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V Domenica del Tempo Ordinario (Anno C). Commenti Patristici

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S. Ambrogio


Maestro, disse, abbiamo faticato tutta la notte, e non abbiamo preso nulla; ma su la tua parola getterò la rete. Anch’io, o Signore, so che per me è notte, poiché tu non comandi. ... Aspetto che tu comandi; su la tua parola getterò le reti. O presunzione, quanto sei sterile, o umiltà, quanto sei feconda! Prima non avevano preso nulla, ma, su la parola del Signore, prendono una grande quantità di pesci. Questo risultato non è certo opera di umana eloquenza, ma è un dono della chiamata celeste. Qui le dispute degli uomini devono ritirarsi, il popolo ormai crede con la propria fede.
Le reti si rompono, ma i pesci non fuggono via. Si chiamano in aiuto i compagni, che stavano su l’altra barca. Che cosa sarà quest’altra barca, se non forse la terra di Giuda, dalla quale vengono scelti Giovanni e Giacomo? La Giudea è divenuta il suo santuario (Sal 113, 2). Costoro dalla sinagoga vennero verso la nave di Pietro, cioè verso la Chiesa, per riempire tutt’e due le barche: tutti effettivamente, sia Greci, sia Giudei, piegano il ginocchio nel nome di Gesù; Cristo è tutto, in tutti (Col 3, 11). Però questo gran mucchio di pesci mi fa temere che, quasi quasi, col suo peso, non faccia affondare le barche; in realtà è necessario che ci siano le eresie finché i buoni vengano provati.
Ma possiamo tuttavia intendere nella barca di un altro una seconda Chiesa, poiché una Chiesa dà origine a molte altre. Ecco allora un nuovo motivo di sollecitudine per Pietro, il quale già è in apprensione per la sua preda. Ma egli, che è perfetto, sa bene come salvare quelli che ha già raccolto, sapendo bene prendere quelli che si disperdono. Egli restituisce alla Parola coloro che prende su la sua parola; non ammette che siano sua preda, non ammette che siano sua spettanza.
Dice infatti: Signore, allontànati da me che sono un uomo peccatore. Stupiva, infatti, di quei doni divini, e quanto maggiori erano i suoi meriti, tanto meno presumeva di sé. Di’ anche tu: Signore, allontànati da me, che sono un peccatore, affinché il Signore ti risponda: Non temere. Non temere di confessare il tuo peccato al Signore, che ti perdona, non temere di riferire al Signore anche ciò ch’è tuo, perché Egli ci ha dato quello che è suo. Egli non è capace di provare invidia, non è capace di portarti via qualcosa, non è capace di sottrartelo. Vedi quant’è buono il Signore, che ha dato una tale forza agli uomini, da poter anch’essi dar la vita alle anime.

(Dall’Esposizione del Vangelo secondo Luca IV, 76-79)



S. Bruno di Segni


In quel tempo, mentre levato in piedi stava presso il lago di Genesaret e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù vide due barche ormeggiate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Le due barche sono i due popoli, quello dei Giudei e quello delle genti. I pescatori sono i dottori dell’uno e dell’altro popolo; oppure i pontefici, i sacerdoti ... invece lavare le reti significa esporre e render chiare le affermazioni della propria predicazione.
Salì in una barca che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca. Il Signore è salito sulla barca di Simone, perché è venuto a predicare alla sinagoga e al popolo dei Giudei; per cui egli stesso dice: Non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa di Israele (Mt 15, 24). Di questa barca di Simone, infatti, l’Apostolo dice: Colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani (Gal 2, 8). La barca di Simone è dunque la sinagoga nella quale, sedutosi, il Signore istruiva le folle, poiché lì ha predicato il vangelo per il quale tutte le genti sono istruite e chiamate alla fede.
Quando ebbe finito di parlare disse a Simone: Prendi il largo e calate le reti per la pesca. Il Signore finì di parlare quando dopo la sua passione cessò dalla predicazione e allora comandò a Simone e a tutti gli altri apostoli di condurre al largo la barca e di calare le reti per la pesca, dicendo loro: Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura (Mt 28, 19). E aggiunse: Andate e ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Il mare dunque è il mondo per cui il salmista dice: Ecco il mare spazioso e vasto: lì guizzano animali senza numero (Sal 103, 25). Della sua grandezza e profondità dice: Dio è per noi rifugio e forza, aiuto sempre vicino nelle angosce. Perciò non temiamo se trema la terra, se crollano i monti nel fondo del mare (Sal 145, 2-3).
Le reti poi sono i Vangeli dalle cui parole sono come catturate e prese le anime fedeli. La Chiesa ha infatti molte reti e molti pescatori.
Simone rispose: "Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla". Così infatti anche la sinagoga, pur avendo molto faticato e gettato le reti, esposto le Scritture e proclamato la Legge e i Profeti, tuttavia, poiché faceva questo nella notte, vale a dire nelle tenebre dell’ignoranza, dal momento che non comprendeva quello che diceva, poté catturare e convertire a sé ben pochi tra i gentili.
Ma sulla tua parola getterò le reti. E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci. Questo è ciò che il salmista dice: Quanti prodigi hai fatto, Signore, mio Dio ... Se li voglio annunziare e proclamare, sono troppi per essere contati. (Sal 39, 6). E ancora: Quanto profondi per me i tuoi pensieri, quanto grande il loro numero o Dio; se li conto sono più della sabbia, se li credo finiti con te sono ancora (Sal 138, 17-18).
Le reti si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano. Si rompe infatti la rete della Chiesa apostolica quando i Giudei, gli eretici e gli infedeli con violente argomentazioni contraddicono alla predicazione evangelica. Perciò l’Apostolo dice: Mi si è aperta una porta grande e propizia, anche se gli avversari sono molti (1 Cor 16, 9). Vengono dunque in aiuto i compagni delle altre barche, poiché da tutte le altre Chiese vescovi e sacerdoti da ogni parte convengono nell’unità, aprono la verità, condannano gli eretici e richiamano alla fede e alla Chiesa coloro che quelli avevano ingannato con frode.
Al veder questo Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: Signore, allontanati da me che sono peccatore. Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano con lui per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone.
Dice infatti l’Apostolo: Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti (1 Cor 1, 27). E ancora: Poiché, nel disegno sapiente di Dio il mondo con tutta la sua sapienza non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione (1 Cor 1, 21). Chi dunque potrebbe non stupirsi? Chi non meravigliarsi che il mondo sia convertito per mezzo di tali predicatori, che i filosofi siano stati superati, distrutta la sapienza del mondo e che una sì gran moltitudine di pesci fedeli sia stata raccolta nelle reti della fede e nella barca della Chiesa, soprattutto quando predicavano Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e follia per i Greci? ...
Gesù disse a Simone: Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini. Non temere, non stupirti – dice – ma piuttosto rallegrati e abbi fede, perché sei destinato ad una pesca ben più grande! Fino ad ora hai preso pesci, d’ora in poi prenderai uomini. Ti sarà data un’altra barca, altre reti ti saranno date! Tirate a terra le barche, lasciarono tutto e lo seguirono.

(Dal Commento su Luca I, V, XVI)



S. Agostino


Quanta fu la degnazione di Cristo! Pietro ... era stato un pescatore; ma adesso gran lode merita ogni oratore che riesca a comprendere il pescatore. Al riguardo, parlando ai primi cristiani, diceva l’apostolo Paolo: Considerate la vostra chiamata, o fratelli. In mezzo a voi non ci sono molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili. Ma Iddio ha scelto le cose deboli del mondo per confondere le forti, e le cose stolte del mondo ha scelto Dio per confondere i sapienti; e le cose ignobili e disprezzate del mondo ha scelto Dio, e quelle che non sono, quasi che fossero, per ridurre al nulla quelle che sono (1 Cor 1, 26-28). Se infatti Cristo avesse scelto per primo il retore, questo retore avrebbe detto: Sono stato scelto in grazia della mia eloquenza. Se avesse scelto il senatore, il senatore avrebbe detto: Sono stato scelto per la mia dignità. In fine, se avesse scelto l’imperatore, l’imperatore avrebbe detto: Sono stato scelto in vista del mio potere. Stiano dunque calmi tutti costoro e si lascino rimandare a dopo! Stiano calmi! Non saranno scartati né disprezzati ma solo posti in seconda linea, in quanto potrebbero in se stessi trovare come gloriarsi di se stessi. Dice: Dammi quel pescatore, dammi quell’illetterato, quell’ignorante; dammi quel tale con cui il senatore non si degna di parlare neppure quando compra il pesce. Dammi quello, dice. Se riempirò [di sapienza] un uomo come questo, sarà palese che sono io a farlo. Anche il senatore – è vero – e il retore e l’imperatore io renderò [miei discepoli], poiché io cambierò anche il senatore, ma è più convincente che io abbia agito nel pescatore. Il senatore potrebbe gloriarsi di se stesso, e così il retore e l’imperatore, mentre il pescatore non potrà gloriarsi se non di Cristo. Venga dunque [il pescatore] e questo sia per dare una lezione di umiltà salutare. Venga per primo il pescatore. Per suo mezzo sarà più facilmente guidato anche l’imperatore. Tenete in mente il pescatore santo, giusto, buono, pieno di Cristo. Insieme con gli altri popoli anche questo doveva essere preso dalle sue reti allargate per tutto il mondo.

(Dal Discorso 43, 6)




1. La barca di Pietro

"Montato su una delle barche, che era di Simone, lo pregò di scostarsi un poco da terra" (Lc 5,3). Appena il Signore ebbe operato alcune guarigioni, né il tempo né il luogo furono più sufficienti a trattenere la folla dal desiderio di essere risanata. Cadeva la sera, ma la folla lo seguiva; incontrano il lago e la folla gli è da presso; per questo sale sulla barca di Pietro. È questa la barca che, secondo Matteo, è scossa dalle onde, e che, secondo Luca, si riempie di pesci, perché tu riconosca gli inizi così tempestosi della Chiesa, e i tempi successivi così fruttuosi. I pesci sono infatti coloro che navigano nel mare della vita. Là, Cristo dorme ancora presso i discepoli, qui egli dà ordini; dorme per coloro che tremano, veglia tra quanti sono già fortificati. Ma dal Profeta hai già sentito dire in qual modo dorme Cristo: "Io dormo, ma il mio cuore veglia" (Ct 5,2).

Opportunamente san Matteo non tralascia di testimoniare la manifestazione della potenza divina, quando narra che Cristo comanda ai venti (Mt 8,26). Non si tratta infatti di scienza umana - come avete udito dai Giudei quando dicevano: «Con una parola comanda agli spiriti» - ma c’è il segno della potenza celeste, allorché il mare agitato si calma, gli elementi obbediscono all’ordine della voce divina, gli oggetti insensibili acquistano il senso dell’obbedienza.

Il mistero della presenza divina si rivela quando i flutti del mondo si calmano, quando una parola sconfigge lo spirito immondo: ma questo aspetto non sopprime l’altro, ma l’uno e l’altro vengono esaltati. Riconosci il miracolo nel comportamento degli elementi, l’insegnamento nei misteri.

Dunque, poiché san Matteo aveva già fatto la sua scelta, san Luca preferisce parlare della barca nella quale pescava Pietro. La barca che ospita Pietro non è scossa dalle onde; è scossa quella che ospita Giuda. Benché navigassero i molteplici meriti dei discepoli, tuttavia quest’ultima era turbata dalla perfidia del traditore. Nell’una e nell’altra, c’era Pietro; chi è ben saldo per la sua fede, è però turbato dai demeriti altrui. Guardiamoci dunque dal perfido, guardiamoci dal traditore, affinché la maggior parte di noi non sia agitata dai flutti a causa di uno solo. Non è turbata la nave, nella quale naviga la prudenza, la perfidia è assente, respira la fede. Come poteva essere agitata la nave, di cui era pilota colui sul quale poggia il fondamento della Chiesa? C’è dunque turbamento là dove la fede è debole; c’è sicurezza dove la carità è perfetta.

E infine, benché il Signore comandi agli altri di gettare le reti, solo a Pietro dice: "vai al largo" (Lc 5,4), cioè avventurati nel mare profondo delle dispute. Che cosa c’è infatti di così alto come vedere l’altezza dei misteri, riconoscere il Figlio di Dio, proclamare la sua divina generazione? Sebbene lo spirito umano non possa comprenderla pienamente con la penetrazione della ragione, tuttavia la pienezza della fede può abbracciarla. Infatti, anche se non mi è concesso di sapere come egli è nato, tuttavia non mi è permesso ignorare il fatto che egli è nato; ignoro il modo della sua generazione, ma ne riconosco la verità. Non eravamo là, quando il Figlio di Dio era generato dal Padre; ma eravamo là quando dal Padre fu dichiarato Figlio di Dio.

