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A. Serra e F. Breynaert. Cana e la creazione del mondo


Il raconto di Cana potrebbe essere un riferimento al Principio del mondo


La parola "archê" (principio)
Il racconto di Cana potrebbe riferirsi alla creazione del mondo, al suo principio "archê" :

"Questo inizio (archên) dei segni fece Gesù in Cana di Galilea"
(Gvn 2, 11)

«  In principio  (« archê »), Dio creò il cielo e la terra. »
(Gn 1,1)

Il riferimento alla settimana della creazione (Genesi 1)

Allarghiamo la riflessione al contesto del racconto, osservando le menzioni del tempo.
Primo giorno, testimonianza di Giovanni (Gv 1,19-28) ;
l'indomani (1, 29) :
2d  giorno, Giovanni Battiste  annuncia Gesù l'agnello di Dio ; l
'indomani (1,35) :
terzo giorno, Andrea porta Simon Pietro verso Gesù ;  l
'indomani (1,43), quarto giorno, Gesù e Filippo ;
"il terzo giorno", il racconto Cana.
Si esita un po' per sapere se questo "terzo giorno" è il sei o il sette della settimana, più probabilmente il 6.
Il vangelo presenta l'inizio del ministero di Gesù in una settimana dunque, come la settimana della creazione, per significare che Gesù comincia una nuova creazione.

La descrizione di una settimana di 6 giorni potrebbe fare allusione al racconto della creazione ma questo è formulato in modo regolare fino alla fine.
Il vangelo può avere una sorgente d'ispirazione intermedia che spiegherebbe perché il suo ritmo non è tanto regolare. Questa sorgente sarebbe il teofania del Sinai[1], dové leggiamo :  "Allora l'Eterno disse a Mosè : Va' dal popolo, santificalo oggi e domani, e fa' che si lavi le vesti.  E siano pronti per il terzo giorno, perché il terzo giorno l'Eterno scenderà sul monte Sinai agli occhi di tutto il popolo." (Es 19,10-11)
La Bibbia parla solamente di tre giorni, ma la letteratura inter-testamentaria, extra-biblica inserisce qui una settimana completa[2], ed il terzo giorno simbolico del testo biblico è il sesto giorno del mese.   Al Sinai, Dio creò Israele come vero popolo, il sesto giorno ed alla sesta ora ; nel Genesi Dio creò l'uomo il sesto giorno. Al Sinai, una dense nuvola apparve, come mai hanno visto. Nella Genesi, lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque (Gn 1,1), covava la creazione : riflettendo sulla storia sua, Israele comprende la creazione del mondo.

Così, il terzo giorno di Cana, è collocato nella cornice della settimana iniziale del vangelo di Giovanni, è il suo sesto giorno, e fa riferimento al Sinaï e alla creazione.

Un significato profondo 
In questo contesto, le sei giare di Cana, piene di acqua, (cioè a Torah che Gesù cambia in vino, la Torah messianico), annunciano che la parola di Gesù stà una parola creatrice. In ciascuno di coloro in che rimane la parola (Gv 15,5.7), il Verbo compie una nuova creazione. Lo Spirito Santo fa nascere di nuovo (Jn 3,5). "E c'era la madre di Gesù" (Gv 2, 1.) Maria è presente, maternamente, in questa opera creatrice.


[1] Occorre il terzo mese (Es 19,1) verso maggio o giunio ; il 6 del mese è la pentecoste giudaica
[2] La Mekiltà di Rabbi Ismaël (tradizione tannaïtica del 2secolo) parla de 6 giorni.  Il Talmud Babilonese, Shabbat 86b-87a . 88a ; Yoma 4b ; Ta'anit 28b parla di 7 giorni ; il primo Targum di Gerusalemme, o targum del pseudo Jonathan parla di 7 o 8 giorni.

Bibliografia :
A. SERRA, Maria e la pienezza del tempo, Paoline 1999, p. 79-83
A. SERRA, Maria a Cana e presso la Croce, Rome, 1991, p. 13-26
A. SERRA, Marie à Cana et près de la croix, Cerf, 1983.
H. SAHLIN, Zur typologie des Johannesevangeliums,  UppsalaLeipzig, 1950, p. 8-12

Aristide Serra. Cana e la creazione di un popolo


Al giardino d'Eden, Eva disubbidisse, ma nel Sinai, Israele, nuova Eva dice sì, « quanto il Signore ha detto, noi lo faremo » ( Es 19,8 ; cfr.24,3.7), è già una nuova creazione che comincia.
A Cana, Maria riprende questo Sì dicendo ai servitori "fatti tutto ciò che vi dirà"

Gesù a Cana crea un popolo che crede in egli, come Dio lo ha fatto nella prima alleanza. A Cana, Gesù "manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui." (Gv 2, 11). La stessa cosa avvenne al Sinai, quando il Signore Dio manifestò la sua gloria a Mosè ed il popolo credette anche in lui come inviato del Signore (Es 19,9.11)

Il nome di Cana potrebbe alludere, oralmente, al verbo, acquistare-creare che si dice in ebreo Qanâh.Si dice Dio si è acquistato (verbo ebraico qanâh) il popolo, ma questo verbo significa anche una creazione, si legge :« L'Eterno mi possedette (verbo qanâh) al principio della sua via, prima delle sue opere piú antiche. » (Pr 8,22) ; « Questo popolo che ti sei acquistato (qanâh) » (Es 15,16) ; « ll popolo che io ho plasmato (qanâh) per me celebrerà le mie lodi » (Is 43,21).

Maria è presente, nel terzo giorno, in modo particolare all'ora della creazione di questo nuovo popolo.

Questo nuovo popolo comincia molto semplicemente, durante una festa di villaggio. Una festa che sarebbe potuta essere amara perché il maestro aveva calcolato male le provviste... Al contrario, immaginiamo la pace e la gioia di questa casa dove il miracolo si è avvenuto. Maria è Gesù sono uniti con un amore misterioso; i discepoli scoprono più profondamente Gesù; la festa si conclude nella pace. Un piccolo popolo si è formato.


Bibliographie :
A. SERRA, Maria e la pienezza del tempo, Paoline 1999, p. 79-83
A. SERRA, Maria a Cana e presso la Croce, Rome, 1991, p. 13-26
A. SERRA, Marie à Cana et près de la croix, Cerf, 1983.
H. SAHLIN, Zur typologie des Johannesevangeliums,  UppsalaLeipzig, 1950, p. 8-12


Cana: Il senso del terzo giorno


La storia è quella di un matrimonio dove sono invitati Gesù e la sua Madre che hanno accettato è sono presenti. Per la sua presenza, Gesù insegna a rallegrarsi con coloro che si rallegrano, invita a non trascurare le gioie umane.[1] Molto importante per le nozze, il vino manca. La madre di Gesù n'è preoccupata come una suora. È un atteggiamento di misericordia : s'incarica delle situazioni fragili. Come lo fa ? Ne parla a Gesù. È la preghiera. La preghiera fa parte della vita, è al principio dell'azione. E Gesù, per un miracolo, salva la gioia di questa festa.

L'evento occorre "il terzo giorno" e quest'espressione ha un valore teologico :
- Al Sinai, "il terzo giorno" Dio manifestò la sua gloria a Mosé, e crederono in lui (Es 19) ;
- A Cana, "il terzo giorno", Gesù rivelò la sua gloria ed i suoi discepoli crederono in lui (Gv 2,11) ;
- A Pasqua, "il terzo giorno", Gesù rivelò la sua gloria ed i suoi discepoli crederono in lui (Gv 2,19-21)

Maria a Cana, nel rapporto al Sinai
Leggemmo nel libro del Esodo :
« Allora l'Eterno disse a Mosè : Va' dal popolo, santificalo oggi e domani, e fa' che si lavi le vesti.  E siano pronti per il terzo giorno, perché il terzo giorno l'Eterno scenderà sul monte Sinai agli occhi di tutto il popolo. »
(Ex 19,10-11)

A Cana, le parole della madre di Gesù, nel terzo giorno :
« Fate tutto quello che egli vi dirà »
(Gv 2, 5)

Sono l'eco di quelle pronunciate dal popolo di Israele al Sinai, nel terzo giorno :
« quanto il Signore ha detto, noi lo faremo »
(Es 19,8)
La madre di Gesù è chiamata "donna", la madre di Gesù rappresenta il popolo dell'alleanza.
Le giare sono "di pietra" e costituiscono un richiamo alla legge di Mosè, scolpita su tavole di pietra.
L'acqua delle giare è l'acqua della legge di Mosè mentre il vino è il simbolo della Torah spiegata dal Messia[2].

Maria a Cana ed il suo rapporto alla Chiesa.
« Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando. »
(Gv 15,14)

A Cana, Maria ha fatto la domanda: "non hanno più vino" ; Gesù non risponde, ma non rifiuta, siccome al capitolo 4 il centurione fa una domanda ; e al capitolo 11, Gesù non guarisce il suo amico malato. Gesù non risponde immediatamente, alza il livello, fa crescere la fede, al capitolo 4, tutta la casa del centurione si apre alla fede, al capitolo 11 non operò Gesù una semplice guarigione ma una risurrezione !

Mirando verso l'avvenire, "il terzo giorno" fa allusione al giorno della risurrezione, il qual è anche quello della nascita della Chiesa. In questo giorno, quale il ruolo di Maria ?
Nella Chiesa, Maria ha il ruolo che aveva a Cana : parlare a Gesù, parlare ai servitori.
Nella Chiesa, dobbiamo fare anche "tutto di che egli vi dirà" come Maria l'ha suggerito, e così diventare amici di Gesù.




[1] Cf. «  Rallegratevi con quelli che sono allegri. » (Rm 12,15)
[2] Targum sul Ct 8,12  e midrash  Genesi Rabba 98,9 à 49,11.

Bibliografia
A. SERRA, Marie à Cana et près de la croix, Cerf, 1983
A. SERRA, Maria e la pienezza del tempo, Paoline 1999 A. SERRA, Maria a Cana e presso la Croce, Rome, 1991
H. SAHLIN, Zur typologie des Johannesevangeliums, UppsalaLeipzig, 1950, p. 8-12 ;
J. POTIN, La fête juive de la Pentecôte. Etude des textes liturgiques, vol I, Commentaire, Paris 1971 (Lectio divina n° 65 a)
PAUL VI, Exhortation apostolique marialis Cultus, 1974, n° 57.

Senza Maria non si è veri discepoli del Signore



Ci si "affida e consacra a Maria" per "affidarsi e consacrarsi" più perfettamente a Gesù; per entrare cioè, secondo una disposizione ‘materna’ di Dio, più profondamente nella consacrazione stessa di Gesù al Padre.


È in quella che viene chiamata "la preghiera sacerdotale" del Signore (Gv 17), in quel momento di sofferenza e insieme di gloria, in quel sopraggiungere dell’ora, che il Gesù di Giovanni parla diconsacrazione. Pregando per i credenti, per i suoi discepoli, egli esclama: "Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo; per loro ioconsacro [= rendo santo] me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità" (Gv 17, 17-19).
Dio solo è Santo. Santificare, consacrare, è rendere simile a Dio, a quel Dio di cui l’essere stesso, per San Giovanni, non può esprimersi che in termini di amore. "Io ho fatto conoscere loro il tuo nome (= il tuo nome di Padre!) e glielo farò conoscere ancora, affinché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro" (Gv 17, 26).
Tutta la missione di Gesù consiste nel far passare in noi l’amore del Padre per il Figlio. Quando Gesù, nella sua umanità, nella sua carne (Gv 1, 14)si consacra a Dio, è a questo amore che si affida. Egli dice "sì" al primo amore che solo può spiegare l’avventura umana: "Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (Gv 3, 16).
Consacrarsi a Dio è dunque, per Gesù, acconsentire all’amore di Dio per l’umanità. È in un atto personale di estremo amore che Gesù aderisce all’amore del Padre e si offre a lui: "Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre [= passaggio che è propriamente l’atto di consacrazione], dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (Gv 13, 1).
Non bisognerebbe dimenticare che è anche in quell’ora dell’amore estremo che Gesù, secondo San Giovanni, rende lo Spirito (cfr. Gv 19, 30), la cui funzione sarà di assicurare la presenza dell’amore nei nostri confronti (cfr. Gv 14, 15).
Gesù, nella sua umanità, consacra se stesso, quando il suo amore di Figlio risponde totalmente all’amore del Padre; totalmente, cioè fino all’assimilazione nella gloria, fino alla glorificazione pasquale: "Padre, glorifica tuo Figlio..." (cfr. Gv 17, 1.5). Consegnarsi all’amore, abbandonarsi totalmente all’amore, non essere, per l’umanità e per il mondo, che servo di questo amore: in ciò consiste, per San Giovanni, la consacrazione di Gesù. È, per usare un’espressione della Lettera agli Ebrei, a questo "parossismo dell’amore" che siamo, a nostra volta, invitati ad "accostarci a Dio con cuore sincero, in pienezza di fede" (cfr. Eb 10, 22).


