Santissima Trinità. Anno A








L'ANNUNCIO
In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. 
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. 
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è gia stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio».
 (Dal Vangelo secondo Giovanni 3, 16-18)








In mezzo a tante chiacchiere sulla moralità e la giustizia, il Vangelo di oggi ci inchioda tutti alla verità: scrive San Giacomo che la fede senza le opere è morta. Per dire che se non si esplicita in un agire concreto è una fede senza vita, ferma a uno stadio intellettuale o pseudo-mistico, ma priva del soffio dello Spirito. 

Nel Vangelo di Giovanni fede e opere quasi coincidono: in esso, infatti, l’opera per eccellenza, è “credere”. E’ l’opera che spalanca le porte della vita alla luce. Credere è, etimologicamente dal greco, appoggiarsi nel Signore.

“Vedere” è “credere”, e credere in Cristo coincide con l'essere in Lui. In Giovanni non v’è nulla di gnostico, intellettuale o ideale. E’ concretissimo, nelle note storiche di cui si serve, come nel mostrare la relazione di Gesù con i suoi discepoli. 

Questo amore è, per Giovanni, la fede. Esso sgorga dal cuore di Dio rivelato nel dono del suo unigenito Figlio. L’amore di Dio che cerca ogni uomo per attirarlo a sé attraverso la Croce innalzata di Gesù. 

“Guardare” Cristo crocifisso, fissare quell’amore trafitto dai miei peccati, restarne coinvolto perché Lui si è legato a me al punto di farsi peccato, di lasciarsi stritolare dalle conseguenze dei miei delitti; guardare Cristo crocifisso e vedere l’amore di Dio per me: questa è la fede. 

Credere che l’amore che ho sempre sperato è possibile, è ora qui davanti ai miei occhi. "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio" significa che Dio ti ha tanto amato da dare a te suo Figlio, capito? Forse no, forse è troppo per la nostra mente e per il nostro cuore. Nessuno ha dato suo figlio per te vero? Neanche cento euro, figurati….

“Dato”, cioè “consegnato”. “Dato”, cioè “regalato”. Gesù deposto nelle tue mani, come accade quando lo accogliamo nell’eucarestia. Come quando le mani del sacerdote si stendono su di noi nella confessione con la quale ogni peccato è perdonato. 

Come accade in ogni sacramento, nel quale la Trinità ci chiama, ci avvolge, e viene ad abitare in noi schiudendoci le porte della propria intimità. Tu ed io, poveri, incoerenti, peccatori, indegni. Tu ed io che abbiamo appena giudicato, mormorato. Tuo figlio, che forse ha peccato con la sua fidanzata; tua figlia, che non riesce ad obbedirti; il tuo collega, che ti ha calunniato con il capo. 

Basta ascoltare per “vedere” il Figlio consegnato dal Padre e ricevere lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio, l’alito di vita eterna e di amore infinito che spira tra i Due. 

Ascoltare la predicazione della Chiesa, questo Vangelo proclamato in questa domenica, e “credere” che è vero, che esiste un “giudizio” diverso da quello che il mondo conosce, che “condanna” i colpevoli e assolve gli innocenti, spesso scambiando gli uni con gli altri, senza misericordia. 

E’ vero che basta lasciarsi raggiungere dalla predicazione della Chiesa come accadde a chi era a Gerusalemme la mattina di Pentecoste, e lasciarsi trafiggere il cuore per schiudere il pertugio nel cuore da dove lo Spirito Santo possa infilarsi e invadere ogni cellula con la “vita eterna”.  

E’ vero che chi ascolta “vede” il Figlio, può “credere in Lui” e “non morire”! Prova oggi, e vedrai. Porgi il tuo orecchio, così come sei, senza difenderti, contempla Cristo crocifisso che il Padre consegna a te, e consegnagli la tua vita

Il tuo matrimonio, deponilo nelle mani trafitte di Cristo e vedrai che perdonerai il tuo coniuge in quello che non hai ancora dimenticato. Infila nella ferita del suo costato il rapporto che oggi ti sta costando di più, e lo vedrai trasfigurato nell’amore. 

Lascia che il suo sangue raggiunga il tuo cuore idolatra, attaccato ai soldi, schiavo dell’orgoglio che ti fa mormorare sempre e giudicare tutti; la tua mente intrappolata nella superbia che ti vorrebbe far condurre la tua vita secondo i tuoi schemi, facendoti sbattere così spesso sui fallimenti.

Cerca una seria iniziazione cristiana nella tua parrocchia o in quelle vicine, un cammino di fede dove imparare ad ascoltare, vedere e credere. Da solo non ce la farai, perché abbiamo bisogno di un Popolo con cui camminare e crescere nella fede. 

Il mondo e il demonio suo principe sono molto più astuti di noi, i sofismi che sollecitano la ragione come accadde ad Adamo ed Eva ci ingannano, inducendoci a credere che Dio non ci può amare, non ci può perdonare, anzi. Abbiamo bisogno di una Madre come la Chiesa che ci educhi e accompagni nella crescita spirituale, che significa diventare adulti nella fede, uomini nuovi che non muoiono più nei peccati.

In essa possiamo essere ricolmati dello Spirito Santo, essere accolti nell’intimità dalla Trinità, e scoprire che il Padre ci “consegna” suo Figlio incarnato in ogni fratello, anche nel nemico. Anche nel marito insopportabile, anche nella moglie che non te ne fa passare una, anche nel figlio distratto e infantile, anche nelle persone che ti rubano l’onore o non ti accettano. 

Dio, infatti, “ti ama tanto da darti suo Figlio” ogni istante, in ogni evento, in ogni persona. Credere questo significa non morire nelle relazioni, tra i tentacoli delle difficoltà, ma avere già oggi la vita eterna. 

Ma come posso credere questo se l'evidenza mi dice il contrario? se i peccati dell'altro mi stanno dinanzi e tutto sembra meno che Gesù Cristo, tutto mi fa pensare meno che all'amore di Dio? E' possibile solo per è rinato in Cristo, per chi si è sentito amato così come è. E' possibile solo per chi si è sentito "visto" da Cristo, e ha sperimentato che, in un certo senso, il Padre ha tanto amato il Figlio da dargli tutti i peccatori, tra i quali anche lui. 

