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Ratzinger - Benedetto XVI. Solennità SS. Pietro e Paolo. Omelia. 2005

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La festa dei santi Apostoli Pietro e Paolo è insieme una grata memoria dei grandi testimoni di Gesù Cristo e una solenne confessione in favore della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. È anzitutto una festa della cattolicità. Il segno della Pentecoste – la nuova comunità che parla in tutte le lingue e unisce tutti i popoli in un unico popolo, in una famiglia di Dio – è diventato realtà. La nostra assemblea liturgica, nella quale sono riuniti Vescovi provenienti da tutte le parti del mondo, persone di molteplici culture e nazioni, è un’immagine della famiglia della Chiesa distribuita su tutta la terra. Stranieri sono diventati amici; al di là di tutti i confini, ci riconosciamo fratelli. Con ciò è portata a compimento la missione di san Paolo, che sapeva di "essere liturgo di Gesù Cristo tra i pagani… oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo" (Rm 15,16). Lo scopo della missione è un’umanità divenuta essa stessa una glorificazione vivente di Dio, il culto vero che Dio s'aspetta: è questo il senso più profondo di cattolicità – una cattolicità che già ci è stata donata e verso la quale tuttavia dobbiamo sempre di nuovo incamminarci. Cattolicità non esprime solo una dimensione orizzontale, il raduno di molte persone nell’unità; esprime anche una dimensione verticale: solo rivolgendo lo sguardo a Dio, solo aprendoci a Lui noi possiamo diventare veramente una cosa sola. Come Paolo, così anche Pietro venne a Roma, nella città che era il luogo di convergenza di tutti i popoli e che proprio per questo poteva diventare prima di ogni altra espressione dell’universalità del Vangelo. Intraprendendo il viaggio da Gerusalemme a Roma, egli sicuramente si sapeva guidato dalle voci dei profeti, dalla fede e dalla preghiera d’Israele. Fa parte infatti anche dell’annuncio dell’Antica Alleanza la missione verso tutto il mondo: il popolo di Israele era destinato ad essere luce per le genti. Il grande salmo della Passione, il salmo 21, il cui primo versetto "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" Gesù ha pronunciato sulla croce, terminava con la visione: "Torneranno al Signore tutti i confini della terra, si prostreranno davanti a Lui tutte le famiglie dei popoli" (Sal 21,28). Quando Pietro e Paolo vennero a Roma il Signore, che aveva iniziato quel salmo sulla croce, era risuscitato; questa vittoria di Dio doveva ora essere annunciata a tutti i popoli, compiendo così la promessa con la quale il salmo si concludeva.
Cattolicità significa universalità – molteplicità che diventa unità; unità che rimane tuttavia molteplicità. Dalla parola di Paolo sulla universalità della Chiesa abbiamo già visto che fa parte di questa unità la capacità dei popoli di superare se stessi, per guardare verso l’unico Dio. Il vero fondatore della teologia cattolica, sant'Ireneo di Lione, ha espresso questo legame tra cattolicità e unità in modo molto bello: "Questa dottrina e questa fede la Chiesa disseminata in tutto il mondo custodisce diligentemente formando quasi un'unica famiglia: la stessa fede con una sola anima e un solo cuore, la stessa predicazione, insegnamento, tradizione come avesse una sola bocca. Diverse sono le lingue secondo le regioni, ma unica e medesima è la forza della tradizione. Le Chiese di Germania non hanno una fede o tradizione diversa, come neppure quelle di Spagna, di Gallia, di Egitto, di Libia, dell'Oriente, del centro della terra; come il sole creatura di Dio è uno solo e identico in tutto il mondo, così la luce della vera predicazione splende dovunque e illumina tutti gli uomini che vogliono venire alla cognizione della verità" (Adv. haer. I 10,2). L'unità degli uomini nella loro molteplicità è diventata possibile perché Dio, questo unico Dio del cielo e della terra, si è mostrato a noi; perché la verità essenziale sulla nostra vita, sul nostro "di dove?" e "verso dove?", è diventata visibile quando Egli si è mostrato a noi e in Gesù Cristo ci ha fatto vedere il suo volto, se stesso. Questa verità sull’essenza del nostro essere, sul nostro vivere e sul nostro morire, verità che da Dio si è resa visibile, ci unisce e ci fa diventare fratelli. Cattolicità e unità vanno insieme. E l’unità ha un contenuto: la fede che gli Apostoli ci hanno trasmesso da parte di Cristo.
Sono contento che ieri – nella festa di sant'Ireneo e nella vigilia della solennità dei santi Pietro e Paolo – ho potuto consegnare alla Chiesa una nuova guida per la trasmissione della fede, che ci aiuta a meglio conoscere e poi anche a meglio vivere la fede che ci unisce: il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica. Quello che nel grande Catechismo, mediante le testimonianze dei santi di tutti i secoli e con le riflessioni maturate nella teologia, è presentato in maniera dettagliata, è qui ricapitolato nei suoi contenuti essenziali, che sono poi da tradurre nel linguaggio quotidiano e da concretizzare sempre di nuovo. Il libro è strutturato come colloquio in domande e risposte; quattordici immagini associate ai vari campi della fede invitano alla contemplazione e alla meditazione. Riassumono per così dire in modo visibile ciò che la parola sviluppa nel dettaglio. All’inizio c’è un’icona di Cristo del VI secolo, che si trova sul monte Athos e rappresenta Cristo nella sua dignità di Signore della terra, ma insieme come araldo del Vangelo, che porta in mano. "Io sono colui che sono" – questo misterioso nome di Dio proposto nell’Antica Alleanza – è riportato lì come suo nome proprio: tutto ciò che esiste viene da Lui; Egli è la fonte originaria di ogni essere. E perché è unico, è anche sempre presente, è sempre vicino a noi e allo stesso tempo sempre ci precede: come "indicatore" sulla via della nostra vita, anzi essendo Egli stesso la via. Non si può leggere questo libro come si legge un romanzo. Bisogna meditarlo con calma nelle sue singole parti e permettere che il suo contenuto, mediante le immagini, penetri nell’anima. Spero che sia accolto in questo modo e possa diventare una buona guida nella trasmissione della fede.
Abbiamo detto che cattolicità della Chiesa e unità della Chiesa vanno insieme. Il fatto che entrambe le dimensioni si rendano visibili a noi nelle figure dei santi Apostoli, ci indica già la caratteristica successiva della Chiesa: essa è apostolica. Che cosa significa? Il Signore ha istituito dodici Apostoli, così come dodici erano i figli di Giacobbe, indicandoli con ciò come capostipiti del popolo di Dio che, diventato ormai universale, da allora in poi comprende tutti i popoli. San Marco ci dice che Gesù chiamò gli Apostoli perché "stessero con lui e anche per mandarli" (Mc 3,14). Sembra quasi una contraddizione. Noi diremmo: o stanno con lui o sono mandati e si mettono in cammino. C'è una parola sugli angeli del santo Papa Gregorio Magno che ci aiuta a sciogliere la contraddizione. Egli dice che gli angeli sono sempre mandati e allo stesso tempo sempre davanti a Dio: "Ovunque sono mandati, ovunque vanno, camminano sempre nel seno di Dio" (Omelia 34,13). L'Apocalisse ha qualificato i Vescovi come "angeli" della loro Chiesa, e possiamo quindi fare questa applicazione: gli Apostoli e i loro successori dovrebbero stare sempre con il loro Signore e proprio così – ovunque vadano – essere sempre in comunione con Lui e vivere di questa comunione.
La Chiesa è apostolica, perché confessa la fede degli Apostoli e cerca di viverla. Vi è una unicità che caratterizza i Dodici chiamati dal Signore, ma esiste allo stesso tempo una continuità nella missione apostolica. San Pietro nella sua prima lettera si è qualificato come "co-presbitero" con i presbiteri ai quali scrive (5,1). E con ciò ha espresso il principio della successione apostolica: lo stesso ministero che egli aveva ricevuto dal Signore ora continua nella Chiesa grazie all'ordinazione sacerdotale. La Parola di Dio non è soltanto scritta ma, grazie ai testimoni che il Signore nel sacramento ha inserito nel ministero apostolico, resta parola vivente. Così ora mi rivolgo a Voi, cari confratelli Vescovi. vi saluto con affetto, insieme con i vostri familiari e con i pellegrini delle rispettive Diocesi. Voi state per ricevere il pallio dalle mani del Successore di Pietro. L'abbiamo fatto benedire, come da Pietro stesso, ponendolo accanto alla sua tomba. Ora esso è espressione della nostra comune responsabilità davanti all’"arci-pastore" Gesù Cristo, del quale parla Pietro (1 Pt 5,4). Il pallio è espressione della nostra missione apostolica. È espressione della nostra comunione, che nel ministero petrino ha la sua garanzia visibile. Con l'unità, così come con l'apostolicità, è collegato il servizio petrino, che riunisce visibilmente la Chiesa di tutte le parti e di tutti i tempi, difendendo in tal modo ciascuno di noi dallo scivolare in false autonomie, che troppo facilmente si trasformano in interne particolarizzazioni della Chiesa e possono compromettere così la sua indipendenza interna. Con questo non vogliamo dimenticare che il senso di tutte le funzioni e ministeri è in fondo che "arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo", perché cresca il corpo di Cristo "in modo da edificare se stesso nella carità" (Ef 4,13.16).
In questa prospettiva saluto di cuore e con gratitudine la delegazione della Chiesa ortodossa di Costantinopoli, che è inviata dal Patriarca ecumenico Bartolomeo I, al quale rivolgo un cordiale pensiero. Guidata dal Metropolita Ioannis, è venuta a questa nostra festa e partecipa alla nostra celebrazione. Anche se ancora non concordiamo nella questione dell'interpretazione e della portata del ministero petrino, stiamo però insieme nella successione apostolica, siamo profondamente uniti gli uni con gli altri per il ministero vescovile e per il sacramento del sacerdozio e confessiamo insieme la fede degli Apostoli come ci è donata nella Scrittura e come è interpretata nei grandi Concili. In quest'ora del mondo piena di scetticismo e di dubbi, ma anche ricca di desiderio di Dio, riconosciamo nuovamente la nostra missione comune di testimoniare insieme Cristo Signore e, sulla base di quell'unità che già ci è donata, di aiutare il mondo perché creda. E supplichiamo il Signore con tutto il cuore perché ci guidi all'unità piena in modo che lo splendore della verità, che sola può creare l'unità, diventi di nuovo visibile nel mondo.
Il Vangelo di questo giorno ci parla della confessione di san Pietro da cui ha avuto inizio la Chiesa: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16,16). Avendo parlato oggi della Chiesa una, cattolica e apostolica, ma non ancora della Chiesa santa, vogliamo ricordare in questo momento un'altra confessione di Pietro pronunciata nel nome dei Dodici nell'ora del grande abbandono: "Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio" (Gv 6,69). Che cosa significa? Gesù, nella grande preghiera sacerdotale, dice di santificarsi per i discepoli, alludendo al sacrificio della sua morte (Gv 17,19). Con questo Gesù esprime implicitamente la sua funzione di vero Sommo Sacerdote che realizza il mistero del "Giorno della Riconciliazione", non più soltanto nei riti sostitutivi, ma nella concretezza del proprio corpo e sangue. La parola "il Santo di Dio" nell'Antico Testamento indicava Aronne come Sommo Sacerdote che aveva il compito di compiere la santificazione d'Israele (Sal 105,16; vgl. Sir 45,6). La confessione di Pietro in favore di Cristo, che egli dichiara il Santo di Dio, sta nel contesto del discorso eucaristico, nel quale Gesù annuncia il grande Giorno della Riconciliazione mediante l'offerta di se stesso in sacrificio: "Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo" (Gv 6,51). Così, sullo sfondo di questa confessione, sta il mistero sacerdotale di Gesù, il suo sacrificio per tutti noi. La Chiesa non è santa da se stessa; consiste infatti di peccatori – lo sappiamo e lo vediamo tutti. Piuttosto, essa viene sempre di nuovo santificata dall’amore purificatore di Cristo. Dio non solo ha parlato: ci ha amato molto realisticamente, amato fino alla morte del proprio Figlio. E’ proprio da qui che ci si mostra tutta la grandezza della rivelazione che ha come iscritto nel cuore di Dio stesso le ferite. Allora ciascuno di noi può dire personalmente con san Paolo: "Io vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Gal 2,20). Preghiamo il Signore perché la verità di questa parola si imprima profondamente, con la sua gioia e la sua responsabilità, nel nostro cuore; preghiamo perché irradiandosi dalla Celebrazione eucaristica, essa diventi sempre di più la forza che plasma la nostra vita.

