui. Basta “ascoltare” senza indurire il cuore, in un cammino di conversione che cominci dall'accettare di essere “piccoli”, peccatori, senza difendersi. Ed è il primo frutto della Parola, che illumina la verità. Padre F. Manns mette in evidenza come, nel vangelo di Giovanni, Nicodemo sia iniziato al compimento dello Shemà. Egli è "il tipo del catecumeno che si apre alla fede; e l'itinerario che gli viene proposto da Gesù è proprio quello dello Shemà. Bisogna aprirsi progressivamente. Prima il tuo "cuore", poi la tua "anima" e alla fine le tue "forze", che sono il denaro". Il catecumeno non capisce tutto subito... Prima deve accogliere Cristo nel cuore". Nel cristianesimo non si inventa nulla. E' Dio che, attraverso la Chiesa, ci inizia all'ascolto e all'obbedienza, sino al compimento dell'amore sino al dono totale di sé. L'amore, infatti, dice Benedetto XVI, non si può comandare. Apriamo allora anche solo una fessura del nostro intimo per accogliere la Parola che libera dal peccato, e semina in noi l'amore che, a poco a poco, prende possesso del "cuore", da dove, secondo la tradizione giudaica, possiamo controllare gli istinti cattivi e seguire quelli buoni; poi dell'"anima", che secondo il Levitico si trova nel sangue, ovvero la vita che ci è data; e infine delle "forze", che per la Mishna sono i soldi. Così ci trasforma in "cristiani", uomini nuovi crocifissi con Cristo; uomini liberi in cui è vivo Lui e non più l'uomo vecchio della carne. Sulla Croce, infatti, Gesù ha compiuto lo Shemà per noi: la “mente” cinta dalla corona di spine, le “forze” inchiodate al legno, il “cuore” trapassato dalla lancia. Tutto questo è un regalo pronto per noi, affidato alla Chiesa. Attraverso i sacramenti, l’ascolto della Parola di Dio e la comunione con i fratelli, lo Shemà si fa carne in noi per seguire la volontà di Dio, offrire la nostra vita, restituendo tutto a Dio, compreso il denaro, il lavoro, il tempo, i criteri. E' nella comunità cristiana che si compie lo Shemà", il “comandamento” che dà compimento alla nostra vita. In ebraico, infatti, il termine indica anche “una parola che affida un incarico”, o “la legge "incisa" che orienta e dirige il compimento di una missione”. La comunità che “ascolta” senza dividersi sull’interpretazione della Scrittura, ma impara a viverla crescendo nell'amore, compie la missione che il Signore le ha affidato. La comunità e i fratelli, ciascuno nella propria storia. Negli Atti degli Apostoli possiamo scoprire le tracce che ci illuminano di come, sin dalle origini, la Chiesa aveva ben chiaro che essa viveva, in continuità con Israele, sul fondamento dello Shemà: "Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere... La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune". "Ascolto" e "unione", "un cuore solo e un'anima sola", "ogni cosa era in comune": ecco disegnato lo Shemà che si compiva nella comunione dei fratelli in Cristo; l'amore a Dio e al prossimo si traduce dunque con la comunione, l'essere Uno come Dio è Uno, un solo corpo in Cristo che ci ha amati con tutto se stesso, per annunciare e testimoniare al mondo che Dio esiste, e ama davvero gli uomini: "da questo", dice il Signore, "riconosceranno che siete miei discepoli" e potranno credere ed essere salvati.





L'ANNUNCIO
In quel tempo, i farisei, udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme 
e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: 
«Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?». 
Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. 
Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. 
E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. 
Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». 
 
 (Dal Vangelo secondo Matteo 22,34-40)





Gesù aveva appena annunciato la resurrezione e sconfessato i sadducei che la negavano. E i farisei, che alla resurrezione credevano, invece di rallegrarsi delle parole di Gesù, si impauriscono, “si riuniscono” per tramare contro di Lui, e lo “tentano”.

