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P. R. Cantalamessa. Il Corpo reale di Cristo (Nella Chiesa)

Il Corpus Domini è la prima festa che non ha per oggetto un evento della vita di Cristo, ma una verità di fede: la reale presenza di lui nell’Eucaristia. Nata in Belgio, all’inizio del sec. XIII, la festa fu estesa da Urbano IV a tutta la Chiesa nel 1264, pare anche per influsso del miracolo eucaristico di Bolsena, oggi venerato nel duomo di Orvieto.

La festa risponde a un bisogno: quello di proclamare solennemente tale fede; serve a scongiurare un pericolo: quello di abituarsi a tale presenza e non farci più caso, meritando così il rimprovero che Giovanni Battista rivolgeva ai suoi contemporanei: “In mezzo a voi c’è uno che voi non conoscete!”.

Questo spiega la straordinaria solennità e visibilità che questa festa ha acquistato nella Chiesa cattolica. Per molto tempo quella del Corpus Domini fu l’unica processione in uso in tutta la cristianità e anche la più solenne. Oggi le processioni hanno ceduto il passo ai cortei (in genere, di protesta); ma se è caduta la coreografia esterna, rimane intatto il senso profondo della festa e il motivo che l’ha ispirata: tenere desto lo stupore di fronte al più grande e più bello dei misteri della fede. La liturgia odierna riflette fedelmente questa caratteristica. Tutti i suoi testi (letture, antifone, canti, preghiere) sono pervasi da un senso di meraviglia. Sono frasi che terminano con il punto esclamativo.

Il vangelo di domani è il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia: “Prendete, mangiate, questo è il mio corpo…..Prendete, bevete….Fate questo in memoria di me”

Vorrei illustrare con un esempio quello che avviene quando la Chiesa, obbedendo a questo comando di Cristo, nella Messa “fa memoria” del sacrificio di Cristo. L’esempio dell’impiegato che ama il padrone della ditta…

La nostra firma: le gocce d’acqua e l’Amen.

Dicevo del senso di stupore che pervade i testi e i canti della festa di domani. Un esempio di ciò è il canto che state ascoltando nella celebre aria di C. Frank. Le parole tradotte dicono:

“Il pane degli angeli si fa pane degli uomini... O cosa meravigliosa: riceve il suo Signore, il povero, il servo, l’umile!”

Ratzinger - Benedetto XVI. Omelia nel Corpus Domini

"Come l'amorevole pellicano, o Gesù Signore,
purifica me, immondo, col tuo sangue,
di cui una goccia può purificare
tutti i peccati"

San Tommaso d'Aquino




SANTA MESSA E PROCESSIONE EUCARISTICA
NELLA SOLENNITÀ DEL SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO

OMELIA DI BENEDETTO XVI

Sagrato della Basilica di San Giovanni in Laterano
Giovedì, 26 maggio 2005

Nella festa del Corpus Domini, la Chiesa rivive il mistero del Giovedì Santo alla luce della Risurrezione. Anche il Giovedì Santo conosce una sua processione eucaristica, con cui la Chiesa ripete l’esodo di Gesù dal Cenacolo al monte degli Ulivi. In Israele, si celebrava la notte di Pasqua in casa, nell’intimità della famiglia; si faceva così memoria della prima Pasqua, in Egitto – della notte in cui il sangue dell’agnello pasquale, asperso sull’architrave e sugli stipiti delle case, proteggeva contro lo sterminatore.

Gesù, in quella notte, esce e si consegna nelle mani del traditore, dello sterminatore e, proprio così, vince la notte, vince le tenebre del male. Solo così, il dono dell’Eucaristia, istituita nel Cenacolo, trova il suo compimento: Gesù dà realmente il suo corpo ed il suo sangue. Attraversando la soglia della morte, diventa Pane vivo, vera manna, nutrimento inesauribile per tutti i secoli. La carne diventa pane di vita.

Nella processione del Giovedì Santo, la Chiesa accompagna Gesù al monte degli Ulivi: è vivo desiderio della Chiesa orante vigilare con Gesù, non lasciarlo solo nella notte del mondo, nella notte del tradimento, nella notte dell’indifferenza di tanti. Nella festa del Corpus Domini, riprendiamo questa processione, ma nella gioia della Risurrezione. Il Signore è risorto e ci precede. Nei racconti della Risurrezione vi è un tratto comune ed essenziale; gli angeli dicono: il Signore "vi precede in Galilea; là lo vedrete" (Mt 28,7). Considerando ciò più da vicino, possiamo dire che questo "precedere" di Gesù implica una duplice direzione. La prima è – come abbiamo sentito – la Galilea. In Israele, la Galilea era considerata come la porta verso il mondo dei pagani. Ed in realtà proprio in Galilea, sul monte, i discepoli vedono Gesù, il Signore, che dice loro: "Andate.. e ammaestrate tutte le nazioni" (Mt 28, 19). L’altra direzione del precedere, da parte del Risorto, appare nel Vangelo di San Giovanni, dalle parole di Gesù a Maddalena: "Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre.." (Gv 20, 17). Gesù ci precede presso il Padre, sale all’altezza di Dio e ci invita a seguirlo. Queste due direzioni del cammino del Risorto non si contraddicono, ma indicano insieme la via della sequela di Cristo. La vera meta del nostro cammino è la comunione con Dio – Dio stesso è la casa dalle molte dimore (cfr Gv 14, 2s). Ma possiamo salire a questa dimora soltanto andando "verso la Galilea" – andando sulle strade del mondo, portando il Vangelo a tutte le nazioni, portando il dono del suo amore agli uomini di tutti i tempi. Perciò il cammino degli apostoli si è esteso fino ai "confini della terra" (cfr Atti 1, 6s); così San Pietro e San Paolo sono andati fino a Roma, città che era allora il centro del mondo conosciuto, vera "caput mundi".

La processione del Giovedì Santo accompagna Gesù nella sua solitudine, verso la "via crucis". La processione del Corpus Domini, invece, risponde in modo simbolico al mandato del Risorto: vi precedo in Galilea. Andate fino ai confini del mondo, portate il Vangelo al mondo. Certo, l’Eucaristia, per la fede, è un mistero di intimità. Il Signore ha istituito il Sacramento nel Cenacolo, circondato dalla sua nuova famiglia, dai dodici apostoli, prefigurazione ed anticipazione della Chiesa di tutti i tempi. Perciò, nella liturgia della Chiesa antica, la distribuzione della santa comunione era introdotta dalle parole: Sancta sanctis – il dono santo è destinato a coloro che sono resi santi. In questo modo, si rispondeva all’ammonimento rivolto da San Paolo ai Corinzi: "Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice.." (1 Cor 11, 28). Tuttavia, da questa intimità, che è dono personalissimo del Signore, la forza del sacramento dell’Eucaristia va oltre le mura delle nostre Chiese. In questo Sacramento, il Signore è sempre in cammino verso il mondo. Questo aspetto universale della presenza eucaristica appare nella processione della nostra festa. Noi portiamo Cristo, presente nella figura del pane, sulle strade della nostra città. Noi affidiamo queste strade, queste case - la nostra vita quotidiana - alla sua bontà. Le nostre strade siano strade di Gesù! Le nostre case siano case per lui e con lui! La nostra vita di ogni giorno sia penetrata dalla sua presenza. Con questo gesto, mettiamo sotto i suoi occhi le sofferenze degli ammalati, la solitudine di giovani e anziani, le tentazioni, le paure – tutta la nostra vita. La processione vuole essere una grande e pubblica benedizione per questa nostra città: Cristo è, in persona, la benedizione divina per il mondo – il raggio della sua benedizione si estenda su tutti noi!

Nella processione del Corpus Domini, accompagniamo il Risorto nel suo cammino verso il mondo intero – come abbiamo detto. E, proprio facendo questo, rispondiamo anche al suo mandato: "Prendete e mangiate... Bevetene tutti" (Mt 26, 26s). Non si può "mangiare" il Risorto, presente nella figura del pane, come un semplice pezzo di pane. Mangiare questo pane è comunicare, è entrare nella comunione con la persona del Signore vivo. Questa comunione, questo atto del "mangiare", è realmente un incontro tra due persone, è un lasciarsi penetrare dalla vita di Colui che è il Signore, di Colui che è il mio Creatore e Redentore. Scopo di questa comunione è l’assimilazione della mia vita alla sua, la mia trasformazione e conformazione a Colui che è Amore vivo. Perciò questa comunione implica l’adorazione, implica la volontà di seguire Cristo, di seguire Colui che ci precede. Adorazione e processione fanno perciò parte di un unico gesto di comunione; rispondono al suo mandato: "Prendete e mangiate".

La nostra processione finisce davanti alla Basilica di Santa Maria Maggiore, nell’incontro con la Madonna, chiamata dal caro Papa Giovanni Paolo II "Donna eucaristica". Davvero Maria, la Madre del Signore, ci insegna che cosa sia entrare in comunione con Cristo: Maria ha offerto la propria carne, il proprio sangue a Gesù ed è divenuta tenda viva del Verbo, lasciandosi penetrare nel corpo e nello spirito dalla sua presenza. Preghiamo Lei, nostra santa Madre, perché ci aiuti ad aprire, sempre più, tutto il nostro essere alla presenza di Cristo; perché ci aiuti a seguirlo fedelmente, giorno per giorno, sulle strade della nostra vita. Amen!