Ratzinger - Benedetto XVI. Solennità SS. Pietro e Paolo. Omelia. 2006

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"Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa" (Mt 16, 18). Che cosa dice propriamente il Signore a Pietro con queste parole? Quale promessa gli fa con esse e quale incarico gli affida? E che cosa dice a noi – al Vescovo di Roma, che siede sulla cattedra di Pietro, e alla Chiesa di oggi? Se vogliamo comprendere il significato delle parole di Gesù, è utile ricordarsi che i Vangeli ci raccontano di tre situazioni diverse in cui il Signore, ogni volta in un modo particolare, trasmette a Pietro il compito che gli sarà proprio. Si tratta sempre dello stesso compito, ma dalla diversità delle situazioni e delle immagini usate diventa più chiaro per noi che cosa in esso interessava ed interessa al Signore.
Nel Vangelo di san Matteo che abbiamo ascoltato poco fa, Pietro rende la propria confessione a Gesù riconoscendolo come Messia e Figlio di Dio. In base a ciò gli viene conferito il suo particolare compito mediante tre immagini: quella della roccia che diventa pietra di fondamento o pietra angolare, quella delle chiavi e quella del legare e sciogliere. In questo momento non intendo interpretare ancora una volta queste tre immagini che la Chiesa, nel corso dei secoli, ha spiegato sempre di nuovo; vorrei piuttosto richiamare l'attenzione sul luogo geografico e sul contesto cronologico di queste parole. La promessa avviene presso le fonti del Giordano, alla frontiera della terra giudaica, sul confine verso il mondo pagano. Il momento della promessa segna una svolta decisiva nel cammino di Gesù: ora il Signore s'incammina verso Gerusalemme e, per la prima volta, dice ai discepoli che questo cammino verso la Città Santa è il cammino verso la Croce: "Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno" (Mt 16, 21). Ambedue le cose vanno insieme e determinano il luogo interiore del Primato, anzi della Chiesa in genere: continuamente il Signore è in cammino verso la Croce, verso la bassezza del servo di Dio sofferente e ucciso, ma al contempo è sempre anche in cammino verso la vastità del mondo, nella quale Egli ci precede come Risorto, perch? nel mondo rifulga la luce della sua parola e la presenza del suo amore; è in cammino perch? mediante Lui, il Cristo crocifisso e risorto, arrivi nel mondo Dio stesso. In questo senso Pietro, nella sua Prima Lettera, si qualifica "testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi" (5, 1). Per la Chiesa il Venerdì Santo e la Pasqua esistono sempre insieme; essa è sempre sia il grano di senapa sia l'albero fra i cui rami gli uccelli del cielo si annidano. La Chiesa – ed in essa Cristo – soffre anche oggi. In essa Cristo viene sempre di nuovo schernito e colpito; sempre di nuovo si cerca di spingerlo fuori del mondo. Sempre di nuovo la piccola barca della Chiesa è squassata dal vento delle ideologie, che con le loro acque penetrano in essa e sembrano condannarla all'affondamento. E tuttavia, proprio nella Chiesa sofferente Cristo è vittorioso. Nonostante tutto, la fede in Lui riprende forza sempre di nuovo. Anche oggi il Signore comanda alle acque e si dimostra Signore degli elementi. Egli resta nella sua barca, nella navicella della Chiesa. Così anche nel ministero di Pietro si rivela, da una parte, la debolezza di ciò che è proprio dell'uomo, ma insieme anche la forza di Dio: proprio nella debolezza degli uomini il Signore manifesta la sua forza; dimostra che è Lui stesso a costruire, mediante uomini deboli, la sua Chiesa.
Rivolgiamoci ora al Vangelo di san Luca che ci racconta come il Signore, durante l'Ultima Cena, conferisce nuovamente un compito speciale a Pietro (cfr Lc 22, 31-33). Questa volta le parole di Gesù rivolte a Simone si trovano immediatamente dopo l'istituzione della Santissima Eucaristia. Il Signore si è appena donato ai suoi, sotto le specie del pane e del vino. Possiamo vedere nell'istituzione dell'Eucaristia il vero e proprio atto fondativo della Chiesa. Attraverso l'Eucaristia il Signore dona ai suoi non solo se stesso, ma anche la realtà di una nuova comunione tra di loro che si prolunga nei tempi "finch? Egli venga" (cfr 1Cor 11, 26). Mediante l'Eucaristia i discepoli diventano la sua casa vivente che, lungo la storia, cresce come il nuovo e vivente tempio di Dio in questo mondo. E così Gesù, subito dopo l'istituzione del Sacramento, parla di ciò che l'essere discepoli, il "ministero", significa nella nuova comunità: dice che esso è un impegno di servizio, così come Egli stesso si trova in mezzo a loro come Colui che serve. E allora si rivolge a Pietro. Dice che Satana ha chiesto di poter vagliare i discepoli come il grano. Questo evoca il passo del Libro di Giobbe, in cui Satana chiede a Dio la facoltà di colpire Giobbe. Il diavolo – il calunniatore di Dio e degli uomini – vuole con ciò provare che non esiste una vera religiosità, ma che nell'uomo tutto mira sempre e soltanto all'utilità. Nel caso di Giobbe, Dio concede a Satana la libertà richiesta proprio per poter con ciò difendere la sua creatura, l'uomo, e se stesso. E così avviene anche con i discepoli di Gesù – in tutti i tempi. A noi tante volte sembra che Dio lasci a Satana troppa libertà; che gli conceda la facoltà di scuoterci in modo troppo terribile; e che questo superi le nostre forze e ci opprima troppo. Sempre di nuovo grideremo a Dio: Ahimè, guarda la miseria dei tuoi discepoli, deh, proteggici! Infatti Gesù continua: "Io ho pregato, che non venga meno la tua fede" (Lc 22, 32). La preghiera di Gesù è il limite posto al potere del maligno. Il pregare di Gesù è la protezione della Chiesa. Possiamo rifugiarci sotto questa protezione, aggrapparci ad essa e di essa essere sicuri. Ma – come ci dice il Vangelo – Gesù prega in modo particolare per Pietro: "…perch? non venga meno la tua fede". Questa preghiera di Gesù è insieme promessa e compito. La preghiera di Gesù tutela la fede di Pietro; quella fede che egli ha confessato a Cesarea di Filippo: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16, 16). Ecco: non lasciare mai che questa fede diventi muta, rinfrancarla sempre di nuovo, proprio anche di fronte alla croce e a tutte le contraddizioni del mondo: questo è il compito di Pietro. Perciò appunto il Signore non prega soltanto per la fede personale di Pietro, ma per la sua fede come servizio agli altri. È proprio questo che Egli intende dire con le parole: "E tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli" (Lc 22, 32).
"Tu, una volta ravveduto" – questa parola è insieme profezia e promessa. Essa profetizza la debolezza di Simone che, di fronte ad una serva ed un servo, negherà di conoscere Gesù. Attraverso questa caduta Pietro – e con lui la Chiesa di tutti i tempi – deve imparare che la propria forza da sola non è sufficiente per edificare e guidare la Chiesa del Signore. Nessuno ci riesce soltanto da s?. Per quanto Pietro sembri capace e bravo – già nel primo momento della prova fallisce. "Tu, una volta ravveduto" – il Signore, che gli predice la caduta, gli promette anche la conversione: "Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro…" (Lc 22, 61). Lo sguardo di Gesù opera la trasformazione e diventa la salvezza di Pietro: Egli, "uscito, pianse amaramente" (22, 62). Vogliamo sempre di nuovo implorare questo sguardo salvatore di Gesù: per tutti coloro che, nella Chiesa, portano una responsabilità; per tutti coloro che soffrono delle confusioni di questo tempo; per i grandi e per i piccoli: Signore, guardaci sempre di nuovo e così tiraci su da tutte le nostre cadute e prendici nelle tue mani buone.
Il Signore affida a Pietro il compito per i fratelli attraverso la promessa della sua preghiera. L'incarico di Pietro è ancorato alla preghiera di Gesù. È questo che gli dà la sicurezza del suo perseverare attraverso tutte le miserie umane. E il Signore gli affida questo incarico nel contesto della Cena, in connessione con il dono della Santissima Eucaristia. La Chiesa, nel suo intimo, è comunità eucaristica e così comunione nel Corpo del Signore. Il compito di Pietro è di presiedere a questa comunione universale; di mantenerla presente nel mondo come unità anche visibile. Egli, insieme con tutta la Chiesa di Roma, deve – come dice sant'Ignazio di Antiochia – presiedere alla carità: presiedere alla comunità di quell'amore che proviene da Cristo e, sempre di nuovo, oltrepassa i limiti del privato per portare l'amore di Cristo fino ai confini della terra.
Il terzo riferimento al Primato si trova nel Vangelo di san Giovanni (21, 15-19). Il Signore è risorto, e come Risorto affida a Pietro il suo gregge. Anche qui si compenetrano a vicenda la Croce e la Risurrezione. Gesù predice a Pietro che il suo cammino andrà verso la croce. In questa Basilica eretta sopra la tomba di Pietro – una tomba di poveri – vediamo che il Signore proprio così, attraverso la Croce, vince sempre. Il suo potere non è un potere secondo le modalità di questo mondo. È il potere del bene – della verità e dell'amore, che è più forte della morte. Sì, è vera la sua promessa: i poteri della morte, le porte degli inferi non prevarranno contro la Chiesa che Egli ha edificato su Pietro (cfr Mt 16, 18) e che Egli, proprio in questo modo, continua ad edificare personalmente.
In questa solennità dei santi Apostoli Pietro e Paolo mi rivolgo in modo speciale a voi, cari Metropoliti, venuti da numerosi Paesi del mondo per ricevere il Pallio dal Successore di Pietro. Vi saluto cordialmente insieme a quanti vi hanno accompagnato. Saluto inoltre con particolare gioia la Delegazione del Patriarcato Ecumenico presieduta da Sua Eminenza Joannis Zizioulas, Metropolita di Pergamo, Presidente della Commissione Mista Internazionale per il dialogo teologico tra cattolici e ortodossi. Sono grato al Patriarca Bartolomeo I e al Santo Sinodo per questo segno di fraternità, che rende manifesto il desiderio e l'impegno di progredire più speditamente sulla via dell'unità piena che Cristo ha invocato per tutti i suoi discepoli. Noi sentiamo di condividere l'ardente desiderio espresso un giorno dal Patriarca Atenagora e dal Papa Paolo VI: di bere insieme allo stesso Calice e di mangiare insieme il Pane che è il Signore stesso. Imploriamo nuovamente, in questa occasione, che tale dono ci sia concesso presto. E ringraziamo il Signore di trovarci uniti nella confessione che Pietro a Cesarea di Filippo fece per tutti i discepoli: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". Questa confessione vogliamo insieme portare nel mondo di oggi. Ci aiuti il Signore ad essere, proprio in quest'ora della nostra storia, veri testimoni delle sue sofferenze e partecipi della gloria che deve manifestarsi (1Pt 5, 1). Amen!