Lo sai che sei stato "consegnato" a Gesù come un dono d'amore del Padre a suo Figlio, perché Lui ha disteso le braccia sulla croce proprio per accoglierti così come sei? L'amore del Padre per il Figlio, infatti, sei tu, peccatore! E l'amore del Figlio per il Padre sei ancora tu, riconsegnato a Dio come una creatura nuova, finalmente figlio perché lavato nel sangue di Gesù. 

Ciò significa che, nel centro della Trinità, nel loro amarsi, ci siamo tu ed io, e ogni peccatore della terra. Perché il loro amore tracima come un fiume in piena, onde di misericordia che cercano la pecora perduta tra le grinfie del demonio. Per questo il Mistero della Trinità è svelato nel Mistero Pasquale di Gesù, intessuto di una trama di consegne per amore, compiute tutte per la nostra salvezza.

Credere è, dunque, lasciarmi amare e perdonare. Credere è smettere di discutere, giustificarmi, scappare nelle tenebre per contraffare le opere malvagie, alla ricerca di rifugi ipocriti e alienanti. Credere è abbandonare ogni pretesa di autosufficienza e ogni auto-giustificazione e lasciarmi giudicare dal "giudizio" di Dio che è pura misericordia. 

Ciò significa che, anche se la carne continua a offrire i suoi parametri per guardare e giudicare se stessi e gli altri, la luce della fede ricolloca ciascuno nella Verità dell'amore. Gli errori e i peccati ci fanno male, ma non hanno più il potere di cancellare la speranza, perché la fede tiene sempre aperto lo spiraglio a una nuova possibilità, all'opera della Grazia che riconduce, piano piano, al compimento della volontà di Dio. 

Se abbiamo fede non c'è più giudizio e condanna, ma solo amore gratuito, nei riguardi di ogni parola e gesto di chi ci è accanto! Anche quando ci facciamo del male, sì, anche allora, è celato il Figlio, è vivo Cristo che il Padre ci dona per essere accolto nella fede e sperimentare, in ogni evento, la Vita eterna, l'amore oltre la morte e il peccato. 

Che famiglie, che matrimoni, che fidanzamenti, che amicizie quando si cammina insieme nella Chiesa che ci gesta alla fede! Essa, infatti, trasfigura l’esistenza, e la rende un luogo dove oltrepassare la barriera del peccato; ovunque e con chiunque, come il "vento" che abbraccia tutto senza condizioni. 

La Chiesa infatti, che è il corpo di Cristo vivo nella storia, "non è mandata nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di essa". Il Concilio Vaticano II ha definito la Chiesa "Sacramento universale di salvezza", a patto che sia unita a Cristo, che non perda tempo giudicando e condannando i peccatori. Questo non significa diluire la Verità nel relativismo, ma lasciare che essa risplenda nella sua testimonianza d'amore e nell'annuncio del Vangelo. Ed è quello che ripete instancabilmente Papa Francesco...

E' così nelle nostre comunità? Ci amiamo e perdoniamo, oppure siamo sempre pronti a puntare il dito e "giudicare" per "condannare"? Il Vangelo di oggi ci dice che il Figlio, e i figli nel Figlio, i cristiani, sono "mandati nel mondo perché esso si salvi per mezzo di loro". Così ogni giorno è mandato un parroco, un missionario, un padre, una madre; così siamo inviati a scuola e al lavoro! "Perché chi ci è accanto si salvi per mezzo" della nostra vita. 

Se ci arroghiamo il diritto di sentenziare ed escludere, confondendo il peccato con il peccatore, significa che noi per primi "non abbiamo creduto" nel potere di Gesù Cristo, della sua resurrezione, capace di cambiare il cuore! Significa che abbiamo una antropologia che non è più quella rivelata da Dio, e non pensiamo che gli uomini soffrono perché non possono amare, schiavi come sono del "peccato che abita in loro".

Se non pensa così un prete, povere persone affidate a lui... Se un padre non guarda così a suo figlio e non crede nel potere di Cristo, della sua parola e dei sacramenti, povero figlio... Se una parrocchia, un'associazione, o un vescovo come un semplice fedele - "non crede" e "muore", sì, muore negli inutili tentativi mondani di risolvere i problemi. 

E, soprattutto, impedisce al "mondo" di "salvarsi per mezzo di Cristo", perché Egli non è vivo e visibile in quel prete o in quel vescovo, in quella comunità: non scandalizzarti, è così! Non basta celebrare e partecipare, impegnarsi e fare volontariato: "se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene" scriveva San Paolo. 

Se qualcuno non vive nella Trinità, se non si vede nella vita, nelle parole, nei gesti, nei criteri e nel discernimento la Trinità in missione nei cristiani, questi non appartengono a Cristo! Saranno onesti, politicamente corretti, faranno manifestazioni e lotteranno per i principi cattolici, ma non saranno il "sacramento di salvezza" che Dio vuole offrire al mondo per salvarlo.

Saranno una voce tra le altre, pronta a condannare con troppa facilità, magari perseguitata, derisa, ma non il segno di Cristo risorto! Perché Lui ama, si carica del peccato, offre la sua vita per far giungere la misericordia. E la Chiesa è la comunità dell'Agnello, il popolo di martiri offerti al mondo come un benefico e autentico segno di contraddizione, perché "chiunque vede in loro il Figlio crocifisso per amore, possa credere ed essere salvato".

Solo allora, di fronte a Cristo vivo sulla terra, le persone sono libere di credere o non credere, di accoglierlo e appoggiarsi in Lui o no. E "chi non crede è già condannato" a cercare vita in cisterne screpolate e senz'acqua, obbligato a darsi sempre più piacere, a soddisfare parossisticamente esigenze vecchie e nuove, perché il male non sazia mai, affama sino a uccidere. 