Ratzinger - Benedetto XVI. Corpus Domini: La vittoria che fa l’uomo contento



Festa della gratitudine per il trionfo di Cristo sulla morte. Questo è il Corpus Domini

del cardinale Joseph Ratzinger

L’Ultima Cena, altare del Preziosissimo Sangue, scultura lignea, Tilman Riemenschneider, chiesa di San Giacomo, Rothenburg
Che significa per me il Corpus Domini? Anzitutto il ricordo di un giorno di festa, nel quale era presa assolutamente alla lettera l’espressione che Tommaso d’Aquino ha coniato in uno dei suoi inni per il Corpus Domini: «Quantum potes, tantum aude», devi osare tutto ciò che puoi per tributargli la lode dovuta... Questi versi richiamano d’altra parte alla memoria una frase che aveva formulato il martire Giustino già nel secondo secolo. Nella sua presentazione della liturgia cristiana egli scrive che chi la presiede, cioè il sacerdote, nella celebrazione eucaristica deve elevare al cielo preghiere e rendimenti di grazie «con tutta la forza di cui dispone»1. Nel Corpus Domini tutta la comunità si sente chiamata a questo compito: si deve osare tutto ciò che si può. Sento ancora il profumo che emanava dai tappeti di fiori e dalle betulle verdeggianti; appartengono a questi ricordi anche gli ornamenti presenti in tutte le case, le bandiere, i canti; sento ancora gli strumenti a fiato della banda locale, che in questo giorno osavano talvolta più di quanto potessero; sento lo scoppio dei mortaretti con cui i ragazzi esprimevano la loro prorompente gioia di vivere, ma con cui nelle vie del villaggio proprio in questo modo salutavano Cristo come un capo di Stato, anzi come il capo supremo, come il Signore del mondo. L’indefettibile presenza di Cristo veniva celebrata in questo giorno come una visita di Stato che non trascura, si potrebbe dire, nemmeno il più piccolo villaggio.
Il Corpus Domini ci rinvia anche alle questioni sollevate dal rinnovamento liturgico, con le sue prospettive teologiche. È giusto – ci chiedevamo – celebrare una volta all’anno l’Eucaristia come una visita di Stato fatta dal Signore del mondo, con tutte le manifestazioni tipiche di una gioia trionfale? Ci veniva poi ricordato che l’Eucaristia fu istituita nella sala dell’Ultima Cena e che è da lì che prende i connotati permanenti della sua celebrazione. I segni del pane e del vino, scelti dal Signore per questo mistero, richiamano l’attenzione sul gesto del ricevere. Il modo corretto di ringraziare per l’istituzione dell’Eucaristia è perciò la stessa celebrazione eucaristica, nella quale celebriamo la sua morte e la sua resurrezione e da lui siamo edificati in Chiesa vivente. Tutto il resto sembrava un vero e proprio fraintendimento dell’Eucaristia. Vi si aggiunse anche l’allarmata resistenza a tutto ciò che aveva sapore di trionfalismo, che non sembrava conciliabile con la coscienza cristiana del peccato e con la tragica situazione del mondo. E così la celebrazione del Corpus Domini divenne imbarazzante. Un influente manuale di liturgia, apparso in due volumi negli anni 1963-65, nella sua presentazione dell’anno liturgico non menziona nemmeno il Corpus Domini. Timidamente dedica solo una pagina all’argomento in un capitolo dal titolo: “Devozioni eucaristiche”; e tenta di superare il suo imbarazzo con la proposta, piuttosto astrusa, che si dovrebbe concludere la processione del Corpus Domini con la comunione agli infermi, perché proprio questa sarebbe l’unica circostanza in cui una processione, un percorso con l’Ostia, avrebbe un significato funzionale2.
Il Concilio di Trento era stato in questo molto meno chiuso. Aveva detto che il Corpus Domini aveva lo scopo di suscitare la gratitudine e di tenere desta in tutti la memoria del Signore3. Poche parole che fanno emergere ben tre motivi. Il Corpus Domini deve reagire alla smemoratezza dell’uomo, deve suscitare in lui sentimenti di riconoscenza e ha a che fare con la comunione, la forza unificante che proviene dallo sguardo rivolto all’unico Signore. Ci sarebbe molto da dire in proposito. Non siamo forse divenuti atrocemente incapaci di pensare e di far memoria proprio nell’era dei computer, delle assemblee e delle agende, usate perfino dai bambini delle elementari?
Gli psicologi ci dicono che la nostra razionalità cosciente è soltanto la superficie di tutta l’anima. Ma noi siamo così sollecitati da questo primo livello che il profondo non riesce più a farsi sentire. Questo fatto mina in definitiva la salute dell’uomo, perché egli non sente più ciò che è autentico, non è più lui stesso a vivere, ma è vissuto da ciò che è casuale e superficiale. In stretta connessione con questo sta il nostro rapporto col tempo. Il nostro rapporto col tempo è la dimenticanza. Noi viviamo sul momento. Vogliamo addirittura dimenticare, perché non ammettiamo la vecchiaia e la morte. Ma questa volontà di oblio è in realtà una menzogna che si trasforma in un grido aggressivo verso il futuro, un grido che vuole infrangere il tempo. Ma anche questa romantica del futuro, per cui non si vuole essere più soggetti al tempo, è una menzogna che distrugge l’uomo e il mondo. L’unico modo per dominare veramente il tempo è il perdono e la riconoscenza, che accetta il tempo come un dono e lo trasforma in gratitudine.
Ma ritorniamo al Concilio di Trento, dove viene fatta senza alcuna remora l’affermazione che nel Corpus Domini si celebra la vittoria di Cristo, il suo trionfo sulla morte. Così come la nostra tradizione bavarese onorava Cristo quale insigne “ospite di Stato”, qui ci si rifà all’antico uso romano di onorare con un corteo trionfale il condottiero vittorioso che ritorna in patria. La sua campagna militare era diretta contro la morte, che divora il tempo e ci costringe così alla menzogna che vuole dimenticare o distruggere il tempo. Ora, soltanto se c’è una risposta alla morte, l’uomo può essere veramente contento. Ma, se esiste questa risposta, allora è essa l’effettiva e valida autorizzazione alla gioia, ciò che può veramente costituire il fondamento di una festa. L’Eucaristia è, nella sua essenza, la risposta al problema della morte, l’incontro con l’amore, che è più forte della morte. Il Corpus Domini è risposta a questo nucleo del mistero eucaristico. Una volta all’anno esso pone ben al centro la gioia trionfale per questa vittoria e accompagna il vincitore nel corteo trionfale attraverso le vie. La solennità del Corpus Domini non viola perciò il primato del ricevere, che trova espressione nell’offerta del pane e del vino. Al contrario, essa non fa altro che mettere bene in luce cosa significa veramente accogliere: significa tributare al Signore l’accoglienza che spetta al vincitore. Accoglierlo significa adorarlo; accoglierlo significa appunto «Quantum potes tantum aude»: si deve osare tutto quello che si può.
Dio Padre mostra il corpo di Gesù Cristo, scultura lignea, Tilman Riemenschneider, Museo Nazionale, Berlino
Il Concilio di Trento conclude la sua esposizione sul Corpus Domini con una proposizione che suona offesa ai nostri orecchi ecumenici e che certamente ha contribuito in maniera non irrilevante a far sì che quella festa cadesse in discredito presso i nostri fratelli evangelici. Se però si depurano queste formulazioni dalle passioni del secolo XVI, viene sorprendentemente a galla qualche cosa di positivo e di grande. Ma ascoltiamo anzitutto semplicemente ciò che dice il testo. Nel testo conciliare si legge che il Corpus Domini deve rappresentare il trionfo della verità «in modo tale che, al cospetto di siffatto splendore e di una tale esultanza di tutta la Chiesa, i suoi avversari... o ne restino del tutto confusi oppure alla fine rinsaviscano scossi dalla vergogna»4. Se sfrondiamo questo testo dalla polemica, esso significa che la forza con la quale la verità si fa strada dev’essere la gioia con cui essa si manifesta. L’unità non si afferma con la polemica e nemmeno con teorie accademiche, ma con l’irradiazione della gioia pasquale; essa conduce al cuore della professione di fede: “Cristo è risorto”. Essa conduce al cuore dell’esistenza umana, che attende questa gioia con ogni sua fibra. Così la gioia pasquale si caratterizza come l’elemento essenziale dell’ecumenismo e della missionarietà; per essa i cristiani dovrebbero gareggiare fra loro e per essa farsi riconoscere nel mondo. Il Corpus Domini esiste per questo. E questo è il più profondo significato del distico, «Quantum potes, tantum aude»: sfrutta tutto lo splendore del bello, se si tratta di esprimere la gioia delle gioie. L’amore è più forte della morte; in Gesù Cristo Dio è in mezzo a noi.


Note
1 Giustino, Apologia I, 67,5.
2 A. G. Martimort (a cura di), Handbuch der Liturgiewissenschaft, I, Frei­burg 1963, p. 489, nota 15; tr. it. La Chiesa in preghiera. Introduzione alla liturgia, Desclée, Roma-Parigi-Tournai-New York 21966, p. 520, nota 6.
3 «Aequissimum est enim sacros aliquos statutos esse dies, cum christiani omnes singulari ac rara quadam significatione gratos et memores testentur ani­mos erga communem Dominum et Redemptorem pro tam ineffabili et plane divino beneficio, quo mortis eius victoria et triumphus repraesentatur». Decretum de sanctissimo eucharistiae sacramento (Sessio XIII, 11.10.1551), cap. V; DS 1644.
4 « ... Ut eius adversarii in conspectu tanti splendoris et in tanta universae Ecclesiae laetitia positi vel debilitati et fracti tabescant vel pudore affecti et confusi aliquando resipiscant» (ibidem).

Ratzinger - Benedetto XVI: Corpus Domini: per adorare, lodare e ringraziare

"Come l'amorevole pellicano, o Gesù Signore,
purifica me, immondo, col tuo sangue,
di cui una goccia può purificare
tutti i peccati"

San Tommaso d'Aquino




Omelia di Benedetto XVI nel Corpus Domini


ROMA, giovedì, 7 giugno 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo l’omelia pronunciata da Benedetto XVI questo giovedì nella Messa del Corpus Domini che ha presieduto nella piazza attigua alla Basilica di San Giovanni in Laterano, cattedrale del Vescovo di Roma.