Non avevano capito nulla della risposta che aveva dato sul tributo a Cesare. La libertà che attendevano dal Messia, e che si illudevano di poter raggiungere e conservare con l’osservanza dei precetti, era annunciata nelle parole “Rendete a Dio quello che è di Dio”. Chi è di Dio, infatti, appartiene a Lui solo, e non è schiavo di nessuno.
Ma loro preferivano restare schiavi del proprio io, avanguardia del demonio, il tiranno che lo muove a suo piacimento. Soffocati dalla superbia, non potevano accettare che la risurrezione annunciata da Gesù era necessaria perché anche loro fossero “restituiti” a Dio. No, i farisei erano puri, separati dal mondo, altro che schiavi del demonio! E quel Gesù era solo un impostore, era urgente poter smentire le parole che diceva e i segni che faceva, perché stavano attirando troppa gente, sottraendo loro il prestigio e l'autorità.
Il demonio però sa vestirsi di luce, che per un ebreo è anche sinonimo della Torah. Lui è il “tentatore”, e, come già nel deserto all’inizio della missione e in altre circostanze, si presenta di nuovo a Gesù, incarnato nel “dottore della Legge”, indossando la Torah, l’abito più bello e prezioso per un ebreo. Difficile riconoscerlo… 
E attacca con un’adulazione, come sempre. Il demonio, quando decide di tentare chi appartiene a Dio, è generoso nelle lodi, e maledettamente rigoroso nella sua personalissima esegesi… Una donna che ti si offre a carni nude, suvvia, puzza a demonio da appestare. Ma uno che ti chiama “Maestro”, e ti chiede, proprio alla maniera solita dei rabbini, come interpreti la Torah, come fai a scovarci dentro il ghigno satanico? 
E invece lui era lì. L’aveva architettata con genialità: uccidere Gesù facendolo apparire un suicidio. Sì, lo avrebbe indotto ad uccidersi con la sua stessa Parola. La Torah è luce, è la vita, ma interpretata male è un veleno mortale, e satana ne sapeva qualcosa per esperienza diretta.
Il dialogo del Vangelo di questa domenica è un’istantanea sul combattimento tra Gesù e satana che si svolge sul più insidioso dei terreni, quello della Parola di Dio. Ed è profezia di quello che, fin dalle origini, ha dovuto assumere la Chiesa, lo stesso che attende ogni giorno ciascuno di noi.
Le eresie, gli scismi, le guerre di religione, non sono nate da un’interpretazione errata della Scrittura? Perché di fronte ad essa c’è un solo atteggiamento possibile: l’ascolto umile del discepolo. Per questo Gesù risponde immediatamente con il verbo più importante della Bibbia: “Shemà, Ascolta!”. 
Mi "tentate" sulla Scrittura, sperando che affermi qualcosa di palesemente eretico? Lo so, voi avete già deciso nel vostro cuore che ogni mia parola e ogni mio gesto è opera del principe dei demoni; non chiedete per "ascoltare", ma per uccidermi.  
Ebbene, andrò sino in fondo. Non accettate che Gesù di Nazaret, il figlio di Giuseppe il falegname, è "colui che deve venire"? E' impossibile che Dio si faccia carne in un uomo e compiere segni e prodigi, perdonare i peccati e dare compimento alla Legge e ai Profeti? Allora vi scandalizzerò ancora di più.
Così, usando la stessa tecnica dei rabbini, Gesù accosta due passi della Scrittura legandole attraverso un termine che compare in entrambi: "amerai". "Amerai Dio con tutta l'anima, con tutto il cuore e tutta la mente", e "amerai il prossimo tuo come te stesso". Questi due "comandamenti" sono "simili". Perché Dio e l'uomo sono "simili", l'uno "immagine e somiglianza dell'altro". 
Ecco il "comandamento grande" dal quale "dipende" tutta la Scrittura. Ecco il criterio fondamentale per interpretarla. Ecco il codice che apre l'udito all'ascolto, che scioglie il cuore e schiude gli occhi. L'amore senza se e senza ma, l'agape che dona "tutto", sino alla fine.
"Ascolta Israele!", "ascoltate" farisei che mi "tentate" per difendervi. "Ascoltate" voi che siete venuti oggi a messa. Ma certo che "ascoltiamo", siamo qui per questo, è una vita che ascoltiamo la Parola di Dio. Ah sì? Scopriamo se è vero.
Anche i farisei "ascoltavano" molto. Erano i figli del Popolo dell'ascolto, i migliori... Conoscevano bene lo "Shemà" che Gesù aveva citato, se ne nutrivano pregandolo almeno due volte al giorno. Ma come? Orgogliosamente, come Adamo ed Eva di fronte al serpente. Ne avevano ascoltato la voce e gli hanno obbedito; avevano inclinato l’orecchio alla sua menzogna (secondo l’etimologia del verbo obbedire), e ne sono divenuti schiavi.
Ecco perché al centro della battaglia di Gesù con il demonio vi è la Parola di Dio: chi la ascolta vincerà e vivrà; chi ascolta il demonio perderà e morirà. Tutta la sua malizia, infatti, è orientata a strappare l’uomo dall’ascolto di Dio. Può avere successo solo se riesce a sporcare la Parola con la sua interpretazione, inducendo a farsi ascoltare e, quindi, obbedire. Perché uno è figlio della Parola che ascolta.
Il demonio ci “tenta” sempre così: prende la Parola di Dio, approfitta della sua autorità e la usa come un grimaldello, adeguandola alle esigenze dell’uomo vecchio, alle concupiscenze della carne. Così, farcela accogliere e legarci a lui è un gioco da ragazzo. Chi può resistere alle lusinghe, alla promessa di diventare come Dio?