Chi rifiuta Cristo è "già" nell'inferno e "rimane nelle tenebre" che lo allontanano da Dio e dal fratello. E’ vero che portiamo l’esperienza dell’incredulità: tante volte abbiamo preferito le tenebre dei nostri sotterfugi, dei nostri desideri, delle nostre concupiscenze, dei nostri progetti da portare a termine a tutti i costi, a costo di passare sulla vita di chi ci è accanto. 

E’ vero che abbiamo tanto giudicato e rifiutato l'altro, incapaci di riconoscervi il volto di Cristo. E' vero, abbiamo sperimentato tante volte la condanna di chi non crede: separazioni, divorzi, dolori, divisioni, lacerazioni e solitudine. 

Forse anche oggi siamo in una situazione di condanna, ma proprio per noi sono le parole del Vangelo, per noi è l’amore infinito di Dio. Forse proprio ora. Lasciamoci allora abbracciare da Gesù, così come siamo, fissiamo il suo sguardo che non ci giudica, che desidera solo di farci una cosa con Lui e trasformare la nostra condanna in assoluzione, la morte in vita. Desidera la nostra felicità, essere in Lui e Lui in noi, e insieme nel Padre inondati dello stesso Spirito, per rimanere da ora e per l’eternità nel suo amore.



Domenica di Pentecoste. Anno A



Alcuni giorni fa una bambina di undici anni mi ha chiesto: “Come hanno fatto gli apostoli a toccare il Signore se era uno Spirito capace di passare attraverso le porte?”. Ecco, la Solennità di Pentecoste risponde a questa domanda, che, semplice solo in apparenza, vibra nell’aria la questione fondamentale per la vita di ogni uomo: Gesù è davvero risorto?

Tutto, infatti, dipende dall’avere o meno una risposta al dramma della vita: c’è vita oltre la morte? Come fare ad oltrepassare queste porte “sprangate” dove mi ha rinchiuso la paura della morte? E’ così l’esperienza di tutti noi, come di quella bambina che il dolore ha già visitato ferendo la sua famiglia: “come si può toccare a vita eterna se non si vede, se è qualcosa che non cade sotto i nostri sensi?”.

E’ possibile sperimentare qui ed ora che Cristo è risorto? Sì, è possibile, perché tutto il Mistero di Gesù conduce alla “sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei”. Oggi.

E’ qui e ora che “viene Gesù” per “fermarsi in mezzo a noi”. Qui, in questo nostro luogo sprangato per la paura; ora, in questa “sera” del giorno di Pasqua, “il primo dopo il sabato”, origine del giorno che non vedrà mai tramonto.

La resurrezione di Gesù, infatti, ha abbracciato l’universo e ciascun uomo di ogni generazione: da quell’alba di vittoria ogni “sera” appartiene alla luce dello “splendore del Re che ha vinto le tenebre”. 

Ciò significa che la nostra vita, come quella di ogni uomo - anche di chi vive ancora nascosto nella selva e non ha mai sentito parlare di Gesù - è stata raggiunta e accolta dalla vittoria di Cristo: per quante “sere” si avvicendino nella nostra storia, nessuna più è destinata a sciogliersi nel buio della solitudine e della morte.

E’ un fatto, è oggettivo, è la Verità. Ma tu ed io lo crediamo vero oggi? Oppure, come la bambina, non sappiamo ancora come ciò sia possibile? Forse, guardando alle relazioni in famiglia, al lavoro o tra amici, non abbiamo ancora sperimentato che si può vivere nella carne una vita capace di oltrepassare le “porte chiuse”…

Pentecoste, infatti, è il dono che si fa perdono. E’ lo Spirito Santo che si impadronisce della vita di un uomo e di una comunità e la spinge oltre la morte, a oltrepassare le porte sprangate che la chiudono nell’egoismo. Quello che ti fa giudicare tua moglie, tuo cugino, tuo padre...

E’ lo Spirito Santo che fa di te e di me una creatura nuova, che, semplicemente, può perdonare. La novità del cristianesimo si rivela nella misericordia che frantuma le mura issate dal peccato. Un cristiano non è più onesto, più gentile, più dolce degli altri uomini. O forse lo è anche, ma non sono queste le caratteristiche che lo definiscono e lo rendono unico. 

Il cristiano è un testimone che “annunzia nelle lingue” di ogni uomo “le grandi opere di Dio”. Non le proprie opere, la propria religiosità, i propri sforzi… Ma opere soprannaturali compiute dallo Spirito Santo in lui.

E quale è l’opera di Dio, sua e sua soltanto? Il perdono dei peccati! Questa è stata l’opera annunciata e compiuta da Gesù, quella che l’ha condotto alla Croce. E’ vero, infatti, che solo Dio può perdonare i peccati. Se Gesù ha perdonato, significa che era Dio. 

Se la Chiesa perdona i peccati, se tu ed io perdoniamo i peccati significa che Dio è vivo in noi e che ci ha trasmesso il suo stesso potere. E’ questo il dono dello Spirito Santo, che fa di noi figli di Dio, colmi della natura divina. 

Non so se stiamo capendo che cosa significhi essere cristiani: siamo chiamati a ricevere giorno dopo giorno lo Spirito di Dio, che ricrea in noi l’immagine e la somiglianza con il Padre, che risplende concretamente nel perdono.

E’ il perdono che assicura la “Pace” del cuore, perché passa attraverso le porte sbarrate dall’orgoglio e dai suoi figli, i sette peccati capitali. E’ nel perdono che si possono toccare le piaghe di Cristo risorto! E’ l’esperienza di essere perdonati in ciò che nessuno ha mai accettato; l’esperienza di poter perdonare quello che, sino a ieri, era stato imperdonabile. 

E’ il perdono la carne rinnovata dallo Spirito di Cristo risuscitato: parole e gesti che risuscitano un rapporto logorato e morto. Ah, è questa dunque la Pasqua, con il suo compimento nella Pentecoste: tu ed io come gli Undici Apostoli uniti a Maria, la comunità dei figli perdonati e inviati “come Gesù” a perdonare ogni uomo.