Nozze di Cana: Maria ottiene il miracolo da Gesù e i suoi discepoli credono in lui. – Icona di Cristina Busiri Vici Jatta, Pontificio Collegio Russo (1992).Nozze di Cana: Maria ottiene il miracolo da Gesù e i suoi discepoli credono in lui.
– Icona di Cristina Busiri Vici Jatta, Pontificio Collegio Russo (1992).



Consacrazione del discepolo all’Amore

Infatti, se Gesù si consacra, è perché noi pure siamo consacrati: "Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo; e per essi io consacro me stesso, perché siano anch’essiconsacrati nella verità" (Gv 17, 18-19). Consacrati all’amore, inviati per il servizio dell’amore. È la vocazione del discepolo San Giovanni. Il Vangelo giovanneo è in effetti il Vangelo della fede, del dramma della fede.
Ma curiosamente, questo Vangelo drammatico - ed esso solo - è incorniciato fra due scene che presentano la madre di Gesù.
In principio, a Cana, all’inizio del libro dei ‘segni’, tutti orientati alla fede. Alla fine, sul Calvario, nell’ora del grande ‘segno’ della Croce, al vertice dell’amore. Ma tanto nell’uno come nell’altro caso, la madre di Gesù appare in questo Vangelo unicamente al servizio dell’opera del Figlio. Come Gesù era consacrato all’opera amorosa del Padre, Maria è completamente consacrata all’opera del Figlio, che è di fare dei discepoli.
A Cana la "madre di Gesù" non viene per sé. Tutto il racconto è orientato verso la conclusione dell’evangelista: "Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui" (Gv 2, 11).
Ciò che è in gioco in questo brano è la fede dei discepoli, la loro verità stessa di discepoli. Per iniziativa della "madre di Gesù"!
Ma il Vangelo di Giovanni non racconta ‘storie’, non si accontenta di aneddoti. Ciò di cui l’autore si preoccupa è la vita di tutti i lettori che verranno, ed è per questo che scrive il suo libro (cfr. Gv 20, 31). Ciò che narra assume il valore di simbolo, di paradigma per tutti i credenti. Ponendo la "madre di Gesù" nel momento della nascita della fede dei discepoli, egli disegna un’immagine teologica. È un modo per dire che questa presenza materna presiede alla nascita di tutti i credenti.
Ciò che l’evangelista abbozza a Cana, lo completa sul Calvario, con una grande inclusione, procedimento letterario che lascia intendere discretamente come questa presenza materna investa tutta l’avventura di amore del Vangelo.
Al vertice dell’amore, infatti (cfr. Gv 13, 1), "l’ultimo atto di Gesù (totalmente consacrato alla missione ricevuta dal Padre, al compimento, alla realizzazione dell’amore) consiste nell’aprire, in un modo nuovo, il cuore di sua Madre" (Giovanni Paolo II, Omelia a Fatima, 13 maggio 1982).
L’Amore stesso, che muore perché l’uomo possa credere e diventare discepolo - e che è tutto teso a far nascere questo discepolo - dichiara, nell’atto stesso che completa la sua opera: "Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta […], disse alla madre: ‘Donna, ecco il tuo figlio!’ " (cfr. Gv 19, 26.28). In questo ultimo atto col quale il Figlio si consacra al Padre, Gesù affida l’umanità a Maria, non perché ella sia più importante di Dio suo Padre, ma perché ella è, nell’economia, cioè secondo le leggi della "casa di Dio", il cammino della fede, dell’adesione all’Amore.



Pietro Cavallini, Albero di Jesse: Maria Regina dei Profeti, degli Apostoli e dei Santi. – Napoli, Duomo, Cappella Minutolo.
Pietro Cavallini, Albero di Jesse: Maria Regina dei Profeti,
degli Apostoli e dei Santi
. – Napoli, Duomo, Cappella Minutolo.


Non c’è discepolato senza Maria

Per questo, riassumendo la scena con un linguaggio simbolico che risuona attraverso tutto il tempo della Chiesa, l’evangelista aggiunge: "E a partire da quell’ora [= il telos dell’agape!, cfr. Gv 13, 1], il discepolo – simbolo di tutti i credenti – la prese nella sua casa" (Gv 19, 27). ‘Nella sua casa’: locuzione che non designa tanto i suoi beni materiali, la sua casa di pietra, quanto i beni che gli sono propri come discepolo. Il discepolo riceve la "madre di Gesù" nello spazio interiore che costituisce la sua relazione di fede con Gesù.
La "madre di Gesù" diviene, per così dire, l’atmosfera propria del discepolo o, per usare le parole di San Luigi Maria da Montfort, l’ambiente misterioso necessario alla sua vita (cfr. Vera Devozione 265).
Detto in altre parole: non si può essere discepoli di Gesù senza accogliere sua Madre. Se, lo ripetiamo, nell’atto ultimo con il quale il Figlio si consacra al Padre, Gesù affida il discepolo a sua Madre, questo discepolo, a sua volta, assicura la propria qualità di discepolo, entra pienamente nellaconsacrazione del Figlio solo prendendo Maria "in casa sua", solo affidandosi totalmente a Lei.
È così che occorre intendere – crediamo – quello che dice con estrema esattezza, anche se con un linguaggio teologico e non biblico, un autore spirituale come San Luigi Maria di Montfort: "Ne consegue che ci si consacra insieme sia alla Vergine Santissima che a Gesù Cristo; alla Vergine Santissima come al mezzo perfetto che Gesù ha scelto per unirsi a noi e unire noi a sé; e a Nostro Signore come al nostro fine ultimo, al quale noi dobbiamo tutto ciò che siamo, come al nostro Redentore e al nostro Dio" (Vera Devozione 125). Contemporaneamente, con uno stesso movimento.
Non ci si "affida e consacra a Maria", come propone Giovanni Paolo II [= il testo usa sempre le due parole, quasi a precisare la parola consacrazione che, a rigor di termini, si riferirebbe solo a Dio], che per "affidarsi e consacrarsi" più perfettamente a Gesù, per entrare cioè, secondo una disposizione ‘materna’ di Dio, più profondamente nella consacrazione stessa di Gesù al Padre. Non si tratta, dunque di un gesto stravagante, al di fuori della strada cristiana; è un atto col quale ci si mette semplicemente al passo col Vangelo.

Giuseppe Daminelli


II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. ANNO C

http://www.penitents.org/PictCana.jpeg


PER PREPARARE LA LITURGIA





Dal Vangelo secondo Giovanni 2,1-11.

Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà». Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le giare»; e le riempirono fino all'orlo. Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po' brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono». Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.



IL COMMENTO

C'è un luogo dove qualcuno spera e crede per me, anche quando ho smarrito la speranza e di fede nanche l'ombra. E' la Chiesa. Il Vangelo di questa domenica presenta un aspetto molto singolare: Maria, di fronte allo scarseggiare del vino, fa presente a Gesù la situazione difficile degli sposi. Ma Gesù, secondo il Vangelo di Giovanni, non aveva ancora compiuto nessun miracolo, nessun segno lo aveva manifestato pubblicamente quale Messia. Parimenti nel Vangelo giovanneo sino all'episodio di Cana non v'è traccia di Maria. Nel passo di questa domenica dunque, attraverso il segno che Gesù compirà ci viene svelata l'identità di sua madre. E subito balza agli occhi come Maria mostra di sapere, laddove nessuno sa, chi è suo Figlio. Si rivolge a lui, e non era certo per un consiglio o per una semplice constatazione della situazione. Maria sa, Maria crede, Maria spera. Di fronte alla risposta apparentemente brusca di Gesù non si arrende, anzi, si rivolge agli inservienti suggerendo loro di avvicinarsi a Gesù e a fare quello che Lui avrebbe detto. Non si tratta di ostinazione, si tratta di conoscenza. Nonostante Gesù le abbia detto che la sua ora non era ancora giunta, Maria sembra quasi scavalcare la stessa volontà di Dio, o almeno ne accelera il compimento. Fin qui appare la preoccupazione materna di Maria per i due sposi a corto di vino. Ma quel che è ancor più singolare è che Gesù, senza opporre alcuna resistenza - e avrebe potuto... - si piega alla volontà della Madre e fa esattamente come Lei aveva detto ai servi. Sembra quasi che Gesù avesse pronto una sorta di manuale di istruzioni per quel caso specifico, tanto dettagliate e pronte sono state le sue istruzioni impartite ai servi. E appare così il vino nuovo, la vita dove incombeva la morte. Appare il primo segno di Gesù. E Maria ne è l'artefice nascosta, la regista di un'opera di salvezza capace di salvare ciò che sembrava irreparabile. Maria è immagine della Chiesa. La Chiesa, come Maria, conosce il Signore. Sa che Lui può davvero tuto. E conosce, perchè vede con occhi materni, la realtà di ciascuno dei suoi membri. E spera e crede per loro. La Chiesa sa che Gesù, Dio stesso, può, nella sua infinita misericordia, cambiare i suoi stessi piani, quando sono in gioco la salvezza e la gioia dei suoi figli. Colpisce l'obbedienza di Gesù a sua Madre, speculare alla fede incrollabile di Lei. Colpisce questa segreta alleanza che travalica le parole rudi di Gesù, e scioglie in una misericordia incomprensibile anche lo stesso piano di Dio. Maria forza il cuore di Gesù, e Gesù si lascia forzare. L'amore e l'urgenza della vita concreta delle persone inducono la Chiesa a sperare contro ogni speranza. Maria del resto aveva sperimentato che a Dio davvero nulla è impossibile. Maria sapeva che quel Figlio era il frutto impossibile che Dio aveva reso possibile. Per questo non si arrende, vibra in Lei la certezza che Dio mai si smentisce, che DIo solo può amare senza misura, stravolgendo la tabella di marcia prevista. Perchè se è vero che vi è un progetto per ciascuno è altrettanto vero che tutti siamo liberi di frustrarlo e deviare verso cammini di morte. Siamo liberi di stracciare la volontà di Dio, il banchetto di nozze del Vangelo. La nostra vita è data per essere feconda e dare frutto. Ma possiamo dimenticare o rifiutare il vino, possiamo restarne sprovvisti, abbandonando la preghiera, vivendo superficialmente, peccando e seguendo i dettami della carne. Ma Maria e Gesù sono invitati al banchetto, sono anche loro, con i discepoli, nella nostra vita. Non ci lasciano, e osservano, e trepidano, e ci amano. Maria e la Chiesa sono preoccupati per noi. E nelle situazioni più difficili, Lei spera e crede al posto nostro, anche quando ci prende la disperazione e non sappiamo credere. Quando ci blocchiamo sui nostri fallimenti e sui nostri peccati, la Chiesa non smette di sperare la nostra salvezza. Anche nei momenti più bui c'è chi riesce a vedere il segno del riscatto, l'ora di Gesù. Nella Chiesa ogni peccato, ogni fallimento, ogni debolezza divengono l'ora inaspettata, anticipata, compiuta, nella quale Gesù sconfigge la morte. Nella Chiesa la valle del pianto si cambia in sorgente di vita, l'acqua insapore dei giorni avvelenati dal peccato è tramutata in vino d'amore e servizio. La Chiesa è il nostro luogo, la nostra casa, dove sempre possiamo ricominciare e ripartire, sempre più ricchi, anche quando abbiamo perso tutto. Nella Chiesa possiamo rifugiarsi allorchè abbiamo smarrito speranza e gioia, perchè la Chiesa con i suoi discepoli e suoi diaconi (servi) obbediscono al Signore della vita, perchè Lui, misteriosamente, obbedisce alla volontà d'amore di sua Madre.


Le nozze di Cana. di Donatien Mollat, s.j.