Che stolti siamo: ascoltiamo il demonio e non Colui che quella Parola l’ha detta. Obbediamo al falsario e disobbediamo all’Autore. Compriamo al prezzo “della nostra anima, del nostro cuore e delle nostre forze” un falso taroccato, e rifiutiamo l’originale che ci viene regalato.
Come i farisei, che avevano fatto della Legge il mausoleo eretto al proprio ego. Ed erano così caduti tra le braccia del padre della menzogna, omicida fin da principio. Non ascoltavano più la voce di Dio, la propria era troppo forte. E siccome era l’eco di quella di satana, gridava in loro di uccidere il Signore. Proprio come li aveva smascherati Gesù: "Voi fate quello che avete ascoltato dal padre vostro... e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui... Chi è da Dio ascolta le parole di Dio: per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio" (Cfr Gv 8, 37 ss). 
Ecco che cosa svela la risposta di Gesù: voi, con tutta vostra religiosità, voi che conoscete a memoria la Scrittura, voi con le vostre messe, le preghiere, le elemosine, il volontariato e i vostri gruppi e comunità, "non siete da Dio". Eh no, questo è troppo... Troppo? Portami "il tuo prossimo" e vediamo se "lo ami come te stesso". Mangi? Bevi? Ti vesti? Allora lo amerai dandogli da mangiare e da bere, vestendolo come te. Vuoi essere compreso, rispettato, perdonato e accolto così come sei? Allora lo comprenderai, lo rispetterai, lo perdonerai e accoglierai senza condizioni. Vediamo allora, chiama tua moglie, tuo marito, i figli, gli amici, i colleghi, la suocera, il vicino di casa, il fratello della tua comunità... Chiama Gesù, che è vivo in loro... Chiama Dio, del quale sono, anche se spesso sfigurata, "immagine e somiglianza"...
Meglio di no vero? Lo abbiamo capito che non amiamo nessuno, anzi. Men che meno Dio. Ma se non amiamo vuol dire che odiamo, al punto di voler uccidere chi ci è accanto. E quanti omicidi... Hai per caso stracciato l'opinione di tua moglie ritenendola un'idiozia? Hai pensato male di tuo marito? Hai giudicato, invidiato, sparlato? Sì... Quindi hai ucciso. Quindi, anche se ti sforzi tanto, è pura apparenza, perché non hai mai compiuto alcun "comandamento". 
Capito cari farisei? Cercavate di tendere una trappola a Gesù, ma vi siete caduti dentro voi. Vi preoccupate di difendere la Legge caricando pesi sulle persone, ma non li alzate neanche con un dito. Tramate per proteggerla da Gesù, ma la state ferendo e sfigurando con il vostro cuore assassino. Come potete credere a Gesù e riconoscerlo come il Figlio di Dio se nel peccatore che avete a fianco non sapete vedere il volto di Dio? 
L'arroganza ha seppellito la misericordia lontano "dal vostro cuore, dalla vostra anima e dalla vostra mente". Rispondiamo anche noi: chi stiamo amando? Dio o io? A chi diamo tutta l'anima, il cuore e la mente? A noi stessi! Che è come dire a Cesare, immagine di chiunque si fa dio. 
Per questo i farisei finiranno con dare addirittura Dio a Cesare, consegnando Gesù a Pilato. Come noi, che portiamo il fratello in tribunale per 50 euro. Che non perdoniamo neanche sotto tortura.  
Per “ascoltare” e vedere così compiuta in noi la Parola dello "Shemà", è necessaria, infatti, l’umiltà. Essere consapevoli che Dio ha qualcosa da dirci, così importante da decidere le sorti della nostra vita, istante dopo istante. Per “ascoltare” occorre accettare di essere ancora nel "caos" primordiale, e di avere bisogno della Parola creatrice di Dio. Ogni sua Parola, infatti, può creare quello che annuncia: "sia la luce, e la luce fu"; "sia lo Shemà, sia l'amore totale a Dio e al prossimo, e l'amore è".
Ma occorre "ascoltare" come i piccoli, come i peccatori, le prostitute e i pubblicani, gli unici che hanno obbedito a Gesù e si sono convertiti; gli unici che hanno accolto il suo annuncio e hanno cominciato, nella Chiesa, un cammino di "metanoia", dove cambiare la "mente", "dianoia" nell'originale greco del vangelo di oggi. 
E’ proprio così, non scandalizzatevi. La loro realtà era davanti a tutti, non potevano nascondersi dietro l’ipocrisia dei farisei. Avevano “il cuore” lacerato dai graffi del demonio, “l’anima” sudicia dai tanti tradimenti, “la mente” e “le forze” logorate dagli sforzi fallimentari di cambiare. Avevano “ascoltato” il demonio, ed erano morti dentro, come il Popolo schiavo in Egitto. 
“Egitto” in ebraico significa "angoscia, luogo dove l'uomo è definitivamente incastrato e rinserrato". In Egitto il Popolo ha vissuto incastrato nel servizio agli idoli, obbligato a costruire mausolei al faraone. L’idolatria è sempre sinonimo di dissipazione e disordine dell'uomo, del suo cuore, dell’anima, della mente e delle forze. E “disordine” in ebraico coincide con il termine che indica il "Faraone".
Ma proprio nell’Egitto il Popolo ha conosciuto Dio come “l’unico” capace di compiere l’impossibile e liberarlo. La fede di Israele nasce in quella notte di Pasqua, e per questo l’incipit dello Shemà, prima di essere un comandamento, è un'affermazione, un annuncio e una profezia, la rivelazione di un'identità: "Ascolta Israele, il Signore è uno". 
Tu sei Israele perché Io sono l’unico Dio. Tu vivrai solo se resterai fedele all’ascolto delle mie parole. Perché chi le ascolta, come già nella creazione, le vedrà compiersi nella propria vita e sarà libero davvero. Ma se non le ascolterai morirai, ti dissolverai nella schiavitù, nulla avrà più senso nella tua vita. 
