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Le città di Cristo [il significato reale del termine "Nazareno"] di David Donnini

Il termine nazareno è inteso comunemente con l’accezione abitante della città di Nazareth e l’espressione Gesù il nazareno significa, in modo automatico, Gesù proveniente dalla città di Nazareth o, in breve, Gesù di Nazareth. Purtroppo, ben pochi sono consapevoli dell’esistenza di un serio problema relativo a questa attribuzione, e del fatto che l’aggettivo aveva in origine, e dovrebbe avere tuttora, un significato completamente diverso.

Nelle versioni greche dei Vangeli canonici leggiamo IhsouV o NazoraioV (Iesous o Nazoraios), che è la traslitterazione in greco dell’ebraico antico Yehoshua ha notzrì, o dell’aramaico Yeshu nazorai. Il fatto è che, in passato, nessuna di queste espressioni aveva alcun legame con la città di Nazareth, e non voleva indicare in alcun modo la cittadinanza o la provenienza da quella località.

Ne abbiamo una prima antica testimonianza in uno scritto apocrifo, il Vangelo di Filippo, un testo gnostico, la cui redazione primitiva risale con tutta probabilità al II sec. d.C., che è stato rinvenuto nel secolo scorso a Naj Hammadi, in Egitto: "Gli apostoli che sono stati prima di noi l'hanno chiamato così: Gesù Nazareno Cristo... ‘Nazara’ è la ‘Verità’. Perciò ‘Nazareno’ è ‘Quello della verità’..." (Vang. di Filippo, capoverso 47). Ci sono state discussioni sul fatto che la radice NZR possa significare verità, ma è comunque un dato di fatto che la frase attribuisca al termine un senso che non ha nulla a che fare con la città di Nazareth.


Nazareth

Nel XVIII sec. Elia Benamozegh (1823/1900), filosofo ebreo, membro del collegio rabbinico di Livorno, scriveva: "Neppure è improbabile che i primi cristiani siano stati detti Nazareni nel senso di Nazirei, piuttosto che in quello di originari della città di Nazareth, etimologia davvero poco credibile e che probabilmente ha sostituito la prima solo quando l'antica origine dall'essenato cominciava ad essere dimenticata" (Gli Esseni e la Cabbala, 1979). Questa interpretazione crea un collegamento fra l’aggettivo in questione e il termine nazireo, che nella Bibbia si riferisce ad una condizione in cui si assumono voti temporanei o permanenti: non bere bevande inebrianti, non tagliarsi i capelli, non avere contatto con impurità, fra cui il sangue, cibarsi di alimenti vegetariani. Celebri nazirei furono Sansone e il profeta Samuele che celebrò l’unzione regale di Davide.

Ovviamente i cristiani hanno ignorato nella maniera più assoluta questa osservazione, almeno fintantoché Alfred Loisy (1857/1940), sacerdote cattolico, professore di ebraico e di sacra scrittura dell'Istituto Cattolico di Parigi, ha osato scrivere: "La stessa tradizione ha fissato il domicilio della famiglia di Gesù a Nazareth allo scopo di spiegare così il soprannome di Nazoreo, originariamente unito al nome di Gesù e che rimase il nome dei cristiani nella letteratura rabbinica e nei paesi d'oriente. Nazoreo è certamente un nome di setta, senza rapporto con la città di Nazareth..." (La Naissance du Christianisme). Esprimendo così idee che gli sono costate la rimozione dall’incarico. Ma quanto egli dice è vero, nazorei o nazareni sono termini con cui i cristiani erano chiamati anticamente dagli ebrei, considerati nomi di setta e non indicazioni geografiche.

All’incirca nello stesso periodo quelle opinioni furono espresse anche dallo studioso laico Charles Guignebert (1867/1939), professore di Storia del Cristianesimo presso l'Università Sorbona di Parigi, che scrisse: "La piccola città che porta questo nome [Nazareth], dove ingenui pellegrini possono visitare l'officina di Giuseppe, fu identificata come la città di Cristo solamente nel medio evo..." (Manuel d'Histoire Ancienne du Christianisme).

Oggi questo concetto è diventato certezza, soprattutto per una folta schiera di studiosi laici, italiani e stranieri. Ne citiamo solo un paio: "É stato Matteo per primo a generare l'equivoco secondo cui l'espressione 'Gesù il Nazoreo' dovesse avere qualche relazione con Nazareth, citando la profezia "sarà chiamato Nazareno (Nazoraios)" che, a conclusione del suo racconto sulla natività, egli associa col passo "ritirandosi in Galilea e andando a vivere in una città chiamata Nazareth". Questa non può essere la derivazione del termine, poiché anche in greco le ortografie di Nazareth e nazoreo differiscono sostanzialmente" (R.H.Eisenman, Giacomo il fratello di Gesù, Casale Monferrato, 2007).

E ancora: "…nessun testo pagano o giudaico fa menzione di Nazareth: questo nome non compare né nella Bibbia, né nella vasta letteratura talmudica, né nelle opere dettagliate di Giuseppe Flavio; solo Eusebio ne parla citando Giulio Africano (tra il 170 e il 240), buon conoscitore dei luoghi. Le perplessità tuttavia restano e sono alimentate dalla difficoltà di collegare nella lingua aramaica Nazareno, Nazoreo, Nazoreno, tre forme considerate nei Vangeli intercambiabili, con Nazareth. Qualche studioso ha suggerito che l’originale significato aramaico dell’attributo Nazareno, di difficile comprensione per seguaci cristiani ellenizzanti, sia andato perduto e sostituito con una più semplice e immediata indicazione geografica. Considerazioni linguistiche e filologiche hanno spinto all’ipotesi che Nazareno potesse voler dire Santo di Dio, anche alla luce del fatto che i fedeli di Gesù, che continuarono nella terra d’origine a chiamarsi nazareni, in terra greca inizialmente furono chiamati i santi e solo successivamente prevalse il nome cristiani dato loro dai pagani di Antiochia. Nazarenos e Nazoraios sono dunque forse nomi legati a una radice linguistica ebraica natzìr (in aramaico natzirà) che li collegava ai nazirei "separati" o i "consacrati", un gruppo che aveva fatto a Dio uno speciale voto di consacrazione e che costituiva una setta a sé stante…" (R. Calimani, Gesù Ebreo, Milano, 1990).