* * *


Cari fratelli e sorelle!

Poco fa abbiamo cantato nella Sequenza: "Dogma datur christianis, / quod in carnem transit panis, / et vinum in sanguinem - È certezza a noi cristiani: / si trasforma il pane in carne, / si fa sangue il vino". Quest’oggi riaffermiamo con grande gioia la nostra fede nell’Eucaristia, il Mistero che costituisce il cuore della Chiesa. Nella recente Esortazione post-sinodale Sacramentum caritatis ho ricordato che il Mistero eucaristico "è il dono che Gesù Cristo fa di se stesso, rivelandoci l’amore infinito di Dio per ogni uomo" (n. 1). Pertanto quella del Corpus Domini è una festa singolare e costituisce un importante appuntamento di fede e di lode per ogni comunità cristiana. È festa che ha avuto origine in un determinato contesto storico e culturale: è nata con lo scopo ben preciso di riaffermare apertamente la fede del Popolo di Dio in Gesù Cristo vivo e realmente presente nel santissimo Sacramento dell’Eucaristia. È festa istituita per adorare, lodare e ringraziare pubblicamente il Signore, che "nel Sacramento eucaristico continua ad amarci ‘fino alla fine’, fino al dono del suo corpo e del suo sangue" (Sacramentum caritatis, 1).

La Celebrazione eucaristica di questa sera ci riconduce al clima spirituale del Giovedì Santo, il giorno in cui Cristo, alla vigilia della sua Passione, istituì nel Cenacolo la santissima Eucaristia. Il Corpus Domini costituisce così una ripresa del mistero del Giovedì Santo, quasi in obbedienza all’invito di Gesù di "proclamare sui tetti" ciò che Egli ci ha trasmesso nel segreto (cfr Mt 10,27). Il dono dell’Eucaristia, gli Apostoli lo ricevettero dal Signore nell’intimità dell’Ultima Cena, ma era destinato a tutti, al mondo intero. Ecco perché va proclamato ed esposto apertamente, perché ognuno possa incontrare "Gesù che passa" come avveniva per le strade della Galilea, della Samaria e della Giudea; perché ognuno, ricevendolo, possa essere sanato e rinnovato dalla forza del suo amore. Questa, cari amici, è la perpetua e vivente eredità che Gesù ci ha lasciato nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. Eredità che domanda di essere costantemente ripensata, rivissuta, affinché, come ebbe a dire il venerato Papa Paolo VI, possa "imprimere la sua inesauribile efficacia su tutti i giorni della nostra vita mortale" (Insegnamenti, V [1967], p. 779).

Sempre nell’Esortazione post-sinodale, commentando l’esclamazione del sacerdote dopo la consacrazione: "Mistero della fede!", osservavo: con queste parole egli "proclama il mistero celebrato e manifesta il suo stupore di fronte alla conversione sostanziale del pane e del vino nel corpo e sangue del Signore Gesù, una realtà che supera ogni comprensione umana" (n. 6). Proprio perché si tratta di una realtà misteriosa che oltrepassa la nostra comprensione, non dobbiamo meravigliarci se anche oggi molti fanno fatica ad accettare la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Non può essere altrimenti. Fu così fin dal giorno in cui, nella sinagoga di Cafarnao, Gesù dichiarò apertamente di essere venuto per darci in cibo la sua carne e il suo sangue (cfr Gv 6,26-58). Il linguaggio apparve "duro" e molti si tirarono indietro. Allora come adesso, l’Eucaristia resta "segno di contraddizione" e non può non esserlo, perché un Dio che si fa carne e sacrifica se stesso per la vita del mondo pone in crisi la sapienza degli uomini. Ma con umile fiducia, la Chiesa fa propria la fede di Pietro e degli Apostoli, e con loro proclama e proclamiamo noi: "Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna" (Gv 6,68). Rinnoviamo questa sera la professione di fede nel Cristo vivo e presente nell’Eucaristia. Sì, "è certezza a noi cristiani: / si trasforma il pane in carne, / si fa sangue il vino".

La Sequenza, nel suo punto culminante, ci ha fatto cantare: "Ecce panis angelorum, / factus cibus viatorum: / vere panis filiorum - Ecco il pane degli angeli, / pane dei pellegrini, / vero pane dei figli". E per la grazia del Signore siamo figli. L’Eucaristia è il cibo riservato a coloro che nel Battesimo sono stati liberati dalla schiavitù e sono diventati figli; è il cibo che li sostiene nel lungo cammino dell’esodo attraverso il deserto dell’umana esistenza. Come la manna per il popolo d’Israele, così per ogni generazione cristiana l’Eucaristia è l’indispensabile nutrimento che la sostiene mentre attraversa il deserto di questo mondo, inaridito da sistemi ideologici ed economici che non promuovono la vita, ma piuttosto la mortificano; un mondo dove domina la logica del potere e dell’avere piuttosto che quella del servizio e dell’amore; un mondo dove non di rado trionfa la cultura della violenza e della morte. Ma Gesù ci viene incontro e ci infonde sicurezza: Egli stesso è "il pane della vita" (Gv 6,35.48). Ce lo ha ripetuto nelle parole del Canto al Vangelo: "Io sono il pane vivo disceso dal cielo; chi mangia di questo pane vivrà in eterno" (cfr Gv 6,51).

Nel brano evangelico poc’anzi proclamato san Luca, narrandoci il miracolo della moltiplicazione dei cinque pani e due pesci con cui Gesù sfamò la folla "in una zona deserta", conclude dicendo: "Tutti ne mangiarono e si saziarono" (cfr Lc 9,11b–17). Vorrei in primo luogo sottolineare questo "tutti". E’ infatti desiderio del Signore che ogni essere umano si nutra dell’Eucaristia, perché l’Eucaristia è per tutti. Se nel Giovedì Santo viene posto in evidenza lo stretto rapporto che esiste tra l’Ultima Cena e il mistero della morte di Gesù in croce, quest’oggi, festa del Corpus Domini, con la processione e l’adorazione corale dell’Eucaristia si richiama l’attenzione sul fatto che Cristo si è immolato per l’intera umanità. Il suo passaggio fra le case e per le strade della nostra Città sarà per coloro che vi abitano un’offerta di gioia, di vita immortale, di pace e di amore.

Nel brano evangelico, un secondo elemento salta all’occhio: il miracolo compiuto dal Signore contiene un esplicito invito ad offrire ciascuno il proprio contributo. I cinque pesci e i due pani stanno ad indicare il nostro apporto, povero ma necessario, che Egli trasforma in dono di amore per tutti. "Cristo ancora oggi - ho scritto nella citata Esortazione post-sinodale - continua ad esortare i suoi discepoli ad impegnarsi in prima persona" (n. 88). L’Eucaristia è dunque una chiamata alla santità e al dono di sé ai fratelli, perchè "la vocazione di ciascuno di noi è quella di essere, insieme a Gesù, pane spezzato per la vita del mondo" (ibid.).

Questo invito, il nostro Redentore lo rivolge in particolare a noi, cari fratelli e sorelle di Roma, raccolti in questa storica Piazza intorno all’Eucaristia: vi saluto tutti con affetto. Il mio saluto è innanzitutto per il Cardinale Vicario e i Vescovi Ausiliari, per gli altri venerati Fratelli Cardinali e Vescovi, come pure per i numerosi presbiteri e diaconi, i religiosi e le religiose, e i tanti fedeli laici. Al termine della Celebrazione eucaristica ci uniremo in processione, quasi a portare idealmente il Signore Gesù per tutte le vie e i quartieri di Roma. Lo immergeremo, per così dire, nella quotidianità della nostra vita, perché Egli cammini dove noi camminiamo, perché Egli viva dove noi viviamo. Sappiamo infatti, come ci ha ricordato l’apostolo Paolo nella Lettera ai Corinzi, che in ogni Eucaristia, anche in quella di stasera, noi "annunziamo la morte del Signore finché egli venga" (cfr 1 Cor 11,26). Noi camminiamo sulle strade del mondo sapendo di aver Lui al fianco, sorretti dalla speranza di poterlo un giorno vedere a viso svelato nell’incontro definitivo.

Intanto già ora noi ascoltiamo la sua voce che ripete, come leggiamo nel Libro dell’Apocalisse: "Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me" (Ap 3,20). La festa del Corpus Domini vuole rendere percepibile, nonostante la durezza del nostro udito interiore, questo bussare del Signore. Gesù bussa alla porta del nostro cuore e ci chiede di entrare non soltanto per lo spazio di un giorno, ma per sempre. Lo accogliamo con gioia elevando a Lui la corale invocazione della Liturgia: "Buon Pastore, vero pane, / o Gesù, pietà di noi (…) Tu che tutto sai e puoi, / che ci nutri sulla terra, / conduci i tuoi fratelli / alla tavola del cielo / nella gioia dei tuoi santi".

Amen!

Ratzinger - Benedetto XVI. "Trinità: comunione di luce e di amore!"

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ANGELUS

Piazza San Pietro
Solennità della Santissima Trinità
Domenica, 11 giugno 2006

"Trinità: comunione di luce e di amore!"

Cari fratelli e sorelle!

In questa domenica che segue la Pentecoste celebriamo la solennità della Santissima Trinità. Grazie allo Spirito Santo, che aiuta a comprendere le parole di Gesù e guida alla verità tutta intera (cfr Gv 14,26; 16,13), i credenti possono conoscere, per così dire, l’intimità di Dio stesso, scoprendo che Egli non è solitudine infinita, ma comunione di luce e di amore, vita donata e ricevuta in un eterno dialogo tra il Padre e il Figlio nello Spirito Santo – Amante, Amato e Amore, per riecheggiare sant’Agostino. In questo mondo nessuno può vedere Dio, ma Egli stesso si è fatto conoscere così che, con l’apostolo Giovanni, possiamo affermare: "Dio è amore" (1 Gv 4,8.16), "noi abbiamo riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto" (Enc. Deus caritas est, 1; cfr 1 Gv 4,16). Chi incontra il Cristo ed entra con Lui in un rapporto di amicizia, accoglie la stessa Comunione trinitaria nella propria anima, secondo la promessa di Gesù ai discepoli: "Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 14,23).