Se non crediamo a Dio, a chi crediamo? Tutto ciò che crediamo, lo crediamo per avere visto o per avere udito. Ebbene, la vista sovente si inganna, ma l’udito fa fede. Vogliamo discutere della veridicità del testimone? Se attestassero persone dabbene, giudicheremmo sconveniente non creder loro: qui Dio afferma, il Figlio prova, il sole che si eclissa lo riconosce, la terra tremando lo testimonia (Mt 27,45-51 Lc 23,44).

La Chiesa è condotta da Pietro nel mare alto delle dispute, per vedere, da un lato, il Figlio di Dio che risorge, e dall’altro lo Spirito Santo che si effonde.

Che cosa sono le reti dell’apostolo, che il Signore gli ordina di gettare, se non il significato delle parole, il senso del discorso, le profondità delle dispute, che non lasciano più sfuggire coloro che ne sono presi? Ed è giusto che gli strumenti della pesca apostolica siano le reti, perché le reti non fanno morire chi vi è preso, ma lo conservano, lo traggono dalle profondità alla luce e dal fondo conducono in alto chi fluttuava sott’acqua.

Ambrogio, In Luc. 4, 68-72




2. Conoscere la propria anima

Conosci dunque te stessa, o anima bella: tu sei l’immagine di Dio. Conosci te stesso, o uomo: tu sei la gloria di Dio. Ascolta in qual modo ne sei la gloria. Dice il Profeta: "La tua scienza è divenuta mirabile provenendo da me", cioè: nella mia opera la tua maestà è più ammirabile, la tua sapienza viene esaltata nel senno dell’uomo. Mentre io considero me stesso, che tu cogli anche nei pensieri segreti e negli intimi sentimenti, io riconosco i misteri della tua scienza. Conosci dunque te stesso, o uomo, quanto grande tu sei e vigila su di te perché, una volta o l’altra, incappando nei lacci del diavolo che ti dà la caccia, tu non ne divenga preda, perché tu per caso non finisca nelle fauci di quel tetro leone che ruggisce "e va in giro cercando chi divorare". Bada a te, considerando che cosa in te entra, che cosa ne esce. Non parlo del cibo, che viene digerito ed espulso, ma parlo del pensiero, alludo alle parole. Non entri in te il desiderio del talamo altrui, non si insinui nella tua mente; il tuo occhio non rapisca, il tuo animo non chiuda in sé la bellezza d’una donna che passa; la tua parola non escogiti trame di seduzione, non le conduca innanzi con l’inganno, non ricopra il prossimo con maldicenze calunniose. Iddio ti ha fatto cacciatore, non conquistatore; egli che ha detto: "Ecco mando molti cacciatori", cacciatori non di colpe, ma di perdono, cacciatori non di peccati, ma di grazia. Tu sei pescatore di Cristo, al quale si dice: "Da questo momento darai la vita agli uomini". Getta le tue reti, getta i tuoi sguardi, getta le tue parole, così da non opprimere nessuno, ma da sostenere chi vacilla. "Bada", dice, "a te stesso". Sta’ saldo per non cadere, corri in modo da guadagnare il premio, gareggia così da resistere sino alla fine, perché la corona è dovuta soltanto a un combattimento regolare. Tu sei un soldato: spia con attenzione il nemico, perché di notte non strisci sino a te; sei un atleta: sta’ più vicino all’avversario con le mani che con il volto, perché non colpisca il tuo occhio. Lo sguardo sia libero, astuto l’incedere per stendere a terra l’avversario quando ti si precipita contro, per serrarlo fra le braccia quando si ritrae, per evitare le ferite con la vigilanza dello sguardo, per impedirle assalendolo con decisione. Se poi sarai ferito, bada alla tua salute, corri dal medico, cerca il rimedio della penitenza. Bada a te stesso, perché hai una carne pronta a cadere. Venga a visitarti, medico buono delle anime, la parola divina, sparga su di te gli insegnamenti del Signore come rimedi salutari. Bada a te stesso, perché le parole celate nel tuo cuore non siano inique; serpeggiano infatti come veleno e causano contagi mortali. Bada a te stesso, per non dimenticare Iddio che ti ha creato e non pronunciare inutilmente il suo nome.

Ambrogio, Hexaemeron, 6, 50




3. L’umiltà e la dote del predicatore del Vangelo

Quando lo stupore e l’ammirazione si impadronirono di Simon Pietro e dei suoi compagni e l’animo tutto si raccolse su quei fatti straordinari, Pietro, comprendendo che ciò non poteva essere opera dell’umana forza, umilmente si gettò ai piedi di Cristo riconoscendo in lui il suo Signore, dicendogli: "Signore, allontanati da me che sono un peccatore" (Lc 5,8s) e non sono degno di stare in tua compagnia. Allontanati da me, poiché sono un comune mortale, mentre tu sei il Dio-uomo; io peccatore, tu santo; io il servo, tu il Padrone. Quante cose mi dividono da te: la debolezza della mia natura, l’abiezione della colpa, il peccato. Si considerò indegno di trovarsi in presenza di una persona così santa. Questo dimostra quanto si debba temere di toccare le cose sante, di stare attorno all’altare e di accostarsi all’Eucaristia.

Cristo, però, confortò Pietro spiegandogli che pescare voleva dire essere pescatori di uomini e questo avrebbe dovuto fare. Gli disse dunque: Non aver paura, non meravigliarti, ma piuttosto rallegrati e credi che sei destinato ad una pesca più grande: avrai un’altra barca e altre reti. Finora hai preso i pesci con le reti, d’ora in poi - cioè in un prossimo futuro - prenderai gli uomini con la parola, e con la dottrina salutifera li condurrai sulla via della salvezza, poiché tu sei chiamato al servizio della Parola.

La Parola di Dio è stata paragonata all’amo, poiché come l’amo non prende il pesce se non viene ingoiato, così anche l’uomo per la vita eterna prende la Parola di Dio solo se custodisce nell’anima la Parola di Dio. "D’ora in poi sarai pescatore di uomini", vuol dire che, dopo quanto è accaduto, prenderai gli uomini; cioè, dato che ti sei umiliato, a te spetterà d’ufficio di pescare gli uomini; l’umiltà infatti ha il potere di attirare ed è cosa buona e giusta che coloro i quali, pur avendo autorità, sanno non esaltarsi nell’essere a capo degli altri...

In Pietro - che per tutta la notte nulla aveva preso, ma dopo aver gettato le reti alle parole di Cristo fece una pesca abbondante, eppure nelle parole: "Signore, allontanati da me che sono un peccatore", non si attribuisce altro che la colpa - abbiamo l’immagine di colui che predica il Vangelo. Quando fa assegnamento soltanto sulla propria forza, non ricava alcun utile, sostenuto però dalla potenza divina ottiene grandi frutti.

Pietro si gettò ai piedi di Gesù dopo aver catturato una enorme quantità di pesci. Questo ci insegna che il predicatore, catturando con la sua eloquenza un gran numero di uomini, deve umiliarsi interamente davanti a Dio e a lui deve riconoscere ogni cosa, a sé invece nulla se non gli errori. Allora troverà forza nel Signore che gli dirà: Non aver paura, avrai in futuro un successo ancora più grande: d’ora in poi catturerai un maggior numero di uomini.

Ludolfo il Certosino, Vita Dom. Christi, 1, 29



4. Perché Gesù sceglie dei pescatori

La scelta dei pescatori (Mt 4,18-22) illustra l’attività del loro futuro incarico derivante dal loro mestiere umano: gli uomini, alla stregua dei pesci tirati su dal mare, debbono emergere dal secolo verso un luogo superiore, ossia verso la luce del soggiorno dei cieli.

Abbandonando mestiere, patria, casa, ci insegnano, se vogliamo seguire Cristo, a non essere trattenuti né dall’inquietudine della vita nel mondo, né dall’attaccamento alla casa paterna.

La scelta di quattro apostoli all’inizio, insieme alla veracità dei fatti, dal momento che questi sono effettivamente avvenuti, prefigura il numero futuro degli evangelisti.

Ilario di Poitiers, In Matth., 3, 6

IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C). Commenti Patristici

S. Bruno di Segni

E dicevano: non è questi il Figlio di Giuseppe? Questo dunque solo sembrava avere di meno, che non era un estraneo, che conoscevano i suoi parenti e che lì era stato allevato. Se infatti fosse venuto da un altro luogo e fosse stato a loro del tutto sconosciuto, allora sarebbe stato sicuramente degno di venerazione e di riverenza.
Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria. Questo infatti dicevano togliendo credito e non prestando fede alle cose che avevano sentito dire di lui. Ed è come se dicessero: "Se sei medico, se puoi curare gli infermi e respingere le malattie, cosa che noi non crediamo, cura prima te stesso, cura la tua carne, cioè i parenti e i vicini e la tua stessa patria, e quelle cose che abbiamo sentito che hai fatto a Cafarnao e in altre città, falle ora anche qui nella tua patria, affinché le vediamo". Aggiunse allora: In verità vi dico: Nessun profeta è ben accetto in patria. Perciò dice: "Non curo la mia patria, perché non sono ben accetto in essa, perché in essa non trovo la fede e perché nella mia patria non credono in me come credono gli altri. Si diletta nelle mie parole, è ammirata dai miei discorsi e si scandalizza dei miei parenti. Tanto meno mi conosce quanto più degli altri ha avuto familiarità con me".
Vi dico anche: C’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese, ma a nessuna di esse fu mandato Elia se non a una vedova in Sarepta di Sidone. "Non sono stato mandato a voi" dice "non sono venuto a curare voi, a sanare voi", perché non a tutte le vedove fu mandato Elia. Questo infatti voleva significare: "E ciò che io compio nella verità, Elia lo faceva in figura". Io sono venuto a curare, a saziare di cibi spirituali e a strapparla da ogni sorta di fame e di povertà, quella vedova di cui è scritto: benedirò la sua vedova, sazierò di pane i suoi poveri (Sal 131, 15). Questa vedova è la Chiesa nel suo insieme e si può anche intendere singolarmente di ogni anima fedele.
Viene infatti il Signore a chiamare tutti, a predicare a tutti, ma non viene a sanare e a sfamare tutti. Se infatti non fosse venuto e non avesse parlato loro, non avrebbero peccato, ma ora non hanno scusa per le loro colpe. Pertanto quando il Signore predica, il cielo si apre, la fame è tolta, le anime dei fedeli si inebriano del nettare celeste. Al contrario, minaccia gli increduli e gli iniqui, dicendo: Ecco, io manderò su di voi non fame di pane, né sete di acqua, ma di udire la parola del Signore (Am 8, 11).
Prosegue: C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato, se non Naaman, il Siro. È la stessa similitudine di prima. I molti lebbrosi, infatti, sono i molti peccatori. Il solo Naaman si intende come il solo popolo delle genti, e anche ciascun fedele. Questi, venendo al Signore e credendo infine alle sue parole, fu immerso, sanato e mondato.
All’udire queste cose tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno. Furono pieni di sdegno perché avevano capito che quelle parole erano state dette contro di loro e non riconobbero di essersi mostrati indegni del fatto che venisse a visitarli un tale e tanto grande profeta.
Si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte nel quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò. Si sdegnino pure gli uomini quanto vogliono, fremano e si adirino. Sicuro è il Signore, non ha timore di nulla, ha tutto in suo potere, e se lui stesso non lo vuole, non può essere trattenuto.