Al di là delle molte altre citazioni che potremmo riportare, che cosa possiamo dire su questo argomento? Ci sono senz’altro da fare importanti considerazioni storiche, letterarie, archeologiche e geografiche. La prima riguarda il fatto che il nome della città di Nazareth, compare per la prima volta solamente nella letteratura neotestamentaria, dal momento che né il Vecchio Testamento, né gli storici ebrei contemporanei di Gesù (come Filone Alessandrino e Giuseppe Flavio), né il Talmud, né gli storici romani hanno mai nominato questa città. Non la conoscono affatto! Eppure Giuseppe Flavio è stato comandante generale delle truppe ebraiche in Galilea, durante la drammatica guerra degli anni 66/70, e nei suoi scritti ha fornito dettagliati resoconti di ogni centro abitato di quella regione. Possiamo dunque parlare di una totale assenza letteraria, al di fuori delle fonti religiose che già fanno parte del Nuovo Testamento cristiano.

Per quanto riguarda l’aspetto archeologico, Nazareth appare come una città bizantina, non ci sono resti di mura, case, strade, sinagoghe, vasellame, monete… che possano essere fatte risalire al periodo del secondo tempio. Mi ha confermato personalmente il dott. Danny Syon (Israel Antiquities Authority): "...ci sono pochissimi resti giudei che risalgono al periodo del secondo tempio a Nazareth, soltanto qualche cripta [cavità tombale] scavata nella roccia, sebbene noi non possiamo sapere quale fosse il nome del sito a quel tempo...". Eppure oggi possiamo ammirare abbondanti resti, risalenti al periodo in questione, di altre città galilee: Sefforis, Iotapata, Cafarnao, Korazim, Beth Zayda, Gamala… Che cosa è successo a Nazareth? Perché la città sarebbe fisicamente scomparsa?

Leggendo i Vangeli canonici ci rendiamo conto che il nome Nazareth compare talvolta nei titoli dei paragrafi, che non esistono nei testi originali, ma che sono stati aggiunti successivamente. Il primo dei Vangeli, quello secondo Marco, conosce il nome di questa città solo nelle primissime righe: "In quei giorni Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni" (Mc I, 9). Altrove preferisce definirla in questo modo: "Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga" (Mc VI, 1-2). Per quattro volte Marco parla di "Gesù nazareno", ma abbiamo già detto che quell’aggettivo non si riferisce alla città.

Per quanto riguarda il Vangelo di Luca dobbiamo osservare che può essere diviso in due parti ben distinte, la natività e il ministero della vita adulta di Gesù. Si tratta di due parti assai incoerenti l’una con l’altra ed è facile mostrare che la natività appartiene ad una tradizione senz’altro posteriore a quella cui fanno riferimento i ministeri della vita adulta di tutti e quattro i Vangeli. La città di Nazareth è nominata ampiamente da Luca solo nella natività, sebbene egli vi faccia abitare Giuseppe e Maria sin dall’epoca del loro fidanzamento, mentre Matteo li fa abitare a Betlemme e li fa trasferire a Nazareth dopo il ritorno dall’esilio in Egitto.

Nel ministero di Luca viene usata più volte l’espressione anonima "sua patria" e una volta sola è nominata Nazareth, in un episodio che solleva numerosi problemi: "Si recò a Nàzaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: ‘Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore.’ Poi arrotolò il volume, lo consegnò all'inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: "Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi". Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati […] All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò" (Lc IV, 16-30).

Innanzitutto viene ancora confermato che a Nazareth ci sarebbe stata una sinagoga, della quale oggi non esiste traccia, poi si fa capire chiaramente che Nazareth avrebbe dovuto trovarsi in cima ad un monte, in prossimità di un precipizio. Ma la città odierna non ha queste caratteristiche, è adagiata nell’avvallamento tra i morbidi colli della Galilea centrale e non c’è alcun precipizio nei suoi dintorni. In realtà leggendo questo brano non può non venire in mente la città di Gamala, che era situata sulla gobba sommitale di un’erta collina, con un baratro a fianco, e una sinagoga i cui bellissimi resti possono essere ammirati ancora oggi:


Sinagoga di Gamala

In effetti nei Vangeli si parla insistentemente di un monte e di una città sul monte: "non può restare nascosta una città collocata sopra un monte" (Mt V, 14). Si noti, a questo proposito, una passo del Vangelo copto di Tomaso: "...Gesù disse: "Nessun profeta è benvenuto nel proprio circondario; i dottori non curano i loro conoscenti... una città costruita su un'alta collina e fortificata non può essere presa, né nascosta..."" (Vang. copto di Tomaso, 31-32). Qualcosa di simile lo possiamo trovare anche nei Vangeli canonici, per esempio in Matteo: "Ma Gesù disse loro: "Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua"" (Mt XIII, 57), con la differenza che questa frase è stata allontanata dal passo in cui si dice che la città sul monte non può restare nascosta, quasi a non lasciar intendere che si trattava proprio della città di Gesù. Non solo, ma è anche stato tolto il dettaglio contenuto nell’aggettivo "fortificata". Ora, Gamala era "una città costruita su un'alta collina e fortificata", come ho avuto modo di constatare quando, nel 1997, la ho visitata sulle alture del Golan, a breve distanza dal lago di Tiberiade. Ai tempi di Gesù Gamala aveva un’economia fondata sulla produzione di olio di oliva, che veniva esportato ovunque. Senz’altro gli orci di terracotta venivano portati, attraverso una valle solcata da un torrente, lungo un precorso di circa 8 km, sino a Betsaida, che sorgeva sulle rive nord orientali del lago. Betsaida e Gamala erano strettamente legate dal fatto che una fungeva da scalo commerciale dell’altra. Il tempo necessario per spostarsi dall’una all’altra era molto breve e il dislivello modesto.