I farisei avevano dimenticato che all’origine della Torah vi era l’amore gratuito di Dio. Pieni di sé avevano finito con il credere d’averne diritto, per anzianità di servizio e meriti conquistati sul campo. Forse come molti di noi…
Ma i peccatori, i “maledetti del Popolo” no. Loro erano sulla soglia dello Shemà: quella vita ridotta a brandelli li aveva umiliati perché potessero “ascoltare” l’unico che si avvicinava a loro con misericordia.
Avevano percorso il catecumenato dell’umiltà, erano pronti ad aprirsi con stupore alla misericordia che veniva loro incontro. Potevano “obbedire”, sine glossa, perché portavano in sé le ferite inferte dall’interpretazione demoniaca della Scrittura, e cercavano solo la libertà.
Si comprende allora che con la loro domanda i farisei volevano smascherare Gesù come un eretico che interpretava la Scrittura a modo suo: un amico dei peccatori, che mangia e beve con loro. Che li tocca. E non comprendevano che agendo così stava donando il cuore della Legge, “il comandamento più grande”, quello dell'uomo libero, a chi, schiavo, non era stato capace di compierlo. Non capivano che Gesù aveva già risposto alla loro domanda, compiendo tutta la Legge e i profeti, come una profezia del suo Mistero Pasquale. 
Gesù, infatti, era l’amore di Dio sceso sulla terra: era “il comandamento” offerto gratuitamente a ogni uomo. Lui era tutto quello che avrebbero voluto fare i farisei con i loro sforzi, con i loro precetti, con le loro interpretazioni della Scrittura.
Potevano “ascoltarlo” ed entrare nella vita vera. O rifiutarlo, e morire nei loro peccati. Come ciascuno di noi, ogni giorno. Nella Chiesa ci viene annunciata la Parola, che illumina le nostre vicende e i nostri cuori. Spesso ci smaschera intrappolati in Egitto, schiavi del disordine: rancori e litigi, giudizi e gelosie. Significa che il demonio ci ha sedotto, strappandoci a Dio. 
Ma anche oggi possiamo essere “restituiti” a Lui. Basta “ascoltare” senza indurire il cuore, in un cammino di conversione che cominci dall'accettare di essere “piccoli”, peccatori, senza difendersi. Ed è il primo frutto della Parola, che illumina la verità. Padre F. Manns mette in evidenza come, nel vangelo di Giovanni, Nicodemo sia iniziato al compimento dello Shemà. Egli è "il tipo del catecumeno che si apre alla fede; e l'itinerario che gli viene proposto da Gesù è proprio quello dello Shemà. Bisogna aprirsi progressivamente. Prima il tuo "cuore", poi la tua "anima" e alla fine le tue "forze", che sono il denaro". Il catecumeno non capisce tutto subito... Prima deve accogliere Cristo nel cuore".
Nel cristianesimo non si inventa nulla. E' Dio che, attraverso la Chiesa, ci inizia all'ascolto e all'obbedienza, sino al compimento dell'amore sino al dono totale di sé. L'amore, infatti, dice Benedetto XVI, non si può comandare. Apriamo allora anche solo una fessura del nostro intimo per accogliere la Parola che libera dal peccato, e semina in noi l'amore che, a poco a poco, prende possesso del "cuore", il centro dell'uomo, la sua torre di controllo; poi dell'"anima", ovvero la vita, perché secondo il Levitico essa si trova nel sangue; e infine delle "forze": "Con tutto il cuore: con le tue due tendenze, quella buona e quella cattiva. Con tutta l'anima: dovesse anche costarti la vita. Con tutte le forze: con tutti i tuoi averi" (Mishnà). Così ci trasforma in "cristiani", uomini nuovi crocifissi con Cristo; uomini liberi in cui è vivo Lui e non più l'uomo vecchio della carne.
Sulla Croce, infatti, Gesù ha compiuto lo Shemà per noi: la “mente” cinta dalla corona di spine, le “forze” inchiodate al legno, il “cuore” trapassato dalla lancia. Tutto questo è un regalo pronto per noi, affidato alla Chiesa. Attraverso i sacramenti, l’ascolto della Parola di Dio e la comunione con i fratelli, lo Shemà si fa carne in noi per seguire la volontà di Dio, offrire la nostra vita, restituendo tutto a Dio, compreso il denaro, il lavoro, il tempo, i criteri.
E' nella comunità cristiana che si compie lo Shemà", il “comandamento” che dà compimento alla nostra vita. In ebraico, infatti, il termine indica anche “una parola che affida un incarico”, o “la legge "incisa" che orienta e dirige il compimento di una missione”. La comunità che “ascolta” senza dividersi sull’interpretazione della Scrittura, ma impara a viverla crescendo nell'amore, compie la missione che il Signore le ha affidato. La comunità e i fratelli, ciascuno nella propria storia. 
Negli Atti degli Apostoli possiamo scoprire le tracce che ci illuminano di come, sin dalle origini, la Chiesa aveva ben chiaro che essa viveva, in continuità con Israele, sul fondamento dello Shemà: "Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere... La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune". "Ascolto" e "unione", "un cuore solo e un'anima sola", "ogni cosa era in comune": ecco disegnato lo Shemà che si compiva nella comunione dei fratelli in Cristo; l'amore a Dio e al prossimo si traduce dunque con la comunione, l'essere Uno come Dio è Uno, un solo corpo in Cristo che ci ha amati con tutto se stesso, per annunciare e testimoniare al mondo che Dio esiste, e ama davvero gli uomini: "da questo", dice il Signore, "riconosceranno che siete miei discepoli" e potranno credere ed essere salvati.