(Dal Commento su Luca I, V, 15)

Origene

Stando al solo racconto di Luca, Gesù non ha ancora soggiornato a Cafarnao, e non si racconta che egli abbia compiuto miracoli in quella città per il semplice motivo che non vi si è fermato. Ma prima della sua venuta a Cafarnao la sua presenza è segnalata nella sua patria, che è Nazaret e così egli parla ai suoi concittadini: Certo mi citerete quel proverbio: medico, cura te stesso. Tutte quelle cose che abbiamo udito essere state fatte a Cafarnao, falle anche qui nella tua patria. Io credo che un mistero sia nascosto in questo passo, ove Cafarnao, che raffigura i gentili, passa avanti a Nazaret, che raffigura i giudei. Gesù, sapendo che nessuno gode di onori nella sua patria, né egli stesso, né i profeti, né gli apostoli, non ha voluto predicare nella sua città, e ha predicato tra i gentili nel timore che i suoi compatrioti gli dicessero: Certo mi citerete quel proverbio: medico, cura te stesso.
Verrà in effetti il tempo in cui il popolo giudeo dirà: Tutte quelle cose che abbiamo udito essere state fatte a Cafarnao, cioè i miracoli e i prodigi compiuti tra i gentili, falle anche presso di noi, nella tua patria, mostra cioè anche a noi ciò che hai mostrato al mondo intero; annunzia il tuo messaggio a Israele, tuo popolo, affinché almeno quando la totalità dei pagani sarà entrata, sia salvo allora tutto Israele (Rm 11, 25-26). Per questo mi sembra che, secondo una linea ben precisa e logica, Gesù, rispondendo alle domande poste dai Nazareni, abbia detto loro: Nessun profeta è ben accolto nella sua patria; e penso che queste parole siano più vere secondo il mistero che secondo la lettera.
Geremia non è stato ricevuto bene ad Anatot, sua patria, né Isaia nella sua, quale essa sia stata, e uguale sorte hanno avuto gli altri profeti: mi sembra pertanto che sia meglio comprendere questo rifiuto intendendo che la patria di tutti i profeti è il popolo della circoncisione che non hanno bene accolto né loro, né le loro profezie. Invece i Gentili, che abitavano lontano dai profeti e non li conoscevano, hanno accettato la parola di Gesù Cristo. Nessun profeta è ben accolto nella sua patria, cioè dal popolo giudeo. Ma noi che non appartenevamo all’alleanza ed eravamo stranieri alle sue promesse, abbiamo accolto i profeti con tutto il nostro cuore; e Mosè e i profeti che hanno annunziato il Cristo appartengono più a noi che a loro: infatti, per non aver accolto Gesù, essi non hanno accolto neppure coloro che lo avevano annunziato.
Così, dopo aver detto: Nessun profeta è ben accolto nella sua patria, aggiunge: In verità io vi dico, c’erano molte vedove in Israele ai giorni di Elia, quando il cielo stette chiuso per tre anni e sei mesi. Ecco il significato di queste parole: Elia era un profeta e si trovava in mezzo al popolo giudeo, ma nel momento di compiere un prodigio, benché ci fossero parecchie vedove in Israele, egli le trascurò e venne a trovare una vedova di Sarepta, nel paese Sidone, una povera donna pagana, che raffigurava in stessa l’immagine della futura realtà. Infatti il popolo d’Israele era in preda a una fame e sete, non di pane e d’acqua, ma di ascoltare la parola di Dio (Am 8, 11). Quando Elia venne da questa vedova, di cui il profeta parla dicendo: I figli dell’abbandonata sono più numerosi dei figli della maritata (Is 54, 1), appena arrivato, moltiplicò il pane e il cibo di questa donna.
Eri tu la vedova di Sarepta, nel paese di Sidone, nel paese da cui viene fuori la Cananea che desidera veder guarita la propria figlia e che, a causa della sua fede, merita di vedere accolta la propria preghiera. C’erano dunque molte vedove in Israele, ma a nessuna di esse Elia fu inviato se non alla povera vedova di Sarepta.
Cristo aggiunge ancora un altro esempio che ha il medesimo significato: C’erano molti lebbrosi in Israele nei giorni del profeta Eliseo, e nessuno di essi fu mondato, salvo soltanto Naaman il Siro, che certamente non apparteneva al popolo di Israele. Considera il gran numero di lebbrosi esistente sino ad oggi in Israele secondo la carne, e osserva d’altra parte che è dall’Eliseo spirituale, il nostro Signore e Salvatore, che vengono purificati nel mistero del battesimo gli uomini coperti dalla sozzura della lebbra, e che a te sono rivolte le parole: Alzati, va’ al Giordano, lavati, e la tua carne ritornerà sana (2 Re 5, 10). Naaman si alzò, se ne andò e, bagnandosi, compì il mistero del battesimo, in quanto la sua carne divenne simile alla carne di un fanciullo (2 Re 5, 10). Quale fanciullo? Di colui che, nel bagno della rigenerazione, nascerà in Cristo Gesù, cui appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.

(Dalle Omelie su Luca, 33)

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. ANNO C. Commenti patristici

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S. Ambrogio

Poiché molti – dice Luca – hanno intrapreso. Evidentemente, hanno intrapreso coloro che poi non riuscirono a condurre a termine l’opera. In tal modo anche san Luca, dicendo che molti hanno intrapreso, dal canto suo dimostra esaurientemente che molti hanno cominciato senza poter finire. Chi infatti si è sforzato di ripartire la materia, lo ha fatto secondo le sue forze, senza però riuscirvi. Invece i doni e la grazia di Dio si ottengono senza alcuno sforzo, e, quando vengono infusi, hanno l’effetto di irrigare l’ingegno dello scrittore, tanto che esso non scarseggi, ma abbondi rigogliosamente. Non si è sforzato Matteo, non si è sforzato Marco, non si è sforzato Giovanni, non si è sforzato Luca, ma provvisti dallo Spirito divino dell’abbondanza di tutto, parole e argomenti, terminarono senza alcuna fatica quanto avevano cominciato. Per questo dice giustamente: Perché molti hanno intrapreso a stendere una narrazione degli avvenimenti, che si sono compiuti tra noi, o anche che abbondano in noi.
Ora, ciò che abbonda non viene a mancare per nessuno e nessuno può dubitare di ciò che si è compiuto, poiché l’esito ne garantisce la verità, e le conseguenze la proclamano. Pertanto il Vangelo è compiuto, e abbonda in tutti i fedeli del mondo intero e irriga la mente, e fortifica il cuore di tutti. Perciò Luca fondato sulla roccia, come colui che ha attinto tutta la pienezza della fede e il sostegno della perseveranza, può dire giustamente ciò che in noi si è compiuto; infatti sia coloro che narrano le azioni salvifiche del Signore, sia coloro che considerano la sua vita mirabile, distinguono il vero dal falso non in base a segni e a prodigi, ma alla parola. Quando leggi di azioni superiori alle umani possibilità, c’è forse metodo più ragionevole che attribuirle alla natura superiore, e riferire invece alle debolezze del corpo assunto da Cristo ciò che leggi circa le azioni della sua natura mortale? In tal modo la nostra fede non si fonda su prodigi, ma su la parola e l’intelligenza.
E continua: Come ce li hanno trasmessi quelli che videro da principio e divennero ministri della Parola. ... Poiché si parla non di una parola pronunziata, ma della Parola sostanziale che si fece carne e ha dimorato fra noi, dobbiamo qui intendere non una qualsiasi, ma quella celeste Parola, a cui servirono gli apostoli. ...
Questo Vangelo è stato scritto per Teofilo, cioè per colui che Dio ama. Se ami Iddio, è stato scritto anche per te, e, se è stato scritto per te, prendi il regalo che l’evangelista ti fa. Conserva con cura il pegno dell’amico nel segreto del cuore, custodisci il buon deposito con l’aiuto dello Spirito Santo, che ci è stato dato, studialo frequentemente, interrogalo spesso. A un pegno devi serbarti anzitutto fedele, alla fedeltà deve seguire diligenza, perché tignola e ruggine non distruggano i pegni a te dati: può darsi infatti che si rovini ciò che ti è stato affidato. Il vangelo è un pegno che rende bene, bada però che tignola e ruggine non lo corrodono perfino nel tuo cuore. Lo corrode la tignola, se tu credi male quanto hai letto bene. ...
C’è anche una ruggine dell’anima, quando l’acutezza dell’intenzione religiosa si attutisce macchiandosi delle passioni mondane, oppure quando la trasparenza della fede viene intorbidata dalla nebbia dell’eresia. Ruggine dell’anima è la cura smodata del patrimonio, ruggine dell’anima è l’indolenza, ruggine dell’anima è l’arrivismo, se in queste cose si ripone ogni speranza della vita presente. Perciò, volgendoci alle cose di Dio, aguzziamo l’ingegno, manteniamo desto l’affetto, affinché possiamo conservare riposta nella guaina dell’animo nostro, sempre pronta e affilata, quella spada che il Signore ci comanda di comperare, vendendo il mantello. I soldati di Cristo, infatti, devono sempre avere a disposizione le armi spirituali, che da Dio hanno la potenza di debellare le fortezze, perché non avvenga che il condottiero dell’esercito celeste, alla sua venuta, disgustato dalla ruggine delle nostre armi, ci allontani dalle sue legioni.

(Dall’Esposizione del Vangelo secondo Luca I, 3-5. 12. 14)

S. Bruno di Segni

Gesù tornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Il Signore aveva predicato in Giudea e aveva mostrato con segni e miracoli la sua potenza e di là è tornato in Galilea. Ma come vi è tornato? Con la potenza dello Spirito. Sempre infatti il Figlio è nel Padre e il Padre è nel Figlio e lo Spirito Santo in entrambi. Benché dunque Gesù sempre fosse nella potenza dello Spirito Santo, sembrava agire così particolarmente quando dimostrava con la parola e l’opera la forza della sua potenza. Per cui aggiunge anche: Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi. Per questo infatti era magnificato, perché predicava con la potenza dello Spirito Santo.
E si recò a Nazaret, dove era stato allevato ed entrò secondo il suo solito, di sabato, nella sinagoga, e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia. A Nazaret era stato allevato ma non aveva studiato. Tuttavia si alzò a leggere, al fine di operare, leggendo, un miracolo per coloro tra i quali era stato allevato. Infatti non leggiamo che abbia mai fatto questo altrove. Se lo avesse fatto da un’altra parte, si sarebbe potuto pensare che aveva studiato presso un maestro. Ma non potevano supporre questo coloro che lo avevano conosciuto dall’infanzia e non lo avevano mai visto frequentare le scuole e non lo avevano mai udito leggere tanto ampiamente. Ma nota ciò che dice: Entrò secondo la sua consuetudine nella sinagoga. I cristiani infatti devono avere questa consuetudine di venire ogni giorno alla chiesa e ogni giorno di leggere loro stessi oppure, se non ne sono capaci, di ascoltare leggere gli altri.
E apertolo, trovò il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione ... Non si meravigliavano perché leggeva, se non forse per il fatto che non aveva studiato, ma perché esponeva mirabilmente ciò che leggeva. Le sue parole infatti erano piene di grazia e dolci per tutti ad ascoltarsi, secondo quanto sta scritto: Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo: sulle tue labbra è diffusa la grazia (Sal 44, 3). E ancora: Come sono dolci al mio palato le tue parole, più del miele alla mia bocca (Sal 118, 103). E non tanto la lettura in sé dava questa grazia e questa dolcezza, quanto la spiegazione della lettura.
Vediamo pertanto che cosa significa questa lettura del profeta Isaia, anzi del nostro Signore. Egli ha compreso che essa parlava di lui stesso e l’ha proclamata adempiuta in lui. Lo spirito del Signore – dice – è su di me. È lui infatti il fiore della radice di Iesse, sul quale riposa lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelletto, di consiglio e di fortezza, Spirito di scienza e di pietà, e Spirito di timore del Signore. È lui di cui è stato scritto: Hai amato la giustizia e odiato l’empietà: perciò ti ha unto Dio, il tuo Dio, con olio di letizia a preferenza dei tuoi compagni (Sal 44, 8). Conviene infatti e molto giova che sia eletto uno così, e sia eletto re colui che ha odiato l’iniquità e amato la giustizia. Dica pure dunque: Lo Spirito del Signore è su di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato ad annunziare ai poveri il lieto messaggio. Certo a quei poveri di cui è detto: Beati i poveri in spirito (Mt 5, 3). Un ricco venne da lui e, ascoltate le sue parole, se ne andò via triste perché aveva molti beni. Giustamente dunque il Signore predica non ai ricchi, ma ai poveri. E sana i contriti di cuore, perché facilmente la sua dottrina li soccorre. Di loro dice il Salmista: Un cuore contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, o Dio, tu non disprezzi (Sal 50, 19). Abbia dunque il cuore contrito chi desidera essere sanato da Dio. Predica anche la libertà ai prigionieri, non quella per cui siamo affrancati da Babilonia, ma quella per cui siamo liberati dai demoni. Predica anche la vista ai ciechi, privi della luce interiore. Di questa cecità certo parla l’Apostolo: Israele in parte è stato accecato (Rm 11, 25). Rimanda in libertà gli oppressi perché chiama al suo perdono, risanando lui stesso e rimettendo i peccati, coloro che il diavolo aveva ferito con i suoi colpi. Predica anche l’anno di grazia del Signore e il giorno della retribuzione dicendo: Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino (Mt 3, 2). E ancora: Molti profeti e re vollero vedere quello che voi vedete e non lo videro, e udire quello che voi udite e non lo udirono (Mt 8, 17). Di questo anno di grazia, di questo giorno di retribuzione l’Apostolo dice: Ecco il tempo favorevole, ecco ora il giorno della salvezza (1 Cor 6, 2).