Gamala

Ora, dobbiamo notare che il villaggio di Betsaida, anche nella letteratura canonica, ha un’importanza per Gesù che troppo spesso è stata sottovalutata: "Ordinò poi ai discepoli di salire sulla barca e precederlo sull'altra riva, verso Betsaida, mentre egli avrebbe licenziato la folla. Appena li ebbe congedati, salì sul monte a pregare. Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli solo a terra" (Mc VI, 45-46); "Giunsero a Betsaida, dove gli condussero un cieco pregandolo di toccarlo" (Mc VIII, 22); "Allora si mise a rimproverare le città nelle quali aveva compiuto il maggior numero di miracoli, perché non si erano convertite: "Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsida. Perché, se a Tiro e a Sidone fossero stati compiuti i miracoli che sono stati fatti in mezzo a voi, già da tempo avrebbero fatto penitenza, ravvolte nel cilicio e nella cenere" (Mt XI, 20-21); "Allora li prese con sé e si ritirò verso una città chiamata Betsaida. Ma le folle lo seppero e lo seguirono. Egli le accolse e prese a parlar loro del regno di Dio" (Lc IX, 10-11); "Guai a te, Corazin, guai a te, Betasida! Perché se in Tiro e Sidone fossero stati compiuti i miracoli compiuti tra voi, già da tempo si sarebbero convertiti vestendo il sacco e coprendosi di cenere. Perciò nel giudizio Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai innalzata fino al cielo?Fino agli inferi sarai precipitata!" (Lc X, 13-15); "Filippo era di Betsaida, la città di Andrea e di Pietro" (Gv I, 44); "Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c'erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsaida di Galilea, e gli chiesero: "Signore, vogliamo vedere Gesù"" (Gv XII, 20-21).

Le tre città, Betsaida, Corazim e Cafarnao, che evidentemente rappresentano luoghi in cui Gesù si trovava spesso, mostrano un’assidua frequentazione del versante nord e nord orientale del lago di Tiberiade. Tanto più che i suoi apostoli (e, tra di loro, alcuni suoi fratelli) erano di Betsaida. È qui che Gesù aveva compiuto "il maggior numero di miracoli". È proprio contro queste città che si è scagliato quando, infervorato dall’ira, lanciava oscure maledizioni. Non ha inveito contro Nazareth, o Cana, Magdala, luoghi comuni della Galilea centrale. Non possiamo non capire che questa zona, a cavallo fra la Galilea settentrionale e il Golan, era l’area dei suoi spostamenti comuni. Invece, l’accesso naturale di Nazareth al lago, pur tenendo conto della distanza non indifferente, è sul versante sud occidentale. Betsaida era il porto di Gamala, e questo ci dimostra che Gesù doveva aver avuto a che fare con la fatidica città fortificata sul monte, che i romani ricordavano come uno dei luoghi maledetti della loro attività politica e militare in Palestina.

Naturalmente ci occorre un valido motivo per comprendere l’esigenza degli evangelisti di nascondere il legame tra Gesù e Gamala, e per localizzare la sua residenza in un luogo fittizio come Nazareth. A questa domanda otteniamo facilmente due risposte: la prima è che l’utilizzo di termini geografici per dissimulare significati indesiderati è comune nella redazione evangelica. Lo vediamo con gli aggettivi cananeo e galileo, che sono generalmente intesi come indicazioni geografiche, quando invece erano espressioni usate (rispettivamente in ebraico e in latino) per indicare gli zeloti, i guerriglieri yahwisti che combattevano contro i romani per ristabilire un degno messia sul trono di Israele e un degno sacerdote alla guida del tempio. La seconda risposta riguarda il fatto che Gamala era ben nota ai romani come la patria degli zeloti, nella quale erano nati personaggi importanti della lotta messianica, come Ezechia (ucciso da Erode in persona), e suo figlio Giuda, detto Giuda il galileo, fondatore della setta zelotica. Durante la guerra degli anni 66/70 Gamala era stata assediata dalle legioni di Vespasiano e, dopo lunghi e difficili mesi, durante i quali lo stesso futuro imperatore aveva partecipato ai combattimenti, era stata espugnata. A questo fatto era seguito il drammatico episodio del suicidio di massa degli abitanti della città (un tipico comportamento zelotico), che si passarono a fil di spada o si gettarono dal precipizio, pur di non finire prigionieri nelle mani degli invasori. I redattori dei Vangeli erano intenzionati a nascondere ogni possibile legame tra Gesù e la setta zelotica, tenendolo rigorosamente estraneo ad ogni ideologia di natura messianica.

La ricerca sulle origini primitive del cristianesimo non può prescindere da considerazioni di questo genere e non può fare a meno, a rischio di continuare a scambiare la storia con la leggenda, di aprirsi all’idea che le due città importanti nella vita di Gesù, quella di nascita e quella di residenza, Betlemme e Nazareth, siano state introdotte artificialmente dagli evangelisti, nel loro proposito di dipingere un Gesù Cristo teologico, molto lontano dal personaggio che, sotto l’impero di Tiberio, passò realmente i suoi giorni nella martoriata terra di Palestina.

David Donnini

La chiesa della Sinagoga di Nazareth

" height="146">The Synagogue Church

La Piccola e preziosa testimonianza giunta a noi dagli anni di gioventù che Gesù trascorse a Nazareth, ha condotto gli studiosi a descrivere questo periodo, quasi l’intera vita di Gesù, come “gli anni del silenzio”, e quanto di più significativo dell’epora, per i cristiani, è possibile trovarlo qui, nella chiesa della Sinagoga, dove il silenzio, infine, era stato rotto.

La tradizione racconta che in questo luogo, un memorabile giorno di Shabbat, Gesù declamò e commentò le parole di Isaia (Luca 4,16-27) ricevendo una risposta violenta (Luca 4,28-30). Troverete la Chiesa a pochi minuti dal vecchio mercato, i cristiani hanno inizianto a recarvisi almeno nel IV secolo, e nel 1771 i cattolici greci lo ricevettero in custodia. In questa disadorna stanza di pietra sotto la volta a botte, la tranquillità del luogo attende che voi possiate scavare nella complessità di una storia così drammatica, e riflettere sulla realtà del tempo e del luogo in cui accadde.

