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Ratzinger - Benedetto XVI. Pasqua, riconoscere l’azione vivificatrice di Cristo risorto negli eventi della storia e della propria vita quotidiana




CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Cari fratelli e sorelle!

"Et resurrexit tertia die secundum Scripturas – il terzo giorno è risuscitato secondo le Scritture".

Ogni domenica, con il Credo, rinnoviamo la nostra professione di fede nella risurrezione di Cristo, evento sorprendente che costituisce la chiave di volta del cristianesimo. Nella Chiesa tutto si comprende a partire da questo grande mistero, che ha cambiato il corso della storia e che si rende attuale in ogni celebrazione eucaristica.

Esiste però un tempo liturgico in cui questa realtà centrale della fede cristiana, nella sua ricchezza dottrinale e inesauribile vitalità, viene proposta ai fedeli in modo più intenso, perché sempre più la riscoprano e più fedelmente la vivano: è il tempo pasquale. Ogni anno, nel "Santissimo Triduo del Cristo crocifisso, morto e risorto", come lo chiama sant’Agostino, la Chiesa ripercorre, in un clima di preghiera e di penitenza, le tappe conclusive della vita terrena di Gesù: la sua condanna a morte, la salita al Calvario portando la croce, il suo sacrificio per la nostra salvezza, la sua deposizione nel sepolcro. Il "terzo giorno", poi, la Chiesa rivive la sua risurrezione: è la Pasqua, passaggio di Gesù dalla morte alla vita, in cui si compiono in pienezza le antiche profezie. Tutta la liturgia del tempo pasquale canta la certezza e la gioia della risurrezione del Cristo.

Cari fratelli e sorelle, dobbiamo costantemente rinnovare la nostra adesione al Cristo morto e risorto per noi: la sua Pasqua è anche la nostra Pasqua, perché nel Cristo risorto ci è data la certezza della nostra risurrezione. La notizia della sua risurrezione dai morti non invecchia e Gesù è sempre vivo; e vivo è il suo Vangelo.

"La fede dei cristiani – osserva sant’Agostino – è la risurrezione di Cristo". Gli Atti degli Apostoli lo spiegano chiaramente: "Dio ha dato a tutti gli uomini una prova sicura su Gesù risuscitandolo da morte" (17,31). Non era infatti sufficiente la morte per dimostrare che Gesù è veramente il Figlio di Dio, l’atteso Messia. Nel corso della storia quanti hanno consacrato la loro vita a una causa ritenuta giusta e sono morti! E morti sono rimasti. La morte del Signore dimostra l’immenso amore con cui Egli ci ha amati sino a sacrificarsi per noi; ma solo la sua risurrezione è "prova sicura", è certezza che quanto Egli afferma è verità che vale anche per noi, per tutti i tempi. Risuscitandolo, il Padre lo ha glorificato. San Paolo così scrive nella Lettera ai Romani: "Se confesserai con la bocca che Gesù è il Signore e crederai con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti sarai salvo" (10,9).

E’ importante ribadire questa verità fondamentale della nostra fede, la cui verità storica è ampiamente documentata, anche se oggi, come in passato, non manca chi in modi diversi la pone in dubbio o addirittura la nega. L’affievolirsi della fede nella risurrezione di Gesù rende di conseguenza debole la testimonianza dei credenti. Se infatti viene meno nella Chiesa la fede nella risurrezione, tutto si ferma, tutto si sfalda. Al contrario, l’adesione del cuore e della mente a Cristo morto e risuscitato cambia la vita e illumina l’intera esistenza delle persone e dei popoli.

Non è forse la certezza che Cristo è risorto a imprimere coraggio, audacia profetica e perseveranza ai martiri di ogni epoca? Non è l’incontro con Gesù vivo a convertire e ad affascinare tanti uomini e donne, che fin dagli inizi del cristianesimo continuano a lasciare tutto per seguirlo e mettere la propria vita a servizio del Vangelo? "Se Cristo non è risuscitato, diceva l’apostolo Paolo, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede" (1 Cor 15, 14). Ma è risuscitato!

L’annuncio che in questi giorni riascoltiamo costantemente è proprio questo: Gesù è risorto, è il Vivente e noi lo possiamo incontrare. Come lo incontrarono le donne che, al mattino del terzo giorno, il giorno dopo il sabato, si erano recate al sepolcro; come lo incontrarono i discepoli, sorpresi e sconvolti da quanto avevano riferito loro le donne; come lo incontrarono tanti altri testimoni nei giorni che seguirono la sua risurrezione. E, anche dopo la sua Ascensione, Gesù ha continuato a restare presente tra i suoi amici come del resto aveva promesso: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28,20).

Il Signore è con noi, con la sua Chiesa, fino alla fine dei tempi. Illuminati dallo Spirito Santo, i membri della Chiesa primitiva hanno incominciato a proclamare l’annuncio pasquale apertamente e senza paura. E quest’annuncio, tramandatosi di generazione in generazione, è giunto sino a noi e risuona ogni anno a Pasqua con potenza sempre nuova.

Specialmente in quest’Ottava di Pasqua la liturgia ci invita ad incontrare personalmente il Risorto e a riconoscerne l’azione vivificatrice negli eventi della storia e del nostro vivere quotidiano. Oggi mercoledì, ad esempio, ci viene riproposto l’episodio commovente dei due discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35).

Dopo la crocifissione di Gesù, immersi nella tristezza e nella delusione, essi facevano ritorno a casa sconsolati. Durante il cammino discorrevano tra loro di ciò che era accaduto in quei giorni a Gerusalemme; fu allora che Gesù si avvicinò, si mise a discorrere con loro e ad ammaestrarli: "Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti… Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?" (Lc 24,25 -26). Cominciando poi da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.

L’insegnamento di Cristo – la spiegazione delle profezie – fu per i discepoli di Emmaus come una rivelazione inaspettata, luminosa e confortante. Gesù dava una nuova chiave di lettura della Bibbia e tutto appariva adesso chiaro, orientato proprio verso questo momento. Conquistati dalle parole dello sconosciuto viandante, gli chiesero di fermarsi a cena con loro. Ed Egli accettò e si mise a tavola con loro. Riferisce l’evangelista Luca: "Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro" (Lc 24,29-30). E fu proprio in quel momento che si aprirono gli occhi dei due discepoli e lo riconobbero, "ma lui sparì dallo loro vista" (Lc 24,31). Ed essi, pieni di stupore e di gioia, commentarono: "Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?" (Lc 24,32).

In tutto l’anno liturgico, particolarmente nella Settimana Santa e nella Settimana di Pasqua, il Signore è in cammino con noi e ci spiega le Scritture, ci fa capire questo mistero: tutto parla di Lui. E questo dovrebbe far ardere anche i nostri cuori, così che possano aprirsi anche i nostri occhi. Il Signore è con noi, ci mostra la vera via. Come i due discepoli riconobbero Gesù nello spezzare il pane, così oggi, nello spezzare il pane, anche noi riconosciamo la sua presenza.

I discepoli di Emmaus lo riconobbero e si ricordarono dei momenti in cui Gesù aveva spezzato il pane. E questo spezzare il pane ci fa pensare proprio alla prima Eucaristia celebrata nel contesto dell’Ultima Cena, dove Gesù spezzò il pane e così anticipò la sua morte e la sua risurrezione, dando se stesso ai discepoli. Gesù spezza il pane anche con noi e per noi, si fa presente con noi nella Santa Eucaristia, ci dona se stesso e apre i nostri cuori.

Nella Santa Eucaristia, nell’incontro con la sua Parola, possiamo anche noi incontrare e conoscere Gesù, in questa duplice Mensa della Parola e del Pane e del Vino consacrati. Ogni domenica la comunità rivive così la Pasqua del Signore e raccoglie dal Salvatore il suo testamento di amore e di servizio fraterno. Cari fratelli e sorelle, la gioia di questi giorni renda ancor più salda la nostra fedele adesione a Cristo crocifisso e risorto. Soprattutto, lasciamoci conquistare dal fascino della sua risurrezione. Ci aiuti Maria ad essere messaggeri della luce e della gioia della Pasqua per tanti nostri fratelli. Ancora a tutti voi cordiali auguri di Buona Pasqua.

Giovanni Paolo II:






L’amore misericordioso di Dio si rivela pienamente e definitivamente nel Mistero pasquale.


Salmo 135

Meditazione sul tempo pasquale appena iniziato

1. In questi giorni dell’Ottava di Pasqua è grande l’esultanza della Chiesa per la risurrezione di Cristo. Dopo aver subito la passione e la morte in croce, Egli è ora vivo per sempre e la morte non ha più alcun potere su di Lui.

Dalla

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comunità dei fedeli, in ogni parte del mondo, si innalza al cielo un cantico di lode e di ringraziamento a Colui che ha liberato l’uomo dalla schiavitù del male e del peccato mediante la redenzione operata dal Verbo incarnato. È quanto esprime il Salmo 135 poc’anzi proclamato, che costituisce uno splendido inno alla bontà del Signore. L’amore misericordioso di Dio si rivela pienamente e definitivamente nel Mistero pasquale.

2. Dopo la sua risurrezione, il Signore appare più volte ai discepoli e a più riprese li incontra. Gli Evangelisti riferiscono diversi episodi dai quali traspare lo stupore e la gioia dei testimoni di così prodigiosi eventi. Giovanni, in particolare, pone in evidenza le prime parole rivolte dal Maestro risorto ai discepoli.

"Pace a voi", Egli dice entrando nel Cenacolo, e ripete questo saluto per ben tre volte (cfr Gv 20,19.21.26). Possiamo dire che quest’espressione "pace a voi", in ebraico shalom, contiene e sintetizza, in un certo modo, tutto il messaggio pasquale. La pace è il dono offerto agli uomini dal Signore risorto ed è il frutto della vita nuova inaugurata dalla sua risurrezione.