(Dal Commento a Luca I, V, 15)

San Cirillo di Alessandria

Cristo, volendo restaurare il mondo e ricondurre tutti gli uomini al Padre, trasformare in meglio tutte le cose e rinnovare la faccia della terra, assunse la condizione di servo (cfr. Fil 2, 7) – egli Signore dell’universo – e annunziò la buona novella ai poveri, affermando che proprio per questo era stato mandato. Per poveri si possono intendere quelli che soffrono nella totale indigenza, ma anche, come dice la Scrittura, tutti quelli che non posseggono la speranza e che nel mondo sono privi di Dio.
Arrivati a Cristo dal paganesimo, arricchiti dalla fede in lui, hanno conseguito un tesoro divino venuto dal cielo, la predicazione del Vangelo della salvezza, resi partecipi in tal modo del regno dei cieli e consorti dei santi, eredi di quei beni che non si possono né immaginare, né domandare: cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo; queste ha preparato Dio per coloro che lo amano (1 Cor 2, 9).
O forse qui s’intende che ai poveri in spirito è stato donato nel Cristo abbondante ministero di carismi. Egli chiama coloro che hanno il cuore smarrito, e l’animo debole e fiacco, quelli che sono incapaci di resistere agli assalti delle tentazioni, talmente soggetti alle passioni da sembrarne schiavi. Ebbene proprio a questi egli promette guarigione e aiuto, così come ai ciechi dona la vista. Infatti quelli che adorano una creatura e dicono a un pezzo di legno: tu sei mio padre; e a una pietra: tu mi hai generato (Ger 2, 27) certo non hanno conosciuto Dio. Che cosa sono se non dei ciechi nel cuore, privi della luce divina per intendere? A costoro il Padre infonde la luce di una vera conoscenza di Dio.
Chiamati per mezzo della fede lo hanno conosciuto; anzi, più ancora sono stati conosciuti da Lui. Mentre erano figli della notte e delle tenebre, son diventati figli della luce. Il giorno è spuntato ad illuminarli, ed è sorto per loro il sole di giustizia; per loro si è levata lucente la stella del mattino.
Nulla ci vieta di applicare tutto questo anche ai fratelli venuti dal giudaismo. Anch’essi erano poveri, col cuore spezzato, come schiavi e nelle tenebre. Ma venne Cristo, e a Israele prima che agli altri si annunziò con le benefiche e fulgide manifestazioni della sua potenza, proclamò l’anno di misericordia del Signore e il giorno della salvezza. Anno della misericordia era quello in cui Cristo fu crocifisso per noi. Allora davvero noi siamo diventati cari a Dio Padre, e per mezzo di Cristo abbiamo dato frutto. Ce lo ha insegnato egli stesso: In verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; ma se invece muore produce molto frutto (Gv 12, 24). A coloro che piangevano su Sion venne offerta in Cristo la consolazione, e la gloria invece della cenere. Cessarono infatti di piangerla, e cominciarono a predicare e annunziare il vangelo della gioia.

(Dal Commento sul profeta Isaia 5, 5)


II Domenica del Tempo Ordinario. Commenti Patristici

S. Agostino.

Le nozze di Cana.

Invitato, il Signore è andato alle nozze. Nessuna meraviglia che sia andato alle nozze in Cana di Galilea, lui che è venuto alle nozze in questo mondo. Il Verbo è lo sposo, e la carne umana è la sposa.

1. Il miracolo con cui nostro Signore Gesù Cristo cambiò l'acqua in vino, non sorprende se si considera che fu Dio a compierlo. Infatti, chi in quel banchetto di nozze fece comparire il vino in quelle sei anfore che aveva fatto riempire di acqua (Gv 2, 6-11), è quello stesso che ogni anno fa ciò nelle viti. Quel che i servi avevano versato nelle anfore, fu cambiato in vino per opera del Signore, come per opera del medesimo Signore si cambia in vino ciò che cade dalle nubi. Se questo non ci meraviglia, è perché avviene regolarmente ogni anno: la regolarità con cui avviene impedisce la meraviglia. Eppure questo fatto meriterebbe maggior considerazione di quanto avvenne dentro le anfore piene d'acqua. Come è possibile, infatti, osservare le risorse che Dio dispiega nel reggere e governare questo mondo, senza rimanere ammirati e come sopraffatti da tanti prodigi? Che meraviglia, ad esempio, e quale sgomento prova chi considera la potenza anche d'un granello di un qualsiasi seme! Ma siccome gli uomini, ad altro intenti, trascurano di considerare le opere di Dio, e trarne argomento di lode quotidiana per il Creatore, Dio si è come riservato di compiere alcune cose insolite, per scuotere gli uomini dal loro torpore e richiamarli al suo culto con nuove meraviglie. Risuscita un morto, e tutti rimangono meravigliati; eppure ogni giorno ne nascono tanti, e nessuno ci bada. Ma se consideriamo più attentamente, è un miracolo più grande creare ciò che non era, che risuscitare ciò che era. Ed è il medesimo Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che compie tutte queste cose per mezzo del suo Verbo, e lui che le ha create, le regge. I primi miracoli li ha fatti per mezzo del suo Verbo, che è presso di lui e Dio egli stesso; gli altri per mezzo del suo Verbo incarnato e fatto uomo per noi. Come ammiriamo le cose fatte per mezzo di Gesù uomo, così dobbiamo ammirare quelle fatte per mezzo di Gesù Dio. Per mezzo di lui sono stati fatti il cielo e la terra, il mare, ogni ornamento del cielo, l'ubertà della terra, la fecondità del mare: tutte queste cose che ci circondano sono state fatte per mezzo di Gesù Dio. Noi contempliamo queste cose, e se in noi c'è il suo Spirito, ci piacciono e c'invitano a lodare l'artefice; eviteremo così di volgerci a queste opere allontanandoci dal loro artefice o di rivolgere, per così dire, il volto a queste creature voltando le spalle al loro creatore.

2. Queste sono le cose che vediamo e che tocchiamo con mano; ma che dire di quelle che non vediamo, come sono gli Angeli, le Potestà, le Virtù, le Dominazioni, ogni abitante di quella dimora sopraceleste, che non ci è dato di vedere? Sebbene anche gli angeli, all'occorrenza, siano apparsi agli uomini. Non è Dio che, sempre per mezzo del suo Verbo, cioè del suo Figlio Unigenito nostro Signore Gesù Cristo, ha creato tutti questi esseri? La stessa anima umana, che non si vede e che mediante le sue manifestazioni nella carne riempie di ammirazione chi ben la consideri, da chi è stata fatta se non da Dio? e per mezzo di chi è stata fatta, se non per mezzo del Figlio di Dio? Né parlo soltanto dell'anima dell'uomo: guardate l'anima di un qualsiasi animale, come regge il suo corpo! Rende attivi tutti i sensi: gli occhi per vedere, le orecchie per udire, le narici per fiutare, il gusto per discernere i sapori, le membra stesse, infine, per compiere le loro funzioni. Forse che tutto questo lo compie il corpo, e non invece l'anima che abita nel corpo? Non si vede con gli occhi, e tuttavia la sua attività suscita ammirazione. Si rivolga ora in particolare l'attenzione all'anima dell'uomo, cui Dio ha accordato la capacità di conoscere il suo Creatore, di discernere e distinguere il bene dal male, il giusto da ciò che non è giusto: che cosa non compie essa per mezzo del corpo! Osservate l'ordine che regna nell'universo della società umana: l'ordinamento amministrativo, la gerarchia dei poteri, le istituzioni, le leggi, i costumi, le arti. E' l'anima che compie tutto, e nessuno vede la potenza dell'anima. Appena viene sottratta al corpo, questo giace cadavere; finché gli è unita, è come se ne impedisse la corruzione, come se lo imbalsamasse. Ogni carne, difatti, è corruttibile e si decompone, se non viene conservata e sostentata dall'anima. Ma questo potere lo ha anche l'anima dei bruti. Più mirabili sono le cose che ho detto prima, quelle che son proprie dello spirito e dell'intelligenza, dove l'uomo, che fu fatto a immagine del suo Creatore (cf. Col 3, 10), secondo questa immagine è rinnovato. Quale sarà la potenza dell'anima, quando anche questo nostro corpo si sarà rivestito dell'incorruttibilità e, mortale qual'è si sarà rivestito dell'immortalità (cf. 1 Cor 15, 53)? Se tanto è il suo potere anche servendosi della carne corruttibile, che cosa non potrà quando, in seguito alla resurrezione dei morti, potrà servirsi d'un corpo spirituale? Quest'anima, tuttavia, di natura e sostanza mirabili, invisibile e intelligibile com'è, è stata fatta anch'essa per mezzo di Gesù Dio, poiché egli è il Verbo di Dio, e le cose tutte furono fatte per mezzo di lui, e senza di lui nulla fu fatto (Gv 1, 3).

[La sobria ebbrezza.]

3. Di fronte a tanti prodigi compiuti per mezzo di Gesù Dio, c'è da meravigliarsi se l'acqua è mutata in vino per mezzo di Gesù uomo? Diventando uomo, egli non ha cessato di essere Dio: si è aggiunto l'uomo, non è venuto meno Dio. Chi ha compiuto questo prodigio è colui che ha creato tutte le cose. Non dobbiamo meravigliarci che Dio abbia fatto questo, ma piuttosto ringraziarlo perché lo ha fatto in mezzo a noi, e per la nostra salvezza. Attraverso le stesse circostanze egli ci vuole suggerire qualcosa, poiché ritengo che non senza una ragione il Signore intervenne alle nozze. A parte il miracolo, il contesto stesso adombra qualche mistero, qualche sacramento. Bussiamo perché ci apra e c'inebri del vino invisibile. Anche noi eravamo acqua e ci ha convertiti in vino, facendoci diventare sapienti; gustiamo infatti la sapienza che viene dalla fede in lui, noi che prima eravamo insipienti. Credo sia proprio mediante la sapienza - non disgiunta dall'onore reso a Dio, dalla lode della sua maestà e dall'amore della sua potentissima misericordia - è proprio mediante la sapienza che potremo pervenire all'intelligenza spirituale di questo miracolo.

[Lo sposo avanza.]

4. Invitato, il Signore si reca ad un festino di nozze. C'è da meravigliarsi che vada alle nozze in quella casa, lui che è venuto a nozze in questo mondo? Se non fosse venuto a nozze, non avrebbe qui la sposa. E che senso avrebbero allora le parole dell'Apostolo: Vi ho fidanzati ad uno sposo unico, come una vergine pura da presentare a Cristo? Che cosa teme l'Apostolo? Che la verginità della sposa di Cristo venga corrotta dall'astuzia del diavolo. Temo - dice - che come nel caso di Eva, il serpente nella sua astuzia corrompa i vostri sentimenti, deviandoli dall'amore sincero e casto verso Cristo. Il Signore ha qui, dunque, una sposa che egli ha redento col suo sangue, e alla quale ha dato come pegno lo Spirito Santo (2 Cor 11, 2-3; 1, 22). L'ha strappata alla tirannia del diavolo, è morto per le sue colpe, è risuscitato per la sua giustificazione (cf. Rm 4, 25). Chi può offrire tanto alla sua sposa? Offrano pure gli uomini quanto c'è di meglio al mondo: oro, argento, pietre preziose, cavalli, schiavi, ville, possedimenti: ci sarà forse qualcuno che può offrire il suo sangue? Se uno offrisse il suo sangue per la sposa, come potrebbe sposarla? Il Signore invece affronta serenamente la morte, dà il suo sangue per colei che sarà sua dopo la risurrezione, colei che già aveva unito a sé nel seno della Vergine. Il Verbo, infatti, è lo sposo e la carne umana è la sposa; e tutti e due sono un solo Figlio di Dio, che è al tempo stesso figlio dell'uomo. Il seno della vergine Maria è il talamo dove egli divenne capo della Chiesa, e donde avanzò come sposo che esce dal talamo, secondo la profezia della Scrittura: Egli è come sposo che procede dal suo talamo, esultante come campione nella sua corsa (Sal 18, 6). Esce come sposo dalla camera nuziale e, invitato, si reca alle nozze.