Tutto l’universo, per chi ha fede, parla di Dio Uno e Trino. Dagli spazi interstellari fino alle particelle microscopiche, tutto ciò che esiste rimanda ad un Essere che si comunica nella molteplicità e varietà degli elementi, come in un’immensa sinfonia. Tutti gli esseri sono ordinati secondo un dinamismo armonico che possiamo analogicamente chiamare "amore". Ma solo nella persona umana, libera e ragionevole, questo dinamismo diventa spirituale, diventa amore responsabile, come risposta a Dio e al prossimo in un dono sincero di sé. In questo amore l’essere umano trova la sua verità e la sua felicità. Tra le diverse analogie dell’ineffabile mistero di Dio Uno e Trino che i credenti sono in grado di intravedere, vorrei citare quella della famiglia. Essa è chiamata ad essere una comunità di amore e di vita, nella quale le diversità devono concorrere a formare una "parabola di comunione".

Capolavoro della Santissima Trinità, tra tutte le creature, è la Vergine Maria: nel suo cuore umile e pieno di fede Dio si è preparato una degna dimora, per portare a compimento il mistero della salvezza. L’Amore divino ha trovato in Lei corrispondenza perfetta e nel suo grembo il Figlio Unigenito si è fatto uomo. Con fiducia filiale rivolgiamoci a Maria, perché, con il suo aiuto, possiamo progredire nell’amore e fare della nostra vita un canto di lode al Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo.

Giovanni Paolo II. Angelus, catechesi e omelie sulla SS. Trinità

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ANGELUS

Domenica 25 maggio 1997

Carissimi Fratelli e Sorelle!

1. L'odierna solennità liturgica ci invita a contemplare il mistero della Santissima Trinità. Mistero inaccessibile al nostro intelletto, ma a noi rivelato da Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo. "Dio - dice l'evangelista Giovanni - nessuno lo ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato" (Gv 1,18).

La Trinità, che il cristianesimo confessa, non pregiudica minimamente l'unità di Dio. L'unico Dio si presenta al nostro sguardo non come un Dio "solitario", ma come un Dio-comunione. La prima lettera di Giovanni ne esprime stupendamente il mistero, quando dice: "Dio è amore" (1 Gv 4,8).

Sì, Dio non soltanto ama, ma amare è la sua stessa essenza.

Di questo ineffabile mistero di amore tutti siamo chiamati a fare esperienza viva. "Se uno mi ama - ci ha assicurato Gesù - osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 14,23).

2. Dall'amore trinitario il pensiero va al mistero di amore che si manifesta nella Santa Eucaristia. Oggi inizia a Breslavia il 46E Congresso Eucaristico Internazionale, che io stesso avrò la gioia di concludere domenica prossima. Nell'Eucaristia c'è la sintesi e il vertice del cristianesimo. Sotto le specie del pane e del vino consacrati, Cristo continua a vivere tra i suoi, rende costantemente presente il sacrificio del Golgotha, si fa nutrimento e forza del suo popolo.

Il mistero eucaristico, nella linea dell'Incarnazione redentrice, riguarda direttamente solo Cristo, ma in esso è coinvolta tutta la Trinità. La presenza eucaristica si realizza infatti nella forza dello Spirito Santo e tutto si compie davanti al volto del Padre, che nel pane eucaristico continua a donarci il suo Figlio unigenito, il quale gli offre il sacrificio di lode, a nome dell'intera creazione.

3. Mistero della fede! Chiediamo alla Vergine Santa di farci sempre più penetrare nel mistero dell'Eucaristia e nel mistero della Santissima Trinità.

Ci aiuti Maria, "Sanctae Trinitatis domicilium" - dimora della Santissima Trinità (San Proclo di Costantinopoli, Oratio VI, 17), a cogliere negli eventi del mondo i segni della presenza di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo. Ella ci ottenga di amare Cristo con tutto il cuore, per camminare verso la visione della Trinità, traguardo meraviglioso a cui tende la nostra vita.

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 14 Giugno 2000

La gloria della Trinità nella vita della Chiesa

1. La Chiesa nel suo pellegrinaggio verso la piena comunione d’amore con Dio si presenta come un “popolo adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Questa stupenda definizione di San Cipriano (De Orat.Dom. 23; cfr LG 4) ci introduce nel mistero della Chiesa, resa comunità di salvezza dalla presenza di Dio Trinità. Come l’antico popolo di Dio, essa è guidata nel suo nuovo Esodo dalla colonna di nube durante il giorno e dalla colonna di fuoco durante la notte, simboli della costante presenza divina. In questo orizzonte vogliamo contemplare la gloria della Trinità, che rende la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.

2. La Chiesa è innanzitutto una. I battezzati, infatti, sono misteriosamente uniti a Cristo e costituiti suo Corpo mistico nella forza dello Spirito Santo. Come afferma il Concilio Vaticano II, “il supremo modello e il principio di questo mistero è l’unità nella Trinità delle persone di un solo Dio, Padre e Figlio nello Spirito Santo” (UR 2). Anche se nella storia questa unità ha conosciuto la prova dolorosa di tante divisioni, la sua inesauribile sorgente trinitaria spinge la Chiesa a vivere sempre più profondamente quella koinonia o comunione che risplendeva nella prima comunità di Gerusalemme (cfr At 2,42; 4,32).

Da questa prospettiva attinge luce il dialogo ecumenico, dal momento che tutti i cristiani sono consapevoli del fondamento trinitario della comunione: “La koinonia è opera di Dio e ha un carattere marcatamente trinitario. Nel battesimo si ha il punto di partenza dell’iniziazione della koinonia trinitaria per mezzo della fede, attraverso Cristo, nello Spirito… E i mezzi che lo Spirito ha dato per sostenere la koinonia sono la Parola, il ministero, i sacramenti, i carismi” (Prospettive sulla koinonia, Rapporto del III quinquennio 1985-89 del dialogo cattolici-pentecostali, n.31). A tal proposito il Concilio ricorda a tutti i fedeli che “con quanta più stretta comunione saranno uniti col Padre, col Verbo e con lo Spirito Santo, con tanta più intima e facile azione potranno accrescere la mutua fraternità” (UR 7).

3. La Chiesa è anche santa. Nel linguaggio biblico, prima ancora che espressione della santità morale ed esistenziale del fedele, il concetto di “santo” rimanda alla consacrazione operata da Dio attraverso l’elezione e la grazia offerta al suo popolo. È, quindi, la presenza divina che “consacra nella verità” la comunità dei credenti (cfr Gv 17,17.19).

E il segno più alto di tale presenza è costituito dalla liturgia, che è l’epifania della consacrazione del popolo di Dio. In essa c’è la presenza eucaristica del corpo e sangue del Signore, ma anche “la nostra eucaristia, cioè il nostro rendere grazie a Dio, il lodarlo per averci redenti con la sua morte e resi partecipi della vita immortale per mezzo della sua risurrezione. Un tale culto, rivolto alla Trinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, accompagna e permea innanzitutto la Celebrazione Eucaristica. Ma esso deve pure riempire i nostri templi” e la vita della Chiesa (Dominicae Coenae n. 3). E proprio “mentre comunichiamo tra noi nella mutua carità e nell’unica lode della Trinità Santissima, corrispondiamo all’intima vocazione della Chiesa e pregustando partecipiamo alla liturgia della gloria eterna” (LG 51).

4. La Chiesa è cattolica, inviata per l’annuncio di Cristo al mondo intero nella speranza che tutti i capi dei popoli si raccolgano con il popolo del Dio di Abramo (cfr Sal 47,10; Mt 28,19). Come afferma il Concilio Vaticano II, “la Chiesa peregrinante è per sua natura missionaria, in quanto essa trae origine dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo, secondo il disegno di Dio Padre. Questo disegno scaturisce dall’ ‘amore fontale’, cioè dalla carità di Dio Padre, che essendo il principio senza principio, da cui il Figlio è generato e da cui lo Spirito Santo attraverso il Figlio procede, per la sua immensa e misericordiosa benignità ci crea liberamente e gratuitamente ci chiama a partecipare alla vita e alla sua gloria. Egli ha effuso con liberalità e non cessa di effondere la divina bontà, sicché lui che di tutti è il creatore, possa anche essere ‘tutto in tutti ’ (1 Cor 15,28), procurando ad un tempo la sua gloria e la nostra felicità” (AG 2).

5. La Chiesa, infine, è apostolica. Secondo il mandato di Cristo, gli apostoli devono andare e ammaestrare tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che egli ha comandato (cfr Mt 28,19-20). Questa missione si estende a tutta la Chiesa, che attraverso la Parola, resa viva, luminosa ed efficace dallo Spirito Santo e dai Sacramenti, “realizza il piano di Dio, a cui Cristo in spirito di obbedienza e di amore si consacrò per la gloria del Padre che l’aveva mandato, cioè la costituzione di tutto il genere umano nell’unico popolo di Dio, la sua riunione nell’unico corpo di Cristo, la sua edificazione nell’unico tempio dello Spirito Santo” (AG 7).