La pace, pertanto, si identifica come "novità" immessa nella storia dalla Pasqua di Cristo. Essa nasce da un profondo rinnovamento del cuore dell’uomo. Non è dunque il risultato di sforzi umani né può essere raggiunta soltanto grazie ad accordi fra persone e istituzioni. È piuttosto un dono da accogliere con generosità, da custodire con cura, e da far fruttificare con maturità e con responsabilità. Per quanto travagliate siano le situazioni e forti le tensioni e i conflitti, nulla può resistere all’efficace rinnovamento portato dal Cristo risorto. È Lui la nostra pace. Come leggiamo nella Lettera di san Paolo agli Efesini, Egli con la sua Croce ha abbattuto l’inimicizia "per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace" (2,15).

3. L’Ottava di Pasqua, pervasa di luce e di gioia, si concluderà domenica prossima con la domenica in Albis, chiamata anche domenica della "Divina Misericordia". Di questa misericordia di Dio, "che si muove a pietà dei suoi servi" (Sal 135,14), la Pasqua è manifestazione perfetta.

Con la morte in Croce, Cristo ci ha riconciliato con Dio e ha posto le basi nel mondo di una fraterna convivenza fra tutti. In Cristo l’essere umano fragile e anelante alla felicità è stato riscattato dalla schiavitù del Maligno e della morte, che genera tristezza e dolore. Il sangue del Redentore ha lavato i nostri peccati. Abbiamo così sperimentato la potenza rinnovatrice del suo perdono. La misericordia divina apre il cuore al perdono verso i fratelli, ed è con il perdono offerto e ricevuto che si costruisce la pace nelle famiglie e in ogni altro ambiente di vita.

Rinnovo volentieri i miei più cordiali auguri pasquali a tutti voi, mentre vi affido insieme alle vostre famiglie e alle vostre comunità alla celeste protezione di Maria, Madre della Misericordia e Regina della Pace.


SABATO SANTO, VEGLIA PASQUALE, DOMENICA DI PASQUA (anno A)



http://www.30giorni.it/foto/1175165383511.jpg


Surrexit Dominus de sepulchro qui pro nobis pependit in ligno.
Christus Resurrexit sicut dixit. Alleluia!

Christos Anesti! Alithos Anesti!


Una pietra, un "perchè?" e uno sguardo più forte della morte

Una tomba. Un corpo esanime, colpito, deturpato, perdute anche le sembianze umane. Un corpo schiacciato da ogni peccato - proviamo a contarli... - di ogni uomo, dall'inizio alla fine del mondo. Un cadavere, trafitto, tradito. Una morte ingiusta, una sentenza iniqua, l'ingiustizia trionfante. Una tomba, simulacro d'ogni nostra tomba, d'ogni ingiustizia, quelle che abbiamo subito, quelle che abbiamo inferto. Una tomba, e una pietra dove s'infrangono speranze, desideri, progetti. Una pietra a spegnere la vita. E la domanda, il sibilo sinistro del dubbio, dell'angoscia, dello struggimento. Perchè? E' la parola che bussa, prepotente, alle soglie di questa Notte, la Notte delle Notti. Scartabelliamo i ricordi, frughiamo tra le possibilità, cerchiamo risposte umane e divine e ci ritroviamo al punto di partenza. Non v'è risposta. La morte, qualunque morte, non ha risposta. In quel corpo senza vita ci sembrano riunirsi tutte le angoscie, tutti i fallimenti, tutte le paure, tutte le morti di questo mondo. Soprattutto, come in uno specchio, incontriamo i nostri cuori aggrappati alla vita eppure gravidi di terrore. Gli errori, i peccati, le distrazioni, la superficialità, le fughe.

E' Sabato Santo oggi, e la Chiesa tace. Per l'unico giorno dell'anno. E' il silenzio del sepolcro. Il nostro silenzio, attonito e stordito. Siamo proni oggi, dinnanzi ad una lapide. Stanchi anche di cercar risposte, stanchi forse, anche di sperare. Siamo, oggi, sepolti anche noi nella terra, in questo mondo che ha voltato le spalle a Dio. Ne gustiamo l'amarezza, il vuoto terribile d'una tomba oscura, chiusa dietro ad una pietra.
Siamo qui, in ginocchio. Nulla possiamo fare, nulla possiamo dire, se non uno sguardo interrogante a fissare quella pietra. Pesante. Massiccia. Irremovibile.

Ma nel silenzio ecco risuonarci un'altra domanda, come un grido a spezzare le sbarre della disperazione. "Chi ci rotolerà la pietra?". Un briciolo di speranza, un granello sfuggito alla devastazione della morte. Siamo distrutti, provati, senza forza alcuna. Eppure quella pietra sembra fissarci, e sfidarci.

E' lungo questo sabato, per alcuni dura una vita. E' stretto e angusto, e ci accorgiamo, nel silenzio e nell'angoscia, che non è per questo sabato che siamo venuti al mondo. Per lo meno, non solo per questo sabato. Il "perchè?" ripetuto all'infinito ci sgorga da dentro, sbatte sulla pietra e ci rimbalza contro. Qualcosa non quadra.
L'amore, le nozze, lo studio, il lavoro, i giochi, le vacanze, gli amici, le gravidanze, i parti, le gioie e i dolori che percorrono le nostre vite non riescono proprio ad adeguarsi a questo sabato. No, non può essere definitivo.

Sì, ora sembra guardarci quella pietra, sembra chiamarci. Gli occhi umidi e stanchi di troppe lacrime non possono sbagliarsi.
Ci attira, ci seduce, ci desidera. E' una pietra, ma sembra viva, ora.
Albeggia, guardiamo in su, ed è apparsa la stella del mattino. Allora, sta scivolando via questo sabato! Allora era vero, non siamo nati per spegnerci in una notte.

C'è una luce strana ora, mai vista. Fissiamo meglio, e la pietra dov'è? Ma sì, certo che era viva, s'è mossa infatti, rotolata via. E la tomba è spalancata, luminosa. Ci accostiamo, è vuota. Le bende, il sudario, gli abiti della morte son lì, ripiegati, come una pagina del passato, ma lui, Lui, e tutti noi sepolti nella tristezza e nell'angoscia, dove siamo? Dov'è Lui? Dov'è la morte?

Una voce, qualcuno, qualcosa ci sussurra parole strane. "Non è qui, è risorto! Andate in Galilea, là lo vedrete!". Che vuol dire tutto questo, che significa? Sorpresi, stonati come pugili al tappeto, una gioia straripante mista a dubbi ci tempestano il cuore, e quella domanda che ritorna prepotente, quel "perchè?" che neanche ora ci abbandona.

Ma quelle parole, "E' risorto! Non è qui!", ci hanno sconvolto, afferrato, e non ci lasciano. Che fare ora che il sabato è volato via, che questa luce infinita ci avvolge e ci sospinge. "In Galilea!". Ecco che fare, andare in Galilea. E dov'è la Galilea, e che cos'è la Galilea? Ma sì, certo, è lì dove Lui ci ha incontrati. E' lì dove è venuto a cercarci. Dove ci ha perdonati, chiamati, amati. E' la nostra vita, la nostra povera storia di tutti i giorni, di tutte le ore. E' esattamente il luogo dove ci ha sorpreso la morte, dove avevamo smarrito speranze e risposte.

La Galilea è lì dove il "perchè?" non ha smesso un secondo di risuonarci dentro. In Galilea è la risposta. La Galilea è dove Cristo, risuscitato e vittorioso sulla morte e sul peccato, ci ha dato appuntamento.

La risposta è Lui dunque, una persona viva. Un amore vivo. La risposta, l'unica, che non appartiene a nessun criterio, a nessuna intelligenza, la risposta nascosta perfino agli angeli, è uno sguardo d'amore e di compassione. Lo sguardo di Cristo risuscitato dai morti che colma ogni vuoto, lenisce ogni ferita, asciuga ogni lacrima. Lo sguardo di Cristo che attraversa spazio e tempo e incontra, in questa Pasqua, il nostro sguardo impaurito, proprio dove siamo.

La risposta non è una risposta, è Cristo. La risposta si guarda, molto prima di pensarla e capirla. E' in questa notte, è per gli occhi di chi, dopo averne tanto sentito parlare di Lui, finalmente lo guardano. Lo fissano. E ne restano trafitti. La risposta è sperimentare, oggi, e ogni istante, il suo amore infinito, l'unico capace di rotolare la pietra del dolore e cancellare, dal cuore, il "perchè?" che ci uccide. Il Suo amore, misterioso, eppure così vero, reale, concreto. Infinito, eterno. Il Suo amore, la Vita eterna per la quale siamo nati.

Che Dio ci conceda l'incontro con questo amore, in questa Notte Santa. Buona Pasqua.