Commento al Vangelo della Solennità dei SS. PIETRO E PAOLO

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«Ipse est Petrus cui dixit: “Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam”. Ubi ergo Petrus, ibi Ecclesia; ubi Ecclesia, ibi nulla mors, sed vita aeterna» «Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa; dove c'è la Chiesa, lì non c'è affatto morte ma vita eterna».

Sant'Ambrogio, Enarrationes in XII Psalmos davidicos; PL 14, 1082


«Ipse est Petrus cui dixit: “Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam”. Ubi ergo Petrus, ibi Ecclesia; ubi Ecclesia, ibi nulla mors, sed vita aeterna» (Enarrationes in XII Psalmos davidicos; PL 14, 1082). «Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa; dove c'è la Chiesa, lì non c'è affatto morte ma vita eterna». Pietro e la Chiesa. E la vita, e la fine della morte. E' questo il desiderio d'ogni uomo, il nostro desiderio d'oggi, il più profondo, il più intenso, l'anelito che freme insopprimibile in ogni parola, pensiero, azione. La vita e mai più nessuna morte. I peccati stessi gridano il nostro desiderio di felicità eterna, che si tramuta purtroppo in fuga da ogni sofferenza confondendo il piacere con l'eterno esistere a cui aspiriamo. Le guerre, i divorzi, financo gli aborti, e gli abomini genetici, e le nostre ore intrise di rabbia, malinconia, ribellioni e mormorazioni. Non ci arrendiamo all'ineluttabile scorrere, v'è dentro un grido più forte di tutto, l'accorato appello lanciato ad una vita che sembra sorda ad ogni richiamo, che sfugge malvagia senza risposta. Tutti drogati di qualcosa o di qualcuno, sperando il cristallizzarsi, seppur effimero, d'un secondo almeno, un istante di tregua e di pace dove cullare le deluse speranze vissute solo in un sogno. Leopardi descriveva magistralmente i sentimenti che s’affastellano in noi:

"Questo è quel mondo? questi
i diletti, l'amor, l'opre, gli eventi
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte dell'umane genti?
All'apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano" (G. Leopardi, A Silvia).

Il "vero" che ci travolge, e ci spalanca "ignude tombe", e dolori, e lacrime, e delusioni. La vita come il cammino dei due di Emmaus, che avevano sperato in Lui, Gesù di Nazaret, profeta potente in parole ed opere, che li avrebbe liberati e invece.... Anche Lui chiuso in una "tomba ignuda", anche Lui "all'apparir del vero" è caduto "misero" e solo. E son tre giorni ormai. E le lacrime di Pietro, il tradimento e un amore strozzato nella paura di morire, di fare la stessa fine atroce. Come noi, come tutti. Lacrime e delusioni, sconfitte e "ignude tombe". E nudo il Signore è sceso nella tomba, un sudario a venerarne le piaghe, e una pietra a sigillare le speranze. Nudo come tutti noi. Tre giorni. Un'eternità. Il silenzio e le lacrime. Tutto infranto e i desideri spezzati. E una sera, all'imbrunire d'un giorno di paura, i chiavistelli della vita ben serrati, nella stanza d’una pasqua appena volata via, ecco d’improvviso apparire un volto incandescente di luce, una voce, un saluto di Pace che trapassa i muri e i cuori. La Sua voce, il Suo volto, le Sue piaghe. E' Lui, è proprio Lui, I segni del Suo amore inchiodato ad un legno, e quella luce da quelle ferite. E la gioia, incontenibile, era morto ed ora è qui, è vivo, è tornato dall'ignuda tomba. Vittorioso. Sulla morte. Sul peccato. Lì, in quel cenacolo, la vita. E' scomparsa la morte, è apparsa la vita. La vita eterna. In mezzo a quel manipolo terrorizzato, che è scappato, che ha tradito, l'amore è esploso in una vita più forte della morte. Il perdono per ogni peccato. E Pietro, lui, la roccia, lui, il primo, il primo ad essere perdonato. Il primato del perdono e la roccia della Chiesa, della Sua Chiesa, è la misericordia. La beatitudine di Pietro, e di noi con lui, è tutta in questa esperienza: Pietro, il papa, perdonato da una Grazia celeste; un perdono che nè carne e nè sangue possono rivelare. Un perdono che viene dal sepolcro, che ha attraversato l'inferno, che s'è fatto dono gratuito e immeritato. Perdonato. Solo uno sguardo perdonato può riconoscere Dio. I puri di cuore vedono Dio; gli occhi purificati nella Sua misericordia riconoscono Dio in un povero rabbì di Nazaret. Il figlio di Giuseppe, un uomo, Lui è il Messia. Dio fatto uomo. Nella precarietà, nelle contraddizioni della carne, in un corpo corruttibile abita Dio, e vive la Sua Vita immmortale. La Vita nella morte. E' la fede della Chiesa, la risposta ad ogni speranza, sulla strada di Emmaus e sulle strade d'ogni uomo, all'apparir d'ogni vero e in tutte le ignude tombe, la vita che brilla nel perdono più forte della morte. L'amore di Dio che vince il sepolcro. Pietro, amato e perciò vivo. Pietro, perdonato e per questo roccia e fondamento della Chiesa. «Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa; dove c'è la Chiesa, lì non c'è affatto morte ma vita eterna».Con Pietro nella Chiesa si apprende l'amore. Ed in esso la Vita. Quella preparata per ogni uomo. La Chiesa porta del Cielo per ogni carne. Ed un Pastore a guidare il cammino. Un Pastore incarnato nel pastore che ci è donato. Pietro, ed ogni papa, schiude le porte del Cielo offrendo gratuitamente ad ogni uomo l'amore di Dio, la Sua misericordia. Un Pastore che prende il largo gettando le reti sulle parole di Gesù. "Anche oggi viene detto alla Chiesa e ai successori degli apostoli di prendere il largo nel mare della storia e di gettare le reti, per conquistare gli uomini al Vangelo - a Dio, a Cristo, alla vera vita. I Padri hanno dedicato un commento molto particolare anche a questo singolare compito. Essi dicono così: per il pesce, creato per l'acqua, è mortale essere tirato fuori dal mare. Esso viene sottratto al suo elemento vitale per servire di nutrimento all'uomo. Ma nella missione del pescatore di uomini avviene il contrario. Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita. Nella missione di pescatore di uomini, al seguito di Cristo, occorre portare gli uomini fuori dal mare salato di tutte le alienazioni verso la terra della vita, verso la luce di Dio. È proprio così: noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini. E solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita. Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell'evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario. Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l'amicizia con lui. Il compito del pastore, del pescatore di uomini può spesso apparire faticoso. Ma è bello e grande, perchè in definitiva è un servizio alla gioia, alla gioia di Dio che vuol fare il suo ingresso nel mondo" (Benedetto XVI, omelia alla Santa Messa di inizio Pontificato) . E sulla porta del mondo Pietro, garante e custode della Parola d'amore incarnata qui ed ora, in questa nostra storia che sembra accendersi solo alla vista del sangue. E dell'odio. E della vendetta. A questo mondo, che è fuori e dentro ciascuno di noi, Pietro dischiude le porte della sua casa, la Chiesa dov'è vivo Cristo. La casa di Pietro, le viscere di misericordia di Dio. Dialogo, tolleranza, rispetto. Tutto va bene per le umane, povere forze spese ad arginare il male. La casa di Pietro invece spalanca il Cielo, l'amore eterno, che è perdono e misericordia e dono, unico scoglio ad infrangere ogni male. E' la Chiesa, Madre e Maestra d'amore e di pace. E' Pietro, che presiede nella carità un manipolo di poveri uomini strappati all'inganno. La Chiesa e il suo gregge, uniti a Pietro, in ogni generazione segno dell'unica speranza, Cristo, lo sguardo di misericordia del Padre su ogni uomo. Oggi. E sempre.