La Chiesa una, santa, cattolica e apostolica è popolo di Dio, corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo. Queste tre immagini bibliche additano in modo luminoso la dimensione trinitaria della Chiesa. In questa dimensione si ritrovano tutti i discepoli di Cristo, chiamati a viverla in modo sempre più profondo e con una comunione sempre più viva. Lo stesso ecumenismo trova nel riferimento trinitario il suo solido fondamento, poiché lo Spirito “unisce i fedeli con Cristo, mediatore di ogni dono di salvezza, e dona loro - attraverso lui - accesso al Padre, che nello stesso Spirito essi possono chiamare abba’, Padre” (Commissione Congiunta Cattolici Romani - Evangelici Luterani, Chiesa e giustificazione, n. 64). Nella Chiesa, dunque, ritroviamo una grandiosa epifania della gloria trinitaria. Raccogliamo, allora, l’invito che Sant’Ambrogio ci rivolge: “Alzati, tu che prima stavi sdraiato a dormire… Alzati e vieni di corsa alla Chiesa: qui c’è il Padre, qui c’è il Figlio, qui c’è lo Spirito Santo” (In Lucam VII).



UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 26 Aprile 2000

La gloria della Trinità nella Trasfigurazione

1. In quest'Ottava di Pasqua, considerata come un unico grande giorno, la liturgia ripete senza stancarsi l'annuncio della risurrezione: "Gesù è veramente risorto!". Quest'annuncio spalanca un orizzonte nuovo all'intera umanità. Nella risurrezione diventa realtà quanto nella Trasfigurazione sul Tabor era misteriosamente adombrato. Allora il Salvatore svelava a Pietro, Giacomo e Giovanni il prodigio di gloria e di luce sigillato dalla voce del Padre: "Questi è il Figlio mio prediletto!" (Mc 9,7).

Nella festa di Pasqua, queste parole ci appaiono nella loro pienezza di verità. Il Figlio prediletto del Padre, il Cristo crocifisso e morto, è risorto per noi. Nella sua luce noi credenti vediamo la luce e, "innalzati dallo Spirito - come afferma la liturgia della Chiesa d'Oriente -, cantiamo la Trinità consustanziale in tutti i secoli" (Grandi Vespri della Trasfigurazione di Cristo). Con il cuore colmo di gioia pasquale saliamo oggi idealmente il monte santo, che domina la pianura di Galilea, per contemplare l'evento che lassù si compì, anticipando gli eventi pasquali.

2. Cristo è al centro della Trasfigurazione. Verso lui convergono due testimoni della Prima Alleanza: Mosè, mediatore della Legge, ed Elia, profeta del Dio vivo. La divinità di Cristo, proclamata dalla voce del Padre, è anche svelata dai simboli che Marco tratteggia con i suoi tocchi pittoreschi. C'è, infatti, la luce e c'è il candore che rappresentano l'eternità e la trascendenza: "Le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche" (Mc 9,3). C'è poi la nube, segno della presenza di Dio nel cammino dell'Esodo di Israele e nella tenda dell'Alleanza (cfr Es 13, 21-22; 14, 19.24; 40, 34.38).

Canta ancora la liturgia orientale nel Mattutino della Trasfigurazione: "Luce immutabile della luce del Padre, o Verbo, nella tua brillante luce noi oggi abbiamo visto al Tabor la luce che è il Padre e la luce che è lo Spirito, luce che illumina ogni creatura".

3. Questo testo liturgico sottolinea la dimensione trinitaria della trasfigurazione di Cristo sul monte. È esplicita, infatti, la presenza del Padre con la sua voce rivelatrice. La tradizione cristiana intravede implicitamente anche la presenza dello Spirito Santo, sulla scia dell'evento parallelo del Battesimo al Giordano, ove lo Spirito discendeva su Cristo come una colomba (cfr Mc 1, 10). Infatti, il comando dato dal Padre: "Ascoltatelo" (Mc 9, 7) presuppone che Gesù sia ripieno di Spirito Santo, così che le sue parole siano «spirito e vita» (Gv 6, 63; cfr 3, 34-35).

È, dunque, possibile salire sul monte per sostare, contemplare ed essere immersi nel mistero di luce di Dio. Nel Tabor sono rappresentati tutti i monti che ci conducono a Dio, secondo un'immagine cara ai mistici. Un altro testo della Chiesa d'Oriente ci invita a questa ascensione verso l'alto e verso la luce: "Venite, popoli, seguitemi! Saliamo sulla montagna santa e celeste, fermiamoci spiritualmente nella città del Dio vivente e contempliamo in spirito la divinità del Padre e dello Spirito che risplende nel Figlio unigenito" (tropario a conclusione del Canone di san Giovanni Damasceno).

4. Nella Trasfigurazione non solo contempliamo il mistero di Dio, passando di luce in luce (cfr Sal 36,10), ma siamo anche invitati ad ascoltare la parola divina che si rivolge a noi. Al di sopra della parola della Legge in Mosè e della profezia in Elia, risuona la parola del Padre che rinvia a quella del Figlio, come ho appena ricordato. Presentando il «Figlio prediletto», il Padre aggiunge l'invito ad ascoltarlo (cfr Mc 9,7).

Quando commenta la scena della Trasfigurazione, la Seconda Lettera di Pietro mette in grande evidenza la voce divina. Gesù Cristo "ricevette onore e gloria da Dio Padre quando nella maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto!». Questa voce noi l'abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte. E così abbiamo conferma migliore della parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l'attenzione, come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori" (2 Pt 1, 17-19).

5. Visione e ascolto, contemplazione e obbedienza sono, dunque, le vie che ci conducono al santo monte sul quale la Trinità si rivela nella gloria del Figlio. "La Trasfigurazione ci offre un anticipo della venuta gloriosa di Cristo, «il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso» (Fil 3, 21). Ma ci ricorda anche che «è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio» (At 14, 22)" (CCC 556).

La liturgia della Trasfigurazione, come suggerisce la spiritualità della Chiesa d'Oriente, presenta nei tre apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, una «triade» umana che contempla la Trinità divina. Come i tre giovani nella fornace ardente del libro di Daniele (3, 51-90), la liturgia "benedice Dio Padre Creatore, canta il Verbo disceso in loro aiuto che cambia il fuoco in rugiada, ed esalta lo Spirito Santo che dona a tutti la vita nei secoli" (Mattutino della festa della Trasfigurazione).

Anche noi ora preghiamo il Cristo trasfigurato con le parole del Canone di san Giovanni Damasceno: "Mi hai sedotto col desiderio di te, o Cristo, e mi hai trasformato col tuo divino amore. Brucia i miei peccati col fuoco immateriale e degnati di colmarmi della tua dolcezza affinché, trasalendo di gioia, io esalti le tue manifestazioni".

P. R. Cantalamessa: Un mistero vicino, Domenica della Trinità


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La vita cristiana si svolge tutta quanta nel segno e in presenza della Trinità. All’alba della vita, fummo battezzati “nel nome del Padre e del Figlio dello Spirito Santo” e alla fine, accanto al nostro capezzale, verranno recitate le parole: “Parti, anima cristiana, da questo mondo: nel nome del Padre che ti ha creata, del Figlio che ti ha redenta e dello Spirito Santo che ti ha santificata”.

Tra questi due momenti estremi, si collocano altri momenti cosiddetti “di passaggio” che, per un cristiano, sono contrassegnati tutti dall’invocazione della Trinità. È nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo che gli sposi si congiungono in matrimonio e i sacerdoti vengono consacrati dal vescovo. Una volta nel nome della Trinità iniziavano i contratti, le sentenze e ogni atto importante della vita civile e religiosa.

Non è vero dunque che la Trinità è un mistero remoto, irrilevante per la vita di ogni giorno. Al contrario, queste sono le tre persone che ci sono più “intime” nella vita: non sono infatti fuori di noi, come la stessa moglie o il marito, ma sono dentro di noi. Esse “dimorano in noi” (Gv 14, 23), noi siamo il loro “tempio”.

Ma perché i cristiani credono nella Trinità? Non è già abbastanza difficile credere che c’è Dio, da aggiungerci anche che egli è “uno e trino”? I cristiani credono che Dio è uno e trino, perché credono che Dio è amore! È la rivelazione di Dio come amore, fatta da Gesù, che ha “costretto” ad ammettere la Trinità. Non è una invenzione umana.

Se Dio è amore, deve amare qualcuno. Non esiste infatti un amore “a vuoto”, senza alcuno oggetto. Ma chi ama Dio per essere definito amore? Gli uomini? Ma gli uomini esistono da alcuni milioni di anni, non più. Il cosmo, l’universo? Ma l’universo esiste da alcuni miliardi di anni. Prima di allora chi amava Dio per potersi definire amore? Non possiamo dire: amava se stesso, perché questo non sarebbe amore, ma egoismo o narcisismo.

Ed ecco la risposta della rivelazione cristiana: Dio è amore, perché dall’eternità ha “nel suo seno” un Figlio, il Verbo, che ama con un amore infinito, cioè con lo Spirito Santo. In ogni amore ci sono sempre tre realtà o soggetti: uno che ama, uno che è amato e l’amore che li unisce. Il Dio cristiano è uno e trino perché è comunione d’amore. Nell’amore si riconciliano tra loro unità e pluralità; l’amore crea l’unità nella diversità: unità di intenti, di pensiero, di volere; diversità di soggetti, di caratteristiche, e, nell’ambito umano, di sesso. In questo senso la famiglia, è l’immagine meno imperfetta della Trinità. Non per nulla nel creare la prima coppia umana Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza” (Gen 1, 26-27).

Secondo gli atei moderni, Dio non sarebbe che una proiezione che l’uomo fa di se stesso, come uno che scambia per una persona diversa la propria immagine riflessa in un ruscello. Questo può essere vero nei confronti di ogni altra idea di Dio, ma non del Dio cristiano. Che bisogno avrebbe, infatti, l’uomo di scindere se stesso in tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo, se veramente Dio non è che la proiezione che l’uomo fa della propria immagine? La dottrina della Trinità è, da sola, il migliore antidoto all’ateismo moderno.

Quello che ho detto vi è parso troppo difficile? Non ci avete capito molto? Direi: non vi preoccupate. Quando ci si trova sulla riva di un lago o di un mare e si vuol sapere cosa c’è sull’altra sponda, la cosa più importante non è aguzzare la vista e cercare di scrutare l’orizzonte, ma è salire sulla barca che porta a quella sponda. Nei confronti della Trinità, la cosa più importante non è speculare sul mistero, ma rimanere nella fede della Chiesa che è la barca che porta alla Trinità.