GIOVEDI'' SANTO

VENERDI'' SANTO



SABATO SANTO


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A. Elberti. E' la Pasqua del Signore Sabato Santo

J. Ratzinger. L''angoscia di un'' assenza. Meditazioni sul Sabato santo
Don Divo Barsotti. Meditazioni sul Sabato Santo
V. Messori. Sgomento, il Sepolcro è chiuso. Ma resta la fede della Madre
Sabato Santo. Meditazioni di Hamon-Bertola



VEGLIA PASQUALE


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A .Elberti. E' la Pasqua del Signore. Veglia Pasquale

J. Ratzinger. Il mistero della notte di Pasqua

D. Fabio Rosini. Commento al Vangelo della Veglia Pasquale, anno A

Von Rad. L'Esodo

J Jeremias La Pasqua

S Fausti. Commento al Vangelo della Risurrezione di Matteo

Gnilka La Resurrezione nel Vangelo secondo Matteo

Isacco: la ’Aqedah

Ratzinger - Benedetto XVI. La sua Croce spalanca le porte della morte, le porte irrevocabili.
Omelia nella Veglia Pasquale

J. Ratzinger. La fede nella Risurrezione

Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua

Il Mistero nella dipinta croce

Per contemplare la Veglia Pasquale. Gli Exultet di Bari e Troia

La Pasqua dell''ebreo Gesù

Banchetto Pasquale e antiche anafore cristiane

La pasqua dei primi secoli

I giorni della Pasqua

Tutti i passi della storia varcano il sepolcro vuoto

Don Giussani: Cristo contro il nulla



DOMENICA DI PASQUA


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Cantalamessa, Omelia Domenica di Pasqua, anno A. Non si è cristiani se non si crede che Gesù è risorto

J Jeremias La Pasqua

Ratzinger - Benedetto XVI. Meditazione sulla La Pasqua

Tutti i passi della storia varcano il sepolcro vuoto

Meditazione di Don Divo Barsotti sulla Pasqua

Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua

J. Galot. Il sepolcro vuoto: Da piccoli indizi, lo stupore della fede

LA TOMBA VUOTA E LA SINDONE DI TORINO

Presenza di Maria nel mistero pasquale

tomba vuota e panni sepolcrali

Padre Raniero Cantalamessa. La storicità della risurrezione di Cristo

Sant''Agostino. "Fides christianorum resurrectio Christi est"

Marc Chagall. Il mistero della Pasqua

A. Socci. Ipotesi su Gesù e la sua resurrezione.

Don Giussani: Cristo contro il nulla



MISTERO PASQUALE


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Paolo VI. Il Mistero Pasquale

H. U. Von Balthasar. Mysterium Paschale. La Consegna
J. Ratzinger. La fede nella Risurrezione
J Jeremias La Pasqua
Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua
La pasqua dei primi secoli
Sant''Agostino. "Fides christianorum resurrectio Christi est"
Catechesi di Giovanni Paolo II sulla Resurrezione
Meditazione di Don Divo Barsotti sulla Pasqua
Ignace DE LA POTTERIE. Testi sulla Risurrezione di Gesù in Giovanni
La Pasqua dell''ebreo Gesù
LA CROCE E IL CROCIFISSO. Uno studio da meditare

I giorni della Pasqua



ESEGESI

Gnilka La Resurrezione nel Vangelo secondo MatteoIgnace DE LA POTTERIE. Testi sulla Risurrezione di Gesù in Giovanni



TEOLOGIA

J. Galot. Il sepolcro vuoto: Da piccoli indizi, lo stupore della fede
Catechesi di Giovanni Paolo II sulla Resurrezione
J. Ratzinger. La fede nella Risurrezione



EUCARESTIA

Mons. Rino Fisichella. L''eucaristia memoria del mistero pasquale
Sofia Cavalletti. Banchetto pasquale e ultima cena
Banchetto Pasquale e antiche anafore cristiane
La Pasqua dell''ebreo Gesù



RADICI NELL''EBRAISMO

La Pasqua ebraica 1
La Pasqua ebraica 2
Sofia Cavalletti. Banchetto pasquale e ultima cena
La Pasqua dell''ebreo Gesù

J. Ratzinger. Il mistero della notte di Pasqua




PDF J. Ratzinger. Il mistero della notte di Pasqua




SABATO SANTO, VEGLIA PASQUALE, DOMENICA DI PASQUA (anno A)




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Surrexit Dominus de sepulchro qui pro nobis pependit in ligno.
Christus Resurrexit sicut dixit. Alleluia!

Christos Anesti! Alithos Anesti!


Una pietra, un "perchè?" e uno sguardo più forte della morte

Una tomba. Un corpo esanime, colpito, deturpato, perdute anche le sembianze umane. Un corpo schiacciato da ogni peccato - proviamo a contarli... - di ogni uomo, dall'inizio alla fine del mondo. Un cadavere, trafitto, tradito. Una morte ingiusta, una sentenza iniqua, l'ingiustizia trionfante. Una tomba, simulacro d'ogni nostra tomba, d'ogni ingiustizia, quelle che abbiamo subito, quelle che abbiamo inferto. Una tomba, e una pietra dove s'infrangono speranze, desideri, progetti. Una pietra a spegnere la vita. E la domanda, il sibilo sinistro del dubbio, dell'angoscia, dello struggimento. Perchè? E' la parola che bussa, prepotente, alle soglie di questa Notte, la Notte delle Notti. Scartabelliamo i ricordi, frughiamo tra le possibilità, cerchiamo risposte umane e divine e ci ritroviamo al punto di partenza. Non v'è risposta. La morte, qualunque morte, non ha risposta. In quel corpo senza vita ci sembrano riunirsi tutte le angoscie, tutti i fallimenti, tutte le paure, tutte le morti di questo mondo. Soprattutto, come in uno specchio, incontriamo i nostri cuori aggrappati alla vita eppure gravidi di terrore. Gli errori, i peccati, le distrazioni, la superficialità, le fughe.

E' Sabato Santo oggi, e la Chiesa tace. Per l'unico giorno dell'anno. E' il silenzio del sepolcro. Il nostro silenzio, attonito e stordito. Siamo proni oggi, dinnanzi ad una lapide. Stanchi anche di cercar risposte, stanchi forse, anche di sperare. Siamo, oggi, sepolti anche noi nella terra, in questo mondo che ha voltato le spalle a Dio. Ne gustiamo l'amarezza, il vuoto terribile d'una tomba oscura, chiusa dietro ad una pietra.
Siamo qui, in ginocchio. Nulla possiamo fare, nulla possiamo dire, se non uno sguardo interrogante a fissare quella pietra. Pesante. Massiccia. Irremovibile.

Ma nel silenzio ecco risuonarci un'altra domanda, come un grido a spezzare le sbarre della disperazione. "Chi ci rotolerà la pietra?". Un briciolo di speranza, un granello sfuggito alla devastazione della morte. Siamo distrutti, provati, senza forza alcuna. Eppure quella pietra sembra fissarci, e sfidarci.

E' lungo questo sabato, per alcuni dura una vita. E' stretto e angusto, e ci accorgiamo, nel silenzio e nell'angoscia, che non è per questo sabato che siamo venuti al mondo. Per lo meno, non solo per questo sabato. Il "perchè?" ripetuto all'infinito ci sgorga da dentro, sbatte sulla pietra e ci rimbalza contro. Qualcosa non quadra.
L'amore, le nozze, lo studio, il lavoro, i giochi, le vacanze, gli amici, le gravidanze, i parti, le gioie e i dolori che percorrono le nostre vite non riescono proprio ad adeguarsi a questo sabato. No, non può essere definitivo.

Sì, ora sembra guardarci quella pietra, sembra chiamarci. Gli occhi umidi e stanchi di troppe lacrime non possono sbagliarsi.
Ci attira, ci seduce, ci desidera. E' una pietra, ma sembra viva, ora.
Albeggia, guardiamo in su, ed è apparsa la stella del mattino. Allora, sta scivolando via questo sabato! Allora era vero, non siamo nati per spegnerci in una notte.

C'è una luce strana ora, mai vista. Fissiamo meglio, e la pietra dov'è? Ma sì, certo che era viva, s'è mossa infatti, rotolata via. E la tomba è spalancata, luminosa. Ci accostiamo, è vuota. Le bende, il sudario, gli abiti della morte son lì, ripiegati, come una pagina del passato, ma lui, Lui, e tutti noi sepolti nella tristezza e nell'angoscia, dove siamo? Dov'è Lui? Dov'è la morte?

Una voce, qualcuno, qualcosa ci sussurra parole strane. "Non è qui, è risorto! Andate in Galilea, là lo vedrete!". Che vuol dire tutto questo, che significa? Sorpresi, stonati come pugili al tappeto, una gioia straripante mista a dubbi ci tempestano il cuore, e quella domanda che ritorna prepotente, quel "perchè?" che neanche ora ci abbandona.

Ma quelle parole, "E' risorto! Non è qui!", ci hanno sconvolto, afferrato, e non ci lasciano. Che fare ora che il sabato è volato via, che questa luce infinita ci avvolge e ci sospinge. "In Galilea!". Ecco che fare, andare in Galilea. E dov'è la Galilea, e che cos'è la Galilea? Ma sì, certo, è lì dove Lui ci ha incontrati. E' lì dove è venuto a cercarci. Dove ci ha perdonati, chiamati, amati. E' la nostra vita, la nostra povera storia di tutti i giorni, di tutte le ore. E' esattamente il luogo dove ci ha sorpreso la morte, dove avevamo smarrito speranze e risposte.

La Galilea è lì dove il "perchè?" non ha smesso un secondo di risuonarci dentro. In Galilea è la risposta. La Galilea è dove Cristo, risuscitato e vittorioso sulla morte e sul peccato, ci ha dato appuntamento.

La risposta è Lui dunque, una persona viva. Un amore vivo. La risposta, l'unica, che non appartiene a nessun criterio, a nessuna intelligenza, la risposta nascosta perfino agli angeli, è uno sguardo d'amore e di compassione. Lo sguardo di Cristo risuscitato dai morti che colma ogni vuoto, lenisce ogni ferita, asciuga ogni lacrima. Lo sguardo di Cristo che attraversa spazio e tempo e incontra, in questa Pasqua, il nostro sguardo impaurito, proprio dove siamo.

La risposta non è una risposta, è Cristo. La risposta si guarda, molto prima di pensarla e capirla. E' in questa notte, è per gli occhi di chi, dopo averne tanto sentito parlare di Lui, finalmente lo guardano. Lo fissano. E ne restano trafitti. La risposta è sperimentare, oggi, e ogni istante, il suo amore infinito, l'unico capace di rotolare la pietra del dolore e cancellare, dal cuore, il "perchè?" che ci uccide. Il Suo amore, misterioso, eppure così vero, reale, concreto. Infinito, eterno. Il Suo amore, la Vita eterna per la quale siamo nati.

Che Dio ci conceda l'incontro con questo amore, in questa Notte Santa. Buona Pasqua.