5. Non è certo senza un motivo recondito che egli sembra non riconoscere la madre, dalla quale era uscito come sposo, quando le dice: Che c'è tra me e te, o donna? La mia ora non è ancora giunta (Gv 2, 4). Cosa significano queste parole? Ha forse presenziato alle nozze per insegnarci a disprezzare la madre? Era andato alle nozze d'un uomo che prendeva moglie per generare dei figli, e che certamente aspirava ad essere onorato dai figli che avrebbe generato. E Gesù avrebbe partecipato alle nozze per mancare di rispetto alla madre, mentre le nozze vengono celebrate e ci si sposa per avere dei figli, ai quali Dio comanda di rendere onore ai genitori? Certamente, fratelli, c'è qui nascosto un mistero. E si tratta di cosa tanto importante che taluni - contro cui, come già abbiamo ricordato, ci ha messo in guardia l'Apostolo dicendo: Temo che, come nel caso di Eva, il serpente nella sua astuzia corrompa i vostri sentimenti, deviandoli dall'amore sincero e casto verso Gesù Cristo (2 Cor 11, 3) - i quali, contraddicendo il Vangelo, sostengono che Gesù Cristo non è nato da Maria Vergine, credono d'aver trovato una conferma al loro errore proprio in queste parole del Signore. Come poteva essere sua madre - essi dicono - colei alla quale Cristo disse: Che c'è tra me e te, o donna? Bisogna rispondere a costoro spiegando il significato della frase del Signore, affinché non credano d'aver trovato, sragionando, un argomento contro la fede, che corrompa la purezza della sposa vergine, cioè la fede della Chiesa. E davvero si corrompe, o fratelli, la fede di coloro che preferiscono la menzogna alla verità. Costoro infatti che credono di onorare Cristo negando la realtà della sua carne, lo fanno passare per bugiardo. Coloro che costruiscono negli uomini la menzogna, che altro eliminano da essi se non la verità? Vi introducono il diavolo e ne escludono Cristo; vi fanno entrare l'adultero e ne fanno uscire lo sposo. Sono paraninfi o, meglio, agenti del diavolo: con le loro parole aprono la porta al diavolo e scacciano Cristo. In che modo il serpente s'impossessa dell'uomo? Facendo sì che l'uomo ceda alla menzogna. Quando la menzogna domina, domina il serpente; quando la verità domina, domina Cristo. Egli infatti ha detto: Io sono la verità (Gv 14, 6); del diavolo invece ha detto: Non rimase nella verità, perché in lui non c'è verità (Gv 8, 44). Ora, Cristo è talmente la verità che tutto in lui è vero: Egli è il vero Verbo, Dio uguale al Padre, vera anima, vera carne, vero uomo, vero Dio; vera è la sua nascita, vera la sua passione, la sua morte, la sua risurrezione. Se neghi una sola di queste verità, entra il marcio nella tua anima, il veleno del diavolo genera i vermi della menzogna, e nulla rimarrà integro in te.

6. Qual è, dunque, il significato della frase del Signore: Che c'è tra me e te, donna? Forse in ciò che segue il Signore ci mostra perché si è espresso così: Non è ancora giunta la mia ora. Questa è, infatti, l'intera frase: Che c'è tra me e te, donna? Non è ancora giunta la mia ora. Cerchiamo di capire perché si è espresso così. Prima, però, confutiamo gli eretici. Che cosa dice l'inveterato serpente, l'antico istigatore e iniettatore di veleni? Che cosa dice? Che Gesù non ebbe per madre una donna. Come puoi provarlo? Con le parole, tu mi dici, del Signore: Che c'è tra me e te, donna? Ma, rispondo, chi ha riportato queste parole, perché possiamo credere che davvero si sia espresso così? Chi? L'evangelista Giovanni. Ma è proprio l'evangelista Giovanni che ha detto: E la madre di Gesù si trovava là. Questo è infatti il suo racconto: Il terzo giorno in Cana di Galilea si celebrò un festino di nozze, e la madre di Gesù si trovava là. Alle nozze fu invitato anche Gesù con i suoi discepoli (Gv 2, 1-2). Abbiamo qui due affermazioni dell'evangelista. Egli dice: la madre di Gesù si trovava là; ed egli stesso riferisce le parole di Gesù a sua madre. Affinché voi possiate custodire la verginità del cuore di fronte alle insinuazioni del serpente, notate, o fratelli, come nel riferire la risposta di Gesù a sua madre, l'evangelista cominci col dire: Sua madre gli dice... Nella medesima narrazione, nel medesimo Vangelo, il medesimo evangelista riferisce: La madre di Gesù si trovava là, e: Sua madre gli disse. Di chi è questa narrazione? Dell'evangelista Giovanni. E che cosa Gesù risponde alla madre? Che c'è tra me e te, o donna? Ed è lo stesso evangelista Giovanni a narrarcelo. O evangelista fedelissimo e veracissimo, tu mi racconti che Gesù disse a sua madre: Che c'è tra me e te, donna? Perché hai dato l'appellativo di madre a colei che non riconosce tale? Tu infatti hai detto che là si trovava la madre di Gesù, e che sua madre gli disse... Perché non hai detto piuttosto: Là si trovava Maria, e Maria gli disse? Tu riferisci tutte e due le espressioni: e sua madre gli disse, e Gesù le rispose: Che c'è tra me e te, donna? Perché questo, se non perché tutte e due le espressioni sono vere? Gli eretici, invece, credono all'evangelista quando narra che Gesù disse a sua madre: Che c'è tra me e te, donna?, e non vogliono credere all'evangelista che riferisce: Là si trovava la madre di Gesù, e sua madre gli disse... Ebbene, chi è che resiste al serpente e custodisce la verità, e la cui integrità spirituale non è violata dall'astuzia del diavolo? Certamente chi ritiene vere ambedue le cose: che là si trovava la madre di Gesù, e che Gesù rispose a sua madre in quel modo. Se ancora non riesci a capire come mai Gesù abbia risposto: Che c'è tra me e te, donna?, tuttavia credi che Gesù ha detto queste parole, e che le ha dette a sua madre. Se la fede è fondata sulla pietà, anche l'intelligenza raccoglierà il suo frutto.

[Cercate la verità senza polemizzare.]

7. Domando a voi, fedeli cristiani: C'era la madre di Gesù alle nozze? Voi rispondete che c'era. Come lo sapete? Voi rispondete: Lo dice il Vangelo. Che cosa rispose Gesù a sua Madre? Voi dite: Che c'è tra me e te, donna? Non è ancora giunta la mia ora. E anche questo come lo sapete? Voi rispondete: Lo dice il Vangelo. Che nessuno vi corrompa questa fede, se volete conservare per lo sposo una casta verginità. Se poi qualcuno vi domanda perché Gesù rispose così a sua madre, parli chi è riuscito a capire; e chi non è ancora riuscito a capire, creda fermissimamente che Gesù ha dato questa risposta, e l'ha data a sua madre. Questo spirito di pietà gli otterrà anche di capire il senso di quella risposta, se busserà pregando, e non si accosterà alla porta della verità solo discutendo. Soltanto eviti, mentre ritiene di sapere o si vergogna di non sapere il motivo di quella risposta, di ridursi a credere che l'evangelista riferendo che là si trovava la madre di Gesù, ha mentito; oppure che Cristo ha sofferto per le nostre colpe una morte fittizia, ha mostrato per la nostra giustificazione false cicatrici, ed ha affermato il falso quando disse: Se voi rimanete nella mia parola, siete veramente miei discepoli; e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi (Gv 8, 31-32). Perché se la madre è fittizia, fittizia è la carne, fittizia è la morte, fittizie le ferite della passione, fittizie le cicatrici della risurrezione; allora non sarà la verità a liberare quelli che credono in lui, ma piuttosto la falsità. E invece la falsità ceda il passo alla verità, e siano confusi tutti quelli che vorrebbero sembrare veraci proprio mentre si sforzano di dimostrare che Cristo è menzognero, e non vogliono sentirsi dire: - Non vi crediamo perché mentite -, mentre loro vanno dicendo che la verità stessa ha mentito. Se poi domandiamo a costoro come fanno a sapere che Cristo ha detto: Che c'è tra me e te, donna?, essi rispondono che hanno creduto al Vangelo. Ma perché allora non credono al Vangelo, quando dice: là si trovava la madre di Gesù, e sua madre gli disse...? Che se dicendo questo il Vangelo mentisce, come gli si può credere quando riferisce le parole di Gesù: Che c'è tra me e te, donna? Non farebbero molto meglio, questi miserabili, a credere sinceramente che il Signore ha dato questa risposta a sua madre e non ad una estranea? e cercare religiosamente il senso di questa risposta? C'è infatti una grande differenza tra chi dice: - Vorrei sapere perché Cristo ha risposto così a sua madre -, e chi dice: - Io so che questa risposta Cristo non l'ha data a sua madre -. Altro è voler chiarire ciò che è oscuro, altro è rifiutare di credere ciò che è chiaro. Chi dice: - Voglio sapere perché Cristo ha risposto così a sua madre -, desidera gli sia chiarito il Vangelo, al quale crede; chi invece dice: - So che Cristo non ha dato questa risposta a sua madre -, accusa di menzogna il Vangelo, dal quale ha appreso che Cristo ha risposto così.

[Fede e intelligenza.]

8. E adesso, fratelli, che abbiamo risposto a costoro, che nella loro cecità son destinati a rimanere nell'errore fin quando umilmente accetteranno di essere guariti, se volete, noi cercheremo di sapere perché nostro Signore abbia risposto in quel modo a sua madre. Caso unico, egli è nato dal Padre senza madre, dalla madre senza padre: senza madre come Dio, senza padre come uomo; senza madre prima dei tempi, senza padre nella pienezza dei tempi. Questa risposta l'ha data proprio a sua madre, perché là c'era la madre di Gesù, e la madre di Gesù gli disse... Tutto questo lo dice il Vangelo. Dal Vangelo sappiamo che là c'era la madre di Gesù, e dallo stesso Vangelo sappiamo che Gesù disse a sua madre: Che c'è tra me e te, donna? Non è ancora giunta la mia ora. Crediamo tutto, e mettiamoci a cercare ciò che ancora non abbiamo capito. E anzitutto state attenti che, come i manichei han trovato pretesto alla loro incredulità nel fatto che il Signore disse: Che c'è tra me e te, donna?, così gli astrologhi non trovino pretesto per la loro ciarlataneria nel fatto che il Signore disse: Non è ancora giunta la mia ora. Se il Signore ha detto questo nel senso degli astrologi, noi abbiamo commesso un sacrilegio bruciando i loro scritti. Se, invece, abbiamo fatto bene, seguendo il costume del tempo degli Apostoli (cf. At 19, 19), è perché le parole del Signore: Non è ancora giunta la mia ora, non sono da interpretare nel senso che pretendono loro. Infatti, questi ciarlatani, sedotti e seduttori, vanno dicendo: Come vedete, Cristo era soggetto al fato, poiché dice: Non è ancora giunta la mia ora. A chi risponderemo prima: agli eretici, o agli astrologi? Sia gli uni che gli altri provengono dal serpente, e si propongono di violare la verginità spirituale della Chiesa, che consiste nell'integrità della sua fede. Se volete, prima rispondiamo a coloro ai quali per primi mi sono riferito, ai quali peraltro in gran parte abbiamo già risposto. Ma affinché non pensino che noi non sappiamo che dire in merito alla risposta che il Signore ha dato a sua madre, vi vogliamo documentare meglio contro di loro; perché, a confutarli, credo bastino le cose già dette.

