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IV DOMENICA DI PASQUA, Anno A



Il Vangelo di oggi ci annuncia una splendida notizia. Ciascuno di noi è al centro dell'intimità e della perfetta unità tra il Padre e il Figlio. E' vero che tante volte anche noi mormoriamo e ci mettiamo davati al Signore con lo stesso atteggiamento dei Giudei. Esigiamo che il Signore si manifesti secondo i nostri desideri, secondo le voglie e i problemi del momento. Anzi, lo facciamo responsabile delle nostre sofferenze. In greco infatti invece di "fino a quando ci terrai con l'animo in sospeso" si può leggere anche "fino a quando ci toglierai la vita?". Confessiamo che è proprio quello che tante volte ci ritroviamo a pensare, quando ci sembra che il Signore resti muto di fronte alle nostre angosce. In fondo non è vero, come non era vero per i giudei, che siamo con l'animo in sospeso. La verità è che nel cuore abbiamo deciso ed è chiara ai nostri occhi l'immagine del salvatore di cui abbiamo bisogno. E non ci rendiamo conto che stiamo aspettando e desiderando un mercenario, un estraneo, uno cui di noi non importa nulla. Aspettiamo Barabba. Aspettiamo un brigante, l'importante è che ci risolva le cose. Per questo, rieccheggiando le parole dei demoni rivolte a Gesù nei sinottici, ci scandalizziamo del Signore, temiamo che venga a distruggerci, a scompaginare i nostri progetti di vita. Soprattutto, i nostri criteri, il nostro sguardo sul mondo, sulla vita, sugli eventi, sulle persone. Il cristianesimo non è una religione come le altre, alla sua origine ripete il Papa vi è un incontro personale capace di sconvolgere, convertire, cambiare e colmare l'esistenza. Dove si da questo incontro, e dove esso si approfondisce in una conoscenza che superi la buccia dell'apparenza, necessariamente si da un cambio radicale di mentalità. Appare un nuovo discernimento. Per questo Gesù parla di sè come del buon pastore, del pastore bello, del pastore vero. E per questo il contesto è proprio quello della festa di Hanukkàh, della Dedicazione, che celebrava la riconsacrazione del nuovo tempio ad opera di Giuda Maccabeo, dopo la profanazione di Antioco Epifane. È la hanukkàh (consacrazione), detta in greco enkainía (rinnovazione) (cfr 1 Macc 4, 54-59; 2 Macc 1,8; 2,16; 10,5). In questa festa, secondo i rabbini e la tradizione ebraica, tra i tanti, vi sono due elementi che crediamo essere fondamentali per l'intelligenza delle parole di Gesù:
"Il decreto promulgato dai Greci Siriani, era di far "dimenticare la Tua Torà e violare i decreti della Tua volontà" agli Ebrei. I Greci adoravano la conoscenza. A loro non importava se gli Ebrei apprendevano la saggezza della Torà. Ciò che obiettavano violentemente era l'idea che la Torà provenisse da Dio - "la Tua Torà"... Per questa ragione i Greci contaminarono l'olio nel Beit Hamikdash".
"La radice Hanukkah, da cui derivano Hanukkah e hinnukh (educazione), significa anche "educare". La rivolta ebraica scoppiò quando il nemico greco tentò di colpire proprio le radici culturali e religiose del popolo e più precisamente, quando i Seleucidi, dominatori della Giudea, imposero agli ebrei di abbandonare progressivamente le proprie tradizioni, costringendoli ad adorare gli idoli nel Tempio di Gerusalemme. Di fronte al pericolo della perdita della propria identità, gli ebrei si opposero e organizzarono una resistenza che fondava le proprie basi sull'adesione all'educazione ebraica".
Gesù, nel mezzo di questa festa, passeggia nel tempio, sotto il portico di Salomone. Passeggia come Dio nel paradiso, alla ricerca di Adamo. La sua presenza e le sue parole sono per ciascuno un interrogativo: "dove sei?". E' lui che interroga, e denuda, per questo la reazione è scomposta, e sembra che le domande del Signore ci tolgano la vita. Gesù ci chiede conto della mentalità che guida la nostra vita. Siamo sue pecore, oppure siamo sballottate qua e là da qualunque vento di dottrina, afferrate da uno dei tanti Barabba che attentano alle anime. Di fronte all'ingiustizia, alla malattia, all'umiliazione, alla solitudine, al disprezzo, al fallimento, quali sono le nostre reazioni? Con quali occhi, con quale mente, con quale cuore guardiamo oggi alla Croce? Chi ci sta educando? L'olio dello Spirito Santo, quello della sapienza della Croce, non è stato per caso profanato, e oggi giace inutilizzabile e ci troviamo come le vergini stolte, impossibilitate ad entrare al banchetto? Non abbiamo forse dimenticato la Parola che abbiamo ricevuto, consegnando il tempio della nostra vita agli idoli e al principe di questo mondo? Non siamo per caso oggi immondi, inadatti al culto, schiavi di mercenari e ingannatori? Se così fosse la parola del Vangelo è proprio per noi, ed è una buona notizia. E' la sua voce, quella per la quale siamo nati, per la quale siamo stati creati. E' il Pastore vero, bello, buono, che ci strappa dall'inganno, che distrugge nella sua morte, la menzogna e l'inganno. E' Lui che riconsacra il suo tempio, la nostra vita. E' Lui che ci attira nella stessa intimità divina, nel Santo dei Santi, il cuore di Dio. E' Lui che si fa nostro condottiero, che torna a guidare le nostre menti e i nostri cuori per i cammini della giustizia, della sapienza crocifissa. E' la sua voce che schiude i nostri occhi sulle sue opere, i segni dell'amore di Dio nella nostra vita. E' la sua voce colma delle sue parole che che ci dona la fede per credere ed ottenere la vita che non muore. E' la sua mano trapassata dai chiodi che ci tiene stretti per l'eternità. Sono stati i nostri peccati a scrivere, a tatuare con il sangue i nostri nomi nelle mani del Signore. E Lui, con il suo sangue, li ha scritti in Cielo, per l'eternità, ed è questa la verità che si fa unica fonte di vera gioia, il pascolo che ci sazia perchè ci dona il perdono eterno. E' la conoscenza di Dio in questo amore sperimentato mille volte, la conoscenza della misericordia, che scende sino al fondo più fondo delle nostre esistenze, è questa intimità che ci fa sue pecore, gregge del suo pascolo. La conoscenza crocifissa, che è la stessa sapienza con la quale guardare ogni istante della storia come una nota sullo spartito della sinfonia d'amore che Dio sta eseguendo per tutto il creato. E la nostra vita, il nostro corpo, il nostro cuore, la nostra mente, costituiscono così il nuovo tempio riconsacrato per il culto nuovo, quello della Chiesa, quello del Figlio: la lode di una vita perduta per amore. Seguendo il Pastore, insieme al Pastore. Perchè nessuno, nel mondo vada perduto.