GIOVEDI'' SANTO

VENERDI'' SANTO



SABATO SANTO


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J. Ratzinger. L''angoscia di un'' assenza. Meditazioni sul Sabato santo
Don Divo Barsotti. Meditazioni sul Sabato Santo
V. Messori. Sgomento, il Sepolcro è chiuso. Ma resta la fede della Madre
Sabato Santo. Meditazioni di Hamon-Bertola



VEGLIA PASQUALE


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Von Rad. L'Esodo
J Jeremias La Pasqua

S Fausti. Commento al Vangelo della Risurrezione di Matteo
Gnilka La Resurrezione nel Vangelo secondo Matteo

Ratzinger - Benedetto XVI. La sua Croce spalanca le porte della morte, le porte irrevocabili. Omelia nella Veglia Pasquale
J. Ratzinger. La fede nella Risurrezione
Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua
Il Mistero nella dipinta croce
Per contemplare la Veglia Pasquale. Gli Exultet di Bari e Troia
La Pasqua dell''ebreo Gesù
Banchetto Pasquale e antiche anafore cristiane
La pasqua dei primi secoli

I giorni della Pasqua
Tutti i passi della storia varcano il sepolcro vuoto
Don Giussani: Cristo contro il nulla



DOMENICA DI PASQUA


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Cantalamessa, Omelia Domenica di Pasqua, anno A. Non si è cristiani se non si crede che Gesù è risorto
J Jeremias La Pasqua
Ratzinger - Benedetto XVI. Meditazione sulla La Pasqua
Tutti i passi della storia varcano il sepolcro vuoto
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Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua
J. Galot. Il sepolcro vuoto: Da piccoli indizi, lo stupore della fede
LA TOMBA VUOTA E LA SINDONE DI TORINO
Presenza di Maria nel mistero pasquale
tomba vuota e panni sepolcrali
Padre Raniero Cantalamessa. La storicità della risurrezione di Cristo
Sant''Agostino. "Fides christianorum resurrectio Christi est"

Marc Chagall. Il mistero della Pasqua
A. Socci. Ipotesi su Gesù e la sua resurrezione.
Don Giussani: Cristo contro il nulla



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Paolo VI. Il Mistero Pasquale

H. U. Von Balthasar. Mysterium Paschale. La Consegna
J. Ratzinger. La fede nella Risurrezione
J Jeremias La Pasqua
Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua
La pasqua dei primi secoli
Sant''Agostino. "Fides christianorum resurrectio Christi est"
Catechesi di Giovanni Paolo II sulla Resurrezione
Meditazione di Don Divo Barsotti sulla Pasqua
Ignace DE LA POTTERIE. Testi sulla Risurrezione di Gesù in Giovanni
La Pasqua dell''ebreo Gesù
LA CROCE E IL CROCIFISSO. Uno studio da meditare

I giorni della Pasqua



ESEGESI

Gnilka La Resurrezione nel Vangelo secondo MatteoIgnace DE LA POTTERIE. Testi sulla Risurrezione di Gesù in Giovanni



TEOLOGIA

J. Galot. Il sepolcro vuoto: Da piccoli indizi, lo stupore della fede
Catechesi di Giovanni Paolo II sulla Resurrezione
J. Ratzinger. La fede nella Risurrezione



EUCARESTIA

Mons. Rino Fisichella. L''eucaristia memoria del mistero pasquale
Sofia Cavalletti. Banchetto pasquale e ultima cena
Banchetto Pasquale e antiche anafore cristiane
La Pasqua dell''ebreo Gesù



RADICI NELL''EBRAISMO

La Pasqua ebraica 1
La Pasqua ebraica 2
Sofia Cavalletti. Banchetto pasquale e ultima cena
La Pasqua dell''ebreo Gesù

Gnilka La Resurrezione nel Vangelo secondo Matteo


PDF Gnilka. La Resurrezione nel Vangelo secondo Matteo






Ratzinger - Benedetto XVI. Meditazione sulla La Pasqua

Capitolo VI. Le feste cristiane

La Pasqua

Nel breviario romano la liturgia del triduo sacro è strutturata con una cura particolare; la Chiesa nella sua preghiera vuole per così dire trasferirci nella realtà della passione del Signore e, al di là delle parole, nel centro spirituale di ciò che è accaduto.
Se si volesse tentare di contrassegnare in poche battute la liturgia orante del sabato santo, allora bisognerebbe parlare soprattutto dell’effetto di pace profonda che traspira da essa. Cristo è penetrato nel nascondimento (Verborgenheit), ma nello stesso tempo, proprio nel cuore del buio impenetrabile egli è penetrato nella sicurezza (Geborgenheit), anzi egli è diventato la sicurezza ultima. Ormai è diventata vera la parola ardita del Salmista: e anche se mi volessi nascondere nell’inferno, anche là sei tu. E quanto più si percorre questa liturgia, tanto più si scorgono brillare in essa, come un’aurora del mattino le prime luci della Pasqua. Se il venerdì santo ci pone davanti agli occhi la figura sfigurata del trafitto, la liturgia del sabato santo si rifà piuttosto all’immagine della Croce cara alla Chiesa antica: alla croce circondata da raggi luminoso, segno, allo stesso modo, della morte e della risurrezione.
Il sabato santo ci rimanda così a un aspetto della pietà cristiana che forse è stato smarrito nel corso dei tempi. Quando noi nella preghiera guardiamo alla croce, vediamo spesso in essa soltanto un segno della passione storica del Signore sul Golgota. L’origine della devozione alla croce è però diversa: i cristiani pregavano rivolti a Oriente per esprimere la loro speranza che Cristo, il sole vero, sarebbe sorto sulla storia, per esprimere quindi la loro fede nel ritorno del Signore. La Croce è in un primo tempo legata strettamente con questo orientamento della preghiera, essa viene rappresentata per così dire come un’insegna che il re inalbererà nella sua venuta; nell’immagine della Croce la punta avanzata del corteo è già arrivata in mezzo a coloro che pregano. Per il cristianesimo antico la croce è quindi soprattutto segno della speranza. Essa non implica tanto un riferimento al Signore passato, quanto al Signore che sta per venire. Certo era impossibile sottrarsi alla necessità intrinseca che, con il passare del tempo, lo sguardo si rivolgesse anche all’evento accaduto:
contro ogni fuga nello spirituale, contro ogni misconoscimento dell’incarnazione di Dio, occorreva che fosse difesa la prodigalità costernante dell’amore di Dio che, per amore della misera creatura umana, è diventato egli stesso un uomo, e quale uomo! Occorreva difendere la santa stoltezza dell’amore di Dio che non ha scelto di pronunciare una parola di potenza, ma di percorrere la via dell’impotenza per mettere alla gogna il nostro sogno di potenza e vincerlo dall’interno.
Ma così non abbiamo dimenticato un po’ troppo la connessione tra croce e speranza, l’unità tra Oriente e la direzione della croce , tra passato e futuro esistente nel cristianesimo? l’ Lo spirito della speranza che alita sulle preghiere del sabato santo dovrebbe nuovamente penetrare tutto il nostro essere cristiani. Il cristianesimo non è soltanto una religione del passato, ma, in misura non minore, del futuro; la sua fede è nello stesso tempo speranza, giacchè Cristo non è soltanto il morto e il risorto ma anche colui che sta per venire.
O Signore, illumina le nostre anime con questo mistero della speranza perché riconosciamo la luce che è irraggiata dalla tua Croce, concedici che come cristiani procediamo protesi al futuro, incontro al giorno della tua venuta.

da "Imparare ad amare. Il cammino di una famiglia cristiana", Raccolta di scritti di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI a cura di Elio Guerriero, Libreria Editrice Vaticana, 2007.

Tutti i passi della storia varcano il sepolcro vuoto

Niente e nessuno è estraneo alla vicenda pasquale
di Ermes Ronchi

Tratto da Avvenire del 16 aprile 2006

La storia va diritta per la sua strada, molte volte con passo di belva. La storia di Cristo, no; essa avanza sulla nostra strada, la strada di ciascuno, con il passo del pastore. Con il passo del sole. Infatti ha preso il proprio slancio nel cuore di una notte - quella di Natale, piena di stelle, di angeli, di canti, di greggi - e lo riprende in un'altra notte - quella di Pasqua, notte di naufragio, di silenzio terribile, di buio ostile, ove geme e piange un pugno di uomini e donne totalmente disorientati (S. Germain).

Notte dell'Incarnazione in cui il Verbo si fa carne, notte della Risurrezione in cui la carne si riveste di luce, in cui si apre il sepolcro, vuoto e risplendente nel fresco dell'alba, e nel giardino è primavera. Nessun corpo, solo le bende giacevano al suolo. Nessun cadavere, ma un Uomo identico e insieme nuovo, più vivo che mai. Così respira la fede, da una Notte all'altra. Sul ritmo del sole.

E Pasqua ci invita a mettere il nostro respiro in sintonia con quell'immenso soffio che unisce incessantemente il visibile e l'invisibile, la terra e il cielo, il mondo dei morti e quello dei vivi, ci invita a respirare quell'ansia di luce che abita le notti, invitati a respirare sempre Cristo.

Ma il primo segno di Pasqua è il sepolcro vuoto. Nella storia umana manca un corpo per chiudere in pareggio il conto degli uccisi. Una tomba è vuota. Manca un corpo alla contabilità della morte, i suoi conti sono in perdita, la vincitrice è vinta. La risurrezione di Cristo solleva il nostro pianeta di tombe verso un mondo nuovo, dove il carnefice non ha ragione della sua vittima in eterno; dove gli imperi fondati sulla violenza crollano; dove le piaghe della vita possono distillare non più sangue ma luce, come le ferite del Risorto

Risurrezione afferma che il male non è il vincitore: di fronte alla violenza che dilaga la Pasqua ci convoca a rifiutarci di accettare una storia in cui il carnefice abbia in eterno ragione della sua vittima (Max Horkheimer). Gesù, la vittima che risorge mostra che la ragione non è dei più forti o dei più violenti. Che il fine della storia sarà buono e giusto.