9. Perché dunque il figlio ha detto alla madre: Che c'è tra me e te, donna? Non è ancora giunta la mia ora? Nostro Signore Gesù Cristo era Dio e uomo. Come Dio non aveva madre, come uomo l'aveva. Maria, quindi, era madre della carne di lui, madre della sua umanità, madre della debolezza che per noi assunse. Ora, il miracolo che egli stava per compiere, era opera della sua divinità, non della sua debolezza: egli operava in quanto era Dio, non in quanto era nato debole. Ma la debolezza di Dio è più forte degli uomini (1 Cor 1, 25). La madre esigeva un miracolo ed egli, accingendosi a compiere un'opera divina, sembra insensibile ai sentimenti di tenerezza filiale. E' come se dicesse: Quel che di me compie il miracolo, non l'hai generato tu: tu non hai generato la mia divinità; ma siccome hai generato la mia debolezza, allora ti riconoscerò quando questa mia infermità penderà dalla croce. E' questo il senso della frase: Non è ancora giunta la mia ora. Sulla croce riconobbe la madre, lui che da sempre la conosceva. Conosceva sua madre prima di nascere da lei, quando la predestinò; e prima di creare, come Dio, colei della quale come uomo sarebbe stato creatura. Tuttavia, in una certa ora misteriosamente non la riconosce, e poi in un'altra ora, che ancora doveva venire, di nuovo misteriosamente la riconosce. La riconobbe nell'ora in cui stava morendo ciò che ella aveva partorito. Moriva, infatti, non il Verbo per mezzo del quale Maria era stata creata, ma la carne che Maria aveva plasmato; non moriva Dio che è eterno, ma la carne che è debole. Con quella risposta, dunque, il Signore vuole aiutare i credenti a distinguere, nella loro fede, la sua persona dalla sua origine temporale. E' venuto per mezzo di una donna, che gli è madre, lui che è Dio e Signore del cielo e della terra. In quanto Signore del mondo, Signore del cielo e della terra, certamente egli è anche Signore di Maria; in quanto creatore del cielo e della terra, è anche creatore di Maria; ma in quanto nato da donna e fatto sotto la legge (Gal 4, 4) - secondo l'espressione dell'Apostolo -, egli è il figlio di Maria. E' ad un tempo Signore e figlio di Maria, ad un tempo creatore e creatura di Maria. Non meravigliarti del fatto che è ad un tempo figlio e Signore: Vien detto figlio di Maria come vien detto figlio di Davide, ed è figlio di Davide perché è figlio di Maria. Ascolta la testimonianza esplicita dell'Apostolo: Egli è nato dalla stirpe di Davide secondo la carne (Rm 1, 3). Ma egli è altresì il Signore di Davide. E' lo stesso Davide che lo afferma. Ascolta: Parola del Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra (Sal 109, 1). Gesù pose i Giudei di fronte a questa testimonianza, e con essa li ridusse al silenzio. Come dunque egli è insieme figlio e Signore di Davide (Mt 22, 45), figlio secondo la carne e Signore secondo la divinità, così è figlio di Maria secondo la carne e Signore di Maria secondo la maestà. E poiché Maria non era madre della divinità, e il miracolo che ella chiedeva doveva compiersi in virtù della divinità, per questo disse: Che c'è tra me e te, donna? Non credere però, o Maria, che io voglia rinnegarti come madre; gli è che non è ancora giunta la mia ora; allora, quando l'infermità di cui sei madre penderà dalla croce, io ti riconoscerò. Ecco la prova di questa verità. Narrando la passione del Signore, il medesimo evangelista, che conosceva la madre del Signore e che come tale ce l'ha presentata in queste nozze, dice così: Stava là, presso la croce, la madre di Gesù, e Gesù disse a sua madre: Donna, ecco tuo figlio; poi al discepolo: Ecco tua madre (Gv 19, 25-27). Affida la madre al discepolo; affida la madre, egli che stava per morire prima di lei e che sarebbe risorto prima che ella morisse: egli, uomo, raccomanda ad un uomo una creatura umana. Ecco la natura umana che Maria aveva partorito. Era venuta l'ora alla quale si riferiva quando aveva detto: Non è ancora giunta la mia ora.

10. Mi pare che abbiamo risposto sufficentemente agli eretici; rispondiamo ora, fratelli, agli astrologi. Che prova adducono, costoro, per convincere che Gesù era soggetto al fato? La parola stessa del Signore: Non è ancora giunta la mia ora; e noi - continuano - crediamo alla sua parola. Se egli avesse detto: "Non ho alcuna ora", avrebbe liquidato gli astrologi; e invece egli ha detto: Non è ancora giunta la mia ora. Ripeto, se avesse detto: "Non ho alcuna ora", avrebbe liquidato gli astrologi, e le loro calunnie sarebbero senza fondamento; ma siccome ha detto: Non è ancora giunta la mia ora, che possiamo opporre alle loro parole? E' davvero strano che gli astrologi ricorrano alle parole di Cristo per convincere i cristiani che Cristo visse soggetto ad un'ora fatale. Allora credano a Cristo quando dice: Ho il potere di dare la mia vita, per riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la do da me, e di nuovo la riprendo (Gv 10, 18). Anche questo potere, forse, è soggetto al fato? Mi mostrino un uomo che abbia il potere di morire quando vuole, di vivere quanto gli pare; non me lo potranno mostrare. Credano dunque a Dio che dice: Ho il potere di dare la mia vita, e di riprenderla di nuovo; e cerchino di capire la frase: Non è ancora giunta la mia ora, e di conseguenza non assoggettino al fato il Creatore del cielo, il Creatore e ordinatore degli astri. Se esistesse questo fato che viene dagli astri, il Creatore degli astri non potrebbe essere soggetto al loro influsso. Aggiungi, che non solo Cristo non fu soggetto al fato: ma neppure tu, né io, né quello lì, né alcun uomo.

11. Essi tuttavia, sedotti seducono, e spacciano i loro errori, tentando di accalappiare gli uomini perfino nelle pubbliche piazze. Coloro che tendono lacci per catturare le belve, lo fanno nelle foreste o in luoghi deserti: come sono da compiangere quei semplicioni che si lasciano accalappiare perfino nelle piazze! Quando un uomo si vende ad un altro, viene pagato; costoro, invece, pagano per vendersi alle menzogne. Ricorrono all'astrologo per comprarsi dei padroni, quelli che all'astrologo piacerà loro assegnare: Saturno, Giove, Mercurio, o altro nome sacrilego. Quest'uomo è entrato libero, ed ha pagato per uscire schiavo. Veramente, se fosse stato libero non sarebbe entrato; è entrato dove lo hanno spinto quei tiranni che sono l'errore e la cupidigia. Per questo la Verità dice: Chi commette il peccato, diventa schiavo del peccato (Gv 8, 34).

[Il capo e il corpo.]

12. Perché dunque il Signore ha detto: Non è ancora giunta la mia ora? Soprattutto perché essendo in suo potere morire quando avesse voluto, giudicava che ancora non era giunto il momento di usare tale potere. Anche noi, o fratelli, ci esprimiamo in modo analogo quando, ad esempio, diciamo: E' giunta l'ora di andare a celebrare i divini misteri. Se vi andassimo prima del tempo, dimostreremmo di essere precipitosi e intempestivi. Ma per il fatto che non operiamo se non al momento opportuno, si dirà perciò che compiendo queste azioni ed esprimendoci in questo modo, noi teniamo conto del fato? Che significa dunque: Non è ancora giunta la mia ora? Non è ancora giunta l'ora in cui ritengo opportuno patire, in cui ritengo utile la mia passione; quando sarà giunto il momento, allora patirò volontariamente. Devi tener conto dell'affermazione: Non è ancora giunta la mia ora; e dell'altra: Ho il potere di dare la mia vita, e di riprenderla di nuovo. Egli era venuto col potere di morire quando avesse voluto. Se però fosse morto prima di scegliere gli Apostoli, certamente la sua morte sarebbe stata prematura; se fosse stato uno che non potesse liberamente disporre della sua ora, poteva accadergli di morire anche prima di scegliere i discepoli; e se gli fosse accaduto di morire dopo aver scelto e formato i discepoli, ciò sarebbe stato un favore a lui concesso, non una cosa da lui decisa. Colui, invece, che era venuto col potere di decidere l'ora di lasciare questa vita e quella di ritornarvi, come pure il termine del suo cammino, e al quale erano aperti gli inferi non soltanto alla sua morte ma anche alla sua risurrezione, volendo rivelare a noi, che siamo la sua Chiesa, la speranza dell'immortalità, mostrò in se stesso, che era il Capo, ciò che le membra dovevano sperare. Colui che risuscitò come Capo, risorgerà anche nelle altre membra. Quindi, non era ancora giunta l'ora, non era ancora il momento opportuno. Si dovevano prima chiamare i discepoli, si doveva annunziare il regno dei cieli, si dovevano compiere i prodigi; si doveva prima confermare con i miracoli la divinità del Signore, e con i patimenti la sua umanità. Colui che soffriva la fame perché era uomo, sfamò migliaia di persone perché era Dio; colui che dormiva perché era uomo, comandava ai venti e ai flutti perché era Dio. Era necessario che prima fosse testimoniato tutto questo, affinché gli Evangelisti avessero di che scrivere e la Chiesa potesse ricevere il messaggio della salvezza. E allorché il Signore ebbe compiuto quanto ritenne necessario compiere, giunse l'ora sua, l'ora segnata, non dalla necessità ma dalla libera volontà, non l'ora della fatalità ma della sovrana potestà.

13. E adesso, o fratelli, che abbiamo risposto agli uni e agli altri, non diremo nulla del significato misterioso delle anfore e dell'acqua mutata in vino, del maestro di tavola, dello sposo, della madre di Gesù e delle nozze stesse? Cose tutte di cui bisognerebbe parlare, ma non debbo affaticarvi. Avrei voluto farlo già ieri, giorno in cui siamo soliti tenere il sermone alla vostra Carità; avrei voluto nel nome di Cristo trattare questi temi, se non che impegni urgenti me lo hanno impedito. Se quindi piace alla Santità vostra, possiamo rimandare a domani ciò che si riferisce al mistero contenuto in questo fatto, avendo riguardo alla vostra debolezza e alla mia. Oggi forse ci sono molti che sono accorsi a motivo della solennità di questo giorno, più che per ascoltare un discorso. Quelli che verranno domani, verranno per ascoltare; così non defrauderemo i volenterosi e non appesantiremo chi è svogliato.

(OMELIA 8)



Invitato, il Signore si reca ad un festino di nozze. C’è da meravigliarsi che vada alle nozze in quella casa, lui che è venuto a nozze in questo mondo? Se non fosse venuto a nozze, non avrebbe qui la sposa. E che senso avrebbero allora le parole dell’Apostolo: Vi ho fidanzati ad uno sposo unico, come una vergine pura da presentare a Cristo? Che cosa teme l’Apostolo? Che la verginità della sposa di Cristo venga corrotta dall’astuzia del diavolo. Temo – dice – che come nel caso di Eva, il serpente nella sua astuzia corrompa i vostri sentimenti, deviandoli dall’amore sincero e casto verso Cristo (2 Cor 11, 2-3). Il Signore ha qui, dunque, una sposa che egli ha redento col suo sangue, e alla quale ha dato come pegno lo Spirito Santo. L’ha strappata alla tirannia del diavolo, è morto per le sue colpe, è risuscitato per la sua giustificazione. Chi può offrire tanto alla sua sposa? Offrano pure gli uomini quanto c’è di meglio al mondo: oro, argento, pietre preziose, cavalli, schiavi, ville, possedimenti: ci sarà forse qualcuno che può offrire il suo sangue? Se uno offrisse il suo sangue per la sposa, come potrebbe sposarla? Il Signore invece affronta serenamente la morte, dà il suo sangue per colei che sarà sua dopo la risurrezione, colei che già aveva unito a sé nel seno della Vergine. II Verbo, infatti, è lo sposo e la carne umana è la sposa; e tutti e due sono un solo Figlio di Dio, che è al tempo stesso figlio dell’uomo. II seno della vergine Maria è il talamo dove egli divenne capo della Chiesa, e donde avanzò come sposo che esce dal talamo, secondo la profezia della Scrittura: Egli è come sposo che procede dal suo talamo, esultante come campione nella sua corsa (Sal 18, 6). Esce come sposo dalla camera nuziale e, invitato, si reca alle nozze. ...
Che il Signore abbia accettato l’invito e sia andato a nozze, a parte ogni significato mistico, è una conferma che egli è l’autore delle nozze. ... E non si può dire che siano prive di nozze quelle donne che consacrano a Dio la loro verginità, esse che occupano nella Chiesa un grado più elevato di onore e di santità; poiché anch’esse partecipano insieme con tutta la Chiesa di quelle nozze nelle quali lo sposo è Cristo. Il Signore, dunque, accettò l’invito alle nozze, per consolidare la castità coniugale, e rivelare il mistero dell’unione nuziale. Lo sposo delle nozze di Cana, infatti, cui fu detto: Hai conservato il buon vino fino ad ora, rappresentava la persona del Signore. Cristo, infatti, aveva conservato fino a quel momento il buon vino, cioè il suo Vangelo.
E così cominciamo a scoprire i significati reconditi, secondo quanto ci concede colui nel cui nome ci siamo impegnati con voi. La profezia è esistita fin dai primordi, e ogni tempo ha avuto le sue profezie; ma finché in esse non si riusciva a vedere Cristo, erano come acqua. In un certo senso, infatti, il vino è nascosto nell’acqua. L’Apostolo c’insegna che cosa dobbiamo intendere in questa acqua: Fino al giorno d’oggi, quando si legge Mosè, rimane come un velo sopra il loro cuore; e non vien tolto, perché solo il Cristo può farlo sparire. Solo quando ci si convertirà al Signore, il velo cadrà (2 Cor 3, 15-16). Il velo è l’oscurità che avvolge la profezia, sì che questa rimane inintelligibile. II velo è tolto quando ti converti al Signore: quando ti converti al Signore è tolta l’insipienza, e ciò che era acqua, per te diventa vino. Cosa c’è di più insipido, di più insignificante di tutti i libri profetici, se li leggi senza scoprire in essi il Cristo? Ma se vi scopri il Cristo, non solo acquista sapore ciò che leggi, ma addirittura ti inebria, ed elevando la tua anima ben al di sopra del corpo, ti farà dimenticare ciò che ti sta dietro, per farti protendere verso ciò che ti sta davanti.