Significato principale. Collocazione del racconto nell'evangelo

Per conoscere il punto di vista personale di san Giovanni nel racconto delle nozze di Cana, occorre iniziarne la lettura dall'ultimo versetto: Questo fu il primo dei segni di Gesù. Gesù lo compì a Cana di Galilea. Manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. Per Giovanni l'avvenimento è un segno che mostra la gloria del Cristo e che dà origine alla fede dei discepoli. E' evidente la coincidenza col fine stesso del quarto evangelo, quale lo troviamo enunciato nei versetti 20,30s: Gesù fece ancora in presenza dei suoi discepoli, molti altri segni, che non sono narrati in questo libro. E questi lo sono stati perché voi crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo Nome. Il racconto delle nozze di Cana si integra quindi nella finalità centrale dell'evangelo, che è quella di mettere in luce il mistero di Gesù, e di portare alla fede nella sua Persona come sorgente di luce e di vita. Il prologo definiva già, attraverso la parola gloria, l'essenza del Verbo incarnato, Figlio Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità. Il racconto delle nozze di Cana riprende questa parola. Come la parola segno, si tratta di un vecchio termine biblico, quello che più si avvicina al nostro termine astratto di divinità. Se esso è meno preciso, è in compenso infinitamente più ricco come evocazione concreta. La gloria di Dio, nell'Antico Testamento, indica il peso schiacciante e lo splendore folgorante della santità, della maestà e della potenza divina che si manifestano all'uomo (Es 16,10;24,15ss; 33,18; Nm 14,21; Dt 5,23ss; Is 6,3; Ez 1,1-28; 43,1-5). Il Nuovo Testamento l'ha trasferito al Cristo. Ma i Vangeli sinottici l'attribuiscono quasi sempre al Figlio dell'Uomo che viene sulle nubi del cielo, alla fine dei tempi, nello splendore della sua potenza; San Giovanni, al contrario, attribuisce già questa gloria a Gesù quando vive in mezzo a noi. Egli la scopre nei suoi miracoli come in segni, i quali manifestano che in lui Dio è presente, operante, che si rivela, che viene a noi per salvarci. Questo è il senso del segno di Cana.
Occorre notare quanto vi sia di unico in questo transfert ad un uomo di un vocabolo che un tempo definiva Dio stesso manifestante la sua maestà. La Bibbia non ha mai attribuito nulla di simile a nessun profeta, a nessun re, a nessun sacerdote, a nessun uomo. Di nessuno ha scritto una frase che assomigli sia pur lontanamente a questa: Egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in Lui. Nei confronti di chiunque altri che Gesù, sarebbe stata una bestemmia.
Per quel che riguarda i discepoli, testimoni del segno, chi sono e donde vengono? Il lettore dell'evangelo lo ha appreso dal capitolo precedente. Tutto risale ad una parola di Giovanni Battista. Vedendo Gesù venire a lui, Giovanni lo aveva indicato dicendo: Ecco l'Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo. Egli rinnovò la sua testimonianza il giorno dopo, in presenza di due suoi discepoli. Questi, Andrea e senza dubbio Giovanni, il nostro evangelista, avevano allora seguito Gesù. Andrea aveva condotto a Gesù suo fratello Simone. Poi Gesù stesso aveva chiamato Filippo, il quale aveva trascinato a sua volta Natanaele, che era appunto originario di Cana. Così tutto il gruppo aveva accompagnato Gesù alle nozze, dove già li aveva preceduti Maria sua madre. E' per essi che viene compiuto il segno. Parallelamente a questa catena di vocazioni, un'altra catena era andata sviluppandosi, quella composta dagli attributi con cui veniva designato Gesù dai suoi nuovi discepoli: alla testimonianza del Battista sull'Agnello e sull'Eletto di Dio che battezza nello Spirito Santo (1,29-33ss), era seguita quella di Andrea: Abbiamo trovato il Messia (1,41); poi quella di Filippo: Colui di cui è scritto nella legge di Mosè e nei profeti, noi l'abbiamo trovato! E' Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazareth (1,45), alla quale fa riscontro quella di Natanaele: Rabbi, tu sei il figlio di Dio, tu sei il Re di Israele! (1,49). Gesù stesso aveva concluso questa serie, designandosi come il Figlio dell'Uomo: In verità, in verità io ve lo dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere al di sopra del Figlio dell'Uomo (1,51; cfr. Gn 28,12). Il segno delle nozze di Cana è come la conclusione e il coronamento di tutta la sequenza: il terzo giorno Gesù vi lascia trasparire, sotto gli occhi dei suoi nuovi discepoli, il primo raggio di quella gloria del Figlio dell'Uomo di cui ha appena promesso, in un modo ancora velato, la visione.

Significato simbolico del segno di Cana

Il significato del miracolo delle nozze di Cana non si limita alla manifestazione della divinità di Gesù in generale. Ne devono esser prese in considerazione le circostanze. Esse sono come l'orchestrazione del segno, e concorrono alla manifestazione della gloria di Gesù.
Ed è così di tutti i segni del quarto evangelo: al di là della rivelazione centrale della divinità del Cristo, essi esprimono simbolicamente i diversi aspetti della sua opera. La moltiplicazione dei pani lo manifesta come il pane di vita, la guarigione del cieco nato come la luce del mondo; la resurrezione di Lazzaro come la resurrezione e la vita. Più difficile da determinare è il significato del segno delle nozze di Cana, perché san Giovanni lo suggerisce più che precisarlo. Non ci si deve quindi stupire delle divergenze di opinioni fra gli esegeti.
Anche qui cominciamo dalla fine. Il racconto del miracolo, - prima della conclusione del versetto 11, che è in realtà una riflessione di san Giovanni – termina con una osservazione, leggermente ironica, rivolta dal maestro di cerimonia allo sposo: Tutti servono all'inizio il vino buono e quando la gente è brilla, servono il meno buono. Tu invece hai tenuto in serbo il vino buono fino a questo momento. Questa frase costituisce ciò che potremmo chiamare il culmine del racconto. Essa attira l'attenzione sullo sposo per complimentarlo, e nello stesso tempo per sottolineare quanto c'è di singolare nel suo comportamento. In effetti è Gesù che ne è l'obiettivo anche se il maestro di cerimonia non lo sa; questi, nota l'evangelista, non sapeva la provenienza del vino. E' Gesù il vero sposo che offre il vino delle nozze. Sotto il velo di queste nozze paesane sono rappresentate le sue nozze: le nozze messianiche dell'Agnello, del quale Giovanni Battista ha annunciato la venuta, e del quale dirà ben presto: Chi ha la sposa è lo sposo; l'amico dello sposo, che gli è accanto e l'ascolta, è colmo di gioia quando ode la voce dello sposo. Ecco la mia gioia: adesso è completa. Bisogna che lui cresca e io diminuisca (3,29ss). A ragione il Padre Lefèvre scrive: “Tutto il mistero di Cana è imperniato sulla presenza di questo sposo, che si nasconde, o piuttosto che comincia a rivelarsi”. Si deve mettere in evidenza un altro particolare. Gesù non trasforma in vino un'acqua qualunque. C'erano là, nota ancora l'evangelista, sei giare di pietra, che servivano ai riti di purificazione dei Giudei... Gesù disse ai servi: Riempite d'acqua le giare. Le riempirono fino all'orlo. L'acqua utilizzata da Gesù si presenta quindi come un'acqua per il culto, destinata ad un uso religioso tipico dell'antica alleanza, e le sei giare di pietra ripiene di quest'acqua appaiono come un simbolo del giudaismo, che Gesù si appresta a ricreare in sé, infondendogli uno spirito nuovo. Pare indubitabile che l'evangelista abbia riconosciuto nel miracolo il segno dell'alleanza nuova inaugurata da Gesù. Il buon vino tenuto in serbo fino a questo momento e dato a profusione rappresenta la grazia di questa alleanza. Non si spiega altrimenti l'insistenza di san Giovanni sulla sua qualità prelibata, notata dal maestro di cerimonia, e sulla sua abbondanza, indicata dalle dimensioni delle giare. Esse contenevano due o tre misure ciascuna. Ora, la “misura” corrispondeva pressappoco a 40 litri. Il tutto rappresenta dunque una capacità tra i 5 ed i 7 ettolitri. E Gesù ha dato l'ordine di attingere soltanto una volta dalle giare ripiene fino all'orlo. Questo non significa necessariamente che tutto il contenuto sia stato cambiato in vino. Può darsi che l'acqua sia stata trasformata in vino solo al momento di attingerla. Ma la sorgente è lì, e supera in qualità e quantità tutte le speranze e tutte le necessità. Questa interpretazione del vino di Cana come simbolo delle grazie della nuova alleanza è confermata dal fatto che il dono sovrabbondante di un vino succulento raffigurava presso i Giudei una delle benedizioni attese per i tempi messianici (Gn 49, 10ss; Am 9,13ss; Gl 2,24; 4,18; Is 25,6).
Alcuni Padri della Chiesa, per esempio Sant'Ireneo, e più di un esegeta vi ravvisano un simbolo eucaristico. E' difficile dimostrare in modo sicuro che l'evangelista abbia direttamente pensato a questo sacramento,e sarebbe un errore limitare il senso del segno a questo simbolismo. Si deve tuttavia riconoscere che nell'Eucarestia si compie in verità ciò di cui il miracolo di Cana è il segno. Il Cristo vi presenta egli stesso alla sua Chiesa la coppa del vino perfetto ed inesauribile, sorgente di gioia e di vita eterna, della nuova alleanza nel suo sangue. Meglio della Sapienza dell'Antico Testamento, egli dice qui ai suoi discepoli: “Venite!... Bevete il vino che ho preparato!” (Pr 9,1-5; cf. Sir 24,17s).
Occorre infine notare che Gesù non si accontenta di creare e offrire il vino del miracolo: egli cambia dell'acqua in vino. Egli non agisce da solo: associa al segno i servitori, chiede loro di riempire d'acqua le giare fino all'orlo. Questo è un tratto caratteristico dei segni dell'evangelo di san Giovanni. Per quanto siano trascendenti, essi poggiano normalmente su una realtà esistente e richiedono l'attività dell'uomo. Il miracolo, in san Giovanni, interviene al limite dello sforzo e delle risorse umane, dalle quali esso non dispensa ma che assume e riprende su un piano nuovo (5,5ss; 6,7-18; 9,32; 11,39; 21,3; ecc.).

La parte di Maria, la Madre di Gesù

La parte che ha Maria è fondamentale. Nominata per prima, è lei che attira l'attenzione di Gesù sulla scarsità del vino. Il suo intervento avviene in modo così discreto che si esita sulla portata esatta da attribuirgli. Sembra improbabile che ella chieda un miracolo a suo figlio. Gli espone semplicemente la situazione e la pena che prova per gli sposi. La risposta di Gesù non è facile da interpretare. La formula: Che vuoi tu da me? (letteralmente: Che cosa a me e a te?) indica di solito una divergenza di opinioni o di punti di vista; ma la gradazione e la sfumatura esatte di questa divergenza possono essere determinate soltanto dal tono di voce, dal gesto e da tutto il contesto. E questo rimane per noi pieno di mistero. Gesù si riferisce alla sua Ora. L'Ora di Gesù, nel quarto evangelo, indica il momento in cui, mediante la sua obbedienza fino alla morte, egli manifesterà pienamente la sua gloria di Figlio di Dio, la sua unità col Padre e il suo amore per gli uomini (12,23-27s; 17,1). Questa Ora non è ancora venuta. Senza dirlo espressamente, Gesù passa dalle realtà materiali alle realtà spirituali: dal vino che manca per le nozze, all'Ora in cui, rimediando ad una mancanza ben più radicale, mediante il suo sacrificio, egli salverà gli uomini dalla morte e comunicherà loro la vita. Fin dall'inizio Gesù vede tutta la sua azione nella prospettiva di quest'Ora, e ad essa tutta la riferisce. Sua Madre dice ai servitori: Fate tutto quello che egli vi dirà (cfr. Gn 41,55). Maria ha compreso che lo sguardo di suo Figlio andava più lontano e più in alto della preoccupazione dell'ora presente, verso un punto misterioso dell'avvenire, al quale tutto il presente doveva ordinarsi. Sottomessa con tutto il suo essere al mistero di quest'Ora, essa ingiunge ai servitori di mettersi agli ordini di Gesù e di obbedirgli ciecamente. Cosa farà Gesù? Essa lo ignora; ma conosce il significato di ciò che egli farà: qualunque cosa sia, egli la farà per quell'Ora di cui da sempre essa si considera al servizio. Il miracolo risponde alla sua obbedienza e alla sua fede, Gesù, anticipando l'Ora, crea il vino del miracolo, come un segno e un anticipo della gloria e delle ricchezze della nuova alleanza nel suo sangue.