Ma Cristo va, con passo di sole, sulla strada di ciascuno. Pasqua è l'evangelo del corpo: è il corpo che risuscita, non solo l'anima: è il corpo di Lazzaro che viene fuori ed è sciolto e lasciato andare, è il corpo di Gesù che manca nel sepolcro vuoto.

Tutta la Settimana Santa è focalizzata attorno al corpo di Gesù: Maria di Betania unge di nardo i suoi piedi e li avvolge con i suoi capelli, inizia così la passione, con il corpo profumato, poi il corpo nel pane e nel vino, il corpo torturato, inchiodato, violato dalla morte. Poi il corpo assente, nel sepolcro vuoto. E infine il corpo di Cristo trasformato.

La Risurrezione di Cristo fu un evento talmente inaudito per i discepoli che per tentare di raccontarla non trovarono un'unica parola specifica, ma adottarono due gruppi di parole derivate dai verbi "svegliarsi" e "alzarsi". Ed è così bello pensare che si tratta dei verbi del mattino, di ognuno dei nostri mattini, quando ci svegliamo e ci alziamo e il primo passo è un passo nel mistero: le nostre piccole risurrezioni quotidiane. Il mattino dell'uomo ha prestato agli evangelisti un vocabolario limpido e concreto per dire l'indicibile.

E questo significa forse che ad ogni mattino mi è dato di percepire qualcosa del mistero, respirare Cristo risorto, incontrare qualcosa della risurrezione là, in ogni umile aurora, quando mi si rivela la sorprendente freschezza della vita, quando inizia qualcosa di nuovo, quando Lui mi aiuta ad avanzare senza disperare, a vivere una vita non addormentata. E mi precede su vie di pace.

H. U. Von Balthasar. Mysterium Paschale. La Consegna




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tomba vuota e panni sepolcrali