(Dai Trattati su Giovanni 8, 4. 9, 2-3)


S. Beda il Venerabile


Perciò il Signore per la gioia delle nozze non ha voluto fare vino dal nulla, ma dopo aver comandato che si riempissero di acqua sei vasi, mirabilmente l’ha trasformata in vino, in quanto egli ha fatto dono alle sei età del mondo dell’abbondanza della sapienza, che dà la salvezza, e poi venendo in terra, l’ha arricchita di un significato più alto: quelle verità che gli uomini carnali intendevano solo secondo la carne, egli ha rivelato che erano da intendersi secondo lo spirito. Volete sentire, fratelli, come ha trasformato l’acqua in vino? Dopo la risurrezione è apparso ai due discepoli, che camminavano per la via e andava con loro e, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, interpretava loro ciò che in tutte le Scritture era scritto su di lui. Volete ora sentire in che modo i due furono inebriati da questo vino? Dopo aver conosciuto chi era colui che porgeva loro la parola di vita, dicevano tra loro: Non ci sentivamo forse ardere il cuore dentro di noi, mentre ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture? (Lc 24, 32).
Gesù ordinò loro: Riempite di acqua le idrie. E le riempirono fino all’orlo. Chi sono i ministri, cui si comanda di far questo, se non i discepoli di Cristo, che hanno riempito le idrie di acqua? Non nel senso che essi abbiano fornito le passate età del mondo degli scritti legali e profetici, ma perché hanno sapientemente compreso ed esattamente spiegato che la Scrittura tramandata dai profeti era salutare per attingere la sapienza celeste e utile per la correzione del modo di vita. Riempirono le idrie fino all’orlo, poiché compresero che non c’era stata nessuna età priva di maestri, che avevano svelato ai mortali la via della vita con le parole, con gli esempi e anche con gli scritti. ...
Gesù fece questo primo dei suoi miracoli in Cana di Galilea e manifestò la sua gloria. Manifestò con questo miracolo che era re della gloria e sposo della Chiesa egli che, venuto alle nozze come uomo comune, come Signore del cielo e della terra trasformava a suo piacimento gli elementi. E con suggestiva correlazione colui che aveva mutato l’acqua in vino come primo dei miracoli che da mortale avrebbe mostrato ai mortali, egli stesso come primo dei miracoli che, ormai immortale in virtù della risurrezione avrebbe mostrato a quanti avrebbero desiderato solo la vita immortale, ha imbevuto la loro mente carnale, e per così dire insipida, della scienza divina. Infatti dapprima, mentre stava in terra svelò loro col dono del suo Spirito il senso per comprendere la Scrittura e dopo, inviato dal cielo quello stesso Spirito infuse nei loro cuori più grande fragranza di amore divino e di sapienza spirituale, dando inoltre la conoscenza di tutte le lingue, per poter diffondere in tutto il mondo la grazia della vita che avevano ricevuto. Perciò, fratelli carissimi, amiamo con tutto il cuore queste nozze di Cristo e della Chiesa, che allora erano prefigurate in una sola città e ora sono celebrate in tutto il mondo; uniamoci con indefessa intenzione di buone opere al loro gaudio celeste. Dato che, grazie alla fede, siamo venuti a queste nozze, celebriamole con la pura veste dell’amore e laviamo scrupolosamente le macchie delle nostre azioni e dei nostri pensieri prima del giudizio finale, perché non avvenga che il re, che ha fatto queste nozze per suo figlio, vedendo che non abbiamo la veste nuziale dell’amore, ci scacci e ci respinga nelle tenebre esteriori, legati con mani e piedi, cioè preclusi dalla possibilità di agire bene (cfr. Mt 22, 11-13). Purifichiamo con la fede i capaci recipienti dei nostri cuori secondo la purificazione che danno i precetti celesti e riempiamoli con l’acqua della scienza che salva, attendendo con più zelo alla lettura dei sacri testi. Preghiamo il Signore che quella grazia della scienza che ci ha dato, non ci gonfi di superbia, e invece ci riscaldi col fervore del suo amore e ci volga a cercare e sapere solo le cose del cielo perché, inebriati nello spirito, possiamo cantare col profeta: Ci hai dato da bere il vino di compunzione (Sal 59, 5). Così anche a noi, se avremo bene progredito, ora in parte, per quanto ne siamo capaci, e in futuro in modo perfetto, Gesù manifesti la sua gloria, nella quale vive e regna col Padre nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli.

(Omelia I, 14 passim)



Una croce come trono, Una decapitazione come corona

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L'inno di Ambrogio per la memoria dei santi Pietro e Paolo

Una croce come trono
Una decapitazione come corona


di Inos Biffi

Quando Ambrogio compone per i suoi fedeli di Milano l'inno per la memoria dei santi Pietro e Paolo, che essi celebravano, si avverte che il suo affettuoso pensiero è rivolto alla Chiesa di Roma, il luogo fisico del loro martirio e dei loro sepolcri, di cui non cesserà mai di subire il fascino.
Sembrano tornare alla mente del vescovo l'emozionante ricordo e la gioiosa visione della festa, che in loro onore era solennemente celebrata nell'Urbe, la patria della sua gens e della sua fede, che non ha mai cessato di portare nel cuore e che, non senza compiacenza, al termine dell'inno definirà come l'"eletta, capo ai popoli, / e sede del maestro delle genti!".
Il cardinale Schuster - lui pure romano diventato arcivescovo di Milano - esaminando l'L'idea di Roma nella Liturgia di sant'Ambrogio, scriveva: "Il mio stato d'animo mi fa pensare che Ambrogio, anche a Milano, pensasse romanamente, e vivesse in un mondo che era assai più vasto del quadrilatero della Mediolanum Gallica", aggiungendo: "Fuori della cerchia delle mura (di Milano) si snoda la via romana, bella inizialmente con un magnifico porticato e un arco trionfale. Spingendo più giù lo sguardo, Ambrogio cerca tuttavia di scoprire la città dei sette colli con lo sfondo della basilica di San Pietro. Quasi a rifarsene, al principio stesso della via romana erige il suo Apostoleion in onore dei santi apostoli, e lo consacra con le reliquie che gli apporta da Roma il prete Simpliciano".
Ma veniamo all'inno: la passione dei due apostoli - incomincia - ha reso santo un giorno comune e secolare (dies saeculi). Gli "eventi divini (facta divina)", secondo Ambrogio, trasfigurano i giorni degli uomini, e così è avvenuto per il martirio di Pietro, una sconfitta diventata gloriosa vittoria (è ambrosiana l'espressione: sanguis triumphalis), e per quello di Paolo, che gli ha meritato la corona del "buon atleta". "Con il trionfo nobile (triumphus nobilis) di Pietro / - inizia dunque in tono lieto e vibrante il canto, con un verso che verrà citato da Agostino - e la corona di Paolo (Pauli corona) / la passione degli apostoli / questo, esaltando, consacrò tra i giorni".
Ambrogio si compiace di mettere in luce la parità dei due apostoli, assimilati e uniti dall'effusione del sangue, e incoronati dalla fede in Cristo, che ugualmente li aveva fatti discepoli del Signore: "Una morte cruenta e gloriosa (cruor triumphalis necis) / li assimilò e congiunse; / la fede in Cristo incoronò gli eroi / che alla divina sequela si posero". Più volte il vescovo di Milano sottolinea la natura gloriosa del martirio ed è abituale in lui connotare col tratto della trionfalità la morte dei martiri, che, imitando la preziosa effusione del sangue di Cristo - il pretiosus cruor Domini - ha dentro di sé lo splendido pegno della vittoria. Così, egli parla di cruor triumphalis e di victimae triumphales riguardo a Protaso e Gervaso, di proelium triumphale, di triumphales gemitus, di triumphalia vulnera a proposito dei fratelli Maccabei. E, infatti, la croce di Pietro si trasforma nel trono di un re vittorioso e la decapitazione di Paolo diventa una corona.
Sullo stesso tema della parità dei due apostoli prosegue la strofa successiva, con i richiami biblici su Pietro, nominato nei vangeli come primo - "Primo Simone, chiamato Pietro" (Matteo 10, 12) - al quale appartiene il primato passato alla Chiesa di Roma, e su Paolo, definito negli Atti "vaso di elezione" (9, 15), equiparato a Pietro nella grazia e nella fede: "Il primo apostolo è Pietro, / ma non minore è Paolo per grazia, / che fu santo strumento di elezione / e Pietro eguagliò nella fede".
Ambrogio afferma più volte nei suoi scritti questa loro uguaglianza: "Un'identica grazia rifulgeva in coloro che l'unico Spirito aveva eletto. Né Paolo fu inferiore a Pietro, benché quello fosse il fondamento della Chiesa e questi il sapiente architetto".
Sul tipo di morte a cui andò incontro Paolo l'inno non dice nulla, mentre, intessendo le notizie degli Atti di Pietro e i passi del Vangelo di Giovanni, si sofferma su quella di Simone, che subì lo stesso martirio di Gesù, la crocifissione, ma "su capovolta croce", o sulla croce dal piede capovolto (verso crucis vestigio).
Egli, glorificando Dio, senza resistenza e spontaneamente (volens), vi salì, a somiglianza di Gesù che, allo stesso modo, "ascese sulla croce" - come canta l'inno ambrosiano all'ora di terza - e avverò così le parole profetiche del Signore: "In verità, in verità ti dico: "Quand'eri giovane, ti annodavi da te la cintura e andavi dove volevi. Ma quando sarai vecchio, stenderai le tue mani e un altro ti annoderà la cintura e ti condurrà dove tu non vuoi". Questo disse per indicare con quale morte avrebbe glorificato Dio" (Giovanni 21, 18-19).
Ambrogio trasforma in chiari versi didascalici questa profezia: "Su capovolta croce / ascende Simone, e sospeso / glorifica Dio, non dimentico / del vaticinio antico. / Secondo il detto, vecchio ormai fu cinto / ed elevato da un altro; / condotto dove non vorrebbe, docile / vinse una morte crudele". Anche nel caso di Pietro, come di tutti i martiri, e anzitutto di Gesù Cristo, la morte non ottiene il sopravvento, ma subisce la sconfitta.
L'interesse del poeta si intrattiene ora sulle felici conseguenze di quella "morte crudele" per la città di Roma: edificata sul sangue di Pietro e resa illustre da così eccellente vescovo - o, se ci si riferisce a Paolo, dalla figura di tanto dottore - l'Urbe e pervenuta all'apice della fede cristiana: "Su tale sangue fondata, / nobilitata da tanto vescovo, / Roma ha toccato l'eccelso vertice / della pietà religiosa (celsum verticem devotionis)".
Essa ha, così, rinnovato le ragioni del suo prestigio e della sua celebrità: in questi versi "il poeta cristiano fonde parecchi ricordi virgiliani, tra cui una famosa esaltazione della Roma di Augusto. E, tuttavia, non si tratta più della Roma pagana e della sua grandezza materiale, ma della Roma cristiana e della sua grandezza religiosa (Duval)".
A questo punto, quasi migrando da questa sua Chiesa, Ambrogio si sente trasportato alle festose e animate celebrazioni romane dei due apostoli. Egli le ha conservate fisse nella memoria e si direbbe le voglia descrivere ai milanesi, che una volta rimprovererà per averne disertato la veglia e trascurato il digiuno in loro onore.
Egli rivede l'intera città animata e rigurgitante di fedeli, che si riversano lungo le tre vie che portano ai loro luoghi di culto: la via Trionfale o Aurelia, dove è sepolto Pietro, la via Ostiense, dove si trova Paolo, e la via Appia, alle catacombe di san Sebastiano, presso le quali, secondo la testimonianza di Papa Damaso (vescovo di Roma dal 366 al 384), in circostanze o modalità che non ci sono note, avevano abitato i due apostoli (habitasse [...] cognoscere debes). "Folle di popolo fitte si muovono / per l'ampia distesa dell'Urbe: / su tre diverse strade si celebra / la festa dei martiri santi".
Nello spettacolo di tanta gente che si accalca nell'Urbe per venerare i due apostoli, al poeta sembra di vedere sia lo stiparsi dei fedeli di tutta la terra sia l'affluire con loro anche degli angeli: "Pare qui si riversi il mondo intero / e accorra insieme la schiera celeste". Da qui la triplice e appassionata acclamazione rivolta alla città di Roma, che, per i meriti di Pietro e di Paolo, è stata elevata a una dignità e a una grandezza nuova: "Eletta, capo ai popoli, e sede del maestro delle genti!".
Roma è l'"Eletta": e il titolo richiama la Prima lettera di Pietro che, secondo alcune versioni, lo assegna alla Chiesa romana, "l'eletta che è in Babilonia" (5, 13). Essa è "capo ai popoli": come altrove la definisce lo stesso Ambrogio, che parla della "Chiesa di Roma capo di tutto il mondo romano" e della "sacrosanta fede degli apostoli", da cui "si diffondono in tutte le Chiese i princìpi che stabiliscono la venerabile comunione che le unisce".
Roma è, infine, la "sede del maestro delle genti", ossia di Pietro, ed è ancora Ambrogio a riconoscere la "Chiesa romana (Ecclesia romana)" come la "custode intemerata del simbolo degli apostoli", dove "fu vescovo" e "dove siede il primo degli apostoli, Pietro", e ad affermare che "non possiede l'eredità di Pietro chi non possiede la sede di Pietro".
Un inno come l'Apostolorum passio, col suo calore e la sua passione, poteva sgorgare solo dalla penna e dalla vena poetica di un poeta che aveva l'animo colmo di ammirazione per la fede di quella Chiesa, che conservava la memoria viva della sua pietà e si sentiva fiero di provenire da essa, anche se, prima dell'elezione all'episcopato di Milano, non vi aveva ancora fatto intimamente parte, non essendo ancora battezzato. Anche in quest'inno, che tutto "rivela mentalità, linguaggio e arte di sant'Ambrogio" (Schuster), sono fusi, in felice composizione, un'ortodossia limpida e precisa - come il riconoscimento alla Chiesa Romana del primato della fede a motivo di Pietro - i riferimenti della storia, con, forse, alcuni elementi di leggenda, e, sullo sfondo, a conferire slancio e vivacità, alcuni accenti o allusioni di autobiografia e di ricordi.