Giovanni Paolo II. Trinità in missione. Famiglia in missione

VISITA PASTORALE A FERMO E A PORTO SAN GIORNO

MESSA PER LE FAMIGLIE NEO-CATECUMENALI
IN PARTENZA PER LE MISSIONI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Centro «Servo di Jahvè» di Porto San Giorgio (Ascoli Piceno)
Venerdì, 30 dicembre 1988




Sia lodato Gesù Cristo.

Carissimi, stiamo vivendo il periodo natalizio. In questo periodo viviamo nella fede il grande mistero divino, il mistero della Santissima Trinità in missione. Si sapeva, e lo si conferma, che Dio è uno ed unico. Possiamo anche accettare quanto ha detto Paolo, quando parlava sull’Areopago, che Dio è quell’assoluto, quello spirituale in cui viviamo, in cui ci muoviamo, in cui siamo. Ma non si sapeva, ed ancora oggi da tanti viene accettata con difficoltà, la profonda realtà del Dio Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo. E appunto lui, il Dio Trinità, quello in cui viviamo, in cui ci muoviamo, in cui esistiamo. E lui, Trinità in missione, non è soltanto un ente assoluto, supremo a tutti, ma è il Padre nella sua infinita, imperscrutabile realtà, che genera, genera dall’eternità senza inizio, il suo Verbo. E con questo suo Verbo vive l’ineffabile mistero dell’amore, che è una persona e non solamente un affetto, non solamente una relazione interpersonale; è una persona, il Figlio generato, Spirito, amore spirato. Il santo Natale ci ricorda ogni anno questo mistero della Trinità in missione, qui nella notte di Betlemme, questa missione del Figlio, inviato dal Padre per portarci quello Spirito in cui è stato concepito dalla Vergine. Viene per portarci questo Spirito. Ecco, la notte di Natale è questa notte in cui la realtà del Dio-comunione, unità della divinità, unità assoluta, unità della comunione viene avvicinato alla nostra mente umana, ai nostri occhi, alla nostra storia e diventa visibile. Diventa cioè visibile il mistero nascosto, il “Mysterium absconditum a saeculis”, il mistero nascosto da sempre viene rivelato, diventa visibile. Attraverso questa povera realtà della nascita del Signore, del presepe, della notte di Betlemme, di Maria e di Giuseppe si rivela il grande mistero della Trinità in missione. Ecco il nostro Dio, ecco il nostro Dio! Ineffabile mistero!

Noi contempliamo questa realtà, questo mistero della Trinità in missione; noi la contempliamo durante il periodo natalizio con una speciale profondità ed intensità e con una intensa gioia perch? questa missione - il Verbo inviato nel mondo per parlare in persona di suo Padre, della realtà divina, lui Verbo viene in questa notte come un neonato umano, povero, spogliato di tutto; spogliato già in questo momento - non poteva nascere altrimenti. Nessuna ricchezza umana poteva offrire un contesto adeguato alla nascita umana all’eterno Figlio di Dio. Solamente quella povertà, quell’abbandono, quel presepe, quella notte di Betlemme poteva esserlo. È stato giusto che non abbia potuto trovare nessun alloggio in questa cittadina.

Carissimi, noi contempliamo questa realtà divina, la Santissima Trinità in missione, e nello stesso tempo sentiamo come sono insufficienti i nostri umani concetti, le nostre povere umane parole per parlare di questo mistero. Però quello che ci è stato inviato, il Verbo, viene per parlare e viene anche per farci parlare. Anzi, ha trovato i più semplici per riprendere questa parola, questa parola divina: ha trovato i più semplici.

Così noi dobbiamo parlare, noi dobbiamo confessare, testimoniare sapendo della nostra insufficienza dinanzi alla realtà, dinanzi all’imperscrutabile mistero di Dio, unità divina, unità della divinità e nello stesso tempo unità della comunione.

Durante questo periodo natalizio la santa madre Chiesa ci fa celebrare oggi un altro mistero umano: la sacra Famiglia di Nazaret.

Dobbiamo dire che oggi contempliamo la famiglia in missione, perch? la sacra Famiglia non è altro, è questo: la umana famiglia in missione divina. E qui, questa famiglia umana, come una comunità più piccola si dimostra, nello stesso tempo, come una grande comunità umana che si trova in missione divina: questa è la Chiesa. La Chiesa, soprattutto nel Vaticano II, ha riconosciuto il suo carattere di famiglia ed il suo carattere missionario. È una grande famiglia in missione. Dentro questa grande famiglia-Chiesa si trova ogni umana famiglia, ogni comunità familiare, come famiglia in missione. Si è parlato molto della famiglia come società più piccola, più basilare, e tutto questo è vero. Ma quando vediamo il mistero principale costituito dalla Trinità in missione non possiamo vedere la famiglia al di fuori di questo: anche essa in missione. E la sua missione è veramente quella fondamentale, fondamentale per la missione divina del Verbo, per la missione divina dello Spirito Santo; è fondamentale. La missione divina del Verbo è quella di parlare, di dare testimonianza del Padre. È la famiglia che parla per prima, che rivela per prima questo mistero, che per prima dà testimonianza di Dio, del Padre davanti alle nuove generazioni. La sua parola è più efficace.

Così ogni famiglia umana, ogni famiglia cristiana, si trova in missione. Questa è la missione della verità. La famiglia non può vivere senza verità, anzi essa è il luogo in cui esiste una sensibilità estrema per la verità. Se manca la verità nella relazione, nella comunione delle persone - marito, moglie, padri, madri, figli - se manca la verità si rompe la comunione, si distrugge la missione. Voi tutti sapete bene come questa comunione della famiglia sia veramente sottile, delicata, facilmente vulnerabile. E così si rispecchia nella famiglia, insieme con la missione del Verbo, del Figlio, anche la missione dello Spirito Santo che è l’amore. La famiglia è in missione, e questa missione è fondamentale per ogni popolo, per l’umanità intera; è la missione dell’amore e della vita, è la testimonianza dell’amore e della vita.

Carissimi, io sono venuto qui molto volentieri. Ho accolto molto volentieri il vostro invito nella festa della sacra Famiglia per pregare insieme con voi per la cosa più fondamentale e più importante nella missione della Chiesa: per il rinnovamento spirituale della famiglia, delle famiglie umane e cristiane in ogni popolo, in ogni nazione, specialmente forse nel nostro mondo occidentale, più avanzato, più marcato dai segni e dai benefici del progresso ma anche dalle mancanze di questo progresso unilaterale. Se si deve parlare di un rinnovamento, di una rigenerazione della società umana, anzi della Chiesa come società degli uomini, si deve cominciare da questo punto, da questa missione. Chiesa santa di Dio, tu non puoi fare la tua missione, non puoi compiere la tua missione nel mondo, se non attraverso la famiglia e la sua missione.

Questa è la finalità principale per cui io ho accolto il vostro invito a stare insieme e pregare insieme in questo ambiente composto soprattutto dalle famiglie, dagli sposi, dai bambini, anzi da famiglie itineranti. È una bella cosa. Vediamo che anche la Famiglia di Nazaret è una famiglia itinerante. E lo è stata subito, sin dai primi giorni di vita del divino fanciullo, del Verbo incarnato. Essa doveva diventare famiglia itinerante, sì, itinerante ed anche rifugiata.

Tante realtà dolorose del nostro tempo - quella dei rifugiati, per esempio, o quella degli emigrati - sono già incise, presenti nella sacra Famiglia di Nazaret. Ma per voi essa è soprattutto una famiglia itinerante perch? va dappertutto: se va in Egitto, se ritorna a Nazaret, se ritorna a Gerusalemme con Gesù dodicenne, sempre va dovunque come itinerante per portare una testimonianza della missione della famiglia, della divina missione di una famiglia umana. Io penso che voi, come famiglie itineranti, neo-catecumenali, voi fate lo stesso: costituite la finalità della vostra itineranza che è quella di portare dovunque, nei diversi ambienti, forse negli ambienti più scristianizzati, portare la testimonianza della missione della famiglia. È una testimonianza grande, umanamente grande, cristianamente grande, divinamente grande perch? tale testimonianza, la missione della famiglia, è finalmente iscritta nel solco della Santissima Trinità. Non c’è, in questo mondo, un’altra immagine più perfetta, più completa di quello che è Dio: unità, comunione. Non c’è un’altra realtà umana più corrispondente, più umanamente corrispondente a quel mistero divino. E così, portando come itineranti la testimonianza che è propria della famiglia, della famiglia in missione, voi portate dovunque la testimonianza della Trinità Santissima in missione. E così fate crescere la Chiesa perch? la Chiesa cresce da questi due misteri. Come ci insegna il Concilio Vaticano II, tutta la vitalità della Chiesa viene finalmente, o principalmente, da questo mistero, da questo mistero della Trinità in missione. D’altra parte portate la testimonianza della famiglia in missione che cerca di camminare sulle orme della Trinità in missione. E così si porta anche un messaggio, il messaggio di Betlemme, il messaggio natalizio, gioioso.

Sappiamo che questo messaggio anche secondo le tradizioni e le usanze, è sempre collegato con le famiglie umane, è la festa della famiglia. Si deve dare a questa festa un respiro profondo, una dimensione piena, umanamente piena, cristianamente piena, divinamente piena perch? questo mistero umano, questa realtà umana della famiglia è radicata nel mistero divino, nel mistero di Dio comunione.