Luca 4,16-27

16 Si recò a Nazaret, dov'era stato allevato e, com'era solito, entrò in giorno di sabato nella sinagoga. Alzatosi per leggere, 17 gli fu dato il libro del profeta Isaia. Aperto il libro, trovò quel passo dov'era scritto: 18 «Lo Spirito del Signore è sopra di me; perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha mandato ad annunziare la liberazione ai prigionieri, e ai ciechi il ricupero della vista; a rimettere in libertà gli oppressi, 19 e a proclamare l'anno accettevole del Signore». 20 Poi, chiuso il libro e resolo all'inserviente, si mise a sedere; e gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi su di lui. 21 Egli prese a dir loro: «Oggi, si è adempiuta questa Scrittura, che voi udite». 22 Tutti gli rendevano testimonianza, e si meravigliavano delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca, e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?» 23 Ed egli disse loro: «Certo, voi mi citerete questo proverbio: "Medico, cura te stesso; fa' anche qui nella tua patria tutto quello che abbiamo udito essere avvenuto in Capernaum!"» 24 Ma egli disse: «In verità vi dico che nessun profeta è ben accetto nella sua patria. 25 Anzi, vi dico in verità che ai giorni di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e vi fu grande carestia in tutto il paese, c'erano molte vedove in Israele; 26 eppure a nessuna di esse fu mandato Elia, ma fu mandato a una vedova in Sarepta di Sidone. 27 Al tempo del profeta Eliseo, c'erano molti lebbrosi in Israele; eppure nessuno di loro fu purificato; lo fu solo Naaman, il Siro».

Luca 4,28-30

28 Udendo queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni d'ira. 29 Si alzarono, lo cacciarono fuori dalla città, e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale era costruita la loro città, per precipitarlo giù. 30 Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.

Il paradigma di Nazaret: La Scrittura si fa evento

Lc 4,14-30

14Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione. 15Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi.

16Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. 17Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto:

18 Lo Spirito del Signore è sopra di me;

per questo mi ha consacrato con l’unzione,

e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio,

per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista;

per rimettere in libertà gli oppressi,

19 e predicare un anno di grazia del Signore.

20Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. 21Allora cominciò a dire: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”. 22Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è il figlio di Giuseppe?”. 23Ma egli rispose: “Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fàllo anche qui, nella tua patria!”. 24Poi aggiunse: “Nessun profeta è bene accetto in patria. 25Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. 27C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro”.

28All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; 29si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. 30Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.

Condotto dalla “potenza dello Spirito” (v.14), Gesù anticipa, nell’episodio di Nazaret, quanto succederà a Lui e alla sua missione a Gerusalemme, nel suo ultimo triduo pasquale. Nello sconosciuto villaggio della Galilea, come poi nella Città santa della Giudea, l’accoglienza si cambia in rifiuto mortale, che Gesù supera “passando in mezzo (v.30), cioè “facendo PASQUA” (cf. Es 12,11-12).

Con il suo gesto Gesù “adempie la Scrittura” (v.21) e si autorivela come il VERBO INCARNATO, il Logos di Dio che mette la sua tenda nella storia degli uomini (Gv l,ls).

v.14: Gesù, per l’azione dello Spirito Santo che lo ha condotto nel deserto a lottare con il demonio, davanti a Dio (4,ls), è guidato, ora, a manifestarsi come il Figlio, agli uomini, nelle loro città.

v.15: oggetto e risultato dellinsegnamento di Gesù è Lui stesso. Chi ora lo glorifica, poi lo rifiuterà (cf. v.29; 10,13-15).

v.16: II ministero pubblico di Gesù inizia di SABATO, nella SINAGOGA, con un rito che lo rapporta ad ISRAELE, alle promesse e alle SCRITTURE che le trasmettono.

Gesù non rompe con la STORIA del suo Popolo ma le dà compimento.

La sua storia personale: “a Nazaret, dove era stato allevato, si inserisce nella Storia della salvezza illuminata dai Profeti e salvata dal Cristo.

Gesù è solito partecipare alla liturgia sinagogale del SABATO. Così, durante il suo ministero a Gerusalemme, “ogni giorno era nel Tempio” (Lc 22,56), non solo per insegnare ma certamente anche per partecipare ai riti che vi si svolgevano. D’altronde Gesù è stato educato da “genitori” osservanti, i quali “si recavano ogni anno (dalla Galilea) a Gerusalemme per la festa di Pasqua” (Lc 2,41).

Questa assiduità sarà uno specifico della primitiva Comunità di Gerusalemme (cf. Lc 24,53; At 1,14).

Come tutti gli adulti Ebrei, Gesù partecipa in modo attivo alla liturgia: “Si alzò a leggere la Scrittura”. L’abitudine (“di solito”) si trasforma, in evento unico, nell’OGGI di Dio.

v.17: Gesù che “apre il rotolo" nella sinagoga di Nazaret, è l’Agnello dell’Apocalisse, il solo “degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché è stato immolato” (Ap 5,9). Solo il Verbo sa “leggere” il progetto di Dio e spiegarne il significato. Egli subito “trova il Profeta che parla di Lui (cf. Lc 24,27).

v.18-19: II brano trovato da Gesù cita Is 61,1; 58,6; 61,2a. Esso si presenta come un’elaborazione cristiana di un testo applicato al Cristo.

“lo Spirito del Signore è su di me”, proclamava il Profeta nel III Isaia, ma meglio può affermarlo di sé il Cristo lucano, dal battesimo in poi (cf. Lc 3,22; 4,1; 4,14...).

La “consacrazione” e l’unzione dello Spirito fanno di Gesù, il Cristo, il Messia definitivo.

A differenza di Geremia e degli altri Profeti, l’annuncio di Gesù è soltanto “buona novella”, VANGELO ai poveri.

Con Gesù l’anno di grazia, il giubileo che nell’AT era periodico (cf. Lv 25,10), diventa pieno e definitivo. Con Gesù, infatti, si ha la “pienezza dei tempi” e il riscatto radicale di tutti (Gal 4,4).

L’aver tolto al testo profetico il preannuncio del “giorno di vendetta” provoca contro Gesù la reazione dei Galilei, notoriamente ostili, anche in modo attivo, al potere romano (cf. At 5,37). Gesù afferma così di rifiutare il “messianismo politico” caldeggiato dagli zeloti, perché ha accettato quello del “Servo sofferente di Jhwh”, prefigurato nel battesimo al Giordano (cf. Lc 3,22 che rimanda ad Is 42,1).

La liberazione che il Cristo realizza è, prima di tutto, interiore. È liberazione perché tutti si abbia con Dio quel rapporto che, mediante lo Spirito, il Cristo ha con il Padre suo.

v.20: Gesù arrotola - chiude il volume della Scrittura. Egli è l’attuazione di ciò che e stato letto (cf. Mc 1,15); infatti tutte “le Scritture si riferiscono a Lui” (Lc 24,27).