Nella storia di San Paolo possiamo leggere la nostra vita. Era deciso, sicuro, religioso, zelante. Era tutto per Dio, per Lui era disposto ad incarcerare, e a uccidere. Come noi, al lavoro, in famiglia, con amici e vicini. Abbiamo la Parola di Dio dalla nostra, ne siamo certi, dobbiamo estirpare l'errore. I principi e le loro questioni muovono le nostre menti e le nostre azioni cento volte al giorno. Discussioni senza fine, polemiche, al bar, nella pausa pranzo, tra una lezione e l'altra, a cena la sera con consorte e figli. Indossata la corazza della nostra giustizia corriamo anche noi ogni giorno verso Damasco, recando lettere che ci autorizzano a gettare in prigione chi pretende di uscire dai nostri schemi. Anche in Chiesa, nelle comunità dove camminiamo per convertirci, nelle riunioni, nelle assemblee. Preti, laici, non v'è differenza, portiamo tutti la stessa armatura di certezze che abbigliava San Paolo. Ma accade l'imprevisto. Qualcosa acui Saulo non era preparato. Qualcuno appare sul suo cammino e smonta le sue certezze. Qualcuno lo cerca, lo chiama, lo ama. Ed è una luce improvvisa e una voce capace di stravolgere la sua vita. Un fatto, un avvenimento, un incontro. Ed inizia la conversione, la Teshuvà, il ritorno al vero, al bello, al buono, al santo. San Paolo incontra Cristo, ne è raggiunto, conquistato, avvinto. E' una passione più forte d'ogni suo peccato, d'ogni sua ignoranza, d'ogni suo passato. Una scintilla d'amore e nasce una cosa nuova, una creatura nuova. E possiamo leggere ogni sua lettera ed incontrarvi, in filigrana, la sua esperienza, indelebile, viva, vera, il suo incontro decisivo con Chi aveva perseguitato. Criteri, pensieri, cuore, atteggiamenti, modo di vivere, cambia tutto. Per pura Grazia. E, per San Paolo, questo ha significato ascoltare una chiamata, profilarsi chiara una missione, compiersi un'elezione. E comprende che tutto nella sua vita era orientato a quell'istante. Dio lo aveva preparato, misteriosamente, senza moralismi, salvaguardando ogni millimetro della sua libertà, accompagnando i suoi passi, permettendo che si impantanassero nell'ingiustizia, che combinassero guai e si lasciassero dietro una linea di sangue e di dolore. Dio ha avuto pazienza, e lo ha atteso nel momento più virile della sua esistenza, laddove era lanciato verso il compimento d'una menzogna. E lì, sul selciato del suo cammino, laddove Paolo era precipitato, esattamente come Paolo era, lo ha amato. Lo ha accolto, lo ha ricreato. In una parola di misericordia che gli svelava la verità. Un perchè che gli si è conficcato nel cuore, una risposta mancante, e una chiamata. E' incredibile, come già era accaduto a Pietro sulle sponde del Lago di Galilea, nessun rimprovero, solo una luce ad illuminare il proprio nulla e subito un invio, una missione, una vita nuova, la vera, la santa, la piena che Dio, da sempre, aveva in mente per lui. La vita fantastica dell'apostolo delle genti sorgeva da lì, dal suo nulla, da quello che era stata sino ad allora la sua vita. Dio aveva tratto dalla morte la vita, e quando Paolo dirà che ha visto Cristo nella carne, che gli è apparso risuscitato è all'esperienza sulla via di Damasco che dobbiamo tornare. E' lì che Paolo ha conosciuto la risurrezione di Cristo, capace di risuscitare anche la sua vita, di fare di un persecutore un perseguitato, di un determinato accusatore uno zelante annunciatore. I segni che accompagnano gli apostoli nella missione universale, per San Paolo hanno cominciato a compiersi in quel mezzogiorno. Il demonio era vinto, il veleno della menzogna aveva smesso di recargli danno, il serpente che aveva tra le mani e che lo aveva sedotto con la propria pretesa giustizia era ridotto all'inoffensività. Lui, malato senza Cristo, era guarito dall'incontro con Cristo. La sua vita capovolta, lanciata, con lo stesso ardore, con più zelo, sulle strade che aveva detestato, quelle dell'annuncio infaticabile del Vangelo. Appare anche a noi, oggi, Cristo. Il perchè che ha fermato Saulo ci viene incontro oggi, nella situazione concreta che stiamo vivendo. Perchè perseguitiamo il Signore, incarnato in nostra moglie, nei nostri figli, nei colleghi, nella suocera, nel condomino. E forse anche in noi stessi. Già, perchè? Perchè ci manca Lui, ci manca il suo amore, la sua parola di misericordia, la sua chiamata. E Lui ci viene incontro, e fa di noi i suoi apostoli, e ci lancia in tutto il mondo, lavoro, scuola, casa, supermercato, parrocchia, o dove sia. Ci manda oggi laddove abbiamo combinato macelli con i nostri peccati, sui sentieri che abbiamo sporcato con le maldicenze, con i giudizi, con i compromessi, con le bugie, con le concupiscienze, con l'arroganza e la superbia. Ci invia accompagnandoci con i segni della sua vittoria che compie la nostra conversione. Ci invia come agnelli, noi, che, senza di Lui, non siamo altro che dei lupi. Ci invia con i segni della sua misericordia che trasforma, istante dopo istante, la nostra vita, perchè anche gli altri possano vedere, credere, e conoscere il Signore.

Commento al Vangelo della XII domenica del Tempo Ordinario A




IL Commento

Siamo indissolubilmente legati al Signore che ci ha inviati. Non possiamo pensare un destino diverso dal suo. E' l'opera che Dio ha pensato per ciascuno di noi, suoi familiari. Il demonio ci inganna e ci porta a temere quello di cui invece non v'è d'aver paura.
Le persecuzioni, le calunnie, la croce, sono scritte nel libro della nostra vita. Certo la paura umana di fronte alle sofferenze è normale. Ma qui si tratta di un timore che condiziona la nostra esistenza, che ci spinge a scappare, ad alienarci e sbiadisce i contorni della verità sino a confonderli con la menzogna.
Abbandonati al Signore occorre imparare il santo timore di Dio. Quel timore di perdere la sua Grazia, il suo amore, la sua familiarità. Il timore che è principio di Sapienza e di immortalità. Il timore che ha le radici nella speranza del compimento di questo amore che già, qui ed ora, stiamo pregustando. Siamo preziosi ai suoi occhi.
Ed in noi è prezioso per Dio ogni uomo, anche chi ci perseguita. Unico timore è l'inferno, per cui ogni istante della nostra vita è speso a testimoniare il Cielo per strappare questa generazione dall'inganno che connduce alla Geenna. Il nostro santo timore è la porta del Cielo per chi ci è accanto. Familiari, amici, colleghi, nemici.

P. Raniero Cantalamessa. Abbiate timore, ma non abbiate paura!



Il vangelo di questa domenica contiene diversi spunti, ma tutti si possono riassumere in questa frase apparentemente contraddittoria: "Abbiate timore, non abbiate paura". Dice Gesù: "Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna". Degli uomini non dobbiamo avere né timore, né paura; di Dio dobbiamo avere timore, ma non paura.

C'è dunque differenza tra paura e timore e cerchiamo in questa occasione di capire perché e in che consiste. La paura è una manifestazione del nostro istinto fondamentale di conservazione. È la reazione a una minaccia portata alla nostra vita, la risposta a un pericolo vero o presunto: dal pericolo più grande di tutti, che è quello della morte, ai pericoli particolari che minacciano o la tranquillità, o la incolumità fisica, o il no­stro mondo affettivo.

A seconda che si tratti di pericoli reali, o immaginari, si parla di paure giustificate e di paure ingiustificate e patologiche. Come le malattie, le paure possono essere o acute o croniche. Le paure acute sono stati determinati da una situazione di pericolo straordinario. Se io sto per essere investito da un'auto, o comincio a sentire la terra tremarmi sotto i piedi per il terremoto, queste sono paure acute. Questi spaventi, come sorgono improvvisamente e senza preavviso, così scompaiono con il cessare del pericolo, lasciando semmai solo un brutto ricordo. Le paure croniche sono quelle che vivono con noi, che ci portiamo dietro dalla nascita o dall'infanzia che crescono con noi, che diventano parte del nostro essere, e alle quali finiamo a volte perfino per affezionarci. Li chiamiamo complessi o fobie: claustrofobia, agorafobia e via dicendo.

Il vangelo ci aiuta a liberarci da tutte queste paure rivelando il carattere relativo, non assoluto, dei pericoli che le causano. C'è qualcosa di noi che niente e nessuno al mondo può veramente toglierci o danneggiare: per i credenti è l'anima immortale, per tutti la testimonianza della propria coscienza.

Ben diverso dalla paura è il timore di Dio. Il timore di Dio si deve imparare: "Venite, figli, ascoltatemi, dice un salmo; vi insegnerò il timore del Signore" (Sal 33,12); la paura invece, non c'è bisogno di impararla a scuola; sopraggiunge d'improvviso davanti al pericolo; le cose si incaricano da sole di incuterci paura.

Ma è il senso stesso del timore di Dio che è diverso dalla paura. Esso è una componente della fede: nasce dal sapere chi è Dio. È lo stesso sentimento che ci coglie davanti a uno spettacolo grandioso e solenne della natura. È il sentirsi piccoli di fronte a qualcosa di immensamente più grande di noi; è stupore, meraviglia, misti ad ammirazione. Di fronte al miracolo del paralitico che si alza in piedi e cammina, si legge nel vangelo, "tutti rimasero stupiti e davano lode a Dio; pieni di timore dicevano: Oggi abbiamo visto cose prodigiose" (Lc 5, 26). Il timore è qui semplicemente un altro nome dello stupore e della lode.

Questo genere di timore è compagno e alleato dell'amore: è la paura di dispiacere all'amato che si nota in ogni vero innamorato anche nell'esperienza umana. È chiamato spesso "principio della sapienza" perché porta a fare le scelte giuste nella vita. È addirittura uno dei sette doni dello Spirito Santo (cf. Is 11, 2)!

Come sempre, il vangelo non illumina solo la nostra fede, ma ci aiuta anche a capire la nostra realtà quotidiana. La nostra è stata definita un'epoca di angoscia (W. H. Auden). L'ansia, figlia della paura, è diventata la malattia del secolo ed è, dicono, una delle cause principali del moltiplicarsi degli infarti. Come spiegare questo fatto dal momento che noi abbiamo oggi, rispetto al passato, tante maggiori sicurezze economiche, assicurazioni sulla vita, mezzi per fronteggiare le malattie e ritardare la morte?

Il motivo è che è diminuito, se non scomparso del tutto, nella nostra società il santo timore di Dio. "Non c'è più timor di Dio!", lo ripetiamo a volte come battuta scherzosa, ma contiene una tragica verità. Più diminuisce il timore di Dio, più cresce la paura degli uomini! È facile da capire il perché di ciò. Dimenticando Dio, noi riponiamo ogni fiducia nelle cose di quaggiù, cioè in quelle cose che, a dire di Cristo, "il ladro può portare via e la tignola consumare". Cose aleatorie che ci possono venir meno da un momento all'altro, che il tempo (la tignola!) inesorabilmente consuma. Cose che tutti ambiscono e che scatenano perciò concorrenza e rivalità (il famoso "desiderio mimetico" di cui parla René Girard), cose che bisogna difendere a denti stretti e a volte con il fucile in mano.

La caduta del timore di Dio, anziché più liberi dalla paure, ci ha resi impastati di esse. Guardiamo cosa succede nel rapporto tra genitori e figli nella nostra società. I padri hanno abbandonato il timore di Dio e i figli hanno abbandonato il timore dei padri! Il timore di Dio ha il suo riflesso e il suo equivalente in terra nel timore riverenziale dei figli verso i genitori. La Bibbia associa continuamente le due cose. Ma il fatto di non avere più nessun timore o rispetto dei genitori, rende forse i ragazzi e gli adolescenti di oggi più liberi e sicuri di sé? Sappiamo bene che è vero esattamente il contrario.