αποφθεγμα Apoftegma


Occorre benedire Dio per il male come per il bene, poiché è scritto: 
Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze. 
Con tutto il cuore: con le tue due tendenze, quella buona e quella cattiva. 
Con tutta l'anima: dovesse anche costarti la vita. 
Con tutte le forze: con tutti i tuoi averi.

Mishnà

XIX Domenica del Tempo Ordinario. Anno A









L'ANNUNCIO
Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull'altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla. 
Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù. 
La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. 
Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare.
I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: «E' un fantasma» e si misero a gridare dalla paura. 
Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». 
Pietro gli disse: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque». 
Ed egli disse: «Vieni!». Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. 
Ma per la violenza del vento, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». 
E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». 
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. 
Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: «Tu sei veramente il Figlio di Dio!». 

 (Dal Vangelo secondo Matteo 14, 22-33)




“Subito” dopo il segno dei pani e dei pesci, Gesù “ordina” ai suoi discepoli di “salire sulla barca e di precederlo sull'altra sponda”. Ed essi obbediscono. Gesù, infatti, non ha “costretto” qualcuno della “folla”, ma coloro che avevano camminato con Lui. Potevano inoltrarsi in quel mare nella “sera” perché avevano visto e sperimentato che Gesù ha il potere di riempirla di luce e di vita.

Potevano obbedire perché ciascuno di loro era il frutto della sovrabbondanza di vita del Signore; non “furono portate via dodici ceste piene dei pezzi avanzati”? Eccoli allora i dodici “portati via” da Gesù verso un’altra esperienza.

I discepoli, infatti, “salgono” sulla “barca”, e sono immagine di quanti erano accolti dalla Chiesa e avevano iniziato il percorso che li iniziava alla fede in vista del battesimo.

Ed è quello che il Signore ha fatto con noi. Attraverso gli apostoli ci ha annunciato il Vangelo e ci ha accolto nel seno di una comunità concreta. Ci ha sfamato, per sperimentare il suo amore mentre sulla nostra vita calava la “sera” dei peccati; abbiamo visto come la sua "benedizione” ha trasformato in "bene" ogni male.

Ma non basta. La “barca” deve fare la sua traversata, come noi il nostro cammino di fede, per sperimentare la risurrezione di Cristo, il suo potere sul peccato e sulla morte che i cristiani sono chiamati ad annunciare al mondo.

Non è cristiano, infatti, chi non è testimone e araldo del Vangelo. Per formare i suoi apostoli Gesù doveva dunque portarli in quella situazione. Altrimenti, di fronte alle persecuzioni e alle sofferenze, sarebbero restati impigliati nel “se” di Pietro.

Per questo Lui rimane a terra a pregare, solo. E “costringe” i discepoli ad entrare nel mare senza la sua presenza nella carne, profezia di ciò che sarà la navigazione della Chiesa nella storia. E sperimenteranno che non erano soli, perché Lui era lì con loro per mezzo della sua preghiera solitaria: i discepoli nella barca, e Lui intercedeva per loro. I discepoli lottavano con le onde e il vento, Lui combatteva contro il demonio.