CONCORDANZE

Percorso esegetico per scrutare il Vangelo della IV Domenica di Pasqua, anno A.



COMMENTI

RATZINGER - Benedetto XVI: Omelia sul Buon Pastore nell'ordinazione presbiterale

Giovanni Paolo II. Omelie sul Buon Pastore

P. R. Cantalamessa: IL BUON PASTORE

J Danielou. Il Sal. 23 e il Buon Pastore figure dell'iniziazione cristiana



L'INIZIAZIONE CRISTIANA, IL BATTESIMO E IL BUON PASTORE

J Danielou. Il Sal. 23 e il Buon Pastore figure dell'iniziazione cristiana



ESEGESI






COMMENTI PATRISTICI

San Gregorio Magno. Cristo, il buon pastore
San Beda il Venerabile. Dall’Omelia II sul Buon Pastore
S. Cirillo di Gerusalemme. Dal Commento al Vangelo di Giovanni sul Buon Pastore



ARTE E LITURGIA


Immagini del Buon Pastore nell'arte



RADICI NELL'EBRAISMO


Hanukkah, la festa che fa da sfondo al Vangelo del Buon Pastore



TEOLOGIA

J. Galot. Il sepolcro vuoto: Da piccoli indizi, lo stupore della fede
Catechesi di Giovanni Paolo II sulla Resurrezione
J. Ratzinger. La fede nella Risurrezione

Paul O’Callaghan. Resurrezione. Teologia



MISTERO PASQUALE


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Giovanni Paolo II:L’amore misericordioso di Dio si rivela pienamente e definitivamente nel Mistero pasquale.