Ricapitoliamo

Ricapitoliamo le ricchezze di questo primo tra i segni. Gesù, cambiando l'acqua in vino, manifesta la sua divinità, la sua gloria; ma le circostanze e la natura stessa del segno, unite alla tendenza simbolistica propria di san Giovanni, ci hanno obbligato a scendere in maggiori particolari. Gesù si rivela come il Messia, lo Sposo delle nozze, l'instauratore di una nuova alleanza. Egli versa il vino nuovo, il buon vino tenuto in serbo fino a questo momento, cioè riservato da Dio per gli ultimi tempi, nelle giare dell'ebraismo, ormai non più in grado di purificare. Per la sua abbondanza e la sua qualità, questo vino è l'immagine del dono di Dio e del rinnovamento di tutte le cose nel Cristo. Quanto alla fede dei discepoli, essa costituisce la primizia della fede nuova. Maria ha un posto a parte: stando vicina a suo figlio, essa indica e apre agli uomini, attraverso la sua fede, la sua obbedienza e il suo abbandono, le nuove vie della vita. L'accenno al terzo giorno, il riferimento all'Ora che non è ancora venuta, il simbolismo stesso, costringono a leggere questo racconto nella prospettiva dell'ora del sacrificio del Cristo, come fa lo stesso san Giovanni. Sarà allora infatti che il segno si chiarirà alla luce della realtà; le nozze del villaggio di Cana faranno posto alle nozze dell'Agnello immolato e alla sua resurrezione il terzo giorno; la fede nascente dei primi discepoli alla fede pasquale della Chiesa; la Madre di Gesù sarà consacrata per sempre, dalla parola di suo figlio, Madre di tutti i suoi discepoli. La realtà di questo mistero noi la viviamo, ora, nella Chiesa. E' oggi che si compie il miracolo e si dispiega la gloria di Gesù.

Le nozze di Cana in Giotto e il vedere di Maria

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La settimana della nuova creazione
Giovanni non a caso inizia il suo Vangelo con le stesse parole del libro della Genesi: in principio - en archè. Giovanni presenta infatti Gesù come il Verbo creatore che inaugura una nuova creazione.

Dopo il prologo, il Vangelo continua con la narrazione di una settimana in cui si celebra il passaggio dall‘antica alla nuova economia, una settimana dove Giovanni il Battista compie la sua missione e Gesù la incomincia.
Ricalcando i ritmi del primi sette giorni della creazione l‘evangelista colloca nel primo giorno la testimonianza del Battista, cioè il diradarsi delle tenebre attorno al Messia grazie allo sguardo capace di verità del Battista.

Nel secondo giorno ecco che le acque benedette del Giordano vedono arrivare il Benedetto, Colui che solo è in grado di santificare e purificare: Gesù il Cristo, additato dallo stesso Battista

Terzo giorno: germogliano i primi virgulti attorno al Germoglio per eccellenza, quello della radice di Jesse, il Cristo. Gesù chiama a dimorare con lui (cioè a mettere radici): Andrea - che in quello stesso giorno porterà a Gesù il fratello Simon Pietro - e un discepolo ignoto, tradizionalmente identificato con lo stesso apostolo Giovanni.

Il quarto giorno, che nella Genesi vede nascere la scansione del tempo in giorno e notte per mezzo dei luminari grandi e piccoli, ecco che Cristo si reca in Galilea e chiama altri suoi discepoli. Isaia aveva predetto che la Galilea, terra di Zabulon e di Neftali, terra tenebrosa, avrebbe visto sorgere la vera Luce e qui Gesù si manifesta come colui che ha adempiuto la legge e i profeti (le luci minori della storia della salvezza che indicano la Grande Luce della Presenza di Dio nel mondo) e chiama altri due discepoli i quali a loro volta risplenderanno come fiaccole di verità.

Si giunge così all‘episodio delle nozze di Cana che inizia con un‘annotazione temporale: tre giorni dopo. Calcolando i precedenti quattro giorni siamo, pertanto, al settimo giorno. Siamo nel giorno del compimento, siamo nel giorno del riposo, siamo nel giorno della comunione fra Dio e l‘uomo.
Siamo però anche nel giorno delle nozze. Alcuni rabbini di fronte a questo testo hanno letto non tre giorni dopo, come troviamo nelle nostre traduzioni, bensì il terzo giorno u-ba-yom Ha-shelishi cioè martedì. Il martedì era, presso gli ebrei, il giorno classico per stipulare le nozze, in quanto Khephel ki-tobh, giorno del doppio «era cosa buona» (cfr. Gn 1,10-12). Sebbene, infatti, il Talmud proponesse il mercoledì come giorno delle nozze, il popolo ha sempre preferito il martedì proprio perché in esso Dio benedice due volte: prima la terra e poi i semi che dalla terra germoglieranno.
Una tale interpretazione rompe la scansione della settimana che completa il rimando a quel Principio con cui Giovanni inizia il suo Vangelo, tuttavia è suggestiva.
Nella Genesi anche il sesto giorno, quello della creazione dell‘uomo, contiene una doppia benedizione, prima sugli animali, dei quali Dio disse «sono cosa buona», e poi sull‘uomo e sulla donna, sopra i quali Dio disse sono cosa molto buona.

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C’era la Madre di Gesù L‘episodio delle nozze di Cana si apre dunque all‘insegna di un giorno benedetto, il giorno delle nozze eterne fra Dio e l‘umanità. La menzione del terzo giorno, tuttavia, getta su questa festa anche l‘ombra del dramma. Tutta la Scrittura è costellata da accenni a questa scansione temporale: tre giorni durò il cammino di Abramo verso il monte Moria; tre giorni Giona rimase nel ventre del pesce; per tre giorni Gesù restò chiuso nel sepolcro.
Tre giorni segnano lo scoccare di un‘ora, quella per cui Cristo è nato. Non a caso protagonista dell‘evento è la Vergine Maria: Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c‘era la madre di Gesù (Gv 2,1).
Come nel primo giorno della settimana inaugurale Giovanni aveva presentato come testimone autorevole nel grande processo intentato contro Gesù il Battista, ora al culmine della settimana ecco la seconda testimone, ancora più autorevole del primo: la Vergine Madre.
Sul numero tre gioca anche Giotto che, nella celebre Cappella degli Scrovegni, ci permette di entrare nella sala del banchetto di nozze e vedere con Maria, il primo dei sette grandi segni narrati da Giovanni nel suo Vangelo.
Tre, infatti, sono gli invitati per ogni lato del tavolo, tre hanno l‘aureola e tre sono senza aureola, tre sono le giare in primo piano, tre i testimoni del miracolo. Tre sono anche i lati della sala che ci è consentito vedere, opportunamente sottolineati da un elegante cornicione di legno intarsiato. La sala, dunque, si apre generosa allo sguardo dell‘osservatore: vediamo tuttavia solo tre dei suoi quattro lati. Il quarto lato è quello in cui noi siamo immersi ed è anche quello in cui è chiamato in causa il nostro vedere.
Fedele agli intenti dell‘Evangelista, Giotto ci avverte che a questo banchetto tutti siamo invitati perché si tratta del banchetto ultimo, quello messianico promesso dai profeti.
I personaggi sono, in totale, 11. Questo è l‘inizio, è il luogo dove si svela qualcosa della sua gloria, ma non è ancora il compimento, manca ancora quell‘uno all‘appello per realizzare la totalità simbolicamente inscritta nella dozzina. E che questo banchetto sia per la totalità lo dicono gli intarsi e le decorazioni lungo le pareti della sala che propongono il tema del quadrifoglio, antico segno bene augurale ma anche, nella sua forma quadripartita, rimando alla totalità della terra (i quattro punti cardinali).
Ad affrettare il manifestarsi della gloria di Gesù è la Madre.
Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino» (Gv 2,3).
Siamo lontani qui dall‘insistenza con cui Giovanni ha usato nel capitolo precedente il verbo vedere. Giovanni infatti, per dirci che Maria si è accorta della carenza di vino, in questo caso non usa il verbo vedere. Qualche riga sopra l‘evangelista aveva narrato di come Natanaele si fosse meravigliato perché Gesù aveva mostrato di averlo visto sotto il fico e, di fronte allo stupore del discepolo trasformatosi subito in fede in lui, Gesù rispose: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!» (Gv1,50).
Maria vede già, prima di ogni altro, queste cose maggiori. Ella partecipa intimamente allo sguardo di Gesù. Perciò vede e il vedere di Maria è tutto racchiuso in quella frase lapidaria: non hanno più vino.
Nell‘affresco di Giotto nessuno pare essersene accorto: non il paggetto che si appresta a tagliare il pane, non quello ozioso e tranquillo a braccia conserte. Vede solo Maria e pare oltretutto vedere ben oltre la semplice mancanza di vino, continua infatti il testo: Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora».La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,4-5) Pare un battibecco familiare e sconcerta un po‘ la frase di Cristo a sua Madre. Sconcerta ma lascia nel contempo intravvedere un oltre a cui la Madre allude con la sua richiesta, un oltre che Cristo intuisce.
Non è ancora giunta l‘ora di Gesù l‘ora, cioè, della sua rivelazione che sarà sigillata dalla croce e dalla relativa risurrezione gloriosa. Ma come si può parlare di morte e di risurrezione durante un banchetto di nozze? E perché poi considerare un anticipo dell‘ora, il miracolo sul vino? Perché non un miracolo sulla morte, una risurrezione, come quella che verrà operata di lì a poco con Lazzaro?

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Lo sguardo triste della Maddalena Nella bibbia il vino è detto sangue dell’uva e nell’acino d’uva è racchiusa la benedizione di Dio. Un rabbino non sciuperebbe mai un acino d’uva, perché il suo nettare ricorda il patto d’amore fra Dio e l’uomo. Il vino è anche la bevanda della festa, appunto, e dunque è simbolo di gioia e di quelle realtà spirituali cui l’uomo anela. Qui, due sposi, non hanno più vino, non hanno la gioia. Hanno, sì, l’amore ma un amore svuotato del suo significato più recondito.
Lo sposo che siede accanto a Gesù è l’apostolo Giovanni, senza aureola però. Come vuole l’antica tradizione è lui lo sposo e le nozze si celebrarono quando non era ancora discepolo di Cristo. Il viso è sereno eppure distante, sembra guardare nel vuoto più che verso la sposa. Le mani sono conserte, inattive. Forse Giovanni guarda verso l’antro buio che si apre alle spalle della Vergine Madre.
La sposa, vicina a Maria, è seria, quasi presaga del dramma. Si tratta della Maddalena, identificata con la Maria sorella di Marta e di Lazzaro. Quando Giovanni l’abbandonerà per seguire il Maestro, ella non si darà pace, per questo verrà simbolicamente invasa dai sette demoni. Sarà cioè in balia di quei sette vizi capitali che Giotto raffigura attorno alle pareti della Cappella, insieme con le sette virtù corrispondenti. Benché la leggenda aurea (che riporta tali fatti) contesti l’identificazione tra la sposa di Giovanni e la Maddalena essa ha tuttavia influenzato l’iconografia cristiana attorno alla santa. In ogni caso quello che Giotto vuole dirci è che il cammino di Giovanni e della Maddalena è anche il nostro cammino, un cammino che, dietro a Cristo, trasfigurerà i nostri vizi nelle virtù di cui il Figlio riveste i suoi.
La Maddalena porta l’abito rosso, come il vino che manca, come la tappezzeria della sala, come l’abito di Gesù, di Maria, del Maestro di Tavola, dell’altro discepolo con l’aureola, forse Andrea. (Andrea fu discepolo del Battista e questo apostolo è lo stesso presente al Battesimo di Gesù e possiede lo stesso volto e lo stesso abito dell’Andrea che siede in trono nella schiera dei dodici che attorniano Cristo giudice).
L’abito rosso della Maddalena dice il suo legame con l’amore che solo può dar senso al miracolo, ella però è ancora imbrigliata dentro le strettoie delle sue prospettive umane, non è capace di vedere oltre l’amore per Giovanni. Con la mano destra compie un gesto singolare. Non si comprende bene perché, pare che regga qualcosa. Forse un fior d’arancio, come le porrà in mano Caravaggio secoli più tardi? Forse traccia con le dita una sorta di scongiuro per il presentimento della tragedia imminente? Non sappiamo. Resta un gesto misterioso che non sembra sfuggire allo sguardo attento della donna accanto a lei. Questa donna potrebbe essere la sorella Marta.
C’è Maria di Magdala, c’è Marta ma dov’è Lazzaro? Lazzaro è oltre la porta buia, come intuirà anche Vermeer - probabilmente ispirandosi proprio a Giotto - secoli più tardi. Non a caso, infatti, Giotto colloca al di là di quella porta buia, nell’affresco successivo, l’episodio della risurrezione di Lazzaro. A questo affresco è rivolto il gesto della Maddalena, della Madonna e quello benedicente di Gesù.