“Gli occhi di tutti stavano fissi sopra di Lui”. Dall’ASCOLTO alla VISIONE. È il movimento che avviene tra l’antico e il Nuovo Testamento; da quando “il Verbo si è fatto carne" (Gv 1,14), la Torah si è fatta persona. Ciò che prima è udito viene poi veduto (1Gv 1,1; cf. i pastori di Betlemme Lc 2,15).

v.21: L’OGGI dell’adempimento delle Scritture si ha:

nel Cristo che parla,

nelle orecchie di chi ascolta.

Cf. Sal 40,7-10 ed Eb 10,5-7: Ciò che è scritto mi riguarda.

v.22: II rapporto positivo tra la bocca di Gesù che parla e le orecchie di chi lo ascolta, rende possibile la testimonianza, che ha come oggetto una PAROLA che meraviglia (perché è divina) e che trasmette la realtà stessa di Dio: la grazia.

Ma la reazione positiva degli astanti dura poco. Ecco il dubbio, il preconcetto: “Non è il figlio di Giuseppe?”. A differenza di Mc 6,36, che riporterebbe il giudizio negativo su Gesù come “figlio di Maria”. Luca, pur avendo parlato del parto verginale (Lc 1,34-35), facendo chiamare dai Nazaretani Gesù: “figlio di Giuseppe”, vuole insinuare che solo con la fede si può entrare nel mistero della vera identità del Verbo incarnato.

v.23-24: Per correggere le false aspettative messianiche dei Galilei, Gesù pone delle questioni di rottura:

Egli rifiuta di essere il taumaturgo a disposizione dei suoi concittadini. La liberazione che Gesù è venuto a portare non è di tipo magico: non si acquista con un segno arcano riservato a pochi, ma è offerta dal palese segno della CROCE, spettacolo “per tutti” (Lc 23,48) e nostra realtà quotidiana (Lc 9,23). Il proverbio citato da Gesù: “Medico, cura te stesso!”, ritornerà come sfida irridente rivolta allo stesso Crocifisso: “Salva te stesso!” (Lc 23,36-37).

L’altra distorsione che Gesù rifiuta, è quella di essere ridotto ad uno dei tanti profeti di corte, di cui si servivano i re d’Israele (cf. 2Cr 18,9). Gesù si dimostra libero, come libera è la vera profezia che viene dallo Spirito Santo (cf. 2Cor 3,17).

II proverbio citato da Gesù: “Nessun profeta è accetto nella sua casa”, riportato dai Sinottici e da Giovanni (Gv 4,44), dice la consapevolezza del Cristo sulla sua sorte, che è simile a quella dei Profeti rifiutati da Israele (cf Ger 12,6-8).

Se con G.ROSSÉ leggiamo il proverbio in modo attivo: “Nessun profeta è propizio (dektos come al v.19) alla propria patria”, possiamo vedervi una spiegazione dell’inevitabile itineranza delmissionario” Gesù e dei discepoli inviati da Lui.

v.25-27: Il fatto che Gesù citi dei miracoli compiuti da ELIA ed ELISEO a favore dei pagani, non vuoi dire l’esclusione alternativa d’Israele, ma un andare oltre esso.

Gesù, come poi farà la Chiesa da Lui fondata, parte sempre dalle promesse fatte ad Israele, per aprirsi anche ai pagani (cf. At 13-15).

v.28: Nella sinagoga sono “tutti pieni di furore” nel sentirsi posposti ai pagani.

È la stessa “rabbia” del figlio maggiore, nella parabola del Padre misericordioso (Lc 15,28). È la rabbia di chi pretende la salvezza come un diritto e non l’aspetta, invece, come dono gratuito di Dio.

v.29: Il tentativo di linciaggio anticipa e prefigura il dramma del Calvario. Nazaret, infatti, non è “edificata sul monte”, come invece lo è Gerusalemme. L’imprecisione topografica ci rimanda al valore teologico che Luca dà a tutto l’episodio.

Confronta invece Lc 20,15; Gv 19,20 ed Eb 13,12, che realizza ciò che è prefigurato a Nazaret.

v.30: “Ma Gesù passando in mezzo a loro, se n’andò”.

Con l’evangelista Giovanni possiamo notare come Gesù sfugga ai biechi propositi dei suoi concittadini, divenutigli nemici, perché “non era ancora giunta la sua ora” (Gv 7,30) cf. Gv 8,59.

Gesù deve continuare il suo cammino, il suo ESODO, che avrà compimento solo a Gerusalemme (cf. Lc 9,31).

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III Domenica del Tempo Ordinario, Anno C

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III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. ANNO C. Commenti patristici