E “come” Gesù è stato inviato? Nello Spirito Santo che lo ha gettato nel deserto di ogni vita a combattere con il demonio per sconfiggerlo caricando su di sé i peccati di tutti gli uomini. Non a caso l’evangelista Giovanni indica nello spirare di Gesù sulla Croce un anticipo della Pentecoste che farà coincidere nel Vangelo di questa domenica.

Proprio distendendo le braccia per dilatare ogni sua fibra nell’amore sino alla fine, Gesù ha consegnato il suo Spirito. Per questo oggi rinasce una nuova famiglia, la Chiesa, sposata da Cristo nel dono di se stesso. Oggi tu ed io celebreremo le nozze con lo Sposo al quale siamo stati promessi da sempre. Come in un santo amplesso che unisce Cielo e terra, la Torah sarà scritta con il suo fuoco nei nostri cuori, per sigillare con ciascuno di noi la Nuova ed eterna Alleanza: ci sposiamo con il Signore, capite?

Niente di sentimentale però: chiunque accoglie lo Spirito Santo è perdonato da ogni peccato e, contemporaneamente, colmato dello stesso potere che lo getta a sua volta nel mondo alla ricerca dei peccatori ai quali far giungere il perdono. Chi si unisce a Cristo, infatti, forma un solo Spirito! 

Allora, figli della Pentecoste e sposati con Cristo, potremo consumare il nostro matrimonio sul letto fecondo della Croce: qui distenderemo le nostre braccia per accogliere nel perdono nostra moglie e nostro marito, il figlio e la nuora, la figlia e il genero, suocere e suoceri, amici, colleghi, fidanzati e, soprattutto, i nemici.

Da oggi, ogni giorno ci sarà dato per accogliere “la sera” delle debolezze e dei peccati, dell’idolatria e dell’incredulità, dell’egoismo e della divisione, e lasciarvi risplendere la luce del perdono che fa della storia un frammento dell’eternità. Ogni giorno sarà, allora, parte del Giubileo che ogni cinquant’anni condonava tutti i debiti. Le nostre abitazioni saranno case del Giubileo, dove chiunque possa incontrare misericordia ed essere rigenerato per camminare in una vita nuova. 

Anche oggi è pronto a scendere sulle nostre comunità lo Spirito Santo. Esso rinnoverà i prodigi di “Shavuot”, la Pentecoste ebraica celebrata dagli Apostoli mentre scendeva su di essi lo Spirito Santo. Nel Midrash - il commento rabbinico della Scrittura - troviamo scritto: "Quando Dio consegnò la Torah sul Sinai, manifestò indicibili meraviglie a Israele con la sua voce. Che cosa è successo? Dio ha parlato e la sua voce è risuonata in tutti gli angoli del mondo: Tutto il popolo osservava il gran fragore e i lampi (Es- 20,18). Notate che non dice il lampo ma lampi; per questo R. Johanan disse che la voce di Dio, nel pronunciarsi, si divise e manifestò in settanta voci, settanta lingue, perché tutte le nazioni potessero capire” (Exodo Rabbah 5,9).

Il nostro Sinai è il luogo dove oggi celebreremo la Pentecoste. Esso è il Cenacolo che segna l’intersecarsi del tempo e della storia che stiamo vivendo: oggi, dunque, laddove siamo e così come siamo, lo Spirito Santo  scenderà su di noi, perché attraverso di noi risuoni nel mondo la “sua” voce. Nelle nostre parole e nei nostri gesti risplenderanno “i lampi” del suo amore e del suo perdono declinati nelle lingue di chi ci è accanto, perché tutti possano conoscere Lui. 

Nessuno deve cambiare, non tuo marito, non tua moglie, non i tuoi figli; non le persone alle quali siamo mandati. Non è per questo che siamo inviati: il cambio morale è frutto dello Spirito Santo. Piuttosto tutti hanno diritto di “ascoltare” la “voce di Dio” in noi; tutti aspettano il suo perdono, è la loro eredità e nessuno può rubargliela, perché Gesù ha redatto testamento per loro con il suo sangue.

Così, dalla Pentecoste che ci rinnova irrorandoci con lo Spirito Santo, il perdono che genera la comunione arriva a ogni uomo disperso dall’orgoglio che a Babele ha confuso le lingue. A casa, al lavoro, a scuola, ovunque giunga un cristiano il Cielo discende come l’autentica primizia di Shavuot, per tutti coloro che, ingannati dal demonio, hanno inutilmente tentato di scalarlo.

VI DOMENICA DI PASQUA. ANNO A




L'ANNUNCIO
Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui».
 (Dal Vangelo secondo Giovanni 14, 15-21)





La notizia più bella che potremmo ricevere: non saremo mai orfani. Accada quel che accada. E' l'opera del Signore, il trofeo conquistato entrando vittorioso nel Cielo. Tutta la vita di Gesù, il suo cuore, la sua mente, le sue forze sono per noi, il suo Spirito effuso nei nostri cuori fa di noi Cristo stesso, ci unisce a Lui al punto di essere trasformati in Lui. 

Forse non comprendiamo la portata di questa notizia che il Vangelo di questa domenica ci annuncia: "... brillando a noi l'Unigenito, siamo trasformati nel Verbo stesso che tutto vivifica" (San Cirillo di Alessandria). Probabilmente sino ad ora abbiamo visto e sperimentato accanto a noi la presenza e l'opera del Signore. Ha "dimorato presso di noi", nei nostri genitori, nei fratelli della comunità, nei santi, in tanti testimoni che ci hanno preceduto o che vivono accanto a noi. 

Noi stessi abbiamo fatto l'esperienza di poter perdonare l'imperdonabile, di rinunciare ai beni materiali, di aprirci alla vita vivendo una sessualità matrimoniale nella volontà di Dio. Abbiamo gustato la bellezze di un fidanzamento casto, la pace di poter rinunciare alla nostra volontà per compiere quella di Gesù. Ma forse ci troviamo angosciati, quanto sperimentato non ha colmato le nostre aspettative, ci manca qualcosa.