Voi siete comunione, comunione delle persone, come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Siete comunione delle persone, siete unità. Siete unità e non potete non essere unità. Se non siete unità non siete comunione; se siete invece comunione, siete unità. Ci sono molte famiglie in questo mondo progredito, ricco, opulento che perdono la loro unità, perdono la comunione, perdono le radici. Ecco voi siete itineranti per portare la testimonianza di queste radici; questa è la vostra catechesi, questa è la vostra testimonianza neocatecumenale: così si parla della fruttificazione del sacro Battesimo. Sappiamo bene che il sacramento del Matrimonio, la famiglia, tutto questo cresce nel sacramento del Battesimo, dalla sua ricchezza. Crescere dal Battesimo vuol dire crescere dal mistero pasquale di Cristo. Attraverso il sacramento dell’acqua e dello Spirito Santo, siamo immersi in questo mistero pasquale di Cristo che è la sua morte e la sua risurrezione. Siamo immersi per ritrovare la pienezza della vita, e questa pienezza dobbiamo ritrovarla nella pienezza della persona, ma, nello stesso tempo, nella dimensione della famiglia - comunione di persone - per portare, per ispirare con questa novità di vita gli ambienti diversi, le società, i popoli, le culture, la vita sociale, la vita economica . . . Tutto questo è per la famiglia. Voi dovete andare in tutto il mondo a ripetere a tutti che è “per la famiglia”, non a costo della famiglia. Sì, il vostro programma deve essere pienamente evangelico, coraggioso, coraggioso nel testimoniare e coraggioso nel domandare, nel domandare davanti a tutti, soprattutto davanti ai nostri fratelli, davanti alle persone umane, davanti alle nostre sorelle, a tutte queste famiglie, a tutte queste coppie, a tutte queste generazioni. Ma anche davanti agli altri. Con questa grande testimonianza, la famiglia in missione come immagine della Trinità in missione, si deve portare anche avanti un programma direi socio-politico, socio-economico. La famiglia è coinvolta in tutto questo e può essere aiutata, portata avanti, privilegiata o può essere distrutta.

Dovete, con tutte le vostre preghiere, con la vostra testimonianza, con la vostra forza, dovete aiutare la famiglia, dovete proteggerla contro ogni distruzione. Se non c’è un’altra dimensione in cui l’uomo possa esprimersi come persona, come vita, come amore, si deve dire anche che non esiste altro luogo, altro ambiente in cui l’uomo possa essere più distrutto. Oggi si fanno molte cose per normalizzare queste distruzioni, per legalizzare queste distruzioni; distruzioni profonde, ferite profonde dell’umanità. Si fa tanto per sistemare, per legalizzare. In questo senso si dice “proteggere”. Ma non si può proteggere veramente la famiglia senza entrare nelle radici, nelle realtà profonde, nella sua intima natura; e questa sua natura intima è la comunione delle persone ad immagine e somiglianza della comunione divina. Famiglia in missione, Trinità in missione.

Carissimi, non voglio continuare, non voglio prolungarmi. Vi lascio queste riflessioni, che mi vengono così spontaneamente. Oggi è il giorno in cui deve parlarci soprattutto la sacra Famiglia e questa è la mia umile preghiera: che questa sacra Famiglia di Nazaret, attraverso la nostra assemblea, attraverso i nostri canti, attraverso le nostre preghiere ed anche attraverso questa mia parola, parli a tutti noi. Amen.

don Franco Cagnasso: “Avrete forza dallo Spirito Santo”

Riproponiamo on-line la trascrizione delle meditazioni proposte da don Franco Cagnasso ai preti della diocesi di Roma negli esercizi spirituali del 13-17 novembre 2000. Ogni settimana sarà messa a disposizione sul nostro sito una meditazione perché possa accompagnare la preghiera personale. La trascrizione dei testi è stata curata dal Servizio diocesano di formazione permanente del clero, guidato da mons.Luciano Pascucci. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line del testo.

Il Centro culturale Gli scritti (1/7/2007)


Il breve passo che propongo alla vostra riflessione è uno di quelli che presentano il “mandato missionario” di Gesù. E’ At1,6-11 e poi 2,1-13. Il primo ha i suoi paralleli in Mt28,16-20 e Mc16,14-20. Ci sono ambientazioni diverse e anche sottolineature diverse. Scelgo Atti perché forse è il meno ricordato, anche se - a mio parere - è quello che più facilmente incontra la mentalità ecclesiale di oggi, quello di più immediata comprensione, ed è direttamente collegato con il racconto della Pentecoste (At2,1ss).

Si parte dalla domanda formulata dagli apostoli: “E’ questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?”. Nella risposta si rimanda al Padre la questione dei “tempi e momenti” di questa ricostituzione. In questo gli Apostoli non hanno nulla da dire né da fare, il discorso è chiuso. C’è però ben altro che li aspetta, e su questo ci soffermiamo.

Gesù li manda, e che questo invio sia una cosa seria è evidente poco più avanti, quando “due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?” (At 1,10-11). Gesù tornerà, ma il tempo fra oggi e questo ritorno è tempo di missione, non di attesa passiva.

La missione non è intesa, finalizzata a restaurare il Regno, ma ad altro. Gesù lo spiega brevemente unendo alla spiegazione una promessa: lo Spirito Santo scenderà e darà forza, e allora voi sarete testimoni “fino ai confini estremi della terra”. Il fulcro che propongo sta nella promessa: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi”, e lo Spirito Santo sta in strettissima relazione sia con l’essere testimoni sia con i confini del mondo.

Lo Spirito Santo - dice la Redemptoris Missio - “è il protagonista della missione”. Più volte in questi giorni siamo tornati sulla sua missione di “spiegare” parole ed eventi di Gesù per condurre alla verità tutta intera e per consolare. Qui è visto come una “forza”, forza che entra nel Cenacolo, trasforma il gruppo che è lì in preghiera, li fa uscire a parlare con franchezza, rendendo testimonianza.

“Fa uscire”. La missione che Gesù affida ai suoi è una forza dinamica. Attrae (cfr. At 2,48), e mette in movimento, non lascia fermi a guardare il cielo. Gesù non si ferma mai troppo in un villaggio perché altri attendono, così Paolo nelle sue comunità. Ci offre l’immagine del pastore che “va in cerca” dando attenzione a chi è smarrito, anche se uno solo. Mangia con i peccatori, anche scandalizzando i benpensanti, perché è venuto per salvare loro, e quindi li cerca. Manda i suoi ad annunciare e guarire, perché si moltiplichi attraverso di loro il suo annuncio e la sua opera.

E’ però un andare guidato dallo Spirito, non da strategie umane. Gli Atti sono percorsi da questa fiducia viva nella guida dello Spirito che chiude certe porte per aprirne altre, che trasforma le persecuzioni in occasioni per spargere la semente in altri posti, che illumina la comunità di Antiochia a mandare Paolo e Barnaba, che prepara Pietro a entrare nelle case dei pagani e prepara Cornelio a invitare Pietro e poi a ricevere il Battesimo...

Una cosa è certa in Atti: lo Spirito opera dentro i missionari, ma anche prima di loro. E’ prorompente, va oltre i loro progetti. Lo stesso Paolo, apostolo delle genti, capisce che questa è la sua missione, grazie alle sue difficoltà con le sinagoghe: lo Spirito lo orienta altrove. Nella Pentecoste lo Spirito Santo opera allo stesso tempo in chi parla e in chi ascolta. Sono certo che questo avviene anche oggi. Ad esempio: l’indebolirsi della chiesa in occidente ci costringe a percorrere nuove vie, nuove occasioni...

Abbiamo bisogno di una fede che abbia questa freschezza, che creda nella fantasia dello Spirito. Esso opera efficacemente nei sacramenti, ma essi non lo racchiudono e non lo esauriscono. Anzi, la loro azione deve essere come il momento forte di un’opera che noi sappiamo diffusa, costante e anche imprevedibile.

La missione come è presentata qui in Atti, consiste nell’essere testimoni. Anche questo è opera dello Spirito Santo. Troppo spesso noi confondiamo la testimonianza con il buon esempio e pretendiamo di calcolarne l’efficacia in base a criteri di efficacia umana. Sbagliamo! Chi ha un buon carattere e non s’arrabbia, non dà alcuna testimonianza, semplicemente ha un punto in più per farsi accettare come uomo e per tenere buoni rapporti.

La testimonianza si dà quando emerge che ciò che si dice, si fa e si è, lo si dice, fa ed è nel nome del Signore e con la forza dello Spirito. Gli apostoli credono grazie allo Spirito Santo e parlano con franchezza - loro che sono ignoranti - con la stessa forza, per questo le loro parole non sono un’opinione, ma un atto di fede che testimonia. Pietro e Giovanni dicono allo storpio: “Nel nome di Gesù, cammina”, per questo testimoniano attraverso quella guarigione. Stefano parla e poi perdona nel nome di Gesù e con la forza dello Spirito Santo, per questo la sua morte è testimonianza come la morte in croce di Gesù.

Paradossalmente, là dove ci sono più difficoltà e più fragilità - e quindi una minore efficacia o una totale inefficacia umana - la testimonianza è più forte e limpida, perché emerge con chiarezza che lì opera lo Spirito, che ciò che si fa è solo nel nome di Gesù. Pensate alla riscoperta dei martiri nel nostro tempo.

Dunque, credere nello Spirito che guida e precede, testimoniare senza preoccuparsi dei risultati, ma piuttosto della “qualità evangelica”, del nostro essere, parlare, operare. I risultati della testimonianza non si calcolano e non si prevedono. I martiri sono sì “seme di cristiani”, ma quando, dove e come spesso non si può dire né prevedere. Gesù in Atti cap. 1 sembra dire: non preoccuparti di questo, tu sii testimone.

Preòccupati piuttosto di giungere “ai confini della terra”. Nei primi anni era chiaro che si trattava di dare segni, testimonianza fino ai confini, non di conquistare tutti. I confini poi hanno un significato ampio: l’orlo estremo del grande disco che è la terra, ma anche il luogo dell’esilio (salmo 61,3: dai confini della terra io t’invoco), i luoghi della diaspora ebraica e pure Roma, capitale dell’impero e quindi del paganesimo, dove Paolo giunge proprio offrendo un segno di quella diffusione della Parola.