Gesù benedice tre volte nello stesso modo in questa parete: nelle nozze di Cana, nella risurrezione di Lazzaro, nell’ingresso trionfale di Gerusalemme. Tre gesti uguali che mettono in correlazione le scene. La gloria che si manifesta a Cana è quella stessa che si rivela con la signoria di Cristo sulla morte nella risurrezione di Lazzaro e quella che si compirà in pienezza nell’ultima settimana della sua vita a Gerusalemme, iniziata appunto con l’ingresso trionfale di Cristo nella città santa.
Dunque per Giotto, come per l’evangelista Giovanni, l’ultima settimana di vita del Cristo e la prima settimana del suo ministero sono dunque in stretta correlazione.
Lo sguardo triste della Maddalena non è allora semplicemente presago dell’imminente abbandono da parte del marito, ma è lo sguardo miope di chi si sente in balia degli eventi, di chi è incapace di una lettura di fede della storia. Nel vino esaurito ella rischia di vedere semplicemente e superstiziosamente il segno tragico di un destino avverso. La vita le darà peraltro ragione perché Giovanni l’abbandonerà e Lazzaro morirà. Ma lo sguardo fatalista e ottuso, oggi purtroppo ancora così diffuso, viene come interrotto e chiamato a conversione dallo sguardo di Maria la quale, incurante della resistenza del figlio dice ai servi: fate quello che vi dirà.
In greco abbiamo qui un presente storico. Non «disse ai servi» ma «dice». Non lo disse solo allora in quella determinata circostanza, ma lo dice continuamente in forza di quella comunione di amore e di sguardo che ella vive con il Figlio. Ancora oggi Maria dice a noi di fare secondo la parola del Figlio.

Gesù l’aveva chiamata con uno strano appellativo: «donna», appellativo che suona scortese in bocca a un figlio. Eppure Gesù - come sottolineò anche Giovanni Paolo II in diverse occasioni - attraverso questo appellativo vuole ricondurre tutti noi a quel principio che vide la creazione uscire integra e immacolata dalle mani di Dio. La donna che era stato l’ultimo atto creativo del Creatore, la donna da cui era partita la tragedia del peccato, qui ritorna come riscattata dall’antica schiavitù, capace di vedere.
Giovanni anche sulla croce registrerà questo medesimo titolo sulle labbra di Gesù morente. La prima settimana di ministero pubblico di Gesù, l’ultima settimana della sua vita (quella in cui si consuma il suo mistero pasquale) e la prima settimana della creazione vengono così ancora una volta intimamente legate dalla narrazione giovannea.
Nella Genesi il logos divino, la dabar di Jahvè, si era rivelata capace di operare ciò che esprimeva: Dio disse: sia la luce e la luce fu. E dopo ogni atto creativo Dio vide che ogni cosa era tov, era bella e buona, esisteva nel suo senso pieno e definitivo. Il peccato aveva drammaticamente interrotto questa armonia. Tra parola, senso delle cose e visione si era introdotta una apparentemente irreparabile frattura. Qui Maria riconduce tutto all’unità, dimostrandosi veramente quella donna che doveva essere un aiuto all’uomo nell’amministrazione dei beni creati.
Fate quello che vi dirà. Nella parola di Gesù c’è inscritta la verità della storia, per quanto assurda essa potrebbe sembrare. Non la superstizione di un vino mal calcolato la farà da padrona nella vita dell’uomo, ma l’acqua umile della provvidenza di Dio.

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L’acqua del miracolo
Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: «Riempite d‘acqua le giare»; e le riempirono fino all‘orlo. Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l‘acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l‘acqua), chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po‘ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono». (Gv2, 6-10).

Le sei giare di pietra sembrano scolpite nel tempo come mute testimoni di un evento straordinario. Sono come i sei giorni di pietra di una creazione interrotta. Come i termini di un tempo che non vuole, non può essere redento. Per alcuni le giare di pietra sono il segno dell‘antica economia di salvezza i cui riti di abluzione non riuscivano davvero a purificare l‘anima. Quale sia l‘interpretazione che ne diamo restano il segno di un limite, di una impossibilità ad avanzare. Sei, non dimentichiamolo, è il numero della imperfezione assoluta. È; il sette meno uno. Il numero assegnato alla bestia da Giovanni nell‘Apocalisse è 666, cioè l‘imperfezione assoluta moltiplicata per tre volte.
Giotto le pone in bella vista, tre nascoste e tre in primo piano, diverse tra loro in alcuni particolari, ma tutte uguali nella forma gonfia e tondeggiante che rimanda inequivocabilmente alla forma del ventre dell‘obeso Maestro di tavola.
Un servo sta ancora riempiendo d‘acqua le giare, mentre il maestro di tavola fa l‘elogio del vino eccellente tenuto nascosto. Intanto, un altro servo, forse consapevole del fatto, lo strattona quasi per dirgli: stai prendendo un abbaglio!

Anche qui il vedere dell‘uomo resta limitato alla realtà, all‘aspetto più concreto dell‘esistenza. Il maestro di tavola può riconoscere il vino nuovo solo perché non sa, non ha visto, il fatto dell‘acqua nelle giare. I servi che sanno, che hanno visto, stentano a credere. Al vedere dell‘uomo è chiesto di affidarsi e credere. Mettere a disposizione le giare, i propri atti di culto limitati, i propri giorni di pietra è pur sempre un atto indispensabile. Occorre dar fiducia a Dio anche attraverso l‘offerta del proprio limite della propria vita così com‘è, delle proprie situazioni sclerotizzate incapaci di vita e di anima.
Occorre dare a Dio la nostra acqua perché ci dia in cambio del buon vino e dietro il miracolo di quest‘acqua, lo sappiamo, si adombra già un altro miracolo quello che sarà sulla terra il segno permanente del banchetto futuro che ci attende nei cieli. Il segno dell‘Eucaristia. Su quella tavola l‘acqua fu cambiata in vino, sui nostri altari il vino viene trasformato in sangue, il sangue di quell‘Agnello che ci ha rendenti. Per questo sangue ogni settimana, ogni giorno, è pasqua, è annuncio di un banchetto eterno dove i fedeli imporporano non gli stipiti delle porte, ma le labbra con il sangue sacrificale dell‘Agnello. Molti che vi si accostano non sanno quello che fanno, come il maestro di tavola eppure, proprio per questo sono salvati. Ma quelli che sono chiamati ad essere servi, questi, sono invitati a fare sempre secondo la sua Parola, aderendo allo sguardo di Maria che sa vedere il vino della gioia laddove sembra trionfare l‘acqua stagnante della morte.

Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui (Gv 2,11) Così termina l‘episodio Giovanni, senza alcun commento. Il commento è la fede, una fede che ci viene discretamente illustrata da Giotto attraverso altri due servi, quasi estranei agli eventi che si consumano nella sala.
Sono i due paggi che si trovano, davanti a Gesù e alla sposa. Uno, con l‘abito rosa (il rosso trasfigurato dalla luce), è nella quiete della contemplazione e si volge verso il lato sinistro dell‘affresco. È; come rimasto fisso nella contemplazione dello squarciarsi dei cieli avvenuto durante il Battesimo di Gesù. In questo servo è rappresentata la diaconia della preghiera, della vita contemplativa, quella che la stessa Maria, sorella di Marta abbraccerà. Questo servo, restando ancorato alle cose invisibili, vede le visibili conferendo loro la giusta prospettiva e il giusto significato. La sua posizione infatti è tale da fare da perno a tutta la scena.
L‘altro servo vestito di verde, colore della vita e della terra, è invece intento all‘azione. Si appresta ad affettare il pane. Egli rappresenta la diaconia della carità. La sua laboriosità è serena e composta, non c‘è attivismo, c‘è vero servizio reso ai fratelli in nome di Dio. È; questa la diaconia a cui Cristo richiamerà Marta nel celebre episodio che riguarda le due sorelle.
Al banchetto futuro saranno invitati tutti quelli che avranno aderito a questi due comandamenti: l‘amore a Dio e l‘amore al prossimo, la contemplazione e la missione. Questo è il vero amore, quello che tinge di rosso le vesti dei credenti, quello a cui il banchetto eucaristico prepara: come Maria vedere Dio in tutte le cose e tutte le cose in Dio.

Autore: Riva, Sr. Maria Gloria Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it

Le nozze di Cana nell'arte

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Mosaic located in
the Hagia Sophia, Istanbul - Turkey


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Giotto (c. 1303-1305) Padova - Cappella degli Scrovegni


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Duccio di Buoninsegna. Maestà - back, predella (1308-11) Siena - Museo dell'Opera del Duomo


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Giusto de' Menabuoi (1376-78) Padova - Cathedral Baptistry


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A Lectern Cloth with the Marriage at Cana, c. 1400 Germany - Rosenwald Collection

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Master of the Catholic Kings
(c. 1495/1497)
Samuel H. Kress Collection

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Jan Vermeyen (c. 1530) Amsterdam - Rijksmuseum


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Tintoretto (n.d.) Venice - in the sacristy of the Basilica of Salute


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Paolo Caliari called Veronese (c. 1560) Dresden - Gemäldegalerie


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Mattia Preti (1655-60) London - National Gallery of Art


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Gustave Doré (c. 1865)


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Louis Kahan (1949)

I rapporti e i valori familiari secondo la Bibbia. di R. Cantalamessa

Fonte: http://www.cantalamessa.org/it/articoloView.php?id=267

2009-01-14- Congresso Teologico-Pastorale in preparazione al
VI Incontro Mondiale delle Famiglia, Città del Messico



Divido la mia relazione in tre parti. Nella prima part, illustrerò il progetto iniziale di Dio su matrimonio e famiglia e come esso si attuò nella storia d’Israele; nella seconda parte, parlerò della ricapitolazione operata da Cristo e di come essa fu interpretata e vissuta nella comunità cristiana del Nuovo Testamento; nella terza parte, cercherò di vedere cosa la rivelazione biblica può apportare alla soluzione dei problemi attuali del matrimonio e della famiglia.

La mia attenzione sarà rivolta a ciò che fonda la famiglia, e cioè il matrimonio e il rapporto di coppia, perché credo che è su questo che la Bibbia ha una parola sempre attuale da dire, più che sulla famiglia come realtà sociale e sui rapporti all’interno di essa, dove la Bibbia riflette una cultura molto diversa da quella di oggi. Sappiamo, del resto, che un buon rapporto tra i genitori è la condizione basilare perché la famiglia possa svolgere un ruolo educatore nei confronti dei figli. Molti drammi giovanili di oggi sono frutto di matrimoni disintegrati o disfunzionali.

I PARTE

MATRIMONIO E FAMIGLIA: PROGETTO DIVINO E REALIZZAZIONI UMANE NELL’ANTICO TESTAMENTO

1. Il progetto divino

Si sa che il libro della Genesi ha due racconti distinti della creazione della prima coppia umana, risalenti a due tradizioni diverse: quella jahwista (X secolo a.C.) e quella più recente (VI sec. a.C.) detta “sacerdotale”.

Nella tradizione sacerdotale (Gen 1, 26-28) l’uomo e la donna sono creati simultaneamente, non uno dall’altro; si pone in rapporto l’essere maschio e femmina con l’essere a immagine di Dio: “Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò”. Il fine primario dell’unione tra l’uomo e la donna è visto nell’essere fecondi e riempire la terra.

Nella tradizione jahwista (Gen 2, 18-25), la donna è tratta dall’uomo; la creazione dei due sessi è vista come rimedio alla solitudine (“Non è bene che l’uomo sia solo; gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”); più che il fattore procreativo, si accentua il fattore unitivo (“l’uomo si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne”); ognuno è libero di fronte alla propria sessualità e a quella dell’altro: “Ora tutti e due erano nudi, l'uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna”.