Come quando un figlio gioisce della presenza rassicurante di suo padre, ne apprende le movenze, ne assorbe i criteri, sperimenta la sua forza superando con lui le prove della vita; ma, alla sua morte, si sente orfano, a fatica cerca nei ricordi la gioia perduta, quello che ha ricevuto è sì suo patrimonio, ma inciampa nella sua natura, si ritrova debole e incapace di vivere al sicuro come prima. 

E così è di ogni relazione, anche dello stesso matrimonio, che unisce gli sposi più di ogni altro rapporto, in una sola carne. Ma anche nel matrimonio più riuscito, si sperimenta la precarietà, la transitorietà, l'intermittenza dell'amore, della condivisione. 

Vi sono momenti nei quali, anche se l'amore dell'altro aiuta e dà forza, anche se chi ci è accanto partecipa con tutto se stesso alle nostre vicende, dobbiamo fare da soli, e ci sentiamo persi: il ricordo di nostro padre, l'intima vicinanza dei figli, il mistero sacramentale che ci lega al nostro coniuge, tutto ciò non ha potere in noi, questa malattia è cosa mia, questo dolore lancinante, la paura della morte, l'umiliazione ricevuta sul lavoro, l'invidia patita, la tentazione di peccare, forte, acuta, magari travestita di giustizia. 

Ci sono momenti in cui sperimentiamo la necessità di avere in noi una fonte che non si esaurisca all'apparire del punto critico, dell'istante in cui è necessario un supplemento di amore, una forza soprannaturale per entrare nella storia di dolore e di morte che ci presenta la vita.

Sono i momenti in cui sperimentiamo di essere "orfani", e non ci basta sapere e vivere la prossimità del Signore, abbiamo bisogno di più. Ed è ciò che ritroviamo al fondo di noi, quando per esempio siamo innamorati e non vorremmo staccarci dall'amata, e anche l'accompagnarla a casa ci procura pena, e vorremmo prolungare il tempo con lei all'infinito, e desidereremmo abbattere ogni distanza ed essere in lei, e lei in noi, e perdersi in questo amore. 

Molto di più tra due sposi, quando non ci si capisce e si comincia a litigare per affermare se stessi è vero, ma vi è qualcosa di più, l'anelito a superare le incomprensioni, a distruggere le barriere dell'alterità, ad amare davvero, ad essere uniti nel pensiero che orienta le scelte, nei criteri per educare i figli, ad essere pienamente quello che il sacramento afferma e vuol realizzare. 

E ci scontriamo con i limiti della carne, la moglie non può permanere nel marito, come egli non può dimorare per sempre nella moglie. Per il sacramento questo si realizza misteriosamente, e le fedi che i coniugi portano al dito ovunque vadano ne sono il segno. La forza del Signore li conduce a perdonarsi, a ricominciare, a rinnegare se stessi per amore. 

Ma è tutto dentro i limiti di questa carne che descrive un perimetro reale. La moglie non può vivere la malattia del marito, ne può essere solo partecipe, magari sino in fondo, sino a provarne gli stessi dolori, ma non è la sua malattia. Così come non può proteggere il figlio dagli errori, dalle malattie, dai peccati.

Per tutto questo, oggi Gesù ci annuncia qualcosa di grande, il compimento di ogni nostro desiderio, di quelli che appaiono nel matrimonio, nel fidanzamento, nell'amicizia, in tutto. Il Signore è l'unico che non si ferma ad essere "presso di noi", ma viene a "dimorare in noi", per sempre. 

E' l'unico che si fa mangiare, che diviene cellule delle nostre cellule, ed irrora la nostra mente del suo stesso sangue, dà forza alle nostre mani, ci apre gli occhi, ci insegna ad ascoltare, ci dà tutto di se stesso.

Non siamo "orfani" allora, siamo figli dello stesso suo Padre, per sempre. Tutto di Lui è nostro come tutto di noi è ormai suo. La nostra vita diviene così come un tabernacolo, colma della santità, della dignità, della bellezza di Cristo. 

Ovunque andiamo, qualunque cosa facciamo, Egli dimora in noi attraverso lo Spirito Consolatore, il soffio della vita di Dio - del Padre e del Figlio - che ci con-sola, sta-con-chi è solo: lo Spirito Santo che è disceso sulla Vergine Maria generando in Lei la carne umana del Signore viene in soccorso alla nostra debolezza, colma la nostra solitudine, quella più profonda che sperimentiamo nei momenti più difficili, nei Getsemani e sulla Croce che ci attendono ogni giorno: perché "Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me".

"In quel giorno", il giorno della Pasqua, oggi, "noi sapremo che io sono nel Padre e voi in me e io in voi"; come? Passeggiando con la fidanzata è lo Spirito Santo che ci con-sola, che ci unisce "nel" Figlio e con Lui "nel Padre", affinché non esigiamo consolazione dall'affetto e dalla carne di lei; è il Consolatore che dà senso alla nostra giornata di lavoro, perché tutto è vissuto "nella" Trinità, aiutandoci a prendere su di noi le mansioni più umili perché sono frammenti di vita eterna, a non rifiutare l'umiliazione, e a non cercare consolazione in alienazioni che finiscono col ferirci.

E' lo Spirito di Gesù, il suo respiro in noi che ci fa "vivi perché Lui è vivo" oltre ogni morte e peccato, che ci schiude gli occhi del cuore e della mente per vederlo incarnato laddove "il mondo non lo può vedere": nella moglie, nel marito, nella suocera, nei figli, nei colleghi, in ogni evento, anche quando tutto e tutti sembrano volgersi contro di noi, come nemici. 

E' lo Spirito Santo che ci dona la vita stessa di Cristo, quella che ha amato anche i nemici, che ha vinto il peccato e la morte, che ci fa "vivere in Lui e come Lui nel Padre", e guardare tutto con gli stessi suoi occhi. E' lo Spirito Santo che ci fa discernere l'opera di Dio per rigettare quella del demonio, e così custodire la Pace autentica.