TOMBA VUOTA E PANNI SEPOLCRALIIl quaderno 137 di «Credere oggi», dedicato a «Giovanni l’evangelista dalle alid’aquila», ha programmato, tra l’altro, uno studio sulla prima parte del cap. 20 diGiovanni. Anche se il riferimento alla Sindone era esplicito, il taglio prevalentementeesegetico dava la possibilità di impostare l’analisi nel modo più spoglio di preoccupazioniestranee al messaggio del testo, che poté seguire così una linea metodologicacompletamente aperta.Un mattino presto, d’inizio settimana, una donna d’Israele si recava a una tomba, postaappena fuori dell’abitato cittadino. Accadeva quasi duemila anni fa e l’episodio avevacome protagonista un personaggio poco conosciuto, proveniente da Magdala: una Mariacomparsa nell’entourage di Gesù di Nazaret solo al termine della vita del Maestro escomparsa dalla scena storica (non dalla leggenda) subito dopo l’incontro con il Risorto.Eppure essa domina gli avvenimenti della prima parte di un lungo racconto (i capitoli 20 e21 del Quarto Vangelo), che si dipana concentrando l’attenzione su alcuni tipiciprotagonisti: dopo Maria nella vicenda intervengono Pietro, il «discepolo che Gesùamava», Tommaso; sullo sfondo restano altri dieci, fra i quali viene ricordato ancoraNatanaele, assieme ai «figli di Zebedeo». Dal buio di quel mattino, nel giardino vicino alGolgota, si passa al buio della sera, in una sala chiusa, nella scansione cronologica di unaintera settimana, e poi all’alba che segue una notte passata sul lago per la pesca, fino a untempo indefinito, che accoglie un discorso orientato anch’esso a un futuro senza chiariconfini. In duemila anni quelle pagine sono state lette innumerevoli volte, con l’attenzioneai più vari interessi e l’applicazione delle metodologie più disparate.Nessun evangelista ha dato, come Giovanni, tanta attenzione a quegli avvenimentiaccaduti dopo la morte di Gesù, che noi usiamo chiamare le esperienze pasquali.Nell’attenzione ad esse si avverte una evoluzione d’interesse: il Marco primitivo siconcentra solo sulle esperienze al sepolcro, che sono ancora predominanti in Matteo e1Luca1, mentre Giovanni concede interesse prevalente alle «grandi» apparizioni di Gesù2.Ciononostante anche le esperienze al sepolcro per Giovanni ricoprono una varietàepisodica notevole e svolgono una funzione inscindibile dal successivo sviluppo delracconto.L’articolazione dei racconti del sepolcroLa mattina del primo giorno della settimana si succedono quattro scene al sepolcro:1) Maria di Magdala viene al sepolcro, vede la pietra rimossa e va ad annunciare a Pietro eal discepolo prediletto che «hanno tolto il Signore e non sappiamo dove lo hanno posto»(20,1-2); 2) i due discepoli corrono al sepolcro e vedono solo i panni sepolcrali, che fannogiungere alla fede il discepolo amato; poi se ne vanno senza altre iniziative (vv. 3-10); 3)Maria, piangente, si china anch’essa e vede nel sepolcro solo due angeli, con i qualiaccenna un breve dialogo (vv. 11-13); 4) Maria è sorpresa dalla presenza di un nuovoprotagonista, Gesù, il quale le rivela la sua nuova condizione e le affida un incarico, cheella subito svolge (vv. 14-18).Ogni scena ha una sua propria comunicazione: silenzio totale nella prima, con unmessaggio indefinito, proveniente dal vuoto, che pure è provocante; ancora silenzio nellaseconda, dove il messaggio è dato dai panni sepolcrali; incontro con gli angeli nella terza,ricevendone domande ma non messaggi; incontro in fine con Gesù, che interpella e suscitauna reazione di totalità di vita. Le reazioni sono discontinue: timida e disorientata, eppurepresente, nella prima scena (reazione di annuncio); reazione parziale di fede e non diannuncio nella seconda; assenza di reazione nella terza (la scena più imperfetta, perchétotalmente aperta e solo in funzione della successiva); reazione di fede equivalente e poi diannuncio perfetto nella quarta.Un confronto intertestuale suscita numerose domande: in questo racconto tutto ènoto e tutto è nuovo. I sinottici conoscono la Maddalena, ma mai sola e mai piangente;Luca conosce un’andata di discepoli al sepolcro, ma non sa nulla del discepolo amato e delsuo cammino solitario verso la fede; figure del mondo celeste sono presenti in tutti i1 Non ci si lasci ingannare dal fatto che dei 53 vv. del c. 24 di Luca solo 12 sono dedicati alle donne alsepolcro: in realtà tutto l’episodio dei discepoli Emmaus (vv. 13-35) si svolge sullo sfondo degli avvenimentidel sepolcro: è il terzo giorno ma, nonostante il sepolcro trovato vuoto dalle donne e dai discepoli che l’hannoverificato, i due discepoli non sanno darsene spiegazione. Occorre l’intervento di Gesù che, in unaapparizione a «privati», come in Matteo (28, 9-10) e in Giovanni (20, 1-2. 11-18), ne risolve definitivamentel’enigma.2 Gv 21 è notoriamente anomalo, perché lo scenario tipico delle «grandi» apparizioni ha lasciato il postoall’incontro con sette interlocutori di Gesù, che poi retrocedono, per non disturbare il lungo dialogo di Gesùcon Pietro (vv. 15-23). Ciononostante il clima è quello dei grandi incarichi, per il futuro della comunità deidiscepoli, anche se su questo sfondo acquistano una particolare funzione pure i destini personali di duesingole vite.2racconti sinottici del sepolcro vuoto, ma con una funzione ben più pronunciata che inGiovanni; Matteo conosce un’apparizione di Gesù alle donne, ma il suo messaggio silimita a fare andare i fratelli-discepoli in Galilea, senza dire nulla di se stesso.La seconda scena è – in certo senso – la più problematica di tutte. Quale funzionehanno i panni mortuari? Perché quegli strani protagonisti? Incominciamo da questi.Certamente le esperienze del sepolcro vuoto non hanno avuto solo le donne perprotagoniste: sembra innegabile, confrontando Luca (24,12.24) e Giovanni (20,3-10). Magli apostoli non ebbero funzione dominante. A differenza della linea marciano-matteana,quella lucano-giovannea segue con più attenzione l’annuncio che le donne danno aidiscepoli circa il sepolcro trovato vuoto e narrano anche una sua conseguenza: Pietro (perLc) o Pietro e il discepolo amato (per Gv) vanno pure essi al sepolcro. Qui però le lorolinee si dividono, perché per Luca questo è il punto più oscuro di tutta l’esperienzapasquale: Pietro torna a casa (soltanto) stupito (v. 12)3; gli «alcuni di noi» costatano solol’assenza del cadavere, «ma lui non lo videro» (v. 24)4. Per Giovanni non c’è molto di più,se si fissa l’attenzione sui vv. 9 e 10: i due avrebbero dovuto «sapere» la Scrittura, «cheegli doveva risuscitare dai morti» (mancano dunque di qualcosa che sarebbe stato atteso) epoi tornano a casa senza che si ricordi una qualsiasi conseguenza della loro esperienza.Tuttavia il v. 8 costituisce un modesto climax, con la fede a cui giunge il discepolo amato;e questo risultato è presentato come frutto del suo «vedere».«Vedere» (horao) è in stretto rapporto con «credere»: una causa che è giànell’ordine del suo effetto. Ora il vedere che ha causato la fede aveva un oggetto; ed è statoquell’oggetto a orientare verso la fede. Il contesto permette di individuare un solo oggetto: i«teli» visti dal prediletto (v.5) e constatati da Pietro, insieme al sudario (vv. 6-7). I pannimortuari diventano, così, indispensabili per la costatazione del sepolcro vuoto e per ladecisione di fede di almeno uno dei presenti.Le tradizioniGli eventi della passione e quelli che seguono la risurrezione sono collegati tra lorodall’episodio della sepoltura di Gesù. Nei sinottici, oltre a Gesù il personaggio principale3 L’attendibilità di Lc 24,12 è testualmente molto discussa. Normalmente le edizioni critiche lo pongono neltesto, indicandone però l’insicurezza. La sinossi di K. Aland lo porta solo in apparato. Il problema nonsarebbe tanto importante, visto che il ricordo è ricuperato al v. 24, se il v. 12 non contenesse il termineothonia, altrimenti ignoto ai sinottici. Mi sembra che i motivi per accettare il versetto siano rilevanti e mimuovo sulla base di questa convinzione.4 Che cosa abbiano visto esattamente quei discepoli non è dato sapere, perché Luca afferma che «hannotrovato come anche le donne avevano detto». Ora le donne avevano avuto «visione di angeli, che dicono cheegli vive» (v. 23). Il contesto però non sembra far pensare che i discepoli abbiano avuto la stessa visione, convalore risolutivo.3nella sepoltura è indubbiamente Giuseppe di Arimatea, ma la sua storia non avrà seguito;oltre a lui ci sono le donne, con atteggiamenti e funzioni di volta in volta non identiche macon un comune rimando alla scoperta del sepolcro vuoto, di cui esse sono protagoniste.Durante la sepoltura l’attenzione è attratta, oltre che dal sepolcro, col suo carattere dieccezionalità5, da un capo di tessuto, che è avvolto sul corpo di Gesù (che probabilmente èdeposto nudo dalla croce). Tutti i sinottici lo chiamano sindón (Mc 15,46; Mt 27,59; Lc23,53); ma per i sinottici il fatto dell’avvolgimento non sarà seguito da nessunaconsiderazione. Fa eccezione Luca, nel veloce cenno alla visita di Pietro al sepolcro (neldiscusso v. 12 del c. 24), dove «vede i teli», othónia.In Giovanni il racconto, pur breve, è più complesso: con Giuseppe di Arimateacompare anche Nicodemo; per la sepoltura il narratore dichiara che nel caso di Gesù è statoseguito il rituale ebraico e difatti viene portata e impiegata una quantità rilevante6 diunguenti per la preparazione del cadavere e poi questo viene «legato» in teli (othónia) eposto nel sepolcro nuovo e vicino7. La presenza degli othónia, accompagnati da unsoudárion, avrà rilievo nella visita al sepolcro da parte dei due discepoli.È naturalmente interessante verificare il significato di queste differenze. Il problemanon è rappresentato tanto dal significato dei termini che indicano i panni sepolcrali,sufficientemente indeterminati da potere assumere sensi molto vicini tra loro o addiritturaidentici8, quanto dalla funzione che essi ricoprono in tradizioni non identiche. Gli othónia9ritornano nei racconti pasquali e acquistano una misteriosa importanza nel cammino versola fede dei protagonisti di quelle esperienze.Tutto ciò dice la singolarità della loro funzione. Le altre esperienze del sepolcrovuoto sono tipiche esperienze del gruppo femminile, mentre nelle scene dei pannisepolcrali i protagonisti sono maschili; nelle scene più note l’efficacia della comunicazioneè garantita dalla voce degli esseri celesti, ‘interpreti’ del senso dell’evento, odall’intervento di Gesù stesso, mentre nelle nostre non c’è nessuna voce che interpreti il5 Sia a causa del fatto che non fosse stato ancora usato per altri cadaveri (solo Marco non accenna alparticolare) sia a causa dell’uso stesso del sepolcro, dato che la morte del delinquente che aveva subitol’esecuzione capitale non era seguita da sepoltura (uso prevalente presso i romani, almeno per i crocifissi) oaveva solo sepoltura in una fossa comune. Si veda G. Ghiberti, La sepoltura di Gesù. I Vangeli e la Sindone(Studia Taurinensia 3), Pietro Marietti, Roma 1982, 27-28.6 Di misura iperbolica: «cento libbre», che nelle nostre misure equivalgono ai 33-35 kg.7 La vicinanza del sepolcro, collegata espressamente alla «parasceve» o preparazione (del sabato), fa pensarealla necessità di accelerare i preparativi del seppellimento per la scarsità del tempo a disposizione, prima cheiniziasse il grande riposo.8 Cf op. cit. in n. 5, pp. 35-47. Si può notare al massimo che sindón porta in sé anche un suggerimento delmateriale usato per il tessuto: telo ‘di lino’, come richiama la documentazione di Maria Luisa Rigato (2003,pp. 198-212). D’altra parte, fra i tre possibili materiali (lana, cotone, lino), è di per sé il lino il più probabile,quando non si tratta di un vestito.9 E non invece la sindón sinottica.4senso del fatto. Le altre scene rimandano esplicitamente all’incontro che ci sarà con Gesùnelle grandi apparizioni, mentre queste hanno una loro forma di autonomia, anche se sirilevava una certa insufficienza (la notavamo