E’ qui lo snodo fondamentale di ogni iniziazione cristiana. Per caso “onde” minacciose stanno “agitando” la tua vita? Come stai reagendo alle opinioni e ai fatti “contrari”?

Forse ti stai ribellando perché non accetti la tua situazione; non la capisci e mormori. Stai giudicando il fratello, ritenendolo responsabile delle tue sofferenze. Magari stai imprecando contro Dio, che sta permettendo questo.

La verità è che, nonostante le esperienze di Dio, siamo ancora “fuori” dalla realtà. Perché essa
non è solo la tempesta: come sperimentò Elia sull’Oreb, “il Signore non è nel vento, né nel terremoto e nel fuoco, ma nel mormorio di un vento leggero”. Il Signore è dentro gli avvenimenti come uno Spirito di vita più forte della morte.

Gli apostoli lo dovevano scoprire. Come tu ed io, irati e delusi, dobbiamo salire sulla barca ed entrare nella storia. E, finalmente “lontani dalla riva”, che cosa scopriremo? Che abbiamo “paura”. Il problema non è la tempesta, ma il nostro cuore. E’ lì che la realtà comincia ad apparire per quello che non è, perché, come fece con Adamo ed Eva, nel cuore il demonio semina la paura e ci induce a spostare l’attenzione sulla superfice del mare, a fissare il vento e le onde, e accettare che sì, Dio non mi ama.

Gesù dà quell’“ordine” per liberare dalla paura i discepoli e strappare al caos quella “barca” come una primizia nel mondo, perché nel mare in tempesta sia un sacramento di salvezza per tutti.

Proprio esso rivela l'amore di Dio che vuole ricrearci, ridare cioè "ordine" alla nostra vita, perché dove c'è disordine e caos, non c'è Dio ma il demonio.

Ascoltiamo il Vangelo, ci sembrerà un filmato in dissolvenza nel quale si sovrappongono la Passione e gli eventi del brano odierno : Gesù “ordina” ai discepoli di salire sulla barca, il Padre "comanda" a Gesù di salire sulla croce; i venti contrari e le onde si avventano sull’imbarcazione, Gesù è davanti a Pilato e alla folla, il flagello, gli sputi, gli insulti si abbattono su di Lui, e infine è inchiodato sul legno della Croce; la barca sembra affondare e Gesù è deposto nel sepolcro.

Ma qui la dissolvenza sfuma, perché Cristo risorge, ed ecco, “cammina sulle acque”, mentre gli apostoli sono ancora in balia della tempesta. Proprio qui si dà il cuore dell'esperienza cristiana:
per arrivare alla risurrezione il Signore doveva entrare nella morte, per questo gli apostoli e ognuno di noi, per giungere alla fede adulta deve passare per la tempesta.

Per questo Dio ci ha messo in questa storia concreta avvolta nella notte. Gesù sapeva che la “barca” sarebbe stata “agitata dalle onde”, come sa cosa ci attende in ogni istante della nostra vita. E proprio lì ci “viene incontro”, camminando su quello che ci fa paura.

Ma per i discepoli, ancora “uomini di poca fede”, l'immagine di quell’uomo che camminava sulle acque era contraria a ogni legge della natura; quella appunto dell’uomo vecchio, che ha ancora il pensiero del mondo.

E che cos'è per il mondo un “fantasma”? E’ l’uomo che vive il discorso della montagna, il cristiano che ha la vita celeste e cammina sulle acque della morte.

E per te e per me cos’è un “fantasma”? Sei tu che entri mite nella malattia, che accetti le ingiustizie, che ami il nemico. Tu che vivi la vita di Cristo.

In fondo, come per i discepoli, anche per noi Cristo è un “fantasma”. Di fronte alla storia ci chiediamo se sia Lui che cammina sulle acque che ci stanno uccidendo o se non sia un’allucinazione, frutto della cultura nella quale siamo nati o degli insegnamenti ricevuti.

Per saperlo, per aver fede, non c'è altro cammino che quello percorso da Pietro. Rischiare con Gesù e chiedergli di fare la sua stessa esperienza.

“Se sei tu, comanda che venga da te sulle acque”. Quel “se” deve emergere dal cuore per poter scomparire nel nuovo “ordine” di Gesù; altrimenti, continueremo a dubitare che essere cristiani sia possibile.