(©L'Osservatore Romano - 29 giugno 2008)

Sant’Ambrogio. Omelie su San Pietro e San Paolo

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Expositio Evangelii sec. Luc. VI, 93-95.97-99, in15, 1693-1694.

Non è senza significato la supposizione della folla, per cui alcuni credevano che fosse risuscitato Elia, che essi ritenevano dovesse ritornare; altri pensavano a Giovanni, che sapevano decapitato, oppure a uno dei profeti precedenti.
Ma investigare queste cose è sopra le nostre forze: richiede l’opinione di ben altri, la sapienza di ben altri. Se a Paolo apostolo basta sapere nient’altro che Cristo Gesù, e lui crocifisso, che cosa dovrei io desiderare di sapere, oltre Cristo? In questo solo nome sono espresse l’incarnazione e la divinità, ed è attestata la verità della passione. Per questo motivo, sebbene gli altri Apostoli sappiano, è Pietro tuttavia che risponde davanti agli altri: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Pietro sapeva che nel Figlio di Dio sono poste tutte le cose: Il Padre ha dato al Figlio tutte le cose (cf. Gv 3,35). Se gli ha dato ogni cosa in mano, ha riversato in lui l’eternità e la maestà che possiede.
Ma perché mai mi sto dilungando tanto? Il compimento della mia fede è Cristo, il compimento della mia fede è il Figlio di Dio. Non mi è consentito conoscere il processo della sua generazione, ma non mi è consentito disconoscere la realtà indubitabile della sua generazione.

Credi, così come Pietro ha creduto, affinché anche tu sia felice, e anche tu sia meritevole di udire: Né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. La carne e il sangue possono rivelare soltanto ciò che è terreno, mentre invece colui che parla in spirito dei misteri, non si basa sull’insegnamento della carne e del sangue, ma sull’ispirazione divina.
Non fidarti, dunque, della carne e del sangue, per non ricevere gli insegnamenti dalla carne e dal sangue e per non diventare anche tu carne e sangue. Infatti, chi rimane attaccato alla carne, è carne, ma chi si unisce a Signore forma con lui un solo spirito (1 Cor 6,17). Chi vince la carne è un fondamento della Chiesa, e, se pure non può uguagliare Pietro, lo può imitare; grandi, infatti, sono i doni di Dio, il quale non soltanto ha restaurato per noi quanto era nostro, ma ci ha anche donato quanto apparteneva esclusivamente a lui.

È grande la condiscendenza del Signore, il quale ha fatto dono ai suoi discepoli di quasi tutti i suoi nomi. Io sono la luce del mondo (Gv 8,12), dice; ma questo nome, di cui egli stesso si gloria, lo ha accordato ai discepoli, affermando: Voi siete la luce del mondo (Mt 5,14). Io sono il pane vivo (Gv 6,51); ma anche: Tutti partecipiamo dell’unico pane (1 Cor 10,17). Io sono la vera vite (Gv 15,1); ma anche a te dice: Io ti avevo piantato come vigna scelta, tutta di vitigni genuini (Ger 2,21).
Cristo è la pietra – tutti bevevano da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo (1 Cor 10,4) -; ma anche al suo discepolo egli non ricusò questo bel nome, in modo che anch’egli sia Pietro affinché attinga dalla pietra la saldezza della perseveranza, l’incrollabilità della fede.

Sfòrzati di essere anche tu una pietra. Ma per questo non cercare fuori di te, ma dentro di te la pietra. La tua pietra sono le tue azioni, la tua pietra è il tuo pensiero. Su questa pietra viene edificata la tua casa, perché non venga flagellata da nessuna tempesta degli spiriti del male.
La tua pietra è la fede, perché la fede è il fondamento della Chiesa. Se sarai una pietra, starai dentro la Chiesa, perché la Chiesa sta sopra la pietra.
Se starai dentro la Chiesa, le porte degli inferi non prevarranno contro di te. Le porte degli inferi sono le porte della morte, ma le porte della morte non possono essere le porte della Chiesa.

San Giovanni Crisostomo. Omelie su San Paolo

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De Laudibus S. Pauli, Hom. II, l-6.10, in PG 50, 477-484.

Più di tutti gli uomini Paolo ha mostrato che cosa è l’uomo, quanto grande è la nobiltà della nostra natura e quanta virtù questo essere vivente è capace di accogliere in sé.
Ogni giorno Paolo diventava più vigoroso. Nonostante i pericoli crescessero per lui, rinnovava il suo impegno; manifestava questo atteggiamento dicendo: Dimentico del passato e proteso verso il futuro (Fil 3,13). Se era in attesa della morte, esortava a condividere questa gioia, dicendo: Godetene e rallegratevi con me. Fil 2,18. Mentre incalzavano pericoli, oltraggi, ogni infamia, esultava di nuovo e scrivendo ai Corinzi arrivava a dire: Mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle persecuzioni (2 Cor 12,10).
Ha chiamato le medesime sofferenze armi della giustizia (2 Cor 6,7), facendo vedere che anche da esse traeva i frutti più rigogliosi ed era ovunque invincibile da parte dei nemici. Ovunque fustigato, insultato, oltraggiato, avanzando solennemente come in un corteo trionfale e innalzando continui trofei in ogni parte della terra, così se ne andava fiero e ringraziava Dio dicendo: Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo (2 Cor 2,14).
Andava dietro alla vergogna e all’oltraggio a causa dell’annuncio del vangelo più di quanto noi andiamo a caccia degli onori.

Aveva in se stesso la cosa più sublime di tutte, l’amore di Cristo; con questo si ritenne più beato di tutti, senza di questo non faceva voti di entrare nella categoria delle persone altolocate e potenti (Cf Ef 1, 21; Col 1,16). Con l’amore di Cristo voleva invece trovarsi fra gli ultimi, anzi fra coloro che ricevono supplizi (Cf 2 Cor 6,9), piuttosto che, senza di esso, fra i più insigni e onorati.
Il solo castigo per lui consisteva nel perdere questo amore. Tale eventualità rappresentava per lui la geenna, la punizione, innumerevoli mali, come d’altra parte la sua gioia stava nel raggiungerlo: ciò costituiva la vita, il mondo, gli angeli, il presente, il futuro, il Regno, la promessa, innumerevoli beni. Riteneva che nessun’altra cosa, che non conduceva a questo amore, non fosse né dolorosa né piacevole, mentre non teneva in alcun conto tutti i beni visibili così come l’erba imputridita.
Despoti e popoli spiranti alterigia gli sembravano zanzare; la morte, le pene, gli innumerevoli supplizi, quasi fossero giochi da bambini, quando si trattava di sopportarli a causa di Cristo.

Paolo viveva in prigione come se fosse il cielo stesso, accoglieva ferite e staffilate più volentieri di coloro che portano via i premi, amava le fatiche non meno delle ricompense, pensando che le fatiche fossero una ricompensa; perciò le chiamava anche una grazia (Cf Fil 1,29).
Fa’ attenzione: era un premio per lui essere sciolto dal corpo ed essere con Cristo, mentre rimanere nella carne costituiva il combattimento; tuttavia preferisce questo a quello e dice che gli è più necessario (Cf Fil 1,23-24). Essere anàtema, separato da Cristo (Cf Rm 9,3), era una lotta e una sofferenza, anzi anche al di là della lotta e della sofferenza, mentre essere con lui era la ricompensa bramata; preferisce però quelle a questa a causa di Cristo.
Ma forse qualcuno potrebbe dire che tutto ciò gli era piacevole a causa di Cristo. Lo sostengo anch’io: quanto è per noi motivo di angustia, a lui generava una grande gioia. A che parlare dei pericoli e delle altre tribolazioni? Era anche in un’ansia continua, per cui diceva: Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema? (2 Cor 11,29).

Vi prego di non ammirare soltanto, ma di imitare anche questo modello di virtù; così potremo condividere con lui le medesime corone. Se ti meravigli ascoltando che, se ti comporterai virtuosamente come lui, raggiungerai le medesime ricompense, ascoltalo mentre esprime questo concetto: Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione (2 Tm 4,7-8).
Vedi come chiama tutti a condividere i medesimi premi? Poiché dunque sono proposte a tutti le stesse ricompense, sforziamoci tutti di divenire degni dei beni promessi. Non guardiamo soltanto alla grandezza e allo splendore delle sue virtù, ma anche all’intensità del suo impegno, per mezzo del quale si è attirato una grazia così grande, e alla comunanza di natura, perché ha condiviso tutto con noi. Così ciò che è molto arduo da raggiungere ci apparirà facile e agevole e, dopo esserci affaticati per questo breve tempo, porteremo continuamente quella corona eterna e immortale, per la grazia e la bontà di nostro Signore Gesù Cristo, al quale è la gloria e la potenza ora e sempre nei secoli dei secoli.