In nessuna delle due redazioni si accenna a una subordinazione della donna all’uomo, prima del peccato: i due sono su un piano di assoluta parità, anche se l’iniziativa, almeno nel racconto jahwista, è dell’uomo.
La spiegazione più convincente del perché di questa “invenzione” divina della distinzione dei sessi l’ho trovata in un poeta, Paul Claudel, non in un esegeta:

“L’uomo è un essere orgoglioso non c’era altro modo di fargli comprendere il prossimo che quello di farglielo entrare nella carne; non c’era altro mezzo per fargli capire la dipendenza, la necessità e il bisogno se non mediante la legge su di lui di questo essere differente [la donna], dovuta al semplice fatto che esso esiste”[1].
Aprirsi all’altro sesso è il primo passo per aprirsi all’altro che è il prossimo, fino all’Altro con la lettera maiuscola che è Dio. Il matrimonio nasce nel segno dell’umiltà; è riconoscimento di dipendenza e quindi della propria condizione di creatura. Innamorarsi di una donna o di un uomo è fare il più radicale atto di umiltà. È un farsi mendicante e dire all’altro: “Io non basto a me stesso, ho bisogno del tuo essere”. Se, come pensava Schleiermacher, l’essenza della religione consiste nel “sentimento di dipendenza” (Abhaengigheitsgefuehl) di fronte a Dio, allora la sessualità umana è la prima scuola di religione.

Fin qui il progetto di Dio. Non si spiega però il seguito della Bibbia se, insieme con il racconto della creazione, non si tiene conto anche di quello della caduta, soprattutto di quello che viene detto alla donna: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà” (Gen 3,16). Il predominio dell’uomo sulla donna fa parte del peccato dell’uomo, non del progetto di Dio; con quelle parole Dio lo preannuncia, non lo approva.

2. Le realizzazioni storiche

La Bibbia è un libro divino-umano non solo perché ha per autori Dio e l’uomo, ma anche perché descrive, frammiste insieme, la fedeltà di Dio e l’infedeltà dell’uomo; non solo per il soggetto che scrive, ma anche per l’oggetto della Scrittura. Questo appare particolarmente evidente quando si confronta il progetto di Dio sul matrimonio e la famiglia con la sua attuazione pratica nella storia del popolo eletto.

È utile registrare le deficienze e le aberrazioni umane per non stupirci troppo di quello che avviene intorno a noi e anche perché dimostra che matrimonio e famiglia sono istituzioni che, almeno nella pratica, evolvono nel tempo, come ogni altro aspetto della vita sociale e religiosa. Per rimanere nel libro della Genesi, già il figlio di Caino Lamech viola la legge della monogamia prendendo due mogli. Noè con la sua famiglia appare un’eccezione in mezzo alla generale corruzione del suo tempo. Gli stessi patriarchi Abramo e Giacobbe hanno figli da più donne. Mosè sancisce la pratica del divorzio; David e Salomone mantengono un vero harem di donne.

Le deviazioni però sembrano, come sempre, più presenti ai vertici della società, tra i capi, che non a livello di popolo, dove l’ideale iniziale del matrimonio monogamico doveva essere la norma e non l’eccezione. La letteratura sapienziale –Salmi, Proverbi, Siracide – più che i libri storici (che si occupano appunto dei capi) ci permettono di farci un’idea dei rapporti e dei valori familiari tenuti in considerazione e vissuti in Israele: la fedeltà coniugale, l’educazione della prole, il rispetto dei genitori. Quest’ultimo costituisce uno dei dieci comandamenti: “Onora il padre e la madre”.

Più che nelle singole trasgressioni pratiche, il distacco dall’ideale iniziale è visibile nella concezione di fondo che si ha del matrimonio in Israele. L’oscuramento principale riguarda due punti cardini. Il primo è che il matrimonio, da fine, diventa mezzo. L’Antico Testamento, nel suo insieme, considera il matrimonio come “una struttura d’autorità di tipo patriarcale, destinata principalmente alla perpetuazione del clan. In questo senso vanno comprese le istituzioni del levirato (Dt 25, 5-10), del concubinaggio (Gen 16) e della poligamia provvisoria”[2]. L’ideale di una comunione di vita tra l’uomo e la donna, fondata su un rapporto personale e reciproco, non è dimenticata, ma passa in secondo ordine rispetto al bene della prole.

Il secondo grave oscuramento riguarda la condizione della donna: da compagna dell’uomo, dotata di pari dignità, essa appare sempre più subordinata all’uomo e in funzione dell’uomo. Lo si vede perfino nel tanto celebrato elogio della donna del libro dei Proverbi: “Una donna perfetta chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore…” (Prov 31, 10 ss). Questo è un elogio della donna fatto interamente in funzione dell’uomo. La sua conclusione è: Beato l’uomo che possiede una tale donna! Essa gli tesse bei vestiti, fa onore alla sua casa, gli permette di camminare a testa alta tra gli amici. Non credo che le donne sarebbero oggi entusiaste di questo elogio.

Un ruolo importante nel riportare alla luce il progetto iniziale di Dio sul matrimonio lo svolsero i profeti, in particolare Osea, Isaia, Geremia. Assumendo l’unione dell’uomo e della donna come simbolo dell’alleanza tra Dio e il suo popolo, di riflesso, essi rimettevano in primo piano i valori dell’amore mutuo, della fedeltà e dell’indissolubilità che caratterizzano l’atteggiamento di Dio verso Israele. Tutte le fasi e le vicissitudini dell’amore sponsale sono evocate e utilizzate a questo scopo: l’incanto dell’amore allo stato nascente nel fidanzamento (cf Ger 2, 2); la pienezza della gioia del giorno delle nozze (cf Is 62, 5); il dramma della rottura (cf Os 2, 4 ss) e infine la rinascita, piena di speranza, dell’antico vincolo (cf Os 2, 16; Is 54, 8).

Malachia mostra la ricaduta benefica che il messaggio profetico poteva avere sul matrimonio umano e in particolare sulla condizione della donna. Scrive:

“Il Signore è testimone fra te e la donna della tua giovinezza, che ora perfidamente tradisci, mentr'essa è la tua consorte, la donna legata a te da un patto. Non fece egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale? Che cosa cerca quest'unico essere, se non prole da parte di Dio? Custodite dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza” (Ml 2,14-15).

Alla luce di questa tradizione profetica va letto il Cantico dei cantici. Esso rappresenta un ritorno di fiamma alla visione del matrimonio come attrazione reciproca, come eros, come incanto dell’uomo di fronte alla donna (in questo caso, anche della donna di fronte all’uomo), presente nel racconto più antico della creazione.

Ha torto, tuttavia, una certa esegesi moderna che interpreta il Cantico esclusivamente in chiave di amore umano tra un uomo e una donna. L’autore del Cantico si colloca dentro la storia religiosa del suo popolo dove l’amore umano era stato assunto dai profeti come metafora dell’alleanza tra Dio e il popolo. Osea aveva già fatto della propria vicenda matrimoniale una metafora dei rapporti tra Dio e Israele. Come pensare che l’autore del Cantico prescinda da tutto ciò? La lettura mistica del Cantico, cara alla tradizione d’Israele e della Chiesa, non è dunque una sovrastruttura posteriore, ma in qualche modo implicita nel testo. Lungi dal togliere qualcosa all’esaltazione dell’amore umano, essa le conferisce uno splendore e una bellezza nuova.


II PARTE

MATRIMONIO E FAMIGLIA NEL NUOVO TESTAMENTO

1. La ricapitolazione del matrimonio da parte di Cristo

Sant’Ireneo spiega la “ricapitolazione (anakephalaiosis) di tutte le cose” operata da Cristo (Ef 1,10) come un “riprendere le cose dal principio per condurle al loro compimento”. Il concetto implica insieme continuità e novità e in questo senso si realizza in modo esemplare nell’opera di Cristo riguardo al matrimonio.

a. La continuità

Il capitolo 19 del vangelo di Matteo è sufficiente, da solo, per illustrare i due aspetti della ricapitolazione. Vediamo anzitutto come Gesú riprende le cose dal principio.

“Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo? Ed egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina (Gen 1, 27) e disse: Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? (Gen 2, 24). Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi” (Mt 19,3-6).

Gli avversari si muovono nell’ambito ristretto della casistica di scuola (se è lecito ripudiare la moglie per qualsiasi motivo, o se occorre un motivo specifico e serio), Gesú risponde riprendendo il problema alla radice, dall’inizio. Nella sua citazione, Gesú si riferisce a entrambi i racconti dell’istituzione del matrimonio, prende elementi dall’uno e dall’altro, ma di essi mette in luce, come si vede, soprattutto l’aspetto di comunione delle persone.

Quello che segue nel testo, sul problema del divorzio, va anch’esso in questa direzione; riafferma infatti la fedeltà e indissolubilità del vincolo matrimoniale al di sopra del bene stesso della prole, con il quale si erano giustificati in passato poligamia, levirato e divorzio:

“Gli obiettarono: Perché allora Mosè ha ordinato di darle l'atto di ripudio e mandarla via? Rispose loro Gesù: Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un'altra commette adulterio” (Mt 19, 7-9).

Il testo parallelo di Marco mostra come, anche in caso di divorzio, uomo e donna si collocano, secondo Gesú, su un piano di assoluta parità: ”Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio” (Mc 10, 11-12).

Non mi soffermo sulla clausola “eccetto il caso di concubinato” (porneia) che, come si sa, le Chiese ortodosse e protestanti interpretano in maniera diversa dalla Chiesa cattolica. Piuttosto si deve sottolineare “l’implicita fondazione sacramentale del matrimonio” presente nella risposta di Gesú [3]. Le parole “ciò che Dio ha congiunto” dicono che il matrimonio non è una realtà puramente secolare, frutto soltanto di volontà umana; vi è in esso una dimensione sacra che risale alla volontà divina.

L’elevazione del matrimonio a “sacramento” non riposa dunque soltanto sul debole argomento della presenza di Gesú alle nozze di Cana e sul testo di Efesini 5; comincia, in qualche modo, con il Gesú terreno e fa parte anch’essa del suo riportare le cose all’inizio. Giovanni Paolo II ha ragione quando definisce il matrimonio “il sacramento più antico”[4].

b. La novità

Fin qui la continuità. In che consiste allora la novità? Paradossalmente, essa consiste nella relativizzazione del matrimonio. Ascoltiamo il seguito del testo di Matteo:

“Gli dissero i discepoli: Se questa è la condizione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi. Egli rispose loro: Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca” (Mt 19, 10-12).
Gesú istituisce con queste parole un secondo stato di vita, giustificandolo con la venuta in terra del regno dei cieli. Questa non annulla l’altra possibilità, il matrimonio, ma la relativizza. Avviene come per l’idea di stato nell’ambito politico: esso non è abolito, ma radicalmente relativizzato dalla rivelazione della contemporanea presenza, nella storia, di un Regno di Dio.

La continenza volontaria non ha bisogno dunque che sia rinnegato o deprezzato il matrimonio, per essere riconosciuta nella sua validità. (Alcuni autori antichi, nei loro trattati sulla verginità, sono caduti in questo errore). Essa, anzi, non prende senso che dalla contemporanea affermazione della bontà del matrimonio. L’istituzione del celibato e della verginità per il regno nobilita il matrimonio nel senso che fa di esso una scelta, una vocazione, e non più un semplice dovere morale, al quale non era lecito sottrarsi in Israele, senza esporsi all’accusa di trasgredire il comando di Dio.

È importante notare una cosa spesso dimenticata. Celibato e verginità significano rinuncia al matrimonio, non alla sessualità che rimane con tutta la sua ricchezza di significato, anche se vissuta in forme diverse. Il celibe e la vergine sperimentano anch’essi l’attrazione, e quindi la dipendenza, verso l’altro sesso ed è proprio questo che da senso e preziosità alla loro scelta di castità.

c. Gesú, nemico della famiglia?

Tra le tante tesi avanzate in anni recenti nell’ambito della cosiddetta “terza ricerca storica su Gesú”, vi è anche quella di un Gesù che avrebbe ripudiato la famiglia naturale e tutti i vincoli parentali, in nome dell’appartenenza a una comunità diversa, in cui Dio è il padre e i discepoli sono tutti fratelli e sorelle, proponendo ai suoi discepoli una vita errante, come facevano a quel tempo, fuori di Israele, i filosofi cinici[5].

Effettivamente ci sono nei vangeli parole di Cristo che a prima vista destano sconcerto. Gesú dice: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14, 26). Parole dure, certamente, ma già l’evangelista Matteo si premura di spiegare il senso della parola odiare in questo caso: “Chi ama il padre e la madre…il figlio o la figlia più di me non è degno di me” (Mt 10, 37). Gesú non chiede dunque di odiare i genitori o i figli, ma di non amarli fino al punto da rinunciare per essi a seguirlo.

Altro episodio che suscita sconcerto. Un giorno Gesú disse a uno: “Seguimi. E costui rispose: Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre”. Gesù replicò: Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va' e annunzia il regno di Dio” (Lc 9, 59 s.). Per certi critici, tra cui il rabbino americano Jacob Neusner con cui dialoga Benedetto XVI nel suo libro su Gesú di Nazaret[6], questa è una richiesta scandalosa, una disobbedienza a Dio che ordina di prendersi cura dei genitori, una violazione lampante dei doveri filiali.