Gesù accoglie il “se” di Pietro, come anche i nostri dubbi. Non si scandalizza, e ci chiama. “Vieni!” cammina su quest’onda che sta travolgendo il tuo matrimonio. E Pietro cammina, e noi con lui: è tutto vero, è il Signore, ho perdonato mio marito, e che gioia. Ma…

Ma il vento è forte, e il demonio torna all’attacco, sollecitando la ragione e la sua carne. E’ impossibile camminare sull’acqua… Tuo marito ti ha tradito ancora, e di nuovo la voce satanica a sbatterti in faccia la tua debolezza: non ce la farai a perdonarlo un’altra volta, lascialo, divorzia…

E’ un attimo, Pietro lo ascolta e smette di fissare Gesù, e si ritrova di nuovo solo, con la sua debolezza. Ed eccoti pronta a mollare tutto, incapace di amare sino in fondo.

Ma proprio ora Pietro può gridare dal fondo del suo cuore, tendere la mano come Mosè, e incontrare quella di Gesù pronta ad “afferrarlo”.

In quel momento Pietro è immagine di ogni catecumeno giunto al momento decisivo del suo cammino di fede; esso coincide con la “fine della notte”, quando l’alba della risurrezione si fa strada con il suo chiarore. Pietro è sceso ormai nella vasca battesimale; è nudo, senza difese, e può lasciare nell’acqua il suo uomo vecchio per entrare nel giorno che non conosce tramonto.

Ora sul suo corpo afferrato dalle onde e sulla sua voce impaurita torna la dissolvenza di Gesù, inghiottito dalla morte e risuscitato. Come sulla nostra vita di oggi, sulla crisi del matrimonio, su ogni situazione.

Pietro stava facendo la stessa esperienza di Gesù. E come per lui, anche per noi solo l’estrema debolezza può conoscere la forza infinita del Signore risuscitato.

La sua realtà di “uomo di poca fede” gli ha svelato l'identità di Gesù. La consapevolezza della sua povertà ha cancellato quel "se" che lo turbava: sì, possiamo sperimentare che oltre le onde del peccato e il vento “vuoto” delle vanità del mondo, dietro all’apparenza che ci turba, c’è la mano di Dio. Che oltre il peccato c’è la misericordia.

E questo è proprio il primo passo, quello decisivo, dell’uomo nuovo: scoprirsi senza fede, per implorarla, giorno dopo giorno, istante dopo istante. Solo così potremo tendere la mano e lasciarci condurre da Cristo a compiere la volontà del Padre, per rientrare nella barca e vedere il “vento cessare”.

Ciò significa che sapremo vedere l’amore di Dio anche nella notte di un mare in tempesta, nella certezza; che è Dio a portarci lontano “qualche miglio da terra”, in preda del “vento contrario e delle onde”, secondo un disegno di salvezza per noi e per il mondo.

Allora nessun "se" ci ingannerà e finalmente ci "prostreremo davanti" a Lui abbandonando il nostro orgoglio, per professare, in ogni evento, la nostra fede "esclamando: Tu sei veramente il Figlio di Dio!". 












αποφθεγμα Apoftegma







Ora, la terra era deserte vuotadeserta di figli dell’uomo e vuota di ogni animale e la tenebra era sulla faccia dell’abisso uno Spirito di misericordia da davanti al Signore soffiava sulla faccia delle acque.

Targum

XVI Domenica del Tempo Ordinario. Anno A











L'ANNUNCIO
In quel tempo, Gesù espose alla folla una parola: «Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. 
Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. 
Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. 
Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? 
Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? 
No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. 
Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio». 
Un'altra parabola espose loro: «Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. 
Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami». 
Un'altra parabola disse loro: «Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti». 
Tutte queste cose Gesù disse alla folla in parabole e non parlava ad essa se non in parabole, 
perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta: Aprirò la mia bocca in parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo. 
Poi Gesù lasciò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si accostarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». 
Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. 
Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno
e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli. 
Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. 
Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità 
e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. 
Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!». 
 
 (Dal Vangelo secondo Matteo 13, 24-43)


Con le parabole di questa domenica il Signore ci svela una di quelle “cose” riservate ai “piccoli” e nascoste agli “intelligenti e ai sapienti”. Così, “aprendo la bocca in parabole”, il Signore “tira fuori cose nascoste” alla sapienza del mondo “sin dalla sua fondazione”.

A tutti parla in “parabole”, offrendo la possibilità di riconoscere la propria cecità e sordità. Ma il mondo, ingannato dal demonio, non accetta la realtà; ha il cuore indurito e non può vedere né ascoltare.

Ma dal mondo Dio ha scelto un resto, “piccolo” come un “granello di senapa”, che avesse però “orecchi per intendere”. Come in principio, quando con la sua Parola ha creato l’universo separando la luce dalle tenebre e le acque dalla terra ferma, così, dopo il peccato di Adamo ed Eva, con la stessa Parola Dio ha dato inizio a una nuova creazione.

Ha chiamato Abramo rivelandosi come l’unico Dio capace di compiere le sue promesse; ha “separato” Israele dagli altri popoli, perché ascoltasse la sua voce e obbedisse i suoi comandi, e divenire così un segno di Lui tra le Nazioni.