La via per uscire dalla crisi è riscoprire la necessità e la bellezza del santo timore di Dio. Gesú ci spiega proprio nel vangelo di domani che compagna inseparabile del timore è la fiducia in Dio. "Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!". Dio non vuole incuterci timore, ma fiducia. Il contrario di quell'imperatore romano che diceva: "Oderint dum metuant": mi odino pure, perché mi temano! Così dovrebbero fare anche i padri terreni: non incutere timore, ma fiducia. È proprio così che si alimenta il rispetto, l'ammirazione, la confidenza, tutto ciò che va sotto il nome di "sano timore".

Don Divo Barsotti. L'attesa del Regno




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Chiamò a sé i dodici

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COMMENTO di don Romeo Maggioni - tratto dal sito Giubileo 2000

Parola del Signore Dopo l’annuncio del Regno, dopo i primi segni che attestano la premura di Dio verso anche i più lontani, ecco ora il primo strutturarsi di questo Regno, con la scelta dei Dodici e la loro missione.
Non è un inizio, ma una ripresa. Il popolo di Dio era nato al Sinai, dove il Signore aveva sognato di fare di Israele “una sua proprietà particolare tra tutti i popoli, un regno di sacerdoti e una nazione santa”.
Ma questo era venuto meno, e ora Gesù si trova davanti un popolo disperso: “Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore che non hanno pastore”, senza Dio.
“Allora disse: la messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!”. Perciò costituisce il nuovo Israele su dodici nuovi fondamenti: i dodici apostoli con a capo Pietro; continuazione e superamento del popolo delle dodici antiche tribù. Fonda la sua Chiesa.

1) L’INIZIATIVA DI DIO

Nell’antico Israele si dice che l’iniziativa è tutta di Dio: “Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me” (I lett.). Nel nuovo Israele è “il Signore della messe che manda operai nella sua messe”. Gesù ora chiama e dà ai Dodici “il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e di guarire ogni malattia e ogni infermità”. Comunica loro gli stessi suoi poteri messianici e ne fa come il suo prolungamento: “Predicate, dicendo che il Regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, cacciate i demoni”. Agiscono non per loro capacità, ma per dono e delega divina: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.
Del resto, san Paolo afferma che la salvezza ci è data nel segno di una gratuità che sorpassa ogni nostro merito e persino attesa. “Fratelli, quando eravamo ancora deboli, Cristo morì per gli empi”. Se è fuori della nostra logica voler bene a dei nemici, “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”; “quando eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo”. La Chiesa, la comunità dei salvati, si fonda proprio su quel gesto di Cristo che, attualizzato nel segno sacramentale dell’Eucaristia, viene rinnovato dagli Apostoli: “Fate questo in memoria di me”. E’ il contenuto e la forza della missione apostolica.
Il risultato sarà di poter realizzare finalmente quel popolo di Dio sognato da lontano (appunto fin dal tempo di Mosè). Dopo un po’ di anni di ministero, Pietro potrà dire dei suoi: “Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa. Un tempo voi eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio; un tempo eravate esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia” (1Pt 2,9-10). Tra loro c’erano già dei pagani venuti alla fede, ma anche molti di quei primi ai quali i Dodici erano stati inviati come primizia: “alle pecore perdute della casa di Israele”.

2) LA MEDIAZIONE APOSTOLICA

All’iniziativa di Dio, attuata da Cristo, segue oggi la mediazione degli Apostoli. La Chiesa è questo edificio che ci raccoglie tutti come famiglia di Dio: “Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d'angolo lo stesso Cristo Gesù” (Ef 2,19-20). Nel “Credo” professiamo la Chiesa “apostolica”, perché per tramite loro e dei loro successori (il Papa e i Vescovi), noi abbiamo accesso diretto al fondamento che è Cristo. E per mezzo suo abbiamo accesso al Padre: "Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato" (Mt 10,40). Dirà san Cipriano: “Nessuno può avere Dio per Padre se non ha la Chiesa per madre”.
Agli apostoli, è stato detto: “Predicate...”. A loro è stato conferito il dono dello Spirito, per il quale vengono rimessi i peccati. A Pietro e a tutti i Dodici è stato dato il potere delle chiavi per guidare e difendere la Chiesa contro ogni assalto nemico. A loro Gesù disse: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino a quando questo tempo sarà compiuto” (Mt 28,20). Il pacchetto del “Sacro” che santifica gli uomini, è stato affidato alle loro mani. Tramite il loro servizio s’incarna e si prolunga nel tempo l’opera di Cristo. “Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me” (Lc 10,16). Non c’è soggettivismo religioso che tenga di fronte ad una storicizzazione e oggettivazione dell’opera di Cristo che passa attraverso uomini e istituzioni. Non è serio e logico dire: "Cristo sì, la Chiesa no"!
Scelta, quella di Gesù, anche discutibile. “I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, ...”. In quest’elenco non c’è gente che brilli per prestigio umano, anzi. La loro origine è modesta, modestissima anche moralmente per alcuni, se Matteo era un pubblicano, cioè uno strozzino delle tasse; Simone uno zelota, cioè un 'terrorista' politico. Modesti anche per fedeltà ed esemplarità: Pietro lo rinnegò, Giuda lo tradì, gli altri fuggirono al momento della prova. “Ma ciò che nel mondo è debole, Dio lo ha scelto per confondere i forti; ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato, e ciò che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre a nulla le cose che sono” (1Cor 1,27-29). Non per creare ostacoli, ma perché nella debolezza di questi si riveli la potenza di Dio, perché si comprenda che la Chiesa e la salvezza sono solo opera di Dio.

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Ritorniamo a Gesù che si gettò nella sua missione perché “vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore che non hanno pastore”.
La situazione dell’uomo di oggi non suscita minor compassione. Chi sa guardare con l’occhio dell’eterno, ha compassione del trionfo dell’effimero. Chi esige la verità, non sopporta più lo stordimento delle opinioni. Chi crede alla libertà, ha orrore dell’impero della manipolazione televisiva. L’uomo più attento invoca un aiuto e una salvezza. Attorno alla Chiesa si va raccogliendo più udienza e attesa; oggi forse soltanto di valori umani (che sono però già parte del vangelo!), e domani certamente anche dello specifico soprannaturale, quando gli uomini maturano di più in umanità.
Le prospettive del futuro sono ottimistiche. La messe è molta. Preghiamo il Signore della messe che mandi sempre più operai nella sua messe!

P. Raniero Cantalamessa. la Chiesa, una "casa sollievo della sofferenza"

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Nel vangelo di questa domenica abbiamo la presentazione ufficiale del collegio apostolico: "I nomi dei dodici apostoli sono: primo Simone, chiamato Pietro…". C'è qui un accenno chiaro al primato di Pietro nel collegio degli apostoli. Non si dice infatti: "Primo Pietro, secondo Andrea, terzo Giacomo…", come se si trattasse di un semplice numero di serie. Pietro è detto primo nel senso forte che è a capo degli altri, il loro portaparola, che li rappresenta. Gesú specificherà più tardi, nello stesso vangelo di Matteo, il senso di quel "primo", quando dirà "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa…" .

Ma non è sul primato di Pietro che vorrei soffermarmi, quanto sul motivo che spinge Gesú a scegliere i dodici e a mandarli. Esso è descritto così: "Gesù vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore". Gesú vide le folle, ne sentì compassione: questo lo spinse a scegliere i dodici e a mandarli a predicare, guarire, liberare…

Si tratta di una indicazione preziosa. Vuol dire che la Chiesa non esiste per se stessa, per il proprio utile o la propria salvezza; esiste per gli altri, per il mondo, per la gente, soprattutto per gli affaticati e gli oppressi. Il Concilio Vaticano II ha dedicato un intero documento, la Gaudium et spes, a mettere in luce questo essere "per il mondo" della Chiesa. Esso comincia con le ben note parole: "Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore".

"Vedendo le folle, ne sentì compassione perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore". I pastori di oggi, dal papa all'ultimo parroco di paese, ci appaiono, in questa luce, come i depositari e i continuatori della compassione di Cristo. Il compianto cardinale vietnamita F.X. Van Thuan, che aveva trascorso tredici anni nelle prigioni comuniste del suo paese, in una meditazione tenuta davanti al papa e alla Curia romana disse: "Sogno una Chiesa che sia una 'Porta Santa' sempre aperta, che abbracci tutti, piena di compassione, che comprende le pene e le sofferenze dell'umanità, una Chiesa che protegge, consola e guida ogni nazione verso il Padre che ci ama".

La Chiesa deve continuare, dopo la sua scomparsa, la missione del Maestro che diceva: "Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò…". È il volto più umano della Chiesa, quello che più le riconcilia gli animi e fa perdonare tante sue deficienze e miserie. Padre Pio da Pietrelcina volle chiamare l'ospedale da lui fondato a S. Giovanni Rotondo "Casa sollievo della sofferenza": un nome bellissimo che si applica però a tutta la Chiesa. Tutta la Chiesa dovrebbe essere una "casa sollievo della sofferenza". In parte dobbiamo riconoscere che lo è, a meno di chiudere settariamente gli occhi sull'immensa opera di carità e di assistenza che la Chiesa svolge tra i più diseredati del mondo.

Apparentemente le folle che vediamo intorno a noi, almeno nei paesi ricchi, non sembrano affatto "stanche e sfinite" come al tempo di Gesù. Ma non ci inganniamo: dietro la facciata spensierata e opulenta, sotto i tetti delle nostre città, c'è spesso tanta stanchezza, solitudine, smarrimento, a volte perfino disperazione. Non sembriamo neppure folle "senza pastore", visto che tanti lottano in ogni nazione per diventare pastori del popolo, cioè capi e detentori del potere. Quanti di loro però sono disposti a mettere in pratica il requisito di Gesú: "Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date"?