Una cosa si deve concedere al rabbino Neusner: parole di Cristo, come queste, non si spiegano finché lo si considera un semplice uomo, per quanto eccezionale. Solo Dio può chiedere che lo si ami più del padre e che per seguirlo si rinunci anche ad assistere alla sua sepoltura. Per i credenti questa è una prova ulteriore che Gesú è Dio; per Neusner è la ragione per cui non lo si può seguire.

Lo sconcerto di fronte a queste richieste di Gesú nasce anche dal non tener conto della differenza tra ciò che egli chiedeva a tutti indistintamente e ciò che chiedeva soltanto ad alcuni chiamati a condividere la sua vita interamente dedicata al regno, come avviene anche oggi nella Chiesa. Lo stesso si deve dire della rinuncia al matrimonio: egli non la impone né propone a tutti indistintamente, ma solo a quelli che accettano di mettersi come lui a totale servizio del regno (cf. Mt 19, 10-12).

Tutti i dubbi sull’atteggiamento di Gesú verso la famiglia e il matrimonio cadono se teniamo conto di altri passi del vangelo. Gesú è più rigoroso di tutti circa l’indissolubilità del matrimonio, ribadisce con forza il comandamento di onorare il padre e la madre, fino a condannare la pratica di sottrarsi, con pretesti religiosi, al dovere di assisterli (cf. Mc 7, 11-13). Quanti miracoli Gesú compie proprio per venire incontro al dolore di padri (Giairo, il padre dell’epilettico), di madri (la Cananea, la vedova di Nain!), o di congiunti (le sorelle di Lazzaro), quindi per onorare i vincoli di parentela. In più d’una occasione egli condivide il dolore di parenti fino a piangere con loro.

In un momento come l’attuale in cui tutto sembra congiurare per indebolire i vincoli e i valori della famiglia, ci mancherebbe solo che mettessimo contro di essa anche Gesú e il vangelo! Gesú è venuto riportare il matrimonio alla sua bellezza originaria, per rafforzarlo, non per indebolirlo.

2. Matrimonio e famiglia nella Chiesa apostolica

Come abbiamo fatto per il progetto originario di Dio, anche a proposito della ricapitolazione operata da Cristo cerchiamo ora di vedere come essa è stata recepita e vissuta nella vita e nella catechesi della Chiesa, rimanendo per il momento nell’ambito della Chiesa apostolica. Paolo è in ciò la nostra fonte principale d’informazione avendo dovuto occuparsi del problema in alcune delle sue lettere, soprattutto nella Prima Lettera ai Corinzi.

L’Apostolo distingue quello che viene direttamente dal Signore, dalle applicazioni particolari che ne fai lui, richieste dal contesto nuovo in cui è predicato il vangelo. Al primo caso appartiene la riaffermazione dell’indissolubilità del matrimonio: “Agli sposati poi ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito - e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito - e il marito non ripudi la moglie” (1 Cor 7,10-11); al secondo caso appartengono le indicazioni che egli da circa i matrimoni tra credenti e non credenti e le disposizioni sui celibi e le vergini: “Agli altri dico io, non il Signore…” (1 Cor 7,10; 1 Cor 7, 25).

Da Gesú, la Chiesa apostolica ha raccolto anche l’elemento di novità che consiste, abbiamo visto, nella istituzione di un secondo stato di vita: il celibato e la verginità per il regno. Ad essi Paolo – lui stesso non sposato - dedica la parte finale del capitolo 7 della sua lettera. Basandosi sul versetto: ” Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno ha il proprio dono (charisma) da Dio, chi in un modo, chi in un altro” (1 Cor 7,7), alcuni pensano che l’Apostolo consideri matrimonio e verginità due carismi. Ma non è esatto; i vergini hanno ricevuto il carisma della verginità, gli sposati hanno altri carismi (sottinteso, non quello della verginità). È significativo che la teologia della Chiesa abbia sempre considerato la verginità un carisma e non un sacramento, e il matrimonio un sacramento e non un carisma.

Nel processo che porterà (molto più tardi) al riconoscimento della sacramentalità del matrimonio ha avuto un peso notevole il testo della lettera agli Efesini: “Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero (in latino, sacramentum!) è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!” (Ef 5, 31-32). Non si tratta di un’affermazione isolata e occasionale, dovuta all’ambigua traduzione del termine “mistero” (mysterion) con il latino sacramentum. Il matrimonio come simbolo del rapporto tra Cristo e la Chiesa si fonda su tutta una serie di detti e di parabole, in cui Gesú aveva applicato a sé il titolo di sposo, attribuito a Dio dai profeti.

A mano a mano che la comunità apostolica si accresce e si consolida si vede fiorire tutta una pastorale e una spiritualità familiare. I testi più significativi al riguardo sono quelli delle lettere ai Colossesi e agli Efesini. In essi vengono messi in luce i due rapporti fondamentali che costituiscono la famiglia: il rapporto marito-moglie e il rapporto genitori-figli. A proposito del primo l’Apostolo scrive:

“Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore... Come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto. E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei”

Paolo raccomanda al marito di “amare” la propria moglie (e questo ci pare normale), ma poi raccomanda alla moglie di essere “sottomessa” al marito e questo, in una società fortemente (e giustamente) consapevole della parità dei sessi, sembra inaccettabile. Su questo punto san Paolo è, in parte almeno, condizionato dai costumi del suo tempo. La difficoltà, tuttavia, si ridimensiona, se si tiene conto della frase iniziale del testo: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo”, che stabilisce una reciprocità nella sottomissione come nell’amore.

A proposito del rapporto tra genitori e figli Paolo ribadisce i consigli tradizionali della letteratura sapienziale:
“Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. Onora tuo padre e tua madre (Prov 6, 20): è questo il primo comandamento associato a una promessa: perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra (Es 20, 12). E voi, padri, non inasprite i vostri figli, ma allevateli nell'educazione e nella disciplina del Signore” (Ef 6, 1-4).

Le Lettere Pastorali, e specialmente la Lettera a Tito, offrirà regole dettagliate per ogni categoria di persone: le mogli, i mariti, vescovi e presbiteri, gli anziani, i giovani, le vedove, i padroni, gli schiavi (cf Tit 2, 1-9). Anche gli schiavi infatti facevano parte della famiglia, nella concezione allargata che si aveva di essa.

Anche nella Chiesa delle origini, l’ideale del matrimonio riproposto da Gesú non si realizzerà senza ombre e resistenze. A parte il caso di incesto di Corinto (1 Cor 8, 1 ss), lo testimonia il bisogno che sentono gli apostoli di insistere su questo aspetto della vita cristiana. Nell’insieme però i cristiani presentarono al mondo un modello familiare nuovo che si rivelò uno dei fattori principali di evangelizzazione.

L’autore della Lettera a Diogneto, nel II secolo, dice che i cristiani “si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati; hanno in comune la mensa, ma non il letto” (V, 6-7). Nelle sue Apologie, Giustino fa un ragionamento che noi cristiani di oggi dovremmo poter fare nostro nel dialogo con le autorità politiche. Dice in sostanza questo: Voi, imperatori romani, moltiplicate le leggi sulla famiglia, ma esse si rivelano inefficaci per arrestarne la dissoluzione; venite a vedere le nostre famiglie e vi convincerete che i cristiani sono i vostri migliori alleati nella riforma della società e non i vostri nemici. Alla fine, dopo tre secoli di persecuzione, l’impero, si sa, accolse, nella propria legislazione, il modello cristiano di famiglia.


III Parte

COSA L’INSEGNAMENTO BIBLICO DICE A NOI OGGI


La rilettura della Bibbia in un convegno come questo, che non è di esegeti ma di operatori pastorali nell’ambito della famiglia, non si può limitare a una semplice riproposizione del dato rivelato, ma deve poter gettare luce sui problemi di oggi. “La Scrittura, diceva san Gregorio Magno, cresce con chi la legge” (cum legentibus crescit); rivela implicazioni nuove a mano a mano che le vengono poste domande nuove. E oggi di domande, o provocazioni, nuove ce ne sono tante.

1. L’ideale biblico contestato

Ci troviamo di fronte a una contestazione apparentemente globale del progetto biblico su sessualità, matrimonio e famiglia. Lo studio di Mons. Tony Anatrella, distribuito ai relatori in vista di questo convegno, ce ne da un riassunto ragionato e utilissimo[7]. Come comportarsi di fronte al fenomeno?

Il primo errore da evitare a mio parere è quello di passare tutto il tempo a controbattere le teorie contrarie, finendo per dare loro più importanza di quello che meritano. Già lo Pseudo Dionigi Areopagita notava come la proposizione della propria verità è sempre più efficace della confutazione degli errori altrui. Un altro errore sarebbe quello di puntare tutto su leggi dello stato per difendere i valori cristiani. I primi cristiani, abbiamo visto, con i loro costumi cambiarono le leggi dello stato; non possiamo aspettarci oggi di cambiare i costumi con le leggi dello stato.

Il concilio ha inaugurato un metodo nuovo che è di dialogo, non di scontro con il mondo; un metodo che non esclude neppure l’autocritica. In un suo testo, ha detto che la Chiesa è in grado di trarre profitto anche dalle critiche di chi la combatte. Dobbiamo, credo, applicare questo metodo anche nella discussione dei problemi del matrimonio e della famiglia, come fece già a suo tempo la Gaudium et spes.

Applicare questo metodo di dialogo significa cercare di vedere se al fondo anche delle contestazioni più radicali non c’è una istanza positiva da accogliere. È l’antico metodo paolino dell’esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (cf. 1 Ts 5,21). Questo è avvenuto con il marxismo che ha spinto la Chiesa a sviluppare una propria dottrina sociale e potrebbe avvenire anche per la “gender” rivoluzione che, come fa notare Mons. Anatrella nel suo studio, presenta non poche analogie con il marxismo ed è probabilmente destinata alla stessa fine.

La critica al modello tradizionale di matrimonio e di famiglia che ha portato alle odierne, inaccettabili, proposte del decostruttivismo, è iniziata con l’illuminismo e il romanticismo. Con intenti diversi, questi due movimenti si sono espressi contro il matrimonio tradizionale in quanto visto esclusivamente nei suoi “fini” oggettivi: la prole, la società, la Chiesa e troppo poco in se stesso, nel suo valore soggettivo e interpersonale. Tutto si richiedeva ai futuri sposi eccetto che si amassero e si scegliessero liberamente tra di loro. A tale modello venne opposto il matrimonio come patto (Illuminismo) e come comunione d’amore (Romanticismo) tra gli sposi.

Ma questa critica va nel senso originario della Bibbia, non contro di essa! Il concilio Vaticano II ha recepito questa istanza quando ha riconosciuto come bene ugualmente primario del matrimonio il mutuo amore e aiuto tra i coniugi. Giovanni Paolo II, in una sua catechesi del Mercoledì, diceva:

”Il corpo umano, con il suo sesso, e la sua mascolinità e femminilità,...è non soltanto sorgente di fecondità e di procreazione, come in tutto l’ordine naturale, ma racchiude fin dal principio l’attributo sponsale, cioè di esprimere l’amore: quell’amore appunto nel quale l’uomo-persona diventa dono e, mediante questo dono, attua il senso stesso del suo essere ed esistere” [8].

Nella sua enciclica “Deus caritas est”, il papa Benedetto XVI è andato anche oltre, scrivendo cose profonde e nuove a proposito dell’eros nel matrimonio e negli stessi rapporti tra Dio e l’uomo. “Questo stretto nesso tra eros e matrimonio nella Bibbia quasi non trova paralleli nella letteratura al di fuori di essa”[9].

La reazione insolitamente positiva a questa enciclica del papa dimostra quanto una presentazione irenica della verità cristiana sia più produttiva della confutazione dell’errore contrario, anche se questa pure dovrà trovare posto, a suo tempo e a suo luogo. Noi siamo lontani dall’accettare le conseguenze che alcuni traggono oggi da queste premesse: per esempio che basti qualsiasi tipo di eros a costituire un matrimonio, compreso quello tra persone dello stesso sesso, ma questo rifiuto acquista un’altra forza e credibilità se unito al riconoscimento della bontà di fondo dell’istanza e anche a una sana autocritica.