sia per Lc 24,12 sia per Gv 20,9-10).Soprattutto in Luca, ma anche in Giovanni, si tratta di scene non risolutive, quasi solosospensive, che acquistano il loro vero senso all’interno di una sequenza che procede e lecompleta.Non è possibile non pensare a una tradizione che incorpora al suo interno questafunzione e che è caratterizzata, tra l’altro, anche da una terminologia differenziante. InGiovanni questa tradizione non si trova allo stato puro, perché in lui si percepiscono altridue elementi determinanti: la sua arte compositiva, che a livello redazionale operainterventi coerenti alle sue caratteristiche di narratore e di pensatore, e una quantitàrilevante di ricuperi che egli fa delle tradizioni sinottiche. Nella presentazione delle scenedel sepolcro sembra essere redazionale la concentrazione sul personaggio dellaMaddalena10 e l’impostazione degli interventi del discepolo amato. Dai sinottici deriva ilmotivo (di tradizione sinottica) delle donne e degli angeli. La scena dell’incontro conGesù, comune a Matteo, sembra provenire da tradizione non propriamente sinottica, maapplicata in modo molto diverso dalla redazione matteana e dalla redazione giovannea. Lascena della scoperta dei panni sepolcrali potrebbe essere parte della scena dell’apparizionedi Gesù, con funzione preparatoria. C’è infatti una certa coerenza tra il vuoto della tomba elo smarrimento di fronte ai panni sepolcrali e l’intervento di Gesù che porta senso al tutto.11Il ritrovamento dei panni sepolcrali può dunque essere di tradizione vicina a Giovanni.Le scene nella raffigurazione giovanneaLe quattro scene della scoperta del sepolcro vuoto sono presentate in linguaggiocomprensibile, pur nello straordinario che esse descrivono. La prima constatazionedell’assenza del cadavere dalla tomba è possibile grazie alla pietra tolta dall’entrata dellatomba ed è seguita dall’andata di Maria al luogo dove si trovano due discepoli. Perché sololoro e dove si trovi quel luogo non interessa alla narrazione12. Le altre due scene con Mariaprotagonista sono certamente sorprendenti, ma facilmente immaginabili: sembra naturale ilriconoscimento degli angeli, all’interno del sepolcro13, ed è naturale interpretare la presenza10 Come, alla fine del capitolo, sul personaggio di Tommaso.11 Qualche cenno alle tradizioni che sembrano identificabili nei racconti del sepolcro vuoto l’ho fatto –seguendo R. Schnackenburg - in Maria Maddalena al sepolcro (Gv 20,1-18), in ParVi 29 (1984) 226-244.12 Anche se interessa per la ricostruzione globale dei fatti: Giovanni vuol suggerire che gli altri fosseroaltrove ? o che solo Pietro e il prediletto avessero interesse così vivo da muoversi subito per andare allatomba?13 Forse per la straordinarietà del vestito? In realtà certo per il lettore la cosa non è fatto normale; non così,però, per il narratore che la dà per scontata.5dello sconosciuto come arrivo del giardiniere, che poi corregge egli stesso l’impressionecol suo intervento.Ma che cosa ci racconta esattamente Giovanni dell’esperienza dei due discepoli?Che essi sono andati di corsa al sepolcro, che uno è stato più veloce dell’altro ma non havoluto sfruttare la precedenza conferitagli dalla sua velocità, che il sepolcro era veramentevuoto del suo cadavere. Questo però non viene esplicitato, perché nel frattempol’attenzione è attratta dai panni sepolcrali. La loro posizione è intuibile, anche se nonriusciamo a tradurla con precisione. I «teli», othónia, sono «giacenti»; il «sudario», «che erastato sulla testa» di Gesù, non è giacente con i teli, ma «diversamente/altrove», «in un(solo/stesso) luogo».La difficoltà della traduzione aggrava la difficoltà della rappresentazione e si prestaa dare la stura a una quantità di suggerimenti, anche arzigogolati. Purtroppo nelladiscussione, in cui intervengono esegeti professionali e studiosi o appassionati dellaSindone, fanno sentire il loro peso sovente interessi estranei al testo.È chiaro che nel sepolcro vi sono (almeno) due tipi di tessuto: i teli e il sudario.Tutto fa pensare che essi abbiano grandezza e funzioni differenti: più grandi i primi (infunzione di tutto il corpo?), più ridotto il secondo (in funzione del solo capo). I teli sono«giacenti»: è evidente che il corpo che essi legavano, con gli aromi dentro (cf 19,40), nonc’è più. È questa la prima intenzione del comunicatore ed è in sintonia con tutti i raccontidel sepolcro vuoto. La specificazione che viene spesso suggerita, «afflosciati»,«abbandonati», non ripiegati, in disordine, può essere lecita, soprattutto se vista in rapportoalla specificazione del sudario, che invece era «avvolto» (forse anche «piegato»).I teli sono dunque giacenti, il cadavere invece no. È assente. Il participio «giacente»(vv. 5.6.7) fa contrasto con due altri particolari descrittivi: con la funzione dei teli descrittain 19,40, di «legare» il corpo senza vita di Gesù, e con la condizione del sudario, che è«avvolto» o piegato. I teli non legano (più) e non sono «avvolti»/piegati. Il primo aspettodice che essi hanno perso la loro forza costrittiva, il secondo suggerisce che essi, quandohanno terminato la loro funzione, non sono stati fatti oggetto di un trattamento attento (masono stati lasciati com’erano, abbandonati).Per la situazione o posizione del sudario si devono affrontare le difficoltàdell’avverbio chorís e della specificazione eis héna tópon. Il primo può essere modale olocale: ‘in altro modo, diversamente’, o ‘in altro luogo, altrove’; per la seconda fa difficoltàsia la preposizione con l’accusativo sia il numerale: ‘in/verso un solo/identico luogo’?14 Le14 Assai più difficile mi sembra la lettura di eis héna tópon come indicante un luogo diverso: forse eis conl’accusativo può supportare il senso di movimento nello spostamento da un luogo all’altro, ma mi sembraquasi impossibile attribuire al numerale heis il significato di «diverso». È molto più naturale pensare a «uno»,6difficoltà non sarebbero così significative, se non ci fosse la tendenza a sovraccaricare dipeso quel particolare descrittivo15. In realtà è più importante il participio entetyligménon, incontrasto intenzionale con il participio keímena, riferito ai teli: i teli sono giacenti oabbandonati, il sudario è in qualche modo ‘fatto su’.Ma questa specificazione si riferisce al modo come era usato il sudario sul cadaveredi Gesù (ad esempio come un fazzoletto arrotolato, con funzione di mentoniera) oppurealla situazione attuale, dopo la scomparsa del cadavere? Era già «avvolto» nel momentodell’uso, oppure venne avvolto quando cessò il suo servizio sul cadavere? Lacontrapposizione ai teli ‘giacenti’ fa pensare che anche per il sudario si pensi alla suasituazione nella stessa circostanza, a cadavere assente. Dunque sarebbe da preferire il sensodi un intervento fatto sul sudario, a differenza dell’assenza di interventi sui teli; e il sensodell’avverbio sarebbe modale. Allora l’indicazione locale potrebbe significare «in un sololuogo». L’accusativo è spiegabile come effetto di un intervento intenzionale: chi ha avvoltoo piegato il sudario lo ha messo in un solo luogo (in cui ci sono pure i teli)16.Dal vedere al credereQuesta interpretazione ha certo aspetti discutibili, ma si appoggia su una coerenzainterna rispettabile e permette di farci una rappresentazione della scena, come l’autore ladescrive per il lettore17: è questa rappresentazione visiva che, nell’economia del racconto,costituisce l’oggetto dell’azione globale del «vide», da cui ha origine il «credette». Ildiscepolo amato ha visto i teli non più nell’esercizio della loro funzione costrittiva, maprivi del cadavere e abbandonati; ha visto pure il sudario, in condizione diversa, perchéfatto oggetto di un intervento per l’uso o per lasciarlo in ordine. Tutto questo puòprovocare o favorire la conclusione di una adesione di fede?«uno solo». Non trovo nemmeno una documentazione che suggerisca «in un certo luogo», che oltre tutto nonfarebbe senso: che cosa significa «in un luogo indeterminato»? Viene pure suggerita una soluzione chesembra conciliare i due possibili significati di chorís (derivante da chorízein: ‘separo…’, al passivo‘differisco’): ‘separatamente, a parte’ (così G. Segalla). Ma in realtà, se modalità è, si tratta di modalità ‘diluogo’.15 Soprattutto da parte di sindonologi, purtroppo spesso improvvisati, che sono ancora più improvvisatifilologi.16 Resta tuttavia la possibilità, che ho proposto una volta in passato (cfr G. Ghiberti, Sindone verso il 2000,Piemme (Religione), Casale Monferrato 1999, 27-28) di tradurre «in un (suo) posto», che potrebbe esserediverso da quello dei teli. Mi sembra più coerente al testo la lettura proposta ora, pur con tutte le incertezze.Occorre però dire che – immaginando la scena – le due letture non danno per risultato grandi divergenze.17 Ciò non significa che l’intenzione storiografica del narratore si impegni su tutti i particolari del suoracconto alla stessa maniera e con la stessa intensità. Alcuni aspetti episodici del racconto possono risalirealla coerenza del racconto, senza risalire invece a un ricordo del particolare specifico. Il problemadell’intenzionalità storiografica di una narrazione si pone sempre e, nel risolverlo, occorre evitare sia lasuperficialità grossolana della negazione indifferente sia una sicurezza ingiustificata su tutti gli aspetti.7Non dobbiamo cedere alla tentazione di fare di quell’atto di fede la conclusione diun ragionamento che matematicamente lascia spazio a una sola conclusione e ne escludeogni altra. La conclusione di un teorema non è una conclusione di fede e un ragionamentodel genere non è nell’intenzione dell’evangelista. Il fatto che tale atto di fede non vengaattribuito a Pietro non significa che l’evangelista non lo ritenga capace di un ragionamentosevero. Ciò che il prediletto vide era certamente eloquente, ma era intanto vissuto in unattore che aveva verso la fede e l’oggetto della fede quel rapporto che lo predisponeva acredere. Il personaggio del discepolo anonimo (e pur dotato della più specifica edesemplare personalità18) è il più spedito nel giungere a credere ed è in grado di concluderelà dove altri non hanno ancora superato il livello dello stupore disorientato.Potremmo arrestare a questo punto il nostro domandare, affacciati come siamo sulmistero del cammino verso una fede che ha una maturazione più esclusiva ancora – sepossibile – di quella più comune di altri discepoli. Ma l’evangelista non è interessato solo aquel cammino, bensì anche a quello dei suoi lettori ed è con essi che egli si pone alle spalledei protagonisti, per scrutarne i movimenti, individuarne le motivazioni e invitare il lettorea farle proprie. Perché il loro atteggiamento è imitabile, anche quello del prediletto; anzi, èproposto da imitare.La scena dei discepoli al sepolcro registra eccezionale abbondanza di visioni: vedeil prediletto, giunto per primo e chinatosi sull’entrata del sepolcro, prima di entrarvi (v. 5:blépei), vede Pietro, con un’attenzione quasi da protocollo (v. 6: theoreî) e vede in fine ilprediletto, che crede (v. 8: eîden). Probabilmente la differenza dei verbi greci dice anchesfumature di significato19: vedere, osservare, forse anche constatare, fino a un vedereprofondo e coinvolgente, come suggerisce l’accoppiata di eîden kaì epísteusen, «vide ecredette». Il prediletto dunque ha colto un messaggio che oltrepassava la superficiedell’osser-vazione che egli stava facendo e che gli permetteva di superare la pluralità deisignificati possibili per giungere e aderire all’unico vero.Uno sguardo intertestuale ci ricorda che il vuoto del sepolcro non solo erainterpretabile in più modi, ma anche che venne di fatto interpretato come prodotto di unfurto di cadavere, a totale danno della «causa» di Gesù20. Il fatto che il prediletto abbia«creduto» ci assicura che egli interpretò nel senso di una consapevole fiducia in Gesù,18 Cf R. Vignolo (2003).19 Ne ho parlato in un lavoro di molti anni fa : G. Ghiberti, I racconti pasquali del capitolo 20 di Giovanniconfrontati con le altre tradizioni neotestamentarie (Studi biblici 19), Paideia, Brescia 1972, 32-44.20 Si pensi anzitutto all’intera impostazione del racconto matteano dei fatti del sepolcro, con le guardie poste avigilare e poi indotte a narrare il falso (Mt 27,62-28,15). Anche l’impostazione del racconto giovanneo non èesente da quella preoccupazione: la Maddalena pensa sempre che il Signore sia stato portato via e solol’incontro finale con lui la convince del contrario.8dunque in senso a lui favorevole, confermando quell’accettazione di Gesù che il Signoreaveva chiesto a tutti in vita e che il prediletto aveva sempre dimostrato di dargli. Nelcontesto questa fede si qualifica come fede nella risurrezione, anche se dobbiamo subitofare precisazioni.Il v. 9 infatti complica un po’ le cose. Normalmente leggiamo, secondo latraduzione a cui siamo avvezzi: «Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che eglicioè doveva risuscitare dai morti». Il senso sembrerebbe pacifico: dunque, ora che hannovisto, hanno anche compreso la Scrittura; la visione ha portato un supplemento diinformazione. Eppure le cose filano meno lisce: la conclusione enunciata ora (ora hannoanche compreso…), coinvolge anche Pietro, il che si allontana dal v. 8; inoltre è propriosicuro che il verbo éideisan sia da tradurre con un piuccheperfetto? Penso che nel contestofaccia più senso l’imperfetto (non: «avevano compreso», ma: «comprendevano»): lasituazione di ambedue non è ancora ottimale, anche se il prediletto è giunto già alla fede. Sideve dire allora che non si tratta di fede totalmente perfetta21: siamo giunti a un momentoimportante, ma non definitivo. Il cammino non è ancora terminato, nemmeno per ilprediletto. Il resto del capitolo ne darà la dimostrazione. I panni sepolcrali sono dunque unsegno, non il grande segno; i discepoli non si sentono inviati e non vanno ad annunziarenulla a nessuno. Tutto questo sarà completato nell’incontro alla sera di quello stessogiorno, «il primo dopo il sabato».La visita dei discepoli al sepolcro ha però anch’essa una testimonianza al serviziodella fede pasquale, ed è resa dalla presenza dei panni sepolcrali. Avevamo notato lesuggestioni dei participi riguardanti i teli, «giacenti», e il sudario, «avvolto»: i primi nonlegano più, il secondo è stato fatto oggetto di un intervento deciso dal suo operatore. Ariguardo di colui che era ricoperto con quei panni ciò significa che Gesù non è più ilcadavere senza vita e che qualcuno (lui stesso? Dio?22) ha voluto lasciare «in ordine» ilpanno che aveva avuto rapporto con la testa di Gesù. È dunque accaduto qualcosa che havisto un trionfo della vita sulla morte, in un ritorno all’esercizio di una sovrana assenza dipaure e condizionamenti.Se vogliamo spingerci avanti in un cammino di lettura profonda del misteriosoevento che ha lasciato dietro di sé questi muti testimoni, rileviamo che nel sepolcro i pannisono separati dal corpo che ricoprivano: colui dunque che ha abbandonato i panni è tornatoin una condizione di nudità che non ha più bisogno di essere schermata. Fra poco21 Che giungerà più tardi, all’incontro con Gesù, nella gioia (20,21: echáresan) «al vedere il Signore» (ancorail verbo horáo).22 La forma medio-passiva del participio entetyligménon può anche suggerire che l’agente non espresso siaDio: sarebbe un caso di «passivo teologico». Il significato cambia sfumatura, se l’agente è Gesù stesso oppureDio, ma agli effetti del cammino verso la fede la diversità non è determinante.9l’evangelista coglierà nell’apparizione serotina di Gesù agli apostoli un intervento cheripete l’atto creatore di Dio, che «soffia» sul primo uomo (20,2223), suggerendo che nellarisurrezione di Gesù e nel dono che egli fa dello Spirito Santo avviene un interventorinnovatore che ripete l’efficacia della creazione. Ma l’economia della creazione rinnovataè già significata nella condizione di Gesù, che mostra in sé stesso, anticipandola per tuttal’umanità, la condizione del pieno equilibrio della natura umana presente nella creazione.Il sudario è più misterioso, ma forse è depositario di un messaggio ancora piùsuggestivo. Un’inchiesta intertestuale ha suggerito una ricerca su presenze analoghe, intradizioni letterarie vicine, di panni che abbiano avuto riferimento col volto di qualchepersonaggio. Il parallelo più suggestivo è forse offerto dalla finale di Es 34: Mosè chescende dal Sinai portando le tavole della testimonianza ha il viso raggiante a causa dellaconversazione avuta con Dio, ma ciò incute timore agli israeliti (vv. 29-30). Mosè riferiscealla sua gente i messaggi del Signore e, «finito di parlare a loro, si pose un velo sul viso»(v. 33); si toglieva nuovamente il velo per presentarsi a parlare con il Signore e poi «riferireagli israeliti ciò che gli era stato ordinato», salvo poi a rimettersi nuovamente il velo sulviso, fino al nuovo incontro con il Signore (vv. 34-35). La potenza evocatrice di questascena, in riferimento al testo giovanneo, riveste una grande suggestività. La ricerca di unaconferma testuale non ha avuto eccezionale risultato nei testi più noti: il soudárion diGiovanni non è strutturalmente il kálymma dei LXX né il masweh del Testo Masoretico.Ciononostante un collegamento è forse dato di stabilire attraverso letture midrashiche, cheriportavano quel termine in un aramaico che aveva già assunto un prestito dal vocaboloinizialmente latino (sudarium), passato in greco (soudárion) e adattato poi in area semiticacome sudara. Nella misura in cui questo collegamento regge, al punto che possa essereattribuito a un qualche grado di intenzionalità del testo, la «visione» del discepolo amatoacquista una intensità comunicativa unica: il sudario presente con i teli e ripiegatosuggerisce che colui che lo portava «sul capo»24 ora lo ha riposto in ordine (per sempre),avendo ripreso – dopo la pausa della sua permanenza nel regno dell’impotenza – il suodialogo con Dio e con i fratelli.Quanto di tutto questo il narratore vuole suggerire al lettore nel descriverel’esperienza del discepolo amato, e quanto di più, che noi non siamo riusciti a penetrare?Ponendoci anche noi alle spalle degli attori della scena al sepolcro, ci è parso di potere23 Gesù alita (enephýsesen) sugli apostoli, come aveva fatto Dio con Adamo (Gen 2,7). Giovanni usa lo stessoverbo, rarissimo (emphysáo), che è usato dalla LXX nella traduzione dell’originale ebraico.24 Epì tês kephalês, non – come per Lazzaro (Gv 11,44 he ópsis autoû soudaríoi periedédeto) – con il volto«legato attorno» dal sudario.10cogliere alcuni tratti di una «cristologia narrativa», capace di suggerire un’adesione di fedea tutti quanti partecipano di quella esperienza.E la Sindone?Mi sembra che il nostro cammino non sia stato condizionato da preoccupazioni dinatura sindonologica o sindonofila. Ciononostante la presenza della Sindone (di Torino)non era fuori del nostro orizzonte di attenzione e vorrei ora ricuperarla con un discorsoipotetico: se tra i panni mortuari presenti nel sepolcro ci fosse stata la Sindone, che cosaavrebbero visto i discepoli?I teli giacenti sono comunque da immaginare come la somma di ciò che stava soprail corpo di Gesù e ciò che stava sotto. Ora la Sindone è costituita da un lungo telo che èsteso sotto il corpo del crocifisso, gli gira attorno alla testa e gli copre tutta la parteanteriore giungendo fino ai piedi. Se ci fosse stata la Sindone, i discepoli avrebbero visto iltelo di sopra e il telo di sotto posati l’uno sull’altro: due teli, appunto, nonostante in realtàessi non fossero che uno solo. E ciò spiegherebbe il plurale othónia. Sopra di essi, oaccanto a essi, o tra di essi sarebbe stata avvertibile la presenza del sudario. Se questoaveva svolto il servizio della mentoniera, la scena diventa chiara, anche se l’epì têskephalês non favorisce l’idea dell’avvolgimento della mentoniera bensì quello di uncopricapo. Ma Giovanni si impegna in modo rigoroso per la coerenza di tutti i particolari?Con questa domanda si apre il problema dell’intenzionalità storiografica delracconto giovanneo, in tutti i suoi particolari. La nostra lettura ha cercato sempre di seguirela descrizione del narratore nella coerenza dei suoi particolari, ma proprio l’avvertenzadella loro attenta correlazione può a volte suggerire l’ipotesi che questa correlazione efunzionalità reciproca possa avere guidato la scelta di certi particolari episodici altrimentisecondari per il narratore. Il particolare di «sopra il capo» (e non attorno al viso), chepotrebbe ad esempio spiegarsi per rendere plasticamente la rassomiglianza tra il velo diMosè e quello di Gesù, riporta un caso, che non è l’unico.La conclusione spontanea ci permette di dire che, «se nel sepolcro ci fosse stata laSindone», Giovanni avrebbe potuto fare la descrizione che ha fatto. La curiosità di saperedi più difficilmente sarà soddisfatta dal racconto evangelico dei fatti del sepolcro. Nelnostro episodio infatti la Sindone ha svolto ormai la sua prima funzione, di accogliere ilcorpo di un crocifisso e di condividere il suo silenzio nel sepolcro. Inquietante sarà ladomanda sul motivo dell’assenza di ogni traccia di decomposizione del defunto, così comedi ogni forma di abrasione in occasione di un eventuale distacco del lenzuolo dalle feriteche gli aderiscono per il sangue raggrumato. Ma molto di più suggerisce la corrispondenza,11del tutto eccezionale, fra le descrizioni delle sofferenze che hanno portato alla morte Gesù,come ce le descrivono i vangeli, e quelle che hanno portato alla morte l’«uomo dellaSindone», come ce le descrive l’immagine che il lenzuolo sindonico ci mostra.NOTA BIBLIOGRAFICAUna rassegna bibliografica abbastanza rappresentativa di oltre un secolo di ricerca (mancano perògli ultimi dieci anni), è rinvenibile in G. GHIBERTI, Bibliografia sulla Risurrezione di Gesù, in É.Dhanis (a c.), Resurrexit. Actes du Symposium international sur la Résurrection de Jésus (Rome1970), Libreria Ed. Vaticana, Città del Vaticano 1974, 645-764 e in G. GHIBERTI-G. BORGONOVO,Bibliografia sulla risurrezione di Gesù (1973-1992), in «Scuola Cattolica» 121 (1993) 171-287.Per le questioni generali: F. X. DURRWELL, La risurrezione di Gesù mistero di salvezza (Bibliot.Cult. Rel.), Ed. Paoline, Roma 1962 (l’originale francese di quest’opera che ha successo ancora ainostri giorni è del 1950: la sua caratteristica è l’attenzione alla portata teologica di questo mistero);G. GHIBERTI, La risurrezione di Gesù (BMCR 30), Paideia, Brescia 1982; F. G. BRAMBILLA, Ilcrocifisso risorto. Risurrezione di Gesù e fede dei discepoli (BTC 99), Queriniana, Brescia 1998;H. KESSLER, La risurrezione di Gesù Cristo. Uno studio biblico, teologico-fondamentale esistematico (BTC 105), Queriniana, Brescia 1999.Sui racconti giovannei: P. BENOIT, Marie-Madeleine et les disciples au tombeau selon Jo 20,1-18,in Judentum, Urchristentum, Kirche. Fs. J. Jeremias, Töpelmann, Berlin 1960, 141-162; G.GHIBERTI, I racconti pasquali del capitolo 20 di Giovanni confrontati con le altre tradizionineotestamentarie (Studi biblici 19), Paideia, Brescia 1972; ID., Giovanni XX nell’esegesicontemporanea. Rassegna, in «Studia Patavina» 20 (1973) 293-337; J. HEIL, Blood and water. Thedeath and resurrection of Jesus in John 18 - 21 (Catholic biblical quarterly. Monograph series 27),«Cath. Biblical Assoc. of America, Washington DC 1995; C. SETZER, Excellent women: Femalewitness to the resurrection, in «Journal of biblical literature» 116 (1997) 259 – 272; M. THEOBALD,Der johanneische Osterglaube und die Grenzen seiner narrativen Vermittlung (Joh 20), in R.Hoppe und U. Busse (a c.), Von Jesus zum Christus. Christologische Studien. Festgabe für PaulHoffmann zum 65. Geburtstag (Beihefte zur Zeitschrift für die neutestamentliche Wissenschaftund die Kunde der älteren Kirche 93), de Gruyter, Berlin (u.a.) 1998, 93 – 123; J. 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