Io credo poi che questa espressione vada ulteriormente approfondita ed estesa, specie oggi, quando si fa il giro del mondo in poche ore. “Confine dell’umano” si potrebbe dire, là dove il nostro essere uomini perde le sue connotazioni fondamentali, non può esprimersi né crescere, pone interrogativi radicali, là dove non giunge alcun segno di salvezza intesa nel suo significato più ampio, e dove Dio sembra del tutto assente, muto, distorto, sostituito dal demonio muto, dagli idoli, dal vuoto, dal divisore che genera odio, dal menzognero che lo scimmiotta, dandogli un volto demoniaco oppressivo: luoghi di sofferenza di alienazione, di totale insofferenza, di schiavitù a forme religiose oppressive e idolatre... Sono confini esterni ma anche interiori: le profondità insondabili della follia, della solitudine, della disperazione.

Lì dobbiamo essere testimoni, e lo stesso andare lì nel nome del Signore è testimonianza. Andare come seminatori, proponendo a tutti, sapendo che ovunque c’è qualcuno che il Signore ha chiamato. “Paolo è apostolo per chiamare alla fede gli eletti” (così inizia la lettera a Tito) e Atti 2,39 dice: “Per voi è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro”. Quanti sono? Dove sono? Tanti, ovunque, ma lo sapremo dopo: ora è tempo di andare, cercare, seminare, testimoniando l’annuncio.

Tutto ciò dovrebbe essere l’orizzonte della nostra missione. I confini del mondo, e quindi “le genti” sono il contesto in cui immergerci, se vogliamo dare alla nostra fede e al nostro ministero l’ampiezza di respiro che devono avere, e tutta la prospettiva di mistero e gratuità che merita. Se vogliamo operare nello Spirito; spesso invece ho l’impressione che siamo troppo presi dai nostri programmi e dalle nostre preoccupazioni (anche giuste) per accorgerci di ciò che lo Spirito opera.

Avere per orizzonti i confini del mondo ci fa meglio percepire che la chiesa è immersa in una realtà più ampia. Non c’è la chiesa e poi, là fuori, il mondo. C’è il mondo in cui, fra tante altre comunità e religioni, vive e opera la chiesa. Questo orizzonte conferisce alla nostra fede la giusta percezione della sua originalità, il senso di una missione come popolo fra i popoli, lo stupore di sapersi scelti e privilegiati senza merito e per servire.

Aprendo le finestre si vedono errori, ingiustizie, idolatrie, ma si scoprono anche Giobbe, Naaman, la Cananea, il Centurione. Ci si accorge che Dio si preoccupa di quella Ninive che a me è antipatica, che vorrei distruggere. Perché lo stesso Spirito che opera in me, è all’opera ovunque. Non è un altro, non ha altri piani. Opera mandato da Cristo e per ricondurre tutto a Cristo in tempi e modi che non sta a noi conoscere. Noi possiamo e dobbiamo cercare, scoprire, obbedire (Pietro battezza Cornelio quasi controvoglia!), lodare Dio.

La chiesa è missione e fa molto per obbedire al mandato di Gesù, ma si pensa ancora poco come missione ampia, totale. Verso i confini del mondo siamo ancora poco attenti, li consideriamo poco più di un’appendice, un luogo dove lo Spirito opera e ci chiama.

Tuttavia non è nei termini di ripartizioni matematiche o di affannoso senso del dovere che dobbiamo impostare il discorso, bensì in quelli di una più gioiosa e serena fiducia nell’opera di Dio.

La nostra responsabilità non è quella di convertire tutti, è quella di liberare il messaggio, di riproporlo continuamente come giudizio e insieme come misericordia che risana e dà vita; è quella di non soffocare lo Spirito effuso dopo l’avvenimento della Pasqua, di seminare a piene mani perché i frutti possano venire da tutti i terreni, anche quelli finora mai coltivati.

E, seminando, accorgerci che Dio era già là, contemplarlo in ciò che ha già compiuto, scoprirlo sempre oltre, sempre più grande, sempre più imprevedibile delle nostre attese e dei nostri schemi.
Le genti, se sappiamo vederle, ci interpellano in tanti modi:

  • con le loro domande sulla vitalità della nostra fede, sul significato dei nostri riti e delle nostre parole, sull'autenticità della nostra carità;
  • con il loro stesso esistere come miriadi di esseri umani a cui Cristo non è stato annunciato - perché? - con la loro muta domanda sul mistero della chiamata divina all’incontro con Cristo;
  • con le loro fedi spesso autentiche, impegnate, profonde, che ci fanno arrossire della superficialità con cui ci poniamo di fronte al mistero di Dio e dell’uomo; e che possono, se vogliamo, farci scoprire sempre meglio quella Verità che in Cristo già ci è data come vita;
  • con le molte deformazioni della religiosità: fanatismi, magie, orgoglio di salvarsi, strumentalizzazioni di Dio e della religione. Deformazioni che chiedono liberazione e allo stesso tempo ci invitano a vedere in noi stessi e nelle nostre chiese i rischi (e non solo i rischi) di essere allo stesso modo, riducendo Cristo Salvatore ad un idolo.

Concepire così la missione vuol dire anche riscoprire in termini più intensi, più ampi, più vibranti il senso di coloro che celebrano l’Eucaristia. L’offerta del sacrificio che è unico e non ha confini di nazioni, razze, lingue deve essere per il presbitero il punto di forza della sua missionarietà in mezzo alle genti.

Offrire il sacrificio con la comunità è il compito che può e deve compiere a nome di tutti, in una chiesa sontuosa e con una liturgia ben curata, come in un carcere della Cina o in un villaggio polveroso del Sahel. E’ di lì che parte la missione ed è lì che essa arriva, sempre: non può esserci una “messa missionaria”, distinta da una messa che resti una faccenda fra noi e per noi credenti.

L’Eucaristia deve essere ciò che nutre e ciò che raccoglie la nostra spiritualità di preti per il mondo. Un segno di vita, di riconciliazione, di speranza posto consapevolmente e gioiosamente in mezzo ai mille segni contraddittori della storia; un’offerta di ogni cosa buona, perché certo viene da Dio, anche se non è nostra; un flusso di misericordia che scende sul nostro piccolo gregge sì, ma per inondare il mondo.

Anche il sacramento della riconciliazione è missionario, è per il mondo. Questo perdono che scende su di me quando io mi confesso è un perdono che deve ridondare sugli altri. Dio non perdona me perché sono più bello, ma come segno della sua misericordia su tutti e io devo viverlo come qualcosa che accolgo perché sugli altri scenda la sua misericordia, perché anche gli altri la capiscano.

Credo che questi confini del mondo che sono i confini dell’umanità debbano farci credere che la missione è molto stare accanto al mistero della sofferenza. La RM dice che la missione conduce ai piedi della croce. Noi celebriamo il nostro Profeta scomunicato e ucciso fuori delle mura della città, nudo, impotente e solo davanti agli uomini e davanti a Dio.

E’ il mistero dei confini dell’umanità, Gesù ha raggiunto i confini dell’umano. Che confine di disumanizzazione è la sua morte da scomunicato sulla croce! E questa è la più radicale, concreta proposta di comunione che Dio potesse fare agli uomini. Sulla croce Gesù non ha più nessuna divisa ed è rifiutato dal suo sistema politico, dalla sua cultura, dal suo sistema religioso. Resta muto nella sofferenza e così ci mostra che Dio si mette a disposizione di ogni uomo, senza chiedergli nessun passaporto per lasciarsi incontrare. Incontrare l’uomo nella sofferenza significa incontrarlo nella sua maggiore verità, nella sua nudità.

Cristo crocifisso è “spettacolo” per le genti, che se ne stupiscono, si scandalizzano, lo rifiutano - così come anche noi, quando lo incontriamo nella concretezza della nostra esperienza umana, continuamente siamo tentati di stupirci, scandalizzarci e rifiutarlo. Noi che lo celebriamo ogni giorno non possiamo ignorare che egli è oggi in milioni di crocifissi, non possiamo rivestirlo e renderlo immaginetta devota di una religione fra le altre. Dobbiamo avere alta e insieme profonda in noi, direi scolpita a fuoco nella nostra fede la persuasione che egli spalanca le braccia per tutti, non è di nessuno perché deve attirare tutti a sé, che davanti a lui dobbiamo batterci il petto e proclamare - come il centurione - “Veramente quest’uomo è figlio di Dio!” ( Mc 15,39).

Noi accogliamo la croce, non la possediamo. Cristo sul Calvario, fuori della città, è là per dire a tutti che è per tutti e noi siamo quelli che seguono la croce, quelli che ci credono. Ma siamo anche quelli che dobbiamo dire: la croce è anche per te; non è soltanto per me che ci credo!

Il crocifisso è il segno del nostro essere cristiani, ma guai se diventasse discriminazione, demarcazione preconcetta; al contrario, è accoglienza fino all’ultimo respiro, è occasione di salvezza aperta a tutti, al centurione che guida il manipolo dei crocifissori come al ladro crocifisso, che sperimenta l’amarezza del dolore e della morte per le sue colpe.

Le genti hanno diritto di incontrare dei presbiteri che siano là sul Golgota, ai piedi della Croce, con Maria e Giovanni - non chiusi nelle stanze del tempio; hanno diritto a incontrarci fuori del Cenacolo, non radunati per paura fra le sue mura.

Chiedo al Signore di farci così ogni giorno, e sempre di più. E’ veramente il dono più grande che sempre possiamo avere noi, è il dono di una profonda libertà interiore che Dio ci fa, di una profonda fiducia, di una profonda serenità. E, nello stesso tempo, è il dono più grande che possiamo fare agli altri di noi stessi e della vocazione che abbiamo.