Non possiamo infatti tacere il contributo che i cristiani avevano dato al formarsi di quella visione puramente oggettivista del matrimonio. L’autorità di Agostino, rinforzata su questo punto da Tommaso d’Aquino, aveva finito per gettare una luce negativa sull’unione carnale dei coniugi, considerata il tramite di trasmissione del peccato originale e non priva, essa stessa, di peccato “almeno veniale”. Secondo il dottore di Ippona, i coniugi dovevano venire all’atto coniugale con dispiacere e solo perché non c’era altro modo di dare cittadini allo stato e membri alla Chiesa.

Un’altra istanza che possiamo fare nostra è quella della pari dignità della donna nel matrimonio. Essa, abbiamo visto, è nel cuore stesso del progetto originario di Dio e del pensiero di Cristo, ma è stata quasi sempre disattesa. La parola di Dio a Eva: “Verso l’uomo sarà la tua brama ed egli ti dominerà”, ha avuto un tragico avveramento nella storia.

Nei rappresentanti della cosiddetta “Gender revolution” questa istanza ha portato a proposte folli, come quella di abolire la distinzione dei sessi e sostituirla con la più elastica e soggettiva distinzione dei “generi” (maschile, femminile, variabile), o quella di liberare la donna dalla “schiavitù della maternità” provvedendo in altri modi, inventati dall’uomo, alla produzione dei figli. (Non si capisce chi avrebbe più interesse o desiderio, a questo punto, di avere figli!).

Proprio la scelta del dialogo e dell’autocritica ci da il diritto di denunciare questi progetti come “disumani”, contrari cioè non solo alla volontà di Dio, ma anche al bene dell’umanità. Tradotti in pratica su larga scala, essi porterebbero a guasti imprevedibili. Il romanzo e film “L’sola del Dr. Moreau” (The Island of Dr. Moreau) di H. G. Wells, potrebbe rivelarsi tragicamente profetico, questa volta non solo tra gli animali, ma anche tra gli esseri umani.

L’unica nostra speranza è che il buon senso della gente, unito al “desiderio” dell’altro sesso, al bisogno di maternità e di paternità che Dio ha inscritto nella natura umana resistano a questi tentativi di sostituirsi a Dio, dettati più da tardivi sensi di colpa dell’uomo, che da genuino rispetto e amore per la donna. (A proporre queste teorie sono quasi esclusivamente degli uomini!).

2. Un ideale da riscoprire

Non meno importante del compito di difendere l’ideale biblico del matrimonio e della famiglia è il compito di riscoprirlo e viverlo in pienezza da parte dei cristiani, in modo da riproporlo al mondo con i fatti, più che con le parole.

Noi leggiamo oggi il racconto della creazione dell’uomo e della donna alla luce della rivelazione della Trinità. In questa luce, la frase: “Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” rivela finalmente il suo significato rimasto fino enigmatico e incerto prima di Cristo. Che rapporto ci può essere tra l’essere “a immagine di Dio” e l’essere “maschio e femmina”? Il Dio biblico non ha connotati sessuali, non è né maschio né femmina.

La somiglianza consiste in questo. Dio è amore e l’amore esige comunione, scambio interpersonale; richiede che ci siano un “io” e un “tu”. Non c’è amore che non sia amore di qualcuno; dove non c’è che un solo soggetto, non ci può essere amore, ma solo egoismo o narcisismo. Là dove Dio è concepito come Legge o come Potenza assoluta non c’è bisogno di una pluralità di persone (il potere si può esercitare anche da soli!). Il Dio rivelato da Gesú Cristo, essendo amore, è unico e solo, ma non è solitario; è uno e trino. In lui coesistono unità e distinzione: unità di natura, di volere, di intenti, e distinzione di caratteristiche e di persone.

Due persone che si amano – e quello dell’uomo e la donna nel matrimonio ne è il caso più forte - riproducono qualcosa di ciò che avviene nella Trinità. Lì due persone –il Padre e il Figlio – amandosi, producono (“spirano”) lo Spirito che è l’amore che li fonde. Qualcuno ha definito lo Spirito Santo il “Noi” divino, cioè non la “terza persona della Trinità”, ma la prima persona plurale [10].

Proprio in questo la coppia umana è immagine di Dio. Marito e moglie sono infatti una carne sola, un cuore solo, un’anima sola, pur nella diversità di sesso e di personalità. Nella coppia si riconciliano tra loro unità e diversità. Gli sposi stanno di fronte, l’uno all’altro, come un “io” e un “tu” e stanno di fronte a tutto il resto del mondo, cominciando dai propri figli, come un “noi”, quasi si trattasse di una sola persona, non più però singolare ma plurale. “Noi”, cioè “tua madre ed io”, “tuo padre ed io”.

In questa luce si scopre il senso profondo del messaggio dei profeti circa il matrimonio umano, che cioè esso è simbolo e riflesso di un altro amore, quello di Dio per il suo popolo. Questo non significava sovraccaricare di un significato mistico una realtà puramente mondana. Non era fare solo del simbolismo; era piuttosto rivelare il vero volto e lo scopo ultimo della creazione dell’uomo maschio e femmina: quello di uscire dal proprio isolamento ed “egoismo”, di aprirsi all’altro e, attraverso la temporanea estasi dell’unione carnale, elevarsi al desiderio dell’amore e della gioia senza fine.

Qual è la causa della incompiutezza e dell’inappagamento che lascia l’unione sessuale, dentro e fuori del matrimonio? Perché questo slancio ricade sempre su se stesso e perché questa promessa di infinito e di eterno rimane sempre delusa? Gli antichi hanno coniato un detto che fotografa questa realtà: “Post coitum animal triste”: come ogni altro animale, l’uomo dopo l’unione carnale è triste.

Il poeta pagano Lucrezio ha lasciato, della frustrazione che accompagna ogni accoppiamento, una descrizione spietata che in un congresso per sposi e per famiglie non dovrebbe suonare scandaloso riascoltare:
“S'avvinghiano avidamente al corpo e mischiano le salive
bocca a bocca, e ansano, premendo coi denti le labbra;
ma invano; perché non possono strapparne nulla,
né penetrare e perdersi nell'altro corpo con tutto il corpo” [11].

A questa frustrazione si cerca un rimedio che però non fa che accrescerla. Anziché cambiare la qualità dell’atto, se ne aumenta la quantità, passando da un partner all’altro. Si arriva così allo scempio del dono di Dio della sessualità, in atto nella cultura e nella società di oggi.

Vogliamo una buona volta, come cristiani, cercare una spiegazione a questa devastante disfunzione? La spiegazione è che l’unione sessuale non è vissuta nel modo e con l’intenzione intesa da Dio. Questo scopo era che, attraverso questa estasi e fusione d’amore, l’uomo e la donna si elevassero al desiderio e avessero una certa pregustazione dell’amore infinito; si ricordassero da dove venivano e dove erano diretti.

Il peccato, a cominciare da quello dell’Adamo ed Eva biblici, ha attraversato questo progetto; ha “profanato” quel gesto, cioè lo ha spogliato della sua valenza religiosa. Ne ha fatto un gesto fine a se stesso, concluso in se stesso, e perciò “insoddisfacente”. Il simbolo è stato staccato dalla realtà simboleggiata, privato del suo dinamismo intrinseco e quindi mutilato. Mai come in questo caso si sperimenta la verità del detto di Agostino: “Tu ci hai fatti per te, o Dio, e il nostro cuore è insoddisfatto finché non riposa in te”.

Anche le coppie credenti –talvolta esse più delle altre – non riescono a ritrovare quella ricchezza di significato iniziale dell’unione sessuale a causa dell’idea di concupiscenza e di peccato originale per secoli associata a quell’atto. Solo nella testimonianza di alcune coppie che hanno fatto l’esperienza rinnovatrice dello Spirito Santo e vivono la vita cristiana carismaticamente si ritrova qualcosa di quel significato originale dell’atto coniugale. Esse hanno confidato con stupore a coppie di amici o al sacerdote di unirsi lodando Dio ad alta voce, o addirittura cantando in lingue. Era una reale esperienza di presenza di Dio.

Si comprende perché solo nello Spirito Santo è possibile ritrovare questa pienezza della vocazione matrimoniale. L’atto costitutivo del matrimonio è il donarsi reciproco, il fare dono del proprio corpo (cioè, nel linguaggio biblico, di tutto se stessi) al coniuge. Essendo il sacramento del dono, il matrimonio è, per sua natura, un sacramento aperto all’azione dello Spirito Santo che è per eccellenza il Dono, o meglio il Donarsi reciproco del Padre e del Figlio. È la presenza santificante dello Spirito che fa, del matrimonio, un sacramento non solo celebrato, ma vissuto.

Fare spazio a Cristo nella vita di coppia è il segreto per accedere a questi splendori del matrimonio cristiano. È da lui infatti che viene lo Spirito Santo che fa nuove tutte le cose. Un libro del vescovo Fulton Sheen, popolare negli anni Cinquanta, inculcava tutto ciò nel titolo stesso che recava: “Tre per sposarsi”[12].

Non bisogna aver paura di proporre ad alcune coppie di futuri sposi cristiani, particolarmente preparate, un traguardo altissimo: quello di pregare un po’ insieme la sera delle nozze, come Tobia e Sara, e poi dare a Dio Padre la gioia di vedere di nuovo realizzato, grazie a Cristo, il suo progetto iniziale, quando Adamo ed Eva stavano nudi uno di fronte all’altra e tutti e due davanti a Dio, e non ne provavano vergogna.

Termino con alcune parole tratte, ancora una volta, da La scarpetta di raso di Claudel. Si tratta di un dialogo tra la protagonista femminile del dramma, combattuta tra la paura e il desiderio di arrendersi all’amore, e il suo angelo custode:
-È dunque permesso questo amore delle creature l’una per l’altra? Davvero, Dio non è geloso?
- Come potrebbe essere geloso di ciò che ha fatto lui stesso?
-Ma l’uomo nelle braccia della donna dimentica Dio…
-È forse dimenticarlo essere con lui ed essere associati al mistero della sua creazione?[13]



[1] P. Claudel, Le soulier de satin, a.III. sc.8 (éd. La Pléiade, II, Parigi 1956, p. 804) : « Cet orgueilleux, il n’y avait pas d’autre moyen de lui faire comprendre le prochain, de le lui entres dans la chair.
Il n’y avait pas d’autre moyen de lui faire comprendre la dépendance, la nécessité et le besoin, un autre sur lui,
La loi sur lui de cet être différent pour aucune autre raison si ce n’est qu’il existe »
[2] B. Wannenwetsch, Mariage, in Dictionnaire Critique de Théologie, a cura di J.-Y. Lacoste, Parigi 1998, p. 700.
[3] Cf. G. Campanini, Matrimonio, in Dizionario di Teologia, Ed. San Paolo 2002, pp. 964 s.
[4] Giovanni Paolo II, Uomo e donna lo creò. Catechesi sull’amore umano, Roma 1985, p. 365.
[5] Cf. B. Griffin, Was Jesus a Philosophical Cynic? [http://www-oxford.op.org/allen/html/acts.htm]; C. Augias e M. Pesce, Inchiesta su Gesú, Mondadori, 2006, pp. 121 ss.
[6] E.P. Sanders, Gesù e il giudaismo, Marietti, 1992, pp.324 ss.; J. Neusner, A Rabbi Talks with Jesus, McGill-Queen’s University Press, 2000, pp. 53-72.
[7] T. Anatrella, Définitions des termes du Néo-langage de la philosophie du Constructivisme et du genre, a cura del Pontificium Consilium pro Familia, Città del Vaticano Novembre 2008.
[8] Giovanni Paolo II, Discorso all’udienza del 16 gennaio 1980 (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, Libreria Editrice Vaticana 1980, p. 148).
[9] Benedetto XVI, Enc. Deus caritas est, 11.
[10] Cf. Cf. H. Mühlen, Der Heilige Geist als Person. Ich –Du –Wir, Muenster, in W. 1966.
[11] Lucrezio, De rerum natura, IV,2 vv. 1104-1107.
[12] F. Sheen, Three to Get Married, Appleton-Century-Crofts 1951.
[13] P. Claudel, Le soulier de satin, a.III. sc.8 (éd. La Pléiade, II, Parigi 1956, pp. 804):

- Dona Prouhèze. - -Eh quoi! Ainsi c’était permis? cet amour des créatures l’une pour l’autre, il est donc vrai que Dieu n’est pas jaloux ?
- L’Ange Gardien.- Comment serait-il jaloux de ce qu’il a fait ?...
- Dona Prouhèze. – L’homme entre les bras de la femme oublie Dieu.
- L’Ange Gardien.- Est-ce l’oublier que d’être avec lui ? est-ce ailleurs qu’avec lui d’être associé au mystère da sa création ?