Don Fabio Rosini. Commento al Vangelo della XI Domenica del Tempo Ordinario, anno A

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Commento al Vangelo della XI domenica del tempo ordinario, anno A

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Gli occhi del Signore, un lampo di misericordia. Il suo sguardo sulle nostre vite, una carezza d’amore. Il suo cuore, ricolmo di zelo per il nostro destino. I suoi occhi indaffarati, che fatica cercarci tutti. E che dolore intenso il vederci stanchi e oppressi, “lacerati e gettati a terra” come dice il testo greco.
Sì, il nostro cuore, il cuore d’ogni uomo è lacerato, nella menzogna primordiale, nell’inganno del demonio che ci ha illusi promettendoci un futuro da dio; il diavolo, il “divisore” ci ha spaccato in due; da una parte quello per cui siamo nati, dall’altra quello che, credendo alle imposture diaboliche, siamo diventati.
Lacerati, Figli di Dio che vivono come orfani, gettati a terra e incapaci di rialzarsi. Mendicando un briciolo di vita in tutto quel che facciamo, insoddisfatti, insoffernti, depressi. Nudi, come i progenitori, e soli. Anonimi, senza radici se non quelle che ci legano alla carne, e con essa alla corruzione.
E alla maledizione di chi confida nell’uomo, preda di delusioni e amarezze. In fondo è quel che viviamo tutti, pecore senza pastore. Senza conoscere l’amore, quello capace di colmare il cuore, viviamo in apnea dentro la storia, cercando il modo di non farci troppo male, sapendo che il destino è il macello, la morte, e quindi non vale la pena impegnarsi troppo, se non per arraffare il più possibile tra i saldi che la vita ci propone. Gadget, vacanze, amorucci, e ora anche un figlio come lo vuoi e quando lo vuoi. Pecore senza pastore, senza luce, senza guida. Senza amore.
E lo sguardo del Signore plana oggi su di noi, le sue pupille dense di misericordia scendono giù, fino in fondo, proprio dove oggi il più vero di me giace esanime e senza speranza. Il suo cuore materno, la sua compassione che è viscere, un utero di misericordia. Si, lo sguardo di Gesù, quello del vangelo di oggi che rivela il cuore di Dio, è uno sguardo di madre fremente nelle fibre più intime, una madre coraggio dinnanzi ad un figlio spacciato.
No. Gesù come la madre di un figlio dilaniato dal male o dalla droga, non si arrende, e dona tutto se stesso, getta tutta la sua vita. Lo sguardo di Gesù ci vede morti. Solo la vita, una vita più forte di quella che abbiamo smarrito, solo una vita che non muore può salvarci. La sua. Gettata gratuitamente, senza condizioni, senza speranza di ricompensa o guadagno. Per puro amore. Di chi non può, non sa contraccambiare, meno che meno guadagnarsi la salvezza e il riscatto. Il perdono.
Il cuore di Dio in uno sguardo pieno d’amore. E’ lo sguardo del Figlio, quello della Chiesa. Apostoli concreti, uomini come tutti, incontrati, sanati, amati. Lo sguardo di Gesù su di loro, la chiamata che è stata perdono e liberazione, gioia e gratitudine.
E le strade del mondo dischiuse, uomini da cercare, da guardare, da salvare. Il pensiero di Cristo nei propri pensieri il suo sguardo stampato sul volto, lo zelo, la gelosia per la vita oppressa e stanca, triste e sola, innaturale e smarrita di ogni uomo, l’amore senza limiti che urge dentro come un fuoco. Il cuore incendiato, come S. Francesco Saverio, il cuore di Dio, il cuore del Figlio, il cuore della Chiesa. “Gettata” come il Suo Sposo, (il testo greco dice “pregate perché il padrone della messe “getti fuori” operai nella sua messe) fuori da sé, dai propri schemi, dalle proprie sicurezze, alla ricerca di ogni uomo prigioniero del “nemico”.
Gettati fuori dallo Spirito, come il Signore getatto nel deserto a combattere per tutti noi, il deserto che preparava la missione; la Chiesa e il suo Signore, un soffio d’amore a guarire l’umanità. Gettata la vita, gettata fuori dalla città, crocifissi in ogni angolo del mondo, la Chiesa e il suo Signore, martiri d’amore e di verità, pastori di un gregge da condurre al cielo.
Nomi, storie vite. Gli Apostoli, Gesù. E milioni di nomi, di storie e di vite da cercare e salvare. Amare. Tra di esse, anche noi. Anche oggi. Amati, gratuitamente. Per amare gratuitamente. Per guardare ogni uomo così come ci guarda il Signore.
Buona domenica.

Un altro commento


Il Regno dei Cieli è vicino. Gli Apostoli ne sono gli ambasciatori. E, con loro, anche noi. Il Vangelo di oggi getta una luce di consolazione sulla nostra vita, sulla missione alla quale siamo chiamati. Essere quel che siamo. Come diceva Giovanni Paolo II, questo equivale ad incendiare il mondo. Un Giapponese in Italia, faccia quel che faccia, ovunque vada manifesta chiaramente la propria origine.
La porta disegnata nei suoi occhi, se ne sente l’eco nell’accento, lo si intuisce dall’approccio alle cose della vita. Per gli Apostoli del Regno dei Cieli è esattamente lo stesso. Ovunque appaiano, si fa presente il Cielo. Lo recano impresso nelle loro vite, nel pensiero, nelle parole. Il Regno della Grazia, dove vivono coloro che hanno ricevuto tutto gratuitamente e gratuitamente lo donano. L’amore, la giustizia e la pace. Per questo non portano con sè alcuna sicurezza, alcun appoggio se non la Parola per la quale sono stati inviati.
La Parola che conferma le loro parole, che rende evidente la loro natura, quella di figli di Dio, cittadini del Cielo. La volontà di Dio si compie in loro per pura Grazia. Monete, sandali, bisacce non fanno per loro. Il loro bagaglio, come per Davide dinnanzi a Golia, sono solo le cinque pietre, i cinque libri della Torah, la Parola trafitta delle cinque piaghe del Signore. Il potere di curare e guarire li accompagna, fare presente il Cielo, la vittoria sul mondo e la corruttibilità della carne, la vita più forte della morte.
La vita celeste. Essa è un dono del Cielo, del Padre. Le virtù teologali, fede, speranza e carità, i connotati della Grazia battesimale. Vivere in questa Grazia, a questo sono chiamati e inviati gli Apostoli. A questo siamo chiamti ed inviati anche noi. Ogni giorno sulle strade della nostra vita. Essere quel che siamo. La vita celeste in noi, lo Spirito Santo che ispira, guida e compie in noi le opere di vita eterna che ogni uomo attende, che tutti hanno diritto di vedere, per credere, per essere salvati. Nessun piano preventivo, nessun programma se non quello di Benedetto XVI: essere docile alla volontà di Dio, alla Sua Grazia.
Ad essa attingere ogni istante, come Maria ai piedi di Gesù, ascoltare la Sua Parola sussurrata tra le pieghe della vita. Anche ogi siamo dunque inviati ad accendere il mondo. Essendo quel che siamo, deboli, infarciti di difetti, peccatori. Amati. Gratuitamente. Istante dopo istante. Al lavoro, in famiglia, nella malattia, nella sofferenza o nella gioia l’amore del quale siamo amati è la nostra manna, che non imputridisce.
Non portiamo due tuniche, non possiamo prendere e assicurarci il futuro. Ogni giorno dobbiamo uscire e attingere il Suo amore, nell’ascolto della Parola e nei sacramenti. Precari ma pieni di speranza. Ogni giorno sul treno della vita fin dove il Signore ci condurrà. Ad essere accolti oppure no, la pace, il dono messianico, l’aria del Cielo, nessuno potrà togliercela. Essa è con noi per sempre.

Don Fabio Rosini. Commento al Vangelo della XI Domenica del Tempo Ordinario, anno A

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La messe è molta, ma gli operai sono pochi.

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Lo spirito del Signore è su di me: mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri.

Mt 9,32-38

In quel tempo, presentarono a Gesù un muto indemoniato. Scacciato il demonio, quel muto cominciò a parlare e la folla presa da stupore diceva: “Non si è mai vista una cosa simile in Israele!”. Ma i farisei dicevano: “Egli scaccia i demoni per opera del principe dei demoni”.
Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità. Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!”.


Lettura

Molti sono i segni prodigiosi che Gesù e i suoi discepoli hanno via via realizzato durante la loro missione. L’evangelista Giovanni ammette di aver narrato solo i fatti che riteneva essenziali per trasmetterci la fede (cfr. Gv 21,25). Tutto ciò che faceva, le opere e le parabole del Buon Pastore erano per confortare i figli di Dio, tutte le sue pecorelle smarrite: “vedendo le folle ne sentì compassione”. È da qui che nasce l’impulso, la motivazione di tutti coloro che, ancora oggi, continuano la sua missione. Ma c’è molto da fare ancora: le necessità sono molte, e sono pochi quelli che possono occuparsene.

Meditazione

La tenera compassione che Gesù prova nel suo cuore traspare, intensa, accorata, dalla richiesta che ci rivolge: “Pregate il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!”. La vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata è un dono immenso e immeritato, che solo Dio può dare; un dono per chi la riceve e per la sua famiglia, ma anche per tutta la comunità. I sacerdoti lavorano nella e per la comunità: sono chiamati a farsi strumenti attraverso cui la Provvidenza possa operare nella storia e sulla coscienza delle singole persone. Perciò tutta la comunità ecclesiale è chiamata a proteggere e coltivare questo dono.
Se la comunità trascura o rinuncia a questa responsabilità, è sempre essa tutta intera a soffrirne le drammatiche conseguenze. Ne abbiamo esempi nei vari paesi del mondo contemporaneo. Non è solo questione di popoli poveri o ricchi: dove sono messi in discussione i valori fondanti della dignità umana e della famiglia cristiana, le vocazioni sono più rare. Oggi più che mai è necessario accogliere e assecondare la richiesta di Gesù. Il nostro paese è stato sempre culla di grandi santi, ma ogni singola comunità ha bisogno di validi ministri dell’amore di Dio. Il Padrone della messe non mancherà di fare la sua parte, suscitando lo stimolo della sua chiamata nei cuori dei giovani: noi preoccupiamoci di aiutare questi giovani, nelle nostre comunità, ad essere pronti ad accettare la sfida, ad avere la temerarietà di lasciare tutto per donarsi completamente all’amore del Padre. Anche a nostro stesso beneficio.

Ratzinger - Benedetto XVI. Non temere, d'ora in avanti sarai pescatore di uomini

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Omelia di inizio pontificato

Ed ecco il conferimento della missione: “Non temere! D’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc 5, 1–11). Anche oggi viene detto alla Chiesa e ai successori degli apostoli di prendere il largo nel mare della storia e di gettare le reti, per conquistare gli uomini al Vangelo – a Dio, a Cristo, alla vera vita. I Padri hanno dedicato un commento molto particolare anche a questo singolare compito. Essi dicono così: per il pesce, creato per l’acqua, è mortale essere tirato fuori dal mare. Esso viene sottratto al suo elemento vitale per servire di nutrimento all’uomo. Ma nella missione del pescatore di uomini avviene il contrario. Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita. E’ proprio così – nella missione di pescatore di uomini, al seguito di Cristo, occorre portare gli uomini fuori dal mare salato di tutte le alienazioni verso la terra della vita, verso la luce di Dio. E’ proprio così: noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini. E solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita.

Ratzinger - Benedetto XVI. Il destino di questi "chiamati" sarà intimamente legato a quello di Gesù. L'apostolo è un inviato, ma, prima

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Cari fratelli e sorelle,

la Lettera agli Efesini ci presenta la Chiesa come una costruzione edificata "sul fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù" (2,29). Nell'Apocalisse il ruolo degli Apostoli, e più specificamente dei Dodici, è chiarito nella prospettiva escatologica della Gerusalemme celeste, presentata come una città le cui mura "poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell'Agnello" (21,14). I Vangeli concordano nel riferire che la chiamata degli Apostoli segnò i primi passi del ministero di Gesù, dopo il battesimo ricevuto dal Battista nelle acque del Giordano.