"Non siamo e non saremo mai orfani", perché l'amore con il quale il Signore ci ama si traduce nella sua preghiera costante che ci ottiene, istante dopo istante, il dono del Paraclito: in greco la parola significa ad-vocatuschiamato-presso. Esso designava l'avvocato, colui che assiste e soccorre nel processo per difendere contro l'accusatore. E Satana significa proprio accusatore

Lo Spirito Santo è chiamato presso di noi, anche oggi, in questo istante, e in ogni secondo della nostra vita, per difenderci, per "ricordarci e annunciarci la Verità", che siamo figli di Dio nel Figlio Gesù. Di fronte alle accuse di infedeltà, di ipocrisia, di incostanza, di fronte al disprezzo di noi stessi verso cui ci spinge l'accusatore, il Paraclito ci con-sola, ci colma dell'amore del Signore, "compie in noi ogni comandamento, lo custodisce e lo accoglie" sprigionando in noi l'amore a Cristo. 

Sì, è lo Spirito Santo l'amore con il quale amiamo il Signore, lo stesso amore che unisce il Padre ed il Figlio, e ci fa intimi della loro intimità. Nello Spirito Santo siamo "dimora di Dio", e la nostra vita, tutta, è trasformata in una cattedrale meravigliosa dove ogni uomo può riconoscere la presenza amorevole e misericordiosa di Dio. 

Perché "nulla è impossibile a Dio": non lo è stato nella vita della Vergine Maria, non lo è nella Chiesa e nei santi, quelli conosciuti e quelli sconosciuti. Nulla è impossibile a Dio in questa nostra vita concreta di oggi e di domani, quando laviamo i piatti, quando parliamo, quando il portafoglio è vuoto e non sappiamo come andare avanti, quando ci stiamo per unire a nostra moglie e tremiamo nell'aprirci alla vita, quando ci svegliamo e quando ci addormentiamo. 

"Sempre", perché Dio è in noi, dentro ogni nostra fibra, e lì vi fa possibile l'impossibile, "manifestandosi" così a noi molto concretamente, attirandoci nella vita celeste già qui su questa terra, per vivere nell'amore che supera la carne e ci fa donare senza riserve. 








APPROFONDIMENTI


COMMENTI
Ratzinger - Benedetto XVI « Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome»
Ratzinger - Benedetto XVI. SPIRITO DELLA VITA - SPIRITO NELLA CARNE
Ratzinger - Benedetto XVI. L'intelletto, lo spirito e l'amore.
Ratzinger - Benedetto XVI Lo Spirito Santo e la Chiesa nella Lumen Gentium
Giovanni Paolo II. Egli vi darà un altro Consolatore
Giovanni Paolo II. Dominum et vivificantem
F. Manns. Gerusalemme ci ricorda il dono dello Spirito
Il Consolatore. P. R. Cantalamessa
P. R. Cantalamessa. Lo Spirito di Verità
Fisichella. Il Consolatore, lo sconosciuto oltre il Verbo


ESEGESI


F. Manns. Gerusalemme ci ricorda il dono dello Spirito
Ratzinger - Benedetto XVI. "Vedere Gesù" nel Vangelo di Giovanni
Verità nel Dizionario dei termini del Nuovo Testamento
I. De la Potterie. Che cos'è la verità


COMMENTI PATRISTICI

Sant'Agostino. Io sono nel Padre mio, e voi in me ed io in voi.
Sant'Agostino. Il dono di un altro Paraclito.
San Basilio. Dal Trattato sullo Spirito Santo
S. Ilario. Il dono del Padre in Cristo


TEOLOGIA
Giovanni Paolo II. Dominum et vivificantem
Spirito. Dizionario interdisciplinare di Scienza e fede
Fisichella. Il Consolatore, lo sconosciuto oltre il Verbo
L. Bouyer. La Chiesa, volto e vita di Cristo perchè il mondo veda Dio, il Padre
Ratzinger. Verità del cristianesimo?
I. De la Potterie. Che cos'è la verità
Verità nel Dizionario dei termini del Nuovo Testamento
P. R. Cantalamessa: Gesú di Nazareth tra storia e teologia
Don Bruno Forte. La fede e il problema della verità



TERMINI NOTEVOLI

Don Bruno Forte. La fede e il problema della verità



 αποφθεγμα Apoftegma



Chi ha il pegno dello Spirito e possiede la speranza della risurrezione, 
tiene come già presente ciò che aspetta 
e quindi può dire con ragione di non conoscere alcuno secondo la carne, 
di sentirsi, cioè, fin d`ora partecipe della condizione del Cristo glorioso. 
Ciò vale per tutti noi che siamo spirituali ed estranei alla corruzione della carne.
Brillando a noi l'Unigenito, siamo trasformati nel Verbo stesso che tutto vivifica.

San Cirillo di Alessandria, Commento sulla seconda lettera ai Corinzi

V DOMENICA DEL TEMPO DI PASQUA. ANNO A







Che cosa oggi "turba il nostro cuore", sottraendoci la pace e la gioia? Gesù aveva appena annunciato agli apostoli che sarebbe morto. Come loro, anche noi ci “turbiamo” quando la morte appare sull'orizzonte della nostra vita.

Ma la prima grande notizia è che, celato in ogni evento e relazione che odora di morte e ci impone di abbandonare progetti e desideri per rimetterci in gioco, c’è Cristo. Ciò significa che la storia di ogni giorno ci annuncia il Mistero Pasquale di Gesù. 

Ma, come per gli apostoli, saperlo non basta; il tradimento, quello altrui e il nostro, e poi la morte, beh questo ci “turba” sempre, il nulla che potrebbe spalancarsi davanti, e precipitarci dentro evaporando; e smettere di essere, di respirare, di pensare, di gioire, di fissare il volto della donna che ami, di litigare e far pace con tuo figlio. 

Per questo ci “turba” ogni annuncio della fine: i peccati degli altri, il male nel mondo, le ingiustizie.  Non importa se poi Gesù ha detto ai discepoli che sarebbe “tornato e li avrebbe presi con Lui”. Quello era il futuro, il presente era spalancato sulla precarietà, e il “cuore” era preda del “turbamento”.