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S. Ambrogio

Poiché molti – dice Luca – hanno intrapreso. Evidentemente, hanno intrapreso coloro che poi non riuscirono a condurre a termine l’opera. In tal modo anche san Luca, dicendo che molti hanno intrapreso, dal canto suo dimostra esaurientemente che molti hanno cominciato senza poter finire. Chi infatti si è sforzato di ripartire la materia, lo ha fatto secondo le sue forze, senza però riuscirvi. Invece i doni e la grazia di Dio si ottengono senza alcuno sforzo, e, quando vengono infusi, hanno l’effetto di irrigare l’ingegno dello scrittore, tanto che esso non scarseggi, ma abbondi rigogliosamente. Non si è sforzato Matteo, non si è sforzato Marco, non si è sforzato Giovanni, non si è sforzato Luca, ma provvisti dallo Spirito divino dell’abbondanza di tutto, parole e argomenti, terminarono senza alcuna fatica quanto avevano cominciato. Per questo dice giustamente: Perché molti hanno intrapreso a stendere una narrazione degli avvenimenti, che si sono compiuti tra noi, o anche che abbondano in noi.
Ora, ciò che abbonda non viene a mancare per nessuno e nessuno può dubitare di ciò che si è compiuto, poiché l’esito ne garantisce la verità, e le conseguenze la proclamano. Pertanto il Vangelo è compiuto, e abbonda in tutti i fedeli del mondo intero e irriga la mente, e fortifica il cuore di tutti. Perciò Luca fondato sulla roccia, come colui che ha attinto tutta la pienezza della fede e il sostegno della perseveranza, può dire giustamente ciò che in noi si è compiuto; infatti sia coloro che narrano le azioni salvifiche del Signore, sia coloro che considerano la sua vita mirabile, distinguono il vero dal falso non in base a segni e a prodigi, ma alla parola. Quando leggi di azioni superiori alle umani possibilità, c’è forse metodo più ragionevole che attribuirle alla natura superiore, e riferire invece alle debolezze del corpo assunto da Cristo ciò che leggi circa le azioni della sua natura mortale? In tal modo la nostra fede non si fonda su prodigi, ma su la parola e l’intelligenza.
E continua: Come ce li hanno trasmessi quelli che videro da principio e divennero ministri della Parola. ... Poiché si parla non di una parola pronunziata, ma della Parola sostanziale che si fece carne e ha dimorato fra noi, dobbiamo qui intendere non una qualsiasi, ma quella celeste Parola, a cui servirono gli apostoli. ...
Questo Vangelo è stato scritto per Teofilo, cioè per colui che Dio ama. Se ami Iddio, è stato scritto anche per te, e, se è stato scritto per te, prendi il regalo che l’evangelista ti fa. Conserva con cura il pegno dell’amico nel segreto del cuore, custodisci il buon deposito con l’aiuto dello Spirito Santo, che ci è stato dato, studialo frequentemente, interrogalo spesso. A un pegno devi serbarti anzitutto fedele, alla fedeltà deve seguire diligenza, perché tignola e ruggine non distruggano i pegni a te dati: può darsi infatti che si rovini ciò che ti è stato affidato. Il vangelo è un pegno che rende bene, bada però che tignola e ruggine non lo corrodono perfino nel tuo cuore. Lo corrode la tignola, se tu credi male quanto hai letto bene. ...
C’è anche una ruggine dell’anima, quando l’acutezza dell’intenzione religiosa si attutisce macchiandosi delle passioni mondane, oppure quando la trasparenza della fede viene intorbidata dalla nebbia dell’eresia. Ruggine dell’anima è la cura smodata del patrimonio, ruggine dell’anima è l’indolenza, ruggine dell’anima è l’arrivismo, se in queste cose si ripone ogni speranza della vita presente. Perciò, volgendoci alle cose di Dio, aguzziamo l’ingegno, manteniamo desto l’affetto, affinché possiamo conservare riposta nella guaina dell’animo nostro, sempre pronta e affilata, quella spada che il Signore ci comanda di comperare, vendendo il mantello. I soldati di Cristo, infatti, devono sempre avere a disposizione le armi spirituali, che da Dio hanno la potenza di debellare le fortezze, perché non avvenga che il condottiero dell’esercito celeste, alla sua venuta, disgustato dalla ruggine delle nostre armi, ci allontani dalle sue legioni.

(Dall’Esposizione del Vangelo secondo Luca I, 3-5. 12. 14)

S. Bruno di Segni

Gesù tornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Il Signore aveva predicato in Giudea e aveva mostrato con segni e miracoli la sua potenza e di là è tornato in Galilea. Ma come vi è tornato? Con la potenza dello Spirito. Sempre infatti il Figlio è nel Padre e il Padre è nel Figlio e lo Spirito Santo in entrambi. Benché dunque Gesù sempre fosse nella potenza dello Spirito Santo, sembrava agire così particolarmente quando dimostrava con la parola e l’opera la forza della sua potenza. Per cui aggiunge anche: Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi. Per questo infatti era magnificato, perché predicava con la potenza dello Spirito Santo.
E si recò a Nazaret, dove era stato allevato ed entrò secondo il suo solito, di sabato, nella sinagoga, e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia. A Nazaret era stato allevato ma non aveva studiato. Tuttavia si alzò a leggere, al fine di operare, leggendo, un miracolo per coloro tra i quali era stato allevato. Infatti non leggiamo che abbia mai fatto questo altrove. Se lo avesse fatto da un’altra parte, si sarebbe potuto pensare che aveva studiato presso un maestro. Ma non potevano supporre questo coloro che lo avevano conosciuto dall’infanzia e non lo avevano mai visto frequentare le scuole e non lo avevano mai udito leggere tanto ampiamente. Ma nota ciò che dice: Entrò secondo la sua consuetudine nella sinagoga. I cristiani infatti devono avere questa consuetudine di venire ogni giorno alla chiesa e ogni giorno di leggere loro stessi oppure, se non ne sono capaci, di ascoltare leggere gli altri.
E apertolo, trovò il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione ... Non si meravigliavano perché leggeva, se non forse per il fatto che non aveva studiato, ma perché esponeva mirabilmente ciò che leggeva. Le sue parole infatti erano piene di grazia e dolci per tutti ad ascoltarsi, secondo quanto sta scritto: Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo: sulle tue labbra è diffusa la grazia (Sal 44, 3). E ancora: Come sono dolci al mio palato le tue parole, più del miele alla mia bocca (Sal 118, 103). E non tanto la lettura in sé dava questa grazia e questa dolcezza, quanto la spiegazione della lettura.
Vediamo pertanto che cosa significa questa lettura del profeta Isaia, anzi del nostro Signore. Egli ha compreso che essa parlava di lui stesso e l’ha proclamata adempiuta in lui. Lo spirito del Signore – dice – è su di me. È lui infatti il fiore della radice di Iesse, sul quale riposa lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelletto, di consiglio e di fortezza, Spirito di scienza e di pietà, e Spirito di timore del Signore. È lui di cui è stato scritto: Hai amato la giustizia e odiato l’empietà: perciò ti ha unto Dio, il tuo Dio, con olio di letizia a preferenza dei tuoi compagni (Sal 44, 8). Conviene infatti e molto giova che sia eletto uno così, e sia eletto re colui che ha odiato l’iniquità e amato la giustizia. Dica pure dunque: Lo Spirito del Signore è su di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato ad annunziare ai poveri il lieto messaggio. Certo a quei poveri di cui è detto: Beati i poveri in spirito (Mt 5, 3). Un ricco venne da lui e, ascoltate le sue parole, se ne andò via triste perché aveva molti beni. Giustamente dunque il Signore predica non ai ricchi, ma ai poveri. E sana i contriti di cuore, perché facilmente la sua dottrina li soccorre. Di loro dice il Salmista: Un cuore contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, o Dio, tu non disprezzi (Sal 50, 19). Abbia dunque il cuore contrito chi desidera essere sanato da Dio. Predica anche la libertà ai prigionieri, non quella per cui siamo affrancati da Babilonia, ma quella per cui siamo liberati dai demoni. Predica anche la vista ai ciechi, privi della luce interiore. Di questa cecità certo parla l’Apostolo: Israele in parte è stato accecato (Rm 11, 25). Rimanda in libertà gli oppressi perché chiama al suo perdono, risanando lui stesso e rimettendo i peccati, coloro che il diavolo aveva ferito con i suoi colpi. Predica anche l’anno di grazia del Signore e il giorno della retribuzione dicendo: Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino (Mt 3, 2). E ancora: Molti profeti e re vollero vedere quello che voi vedete e non lo videro, e udire quello che voi udite e non lo udirono (Mt 8, 17). Di questo anno di grazia, di questo giorno di retribuzione l’Apostolo dice: Ecco il tempo favorevole, ecco ora il giorno della salvezza (1 Cor 6, 2).