Stando al racconto di Marco (1, 16-20) e di Matteo (4, 18-22), lo scenario della chiamata dei primi Apostoli è il lago di Galilea. Gesù ha da poco cominciato la predicazione del Regno di Dio, quando il suo sguardo si posa su due coppie di fratelli: Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni. Sono pescatori, impegnati nel loro lavoro quotidiano. Gettano le reti, le riassettano. Ma un'altra pesca li attende. Gesù li chiama con decisione ed essi con prontezza lo seguono: ormai saranno "pescatori di uomini" (cfr Mc 1,17; Mt 4,19). Luca, pur seguendo la medesima tradizione, ha un racconto più elaborato (5,1-11). Esso mostra il cammino di fede dei primi discepoli, precisando che l'invito alla sequela giunge loro dopo aver ascoltato la prima predicazione di Gesù e sperimentato i primi segni prodigiosi da lui compiuti. In particolare, la pesca miracolosa costituisce il contesto immediato e offre il simbolo della missione di pescatori di uomini, ad essi affidata. Il destino di questi "chiamati", d'ora in poi, sarà intimamente legato a quello di Gesù. L'apostolo è un inviato, ma, prima ancora, un "esperto" di Gesù.

Proprio questo aspetto è messo in evidenza dall'evangelista Giovanni fin dal primo incontro di Gesù con i futuri Apostoli. Qui lo scenario è diverso. L'incontro si svolge sulle rive del Giordano. La presenza dei futuri discepoli, venuti anch'essi, come Gesù, dalla Galilea per vivere l'esperienza del battesimo amministrato da Giovanni, fa luce sul loro mondo spirituale. Erano uomini in attesa del Regno di Dio, desiderosi di conoscere il Messia, la cui venuta era annunciata come imminente. Basta ad essi l'indicazione di Giovanni Battista che addita in Gesù l'Agnello di Dio (cfr Gv 1,36), perché sorga in loro il desiderio di un incontro personale con il Maestro. Le battute del dialogo di Gesù con i primi due futuri Apostoli sono molto espressive. Alla domanda: "Che cercate?", essi rispondono con un'altra domanda: "Rabbì (che significa Maestro), dove abiti?". La risposta di Gesù è un invito: "Venite e vedrete" (cfr Gv 1,38-39). Venite per poter vedere. L'avventura degli Apostoli comincia così, come un incontro di persone che si aprono reciprocamente. Comincia per i discepoli una conoscenza diretta del Maestro. Vedono dove abita e cominciano a conoscerlo. Essi infatti non dovranno essere annun-ciatori di un'idea, ma testimoni di una persona. Prima di essere mandati ad evangelizzare, dovranno "stare" con Gesù (cfr Mc 3,14), stabilendo con lui un rapporto personale. Su questa base, l'evangelizzazione altro non sarà che un annuncio di ciò che si è sperimentato e un invito ad entrare nel mistero della comunione con Cristo (cfr 1 Gv 13).

A chi saranno inviati gli Apostoli? Nel Vangelo Gesù sembra restringere al solo Israele la sua missione: "Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d'Israele" (Mt 15,24). In maniera analoga egli sembra circoscrivere la missione affidata ai Dodici: "Questi Dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: ‘Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele’" (Mt 10,5s.). Una certa critica moderna di ispirazione razionalistica aveva visto in queste espres-sioni la mancanza di una coscienza universalistica del Nazareno. In realtà, esse vanno comprese alla luce del suo rapporto speciale con Israele, comunità dell'alleanza, nella continuità della storia della salvezza. Secondo l'attesa messianica le promesse divine, immediatamente indirizzate ad Israele, sarebbero giunte a compimento quando Dio stesso, attraverso il suo Eletto, avrebbe raccolto il suo popolo come fa un pastore con il gregge: "Io salverò le mie pecore e non saranno più oggetto di preda... Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore; io, il Signore, sarò il loro Dio e Davide mio servo sarà principe in mezzo a loro" (Ez 34,22-24). Gesù è il pastore escatologico, che raduna le pecore perdute della casa d'Israele e va in cerca di esse, perché le conosce e le ama (cfr Lc 15,4-7 e Mt 18,12-14; cfr anche la figura del buon pastore in Gv 10,11ss.). Attraverso questa "raccolta" il Regno di Dio si annuncia a tutte le genti: "Fra le genti manifesterò la mia gloria e tutte le genti vedranno la giustizia che avrò fatta e la mano che avrò posta su di voi" (Ez 39,21). E Gesù segue proprio questo filo profetico. Il primo passo è la "raccolta" del popolo di Israele, perché così tutte le genti chiamate a radunarsi nella comunione col Signore, possano vedere e credere.

Così, i Dodici, assunti a partecipare alla stessa missione di Gesù, cooperano col Pastore degli ultimi tempi, andando anzitutto anche loro dalle pecore perdute della casa d'Israele, rivolgendosi cioè al popolo della promessa, il cui raduno è il segno di salvezza per tutti i popoli, l'inizio dell'universalizzazione dell'Alleanza. Lungi dal contraddire l'apertura universalistica dell'azione messianica del Nazareno, l'iniziale restringimento ad Israele della missione sua e dei Dodici ne diventa così il segno profetico più efficace. Dopo la passione e la risurrezione di Cristo tale segno sarà chiarito: il carattere universale della missione degli Apostoli diventerà esplicito. Cristo invierà gli Apostoli "in tutto il mondo" (Mc 16,15), a "tutte le nazioni" (Mt 28,19; Lc 24,47, "fino agli estremi confini della terra" (At 1,8). E questa missione continua. Continua sempre il mandato del Signore di riunire i popoli nell'unità del suo amore. Questa è la nostra speranza e questo è anche il nostro mandato: contribuire a questa universalità, a questa vera unità nella ricchezza delle culture, in comunione con il nostro vero Signore Gesù Cristo.

© Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana

Benedetto XVI: la vera religione, “l’amore di Dio e del prossimo”

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Parole introduttive all'Angelus


CITTA' DEL VATICANO, domenica, 8 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'intervento pronunciato questa domenica da Benedetto XVI in occasione della recita della preghiera mariana dell'Angelus insieme ai fedeli e ai pellegrini convenuti in Piazza San Pietro in Vaticano.





* * *

Cari fratelli e sorelle!

Al centro della liturgia della Parola di questa Domenica sta un’espressione del profeta Osea che Gesù riprende nel Vangelo: "Voglio l’amore e non il sacrificio, / la conoscenza di Dio più degli olocausti" (Os 6,6). Si tratta di una parola-chiave, una di quelle che ci introducono nel cuore della Sacra Scrittura. Il contesto, in cui Gesù la fa propria, è la vocazione di Matteo, di professione "pubblicano", vale a dire esattore delle tasse per conto dell’autorità imperiale romana: per ciò stesso, egli veniva considerato dai Giudei un pubblico peccatore. Chiamatolo proprio mentre era seduto al banco delle imposte – illustra bene questa scena un celeberrimo dipinto del Caravaggio –, Gesù si recò a casa di lui con i discepoli e si pose a mensa insieme con altri pubblicani. Ai farisei scandalizzati rispose: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati… Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori" (Mt 9,12-13). L’evangelista Matteo, sempre attento al legame tra l’Antico e il Nuovo Testamento, a questo punto pone sulle labbra di Gesù la profezia di Osea: "Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio".

E’ tale l’importanza di questa espressione del profeta che il Signore la cita nuovamente in un altro contesto, a proposito dell’osservanza del sabato (cfr Mt 12,1-8). Anche in questo caso Egli si assume la responsabilità dell’interpretazione del precetto, rivelandosi quale "Signore" delle stesse istituzioni legali. Rivolto ai farisei aggiunge: "Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato persone senza colpa" (Mt 12,7). Dunque, in questo oracolo di Osea Gesù, Verbo fatto uomo, si è, per così dire, "ritrovato" pienamente; l’ha fatto proprio con tutto il suo cuore e l’ha realizzato con il suo comportamento, a costo persino di urtare la suscettibilità dei capi del suo popolo. Questa parola di Dio è giunta a noi, attraverso i Vangeli, come una delle sintesi di tutto il messaggio cristiano: la vera religione consiste nell’amore di Dio e del prossimo. Ecco ciò che dà valore al culto e alla pratica dei precetti.

Rivolgendoci ora alla Vergine Maria, domandiamo per sua intercessione di vivere sempre nella gioia dell’esperienza cristiana. Madre di Misericordia, la Madonna susciti in noi sentimenti di filiale abbandono nei confronti di Dio, che è misericordia infinita; ci aiuti a fare nostra la preghiera che sant’Agostino formula in un noto passo delle sue Confessioni: "Abbi pietà di me, Signore! Ecco, io non nascondo le mie ferite: tu sei il medico, io il malato; tu sei misericordioso, io misero… Ogni mia speranza è posta nella tua grande misericordia" (X, 28.39; 29.40).


P. R. Cantalamessa. Dio vuole dall'uomo il sacrificio richiesto dal suo amore

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Misericordia io voglio e non sacrificio


C'è qualcosa di commovente nel Vangelo odierno. Matteo non ci narra ciò che Gesù disse o fece un giorno a qualcuno, ma quello che disse e fece personalmente per lui. È una pagina autobiografica, la storia dell'incontro con Cristo che cambiò la sua vita. "Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: Seguimi. Ed egli si alzò e lo seguì".

L'episodio, però, non è riportato nei Vangeli per l'importanza personale che rivestiva per Matteo. L'interesse è dovuto a quello che segue il momento della chiamata. Matteo volle offrire "un grande banchetto nella sua casa", per congedarsi dai suoi ex colleghi di lavoro, "pubblicani e peccatori". Immancabile reazione dei farisei e risposta di Gesù: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio". Che significa questa frase del profeta Osea, ripresa da Cristo? Forse che è inutile ogni sacrificio e mortificazione e che basta amare perché tutto sia a posto? Di questo passo si può arrivare a rigettare tutto l'aspetto ascetico del cristianesimo, come residuo di una mentalità afflittiva o manichea, oggi superata.

Anzitutto c'è da notare un profondo cambiamento di prospettiva nel passaggio da Osea a Cristo. In Osea, il detto si riferisce all'uomo, a ciò che Dio vuole da lui. Dio vuole dall'uomo amore e conoscenza, non sacrifici esteriori e olocausti di animali. Sulla bocca di Gesù, il detto si riferisce invece a Dio. L'amore di cui si parla non è quello che Dio esige dall'uomo, ma quello che dà all'uomo. "Misericordia io voglio e non sacrificio", vuol dire: voglio usare misericordia, non condannare. Il suo equivalente biblico è la parola che si legge in Ezechiele: "Non voglio la morte del peccatore, ma si converta e viva". Dio non vuole "sacrificare" la sua creatura, ma salvarla.

Con questa precisazione, si capisce meglio anche il detto di Osea. Dio non vuole il sacrificio "a tutti i costi", come se si dilettasse nel vederci soffrire; non vuole neppure il sacrificio fatto per accampare diritti e meriti davanti a lui, o per malinteso senso del dovere. Vuole però il sacrificio che è richiesto dal suo amore e dall'osservanza dei comandamenti. "Non si vive in amore senza dolore", dice la Imitazione di Cristo e la stessa esperienza quotidiana lo conferma. Non c'è amore senza sacrificio. In questo senso, Paolo ci esorta a fare dell'intera nostra vita "un sacrificio vivente, santo e gradito a Dio" (Rom 12, 1).