Infine, dopo una lunga storia di infedeltà, nella pienezza dei tempi, il Padre ha mandato il suo Figlio, con una carne simile a quella di ogni uomo, perché ogni carne potesse, in Lui, “avere orecchi” per ascoltare e “intendere”.

Per questo, “lasciata la folla”, immagine del mondo, Gesù “entra in casa”, ovvero nell’intimità della comunità cristiana, per “spiegare” ai suoi discepoli le “parabole”. Questa casa “separata” dal mondo, è il “seme bello” (secondo l’originale greco “buono” può voler dire anche “bello”), che Dio ha seminato nel mondo perché esso si salvi.

Proprio perché separata e diversa come la luce dalle tenebre e la terra dalle acque, la Chiesa è il sacramento di Salvezza (cfr. Concilio Vaticano II) offerto da Dio a ogni generazione.

In essa, Gesù stesso educa i suoi discepoli, che significa appunto - secondo l’etimologia del verbo latino 'e-ducerè - “tirare fuori”, il meglio da ciascuno di loro e dalla comunità. Nella Chiesa, infatti, “compagnia affidabile, siamo generati ed educati per diventare, in Cristo, figli ed eredi di Dio” (Benedetto XVI).

Nella Chiesa primitiva coloro che si avviavano a ricevere il battesimo erano chiamati “catecumeni”, che letteralmente significa “istruiti a viva voce”. Nella “casa” i catecumeni ascoltavano la predicazione della Parola di Dio, e, poco a poco, ne sperimentavano il potere nella propria vita.

E’ la Parola, unita ai sacramenti e alla vita fraterna della comunità cristiana, che trasforma il “seme bello” in una “messe fiorita”. La Chiesa, infatti, è “seminata nel mondo” per “splendervi come il sole” separato dalle tenebre del peccato; è immagine della nuova creazione che Dio ha compiuto in Cristo, sole di giustizia per l’umanità.

Per questo essa “è nel mondo ma non è del mondo”. E’ separata, come già lo fu Israele, anticipando così per ogni uomo la “fine del mondo” quando “il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli a raccogliere dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità”.

La Parabola della zizzania illumina dunque la storia del mondo, e, in essa, le vicende della Chiesa, e le tue e le mie. La nostra vita è una profezia che Dio annuncia ad ogni uomo. E di ogni profezia deve esserne verificata l’autenticità. Ciò significa che il mondo deve provare il cuore e la mente dei cristiani, e vedere se quello che annunciano è vero. E’ l’unica possibilità che ha di salvarsi.

Esattamente come accadde a Cristo, nel deserto prima, e sulla Croce poi. Dall’inizio alla fine della sua vita pubblica, in ogni istante della sua missione, è stato messo a dura prova, in un susseguirsi di tentazioni. Accanto a Lui cresceva la “zizzania”, e non ha fatto nulla per estirparla.

Anzi, proprio per essere ghermito dal nemico è venuto nel mondo. Sulla Croce, “stelo cresciuto”, la zizzania ha tentato l’ultimo assalto per soffocare il “frutto” del “seme bello e buono”. Ma quell’amore assoluto, infinito, senza riserve né condizioni, ha svelato la vera natura di quell’erbaccia.

Nelle prime fasi della crescita, infatti, essa assomiglia al grano ed è difficile distinguerla. E’ necessaria la Croce perché sia smascherata. Così è per ciascuno di noi. Nella Chiesa “ascoltiamo” il Signore e impariamo a com-prendere le sue parole, a prendere cioè con noi il suo giogo.

In essa può crescere il seme di vita eterna ricevuto nel battesimo, alimentato dai sacramenti e fortificato attraverso le prove della vita illuminate dalla Parola che ci è predicata e dalla guida dei pastori e dei catechisti. Così, impariamo a discernere il “grano” in mezzo alla “zizzania”, e ad avere pazienza nella sofferenza.

Crocifissi con Cristo, potremo allora entrare nel mondo dove è all’opera il “mistero dell’iniquità” per annunciare il “mistero della salvezza”. Anche oggi ci sarà zizzania nella nostra vita, in famiglia, al lavoro, a scuola.

Saremo tentati di scendere dalla Croce, per estirpare la pianta seminata dal “nemico”. Ma non è questa la volontà di Dio. Essa è per noi la stessa che fu per Gesù: restare nella storia così com’è perché appaia in noi la vittoria sulla morte.

Essere cioè quello che siamo chiamati ad essere, semplicemente. Ascoltare la Parola e lasciare che essa compia in noi la sua opera; la vita divina in noi ci farà assumere il peccato degli altri, senza voler cambiare nulla. Solo così risplenderà la Verità sui rami della Croce sulla quale il Signore si distende con noi. E ogni uomo potrà trovare in essa riposo e salvezza.




APPROFONDIMENTI




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