Più avanti il Signore li avrebbe incoraggiati ancora dicendo che “non li avrebbe lasciati orfani”. Ecco, il punto è qui. Come il figliol prodigo, abbiamo lasciato la “casa di nostro Padre”, la nostra, cercando di essere in altri luoghi, e ci siamo risvegliati “orfani”.

Il demonio ci ha ingannati, come fece con Adamo ed Eva nel Paradiso. In quella “casa” ci siamo sentiti limitati, non potevamo raggiungere l’identità che il padre della menzogna ci prospettava: essere come Dio, quello sì che ci era piaciuto.

E ci siamo incamminati sulla “via” della “menzogna”, dimenticando, passo dopo passo, la “verità”. Ma senza di questa la “vita” perde senso, e si converte in una condanna, come accadde ai progenitori una volta precipitati fuori dal Paradiso. 

Per questo non siamo mai tranquilli, ci manca sempre qualcosa; ogni luogo che ci costruiamo con fatica, o che gli altri e gli eventi ci presentano, non ci sembra mai il nostro, ovunque ci sentiamo in trappola. Siamo “orfani”, e non possiamo sopportare che ci venga strappato neanche un frammento di quello che crediamo di avere tra le mani.

Il “turbamento” degli apostoli nasceva qui, come accade a noi quando la storia solleva il velo sulla “verità”, e cioè che esiste la morte perché esiste il peccato, il tuo e il mio. Ci eravamo illusi che fuori della “casa del Padre” avremmo trovato la “vita”. Ma la superbia genera sempre altri peccati, e la morte impregna di sé l’esistenza.

Gesù era stato chiaro, proprio nel momento in cui Giuda, immagine d’ogni superbo, aveva intinto il boccone con Lui ed era uscito nella notte. Il calice era colmo, e ora il male traboccava, tutto il male del mondo, i peccati di ogni generazione tingevano di nero ogni centimetro della terra, come una colata di lava che arrivava a Cristo. Quella notte era preparata per Lui, perché tutte le tenebre che spengono la vita degli uomini, fossero vinte dallo splendore della sua risurrezione.

Ma per risorgere doveva “andarci” dentro a quella notte, lasciare che il tradimento lo inchiodasse sulla Croce e lo deponesse nella tomba. Per Gesù quel momento era la sua “glorificazione”, ma per gli apostoli, ancora ciechi e illusi di poter “dare la vita” per qualcuno, era solo il momento in cui il loro Maestro sarebbe “andato via”, e loro non avrebbero “potuto seguirlo”.

Era il momento in cui stavano sperimentando il “turbamento” dell’orfano, il vuoto che si spalancava dinanzi. Era lì a un passo la “verità”, le conseguenze dei loro peccati; e il “cuore”, il punto più intimo di noi stessi, la sede della nostra volontà, dove siamo noi stessi e liberi, non ha retto l’urto. E’ un terremoto troppo forte la “verità”, la menzogna ha eroso le fondamenta e gli apostoli, come ciascuno di noi, non avevano “cuori” antismici per resistergli.

“Erano con Gesù da tanto tempo, ma ancora non lo conoscevano”. La “conoscenza” di Gesù, infatti, è l’unico pilone capace di restare in piedi nonostante le scosse devastanti che sfregiano la vita, perché apre alla “conoscenza del Padre”, che significherebbe cessare di essere orfani.
Come Filippo, anche noi vorremmo vedere il “Padre”; era quella l’unica speranza rimasta al figlio prodigo, ad ogni superbo che è uscito dalla “verità” per sparire nella menzogna. Certo che vedere il Padre “ci basterebbe”, perché significherebbe essere di nuovo accanto a Lui “nella sua casa”, e lì sì che si mangiava, che c’era vita e pace…

Per questo l’annuncio inesausto della Chiesa risuona anche questa domenica per tutti noi “turbati”: Cristo è risorto! E’ “tornato” vivo da quell’oscurità e ora è rivestito di una luce che nessun peccato potrà oscurare. 

Cristo è “andato” nel buio della morte, ma non ci ha lasciato “orfani”. E’ questo annuncio così stolto per il mondo che ogni figlio prodigo e perduto può rientrare in se stesso e convertirsi, tornare a casa, perché ogni passo deposto dal Signore sul cammino che lo ha condotto nel regno della menzogna e della morte, ha trasformato in una “via” di luce ogni via di perdizione. 

Cristo è risorto, è “tornato” con le chiavi del “posto” che “ha preparato” per noi in Cielo. “Nella casa del Padre”, infatti, “ci sono molti posti”, uno per ogni peccatore scacciato dal Paradiso, uno per ogni figlio orgoglioso spintosi nella notte a cercare di saziare l’insaziabile concupiscenza, “se no ce lo avrebbe detto”, e Gesù non ci inganna.

Ma come facciamo a credere a questo annuncio così sconvolgente? ”Fede” in ebraico si dice “emunah”, da cui deriva la parola “amen”; significa “essere stabili”, “appoggiarsi stabilmente”. La “fede”, dunque, è l’antidoto al “turbamento”, perché offre un sostegno stabile in mezzo alla precarietà.

Non è un sentimento, ma è profondamente esistenziale: quando Gesù ci dice “avere fede in Dio e in Lui” significa che oggi, di fronte alle situazioni difficili, quando ti sentirai senza “un posto” dove essere, “non turbarti”, cioè non scappare, ma “appoggiati in me”, resta in me, e scoprirai il tuo “posto” proprio in quello che pensavi che ti togliesse la vita e l’essere. 

E’ proprio lì, che Gesù “torna e ci “prende con sé” dove Lui “è”. Ma Lui dov’è? Non si tratta di un luogo fisico, ma di una relazione. Il “posto” di Gesù “è nel Padre e il Padre è in Lui”: il suo “essere” dipende dal Padre, al punto che “le parole che dice non le dice da se stesso”, e “il Padre che è con Lui compie le sue opere”. 