Sacrificio e misericordia sono tutti e due cose buone, ma possono diventare l'uno e l'altra cose cattive, se mal ripartite. Sono cose buone, se (come ha fatto Cristo) si sceglie il sacrificio per sé e la misericordia per gli altri; diventano tutte e due cose cattive se si fa il contrario e si sceglie la misericordia per sé e il sacrificio per gli altri. Se si è indulgenti con se stessi e rigorosi con gli altri, pronti sempre a scusare noi stessi e spietati nel giudicare gli altri. Non abbiamo proprio nulla da rivedere, a questo riguardo, della nostra condotta?

Non possiamo concludere il commento della chiamata di Matteo senza dedicare un pensiero affettuoso riconoscente a questo evangelista che ci accompagna, con il suo Vangelo, nel corso di tutto questo primo anno liturgico. Grazie, Matteo detto anche Levi. Senza di te, quanto sarebbe più povera la nostra conoscenza di Cristo!



Giovanni Paolo II. Gesù a mensa con i peccatori


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Gesù, uomo solidale con tutti gli uomini



1. Gesù Cristo, vero uomo, è "in tutto simile a noi fuorché nel peccato", ecco il tema della catechesi precedente. Il peccato è essenzialmente escluso in colui che essendo vero uomo, è anche vero Dio ("verus homo", ma non "merus homo").

Tutta la vita terrena di Cristo e tutto lo svolgimento della sua missione rendono testimonianza alla verità della sua assoluta impeccabilità. Lui stesso ha lanciato la sfida: "Chi di voi può convincermi di peccato?" (Jn 8,46).

Uomo "senza peccato", Gesù Cristo è durante tutta la sua vita in lotta con il peccato e con tutto ciò che genera il peccato, a cominciare da satana, che è "padre della menzogna" nella storia dell'uomo "fin da principio" (cfr. Jn 8,44).

Questa lotta si delinea già alla soglia della missione messianica di Gesù, nel momento della tentazione (cfr. Mc 1,13 Mt 4,1-11 Lc 4,1-13), e raggiunge il suo culmine nella croce e nella risurrezione. Lotta che dunque termina con la vittoria.


2. Questa lotta al peccato e alle sue stesse radici non rende Gesù estraneo all'uomo. Al contrario, lo avvicina agli uomini, a ogni uomo. Nella sua vita terrena Gesù era solito mostrarsi particolarmente vicino a quelli che agli occhi degli altri passavano come peccatori. Lo vediamo in molti testi del Vangelo. 3. Sotto questo aspetto è importante il "paragone" che Gesù fa tra se stesso e Giovanni Battista. Egli dice: "E' venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e hanno detto: Ha un demonio. E' venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori" (Mt 11,18-19). E' evidente il carattere "polemico" di queste parole nei riguardi di coloro che prima hanno criticato Giovanni Battista, profeta solitario e asceta severo che viveva e battezzava nei pressi del Giordano, e poi criticano Gesù perché si muove e opera in mezzo alla gente. Ma è altrettanto trasparente da tali parole la verità del modo di essere, di sentire, di comportarsi di Gesù verso i peccatori.


4. Lo accusavano di essere "amico dei pubblicani (ossia degli esattori delle imposte, mal visti perché esosi e ritenuti inosservanti) (cfr. Mt 5,46;9,11.18.17), e dei peccatori". Gesù non rifiuta radicalmente questo giudizio, la cui verità, che pure esclude ogni connivenza, ogni reticenza, è confermata da molti episodi registrati nei Vangeli. così quello legato al nome del capo dei pubblicani di Gerico, Zaccheo, nella casa del quale Gesù si era, per così dire, autoinvitato: "Zaccheo, scendi subito (infatti Zaccheo essendo piccolo di statura, era salito su un albero per vedere meglio Gesù che passava), perché oggi devo fermarmi in casa tua". E quando il pubblicano scese pieno di gioia e offri a Gesù l'ospitalità nella propria casa, senti dire da lui: "Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anche egli, Zaccheo, è figlio di Abramo; il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto" (cfr. Lc 19,1-10). Da questo testo appare non soltanto la familiarità di Gesù con pubblicani e peccatori ma anche il motivo della loro ricerca e frequentazione da parte sua: la loro salvezza.


5. Un avvenimento analogo è legato al nome di Levi, figlio di Alfeo. L'episodio è tanto più significativo in quanto questo uomo, che Gesù aveva visto "seduto al banco delle imposte", era stato da lui chiamato a diventare uno degli apostoli: "Seguimi", gli aveva detto. Egli, alzatosi, lo segui. E' elencato tra i Dodici sotto il nome di Matteo, e sappiamo che è l'autore di uno dei Vangeli.

L'evangelista Marco dice che Gesù "stava a mensa in casa di lui", e che "molti pubblicani e peccatori si misero a mensa insieme con Gesù e i suoi discepoli" (cfr. Mc 2,13-15). Anche in questo caso "gli scribi della setta dei farisei" fecero le loro rimostranze ai discepoli; ma Gesù disse loro: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori" (Mc 2,17).


6. Il sedere a mensa con altri - compresi "i pubblicani e i peccatori" - è un modo di essere umano, che in Gesù si nota fin dall'inizio della sua attività messianica. Infatti una delle prime occasioni in cui egli manifesto il suo potere messianico fu al banchetto nuziale di Cana di Galilea, al quale partecipava insieme a sua Madre e ai discepoli (cfr. Jn 2,1-12). Ma anche in seguito Gesù era solito accettare gli inviti a tavola e non soltanto da parte dei "pubblicani" ma anche dei "farisei", che erano i suoi più accaniti avversari. Lo leggiamo per esempio in Luca: "Uno dei farisei lo invito a mangiare da lui. Egli entro nella casa del fariseo e si mise a tavola" (Lc 7,36).


7. Durante questo pasto avviene un fatto che getta ancora nuova luce sul comportamento di Gesù verso la povera umanità composta di tanti "peccatori" che i presunti "giusti" disprezzano e condannano. Ecco, una donna nota nella città come peccatrice si trovava tra i presenti, e piangendo baciava i piedi di Gesù e li cospargeva di olio profumato. Nasce allora un colloquio tra Gesù e il padrone di casa, nel corso del quale Gesù stabilisce un essenziale legame tra la remissione dei peccati e l'amore ispirato dalla fede: "Le sono perdonati i molti peccati, poiché ha molto amato... Poi disse a lei: Ti sono perdonati i tuoi peccati... la tua fede ti ha salvata. Và in pace!" (cfr. Lc 7,36-50).


8. Questo non è l'unico caso del genere. Ve ne è un altro, che in qualche modo è drammatico: quello di "una donna sorpresa in adulterio" (cfr. Jn 8,1-11). Anche quest'avvenimento, come quello precedente, spiega in quale senso Gesù era "amico dei pubblicani e dei peccatori". Egli dice alla donna: "Và, e d'ora in poi non peccare più" (Jn 8,11). Colui che era "in tutto simile a noi fuorché nel peccato", si è dimostrato vicino ai peccatori e alle peccatrici, per allontanare da loro il peccato. Ma mirava a questo scopo messianico in un modo completamente "nuovo" rispetto al rigore che riservavano ai "peccatori" coloro che li giudicavano in base alla legge antica. Gesù operava nello spirito di un grande amore verso l'uomo, in base alla profonda solidarietà che nutriva in sè per chi era stato creato da Dio a sua immagine e somiglianza (cfr. Gn 1,27;5,1).


9. In che cosa consiste questa solidarietà? Essa è la manifestazione dell'amore che ha la sua sorgente in Dio stesso. Il Figlio di Dio è venuto nel mondo per rivelare quest'amore. Lo rivela già per il fatto che lui stesso si è fatto uomo: uno di noi. Quest'unione con noi nell'umanità da parte di Gesù Cristo, vero uomo, è l'espressione fondamentale della sua solidarietà con ogni uomo, perché parla eloquentemente dell'amore con cui Dio stesso ha amato tutti e ciascuno. L'amore viene qui riconfermato in un modo tutto particolare: colui che ama, desidera condividere tutto con l'amato; proprio per questo il Figlio di Dio si fa uomo. Di lui aveva predetto Isaia: "Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie" (Mt 8,17 cfr. Is 53,4). Gesù condivide così con ogni figlio e figlia del genere umano la stessa condizione esistenziale. E in questo egli rivela anche l'essenziale dignità dell'uomo: di ciascuno e di tutti. Si può dire che l'incarnazione è una "rivalutazione" ineffabile dell'uomo e dell'umanità! 10. Questo "amore-solidarietà" spicca nell'intera vita e missione terrena del Figlio dell'uomo soprattutto nei riguardi di coloro che soffrono sotto il peso di qualsiasi miseria fisica o morale. Al vertice del suo cammino ci sarà il "dare la propria vita in riscatto per molti" (cfr. Mc 10,45): il sacrificio redentore della croce. Ma sulla via che porta a questo sacrificio supremo, l'intera vita terrena di Gesù è una multiforme manifestazione della sua solidarietà con l'uomo, sintetizzata in quelle sue parole: "Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito ma per servire, e dare la sua vita in riscatto per molti" (Mc 10,45). Era bambino come ogni bambino umano. Ha lavorato con le proprie mani accanto a Giuseppe di Nazaret, così come lavorano tutti gli uomini (cfr. LE 26). Era un figlio d'Israele, partecipava alla cultura, alla tradizione, alla speranza ed alla sofferenza del suo popolo. Ha conosciuto anche egli ciò che spesso avviene nella vita degli uomini chiamati a qualche missione: l'incomprensione e addirittura il tradimento di uno di coloro che lui stesso aveva scelto come suoi apostoli e continuatori: e anch'egli ha provato, per questo, un profondo dolore (cfr. Jn 13,21).

E quando si è avvicinato il momento in cui doveva "dare la propria vita in riscatto per molti" (Mt 20,28), ha offerto volontariamente se stesso (cfr. Jn 10,18), consumando così il mistero della sua solidarietà nel sacrificio. Il governatore romano non trovo altra parola per definirlo di fronte agli accusatori riuniti, se non questa: "Ecco l'uomo!" (Jn 19,5).

Questa parola di un pagano ignaro del mistero ma non insensibile al fascino che promanava da Gesù anche in quel momento, dice tutto sulla realtà umana di Cristo: Gesù è l'uomo; un vero uomo che, in tutto simile a noi fuorché nel peccato, si è fatto vittima per il peccato ed è diventato solidale con tutti fino alla morte di croce.


[Omissis. Seguono saluti nelle varie lingue]


Data: 1988-02-10 Data estesa: Mercoledi 10 Febbraio 1988