(Dal Commento a Luca I, V, 15)

San Cirillo di Alessandria

Cristo, volendo restaurare il mondo e ricondurre tutti gli uomini al Padre, trasformare in meglio tutte le cose e rinnovare la faccia della terra, assunse la condizione di servo (cfr. Fil 2, 7) – egli Signore dell’universo – e annunziò la buona novella ai poveri, affermando che proprio per questo era stato mandato. Per poveri si possono intendere quelli che soffrono nella totale indigenza, ma anche, come dice la Scrittura, tutti quelli che non posseggono la speranza e che nel mondo sono privi di Dio.
Arrivati a Cristo dal paganesimo, arricchiti dalla fede in lui, hanno conseguito un tesoro divino venuto dal cielo, la predicazione del Vangelo della salvezza, resi partecipi in tal modo del regno dei cieli e consorti dei santi, eredi di quei beni che non si possono né immaginare, né domandare: cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo; queste ha preparato Dio per coloro che lo amano (1 Cor 2, 9).
O forse qui s’intende che ai poveri in spirito è stato donato nel Cristo abbondante ministero di carismi. Egli chiama coloro che hanno il cuore smarrito, e l’animo debole e fiacco, quelli che sono incapaci di resistere agli assalti delle tentazioni, talmente soggetti alle passioni da sembrarne schiavi. Ebbene proprio a questi egli promette guarigione e aiuto, così come ai ciechi dona la vista. Infatti quelli che adorano una creatura e dicono a un pezzo di legno: tu sei mio padre; e a una pietra: tu mi hai generato (Ger 2, 27) certo non hanno conosciuto Dio. Che cosa sono se non dei ciechi nel cuore, privi della luce divina per intendere? A costoro il Padre infonde la luce di una vera conoscenza di Dio.
Chiamati per mezzo della fede lo hanno conosciuto; anzi, più ancora sono stati conosciuti da Lui. Mentre erano figli della notte e delle tenebre, son diventati figli della luce. Il giorno è spuntato ad illuminarli, ed è sorto per loro il sole di giustizia; per loro si è levata lucente la stella del mattino.
Nulla ci vieta di applicare tutto questo anche ai fratelli venuti dal giudaismo. Anch’essi erano poveri, col cuore spezzato, come schiavi e nelle tenebre. Ma venne Cristo, e a Israele prima che agli altri si annunziò con le benefiche e fulgide manifestazioni della sua potenza, proclamò l’anno di misericordia del Signore e il giorno della salvezza. Anno della misericordia era quello in cui Cristo fu crocifisso per noi. Allora davvero noi siamo diventati cari a Dio Padre, e per mezzo di Cristo abbiamo dato frutto. Ce lo ha insegnato egli stesso: In verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; ma se invece muore produce molto frutto (Gv 12, 24). A coloro che piangevano su Sion venne offerta in Cristo la consolazione, e la gloria invece della cenere. Cessarono infatti di piangerla, e cominciarono a predicare e annunziare il vangelo della gioia.

(Dal Commento sul profeta Isaia 5, 5)


III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. ANNO C. Percorso esegetico

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La trasmissione fedele e ordinata del Vangelo,
attraverso la predicazione apostolica,
è la via per conoscere
la solidità degli insegnamenti ricevuti nella Chiesa
e rimanere così saldi nella fede in Cristo.


Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 17
Le parole che hai dato a me io le ho date a loro. ... Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me. (vv. 8a. 20)

Dal vangelo secondo Matteo, cap. 5, 13-19
Non passerà neppure un iota o un segno della legge, senza che tutto sia compiuto. (v. 18b)

Dal vangelo secondo Matteo, cap. 7, 24-27
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. (v. 24)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 15, 4-19
Ora, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza. (v. 4)

Dalla prima lettera di S. Paolo apostolo ai Corinzi, cap. 15, 1-11
Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. (vv. 1-2)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Colossesi, cap. 2, 1-8
Camminate dunque nel Signore Gesù Cristo, come l’avete ricevuto, ben radicati e fondati in lui, saldi nella fede come vi è stato insegnato, abbondando nell’azione di grazie. (vv. 6-7)

Dalla prima lettera di S. Paolo apostolo a Timoteo, cap. 4
Vigila su te stesso e sul tuo insegnamento e sii perseverante: così facendo salverai te stesso e coloro che ti ascoltano. (v. 16)

Dalla seconda lettera di S. Paolo apostolo a Timoteo, cap. 3, 1-4, 5
Tu però rimani saldo in quello che hai imparato e di cui sei convinto, sapendo da chi l’hai appreso e che fin dall’infanzia conosci le sacre Scritture. (vv. 14-15a)

Dalla prima lettera di S. Giovanni apostolo, cap. 1, 1-4
Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. (v. 3a)

Dal libro del Deuteronomio, cap. 6, 1-13
Questi precetti che oggi ti do, ti siano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli. (vv. 6-7a)


La potenza dello Spirito Santo
con cui il Padre ha unto Gesù,
rende il suo insegnamento capace di trasformare
il cuore e la mente
aprendoli alla conoscenza del Dio vero.


Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 7, 37-52
Risposero le guardie: "Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!". (v. 46)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 14, 15-26
Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa. (v. 26a)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 16, 5-15
Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera. (v. 13a)

Dal vangelo secondo Marco, cap. 1, 14-28
Erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. (v. 22)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 8, 22-25
Chi ... è costui che dà ordini ai venti e all’acqua e gli obbediscono? (v. 25b)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 24, 13-49
Aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture. (v. 45)

Dagli Atti degli Apostoli, cap. 10, 34- 43
Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. (v. 38)

Dalla prima lettera di S. Paolo apostolo ai Corinzi, cap. 2, 10-16
Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. (v. 12)

Dalla prima lettera di S. Giovanni apostolo, cap. 5, 18-21
Sappiamo che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio. (v. 20)

Dal libro del profeta Isaia, cap. 11, 1-9
Su di lui si poserà lo spirito del Signore, ... spirito di conoscenza e di timore del Signore. (v. 2)


La potenza dell’insegnamento di Cristo
si manifesta pienamente nell’assemblea liturgica,
dove i credenti sono raccolti insieme
nel nome del Signore.


Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 20, 19-31
La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". (v. 19)

Dal vangelo secondo Matteo, cap. 18, 15-20
Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro. (v. 20)

Dagli Atti degli Apostoli, cap. 2, 1-11
Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. (v. 1)

Dagli Atti degli Apostoli, cap. 2, 42-48
Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa. (v. 46a)

Dalla lettera agli Ebrei, cap. 10, 19-39
Cerchiamo anche di stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone, senza disertare le nostre riunioni, come alcuni hanno l’abitudine di fare, ma invece esortandoci a vicenda. (vv. 24-25a)

Salmo 122 (121)
Là salgono insieme le tribù, le tribù del Signore, ... secondo la legge di Israele, per lodare il nome del Signore. Là sono posti i seggi del giudizio. (vv. 4-5a)

Salmo 133 (132)
Là il Signore dona la benedizione e la vita per sempre. (v. 3b)

Dal libro del Siracide, cap. 50, 1-21
Allora, scendendo, egli alzava le mani su tutta l’assemblea dei figli di Israele per dare con le sue labbra la benedizione del Signore, gloriandosi del nome di lui. (v. 20)

Dal libro del Deuteronomio, cap. 4, 9-20
Il Signore mi disse: "Radunami il popolo e io farò loro udire le mie parole". (v. 10)

Dal libro del profeta Neemia, cap. 8
Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutto il popolo; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. (v. 5)


Le parole dei profeti
rivelano la missione di Cristo:
Egli è il servo del Padre mandato nel mondo
a portare la sua parola di salvezza.


Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 12, 12-19
Quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che questo era stato scritto di lui e questo gli avevano fatto. (v. 16b)

Dal vangelo secondo Matteo, cap. 2, 13-23
[Giuseppe] andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: "Sarà chiamato Nazareno". (v. 23)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 19, 1-10
Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto. (vv. 9-10)

Dagli Atti degli Apostoli, cap. 3, 11-26
Mosè infatti disse: Il Signore vostro Dio vi farà sorgere un profeta come me in mezzo ai vostri fratelli; voi lo ascolterete in tutto quello che egli vi dirà. (v. 22)

Dalla seconda lettera di S. Pietro apostolo, cap. 1, 16-21
E così abbiamo conferma migliore della parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione. (v. 19a)

Salmo 22 (21)
Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all’assemblea. (v. 23)

Salmo 40 (39)
Allora dissi: "Ecco, io vengo. Sul rotolo del libro di me è scritto, che io faccia il tuo volere". (vv. 8-9a)

Dal libro del profeta Isaia, cap. 49, 1-7
È troppo poco che tu sia mio servo ... io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra. (v. 6)

Dal libro del profeta Isaia, cap. 50
Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati, perché io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola. (v. 4a)

Dal libro del profeta Isaia, cap. 61
Lo Spirito del Signore Dio è su di me ... mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri. (v. 1a)


La salvezza che il Padre ci dona per mezzo di Gesù,
è la ricchezza della sua grazia
di cui sono riempiti i cuori
liberati dall’oppressione del peccato.


Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 1, 1-18
La legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. (v. 17)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 8, 1-11
E Gesù le disse: "Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più". (v. 11b)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 1, 67-79
E tu, bambino, ... andrai innanzi al Signore... per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati, grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio. (vv. 76-78a)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 5, 17-26
Veduta la loro fede, [Gesù] disse: "Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi". (v. 20)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 3, 21-26
Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. (vv. 23-24)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo agli Efesini, cap. 2
Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. (vv. 4-5)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Colossesi, cap. 1, 9-23
[Il Padre] ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto. (v. 13)

Dalla lettera agli Ebrei, cap. 4, 14-5,10
Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno. (v. 16)

Salmo 136 (135)
Nella nostra umiliazione si è ricordato di noi: perché eterna è la sua misericordia. (v. 23)

Dal libro del profeta Isaia, cap. 42, 1-9
Ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre. (vv. 6b-7)


La salvezza di Dio entra nella storia degli uomini
ogni volta che i credenti tengono fisso lo sguardo su Gesù,
lasciandosi giudicare e salvare dalla sua parola.


Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 3, 14-21
E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. (vv. 14-15)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 12, 37-50
Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno. (v. 48)

Dagli Atti degli Apostoli, cap. 3, 1-10
Pietro fissò lo sguardo sopra di lui insieme a Giovanni e disse: "Guarda verso di noi". (v. 4)

Dalla prima lettera di S. Paolo apostolo ai Corinzi, cap. 1, 17-31
È piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. (v. 21b)

Dalla lettera agli Ebrei, cap. 3, 1-4, 16
Perciò, fratelli santi, partecipi di una vocazione celeste, fissate bene lo sguardo in Gesù, l’apostolo e sommo sacerdote della fede che noi professiamo. (v. 3, 1)

Dalla lettera agli Ebrei, cap. 12
Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. (vv. 1b-2a)

Dalla lettera di S. Giacomo apostolo, cap. 1, 16-27
Accogliete con docilità la parola che è stata seminata in voi e che può salvare le vostre anime. (v. 21b)

Salmo 34 (33)
Guardate a lui e sarete raggianti, non saranno confusi i vostri volti. (v. 6)

Dal libro del profeta Michea, cap. 7, 1-7
Io volgo lo sguardo al Signore, spero nel Dio della mia salvezza. (v. 7a)