Allora possiamo scoprire il luogo dove essere con Gesù dalle “parole” e dalle “opere” del Padre che parla e compie in Lui. Per questo “fin da ora” possiamo “conoscere il Padre”; già qui nella nostra vita lo “possiamo vedere” parlare e operare in Cristo. 

Innanzitutto nella liturgia che celebriamo, nella Parola proclamata e scrutata, nei sacramenti a cui ci accostiamo, nella predicazione degli apostoli, nella comunione che sperimentiamo nella Chiesa. Qui il Signore ci dona i “souvenir” della “casa” che ci attende. Come gli esploratori che scesero nella Terra di Canaan e da lì riportarono le primizie di quel lembo di mondo meraviglioso, così Gesù che è “andato dal Padre”, “torna” anche oggi dal Cielo per consegnarci le primizie del Paradiso. 

Qui siamo gestati alla fede, per “credere in Lui”, cioè appoggiarci in Lui rimanendo nel suo amore, per “compiere anche noi le opere che Lui compie, e farne di più grandi”. Ma come è possibile, noi faremo opere più grandi di quelle di Gesù? Sì è possibile, perché quando ha annunciato questo Lui non era ancora “andato al Padre”.

Ma ora che “è andato” ed è “tornato”, è per noi “via” attraverso la morte, “verità” che cancella la menzogna”, e “vita” più forte del peccato. In Lui possiamo compiere opere celesti, le opere della fede adulta che può compiere solo chi ha dentro la vita eterna: l’amore che cantava San Paolo, paziente, benigno, che cerca il bene degli altri, che tutto sopporta, non si gonfia e rispetta sempre, che ci fa donare all’altro, aprendoci alla vita, perdonando, scusando, prestando senza chiedere che ci sia restituito, non esigendo nulla ma lasciando l’altro libero di sbagliare, anche di farci del male.

Così scopriremo che il nostro “posto” coincide davvero con quello dove Gesù “è”: perché il suo “posto” siamo noi, come lo è suo Padre. Gesù è amore puro, che lo fatto dimorare in ogni uomo, anche nel peggior peccatore. Sì, il “posto” preparato per noi è la Croce dove il Signore ci sposa a sé e ci consegna al prossimo. 

Anche il nostro “posto” è, infatti, una relazione d’amore: crocifissi con Cristo, i cristiani sono a casa propria ovunque; al lavoro, in famiglia, in un letto di ospedale, durante la chemioterapia, al banco di scuola, alla fermata dell’autobus, perché in ogni “posto” è piantata la Croce, sulla quale siamo chiamati a salire con Cristo, la pietra rigettata dal mondo, che Dio ha costituito pietra angolare. 

Ora sì che “conosciamo la via” che Gesù ha percorso per andare al Padre: proprio ciò che sino ad ora ci ha “turbato” risplende di “verità”; è necessario il cammino nella notte, attraverso la “via” del rifiuto, per entrare nella “vita” che non finisce; è necessario questo “posto” così precario per gettare le fondamenta nel “posto” preparato per noi in Cielo.

E’ necessario perché il mondo “veda” il Figlio crocifisso e risorto per amore in noi, e così conosca il Padre e il destino eterno di pace e felicità per il quale ogni uomo è stato creato. 



APPROFONDIMENTI

CONCORDANZE

Concordanze di Gv. 14


COMMENTI


Ratzinger - Benedetto XVI. "Vedere Gesù" nel Vangelo di Giovanni
Ratzinger - Benedetto XVI. Chi ha visto me ha visto il Padre
Ratzinger. Libertà e verità
Ratzinger. Verità del cristianesimo?

Giovanni Paolo II. «Signore mostraci il Padre»
Giovanni Paolo II. «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6)

C. Caffara. Io sono la Via, la verità e la vita. Catechesi ai giovani

L. Giussani. Riconoscere Cristo

L. Bouyer. La Chiesa, volto e vita di Cristo perchè il mondo veda Dio, il Padre

P. R. Cantalamessa: Gesú di Nazareth tra storia e teologia
Padre Cantalamessa: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”

I. De la Potterie. Che cos'è la verità

Don Bruno Forte. La fede e il problema della verità



ESEGESI


Ratzinger - Benedetto XVI. "Vedere Gesù" nel Vangelo di Giovanni

C. Di Sante. Io sono la verità

Verità nel Dizionario dei termini del Nuovo Testamento

I. De la Potterie. Che cos'è la verità



COMMENTI PATRISTICI


Sant’Agostino. « Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me »

Sant’Ireneo di Lione. « Chi ha visto me ha visto il Padre »

Sant’Agostino. Essere dove è Cristo.

Sant’Agostino. La domanda di Tommaso.

Sant’Agostino. Il Signore va a prepararci il posto.

Sant'Agostino: Nella casa del Padre vi sono molte dimore.



SPIRITUALITA' E LITURGIA


Vedere Dio nei santi: S. Francesco, S. Teresina



TEOLOGIA

L. Bouyer. La Chiesa, volto e vita di Cristo perchè il mondo veda Dio, il Padre

Ratzinger - Benedetto XVI. "Vedere Gesù" nel Vangelo di Giovanni
Ratzinger. Verità del cristianesimo?

I. De la Potterie. Che cos'è la verità

Verità nel Dizionario dei termini del Nuovo Testamento

P. R. Cantalamessa: Gesú di Nazareth tra storia e teologia

Don Bruno Forte. La fede e il problema della verità


TERMINI NOTEVOLI

Padre Cantalamessa: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”

Don Bruno Forte. La fede e il problema della verità




 αποφθεγμα Apoftegma


 Deve essere liberata in noi l’immagine di Dio, 
cio' che ci fa capaci di comunione di vita con lui. 
La tradizione paragona questo con l’azione dello scultore, 
che stacca dalla pietra con lo scalpello pezzo dopo pezzo, 
in modo che divenga visibile la forma da lui intuita... 
poiche' in realtà noi possiamo riconoscere solo cio' per cui si dà in noi una corrispondenza.

Joseph Ratzinger