Paolo VI. Il Mistero Pasquale
H. U. Von Balthasar. Mysterium Paschale. La Consegna
J. Ratzinger. La fede nella Risurrezione
J Jeremias La Pasqua
Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua
La pasqua dei primi secoli
Sant''Agostino. "Fides christianorum resurrectio Christi est"
Catechesi di Giovanni Paolo II sulla Resurrezione
Meditazione di Don Divo Barsotti sulla Pasqua
Ignace DE LA POTTERIE. Testi sulla Risurrezione di Gesù in Giovanni
La Pasqua dell''ebreo Gesù
I giorni della Pasqua
J Jeremias La Pasqua
Ratzinger - Benedetto XVI. Meditazione sulla La Pasqua
Tutti i passi della storia varcano il sepolcro vuoto
Meditazione di Don Divo Barsotti sulla Pasqua
Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua
J. Galot. Il sepolcro vuoto: Da piccoli indizi, lo stupore della fede
LA TOMBA VUOTA E LA SINDONE DI TORINO
Presenza di Maria nel mistero pasquale
tomba vuota e panni sepolcrali
Padre Raniero Cantalamessa. La storicità della risurrezione di Cristo
Sant''Agostino. "Fides christianorum resurrectio Christi est"
Marc Chagall. Il mistero della Pasqua
A. Socci. Ipotesi su Gesù e la sua resurrezione.
Don Giussani: Cristo contro il nulla
Paul O’Callaghan. Resurrezione. Teologia
LE APPARIZIONI «UFFICIALI» DEL RISORTO AL GRUPPO APOSTOLICO (GV 20,19-31)

Percorso esegetico per scrutare il Vangelo della IV Domenica di Pasqua, anno A.

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Si è pecore del gregge di Cristo
riconoscendo come unica sorgente della sapienza
la parola di Dio a noi trasmessa
per mezzo dei profeti e degli apostoli.


Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 5, 31-47
Se credeste ... a Mosè, credereste anche a me; perché di me egli ha scritto. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole? (vv. 46-47)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 10, 1-18
Le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. (v. 4b)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 10, 38-42
Maria ... sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola. (v. 39)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 24, 13-53
Ed egli disse loro: "Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! ... E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui". (vv. 25. 27)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo agli Efesini, cap. 2, 11-22
Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. (vv. 19-20)

Dalla lettera agli Ebrei, cap. 1, 1-2, 4
Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio. (vv. 1, 1-2a)

Dalla seconda lettera di S. Pietro apostolo, cap. 1, 16-21
E così abbiamo conferma migliore della parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione, come a lampada che brilla in un luogo oscuro. (v. 19a)

Dal Cantico dei Cantici, cap. 1, 1-8
Dimmi, o amore dell’anima mia, dove vai a pascolare il gregge ... Se non lo sai, o bellissima tra le donne, segui le orme del gregge. (vv. 7a. 8a)

Dal libro del profeta Baruc, cap. 3, 9-4, 4
Egli è il nostro Dio e nessun altro può essergli paragonato. Egli ha scrutato tutta la via della sapienza e ne ha fatto dono a Giacobbe suo servo, a Israele suo diletto. (vv. 36-37)

Dal libro del Deuteronomio, cap. 5, 23-6, 25
Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli. (vv. 4-7a)


Effetto dell’ascolto della parola di Dio
è di essere da Lui conosciuti:
Egli infatti guarda con amore
e conduce coloro che si affidano a Lui.


Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 1, 35-51
Natanaèle gli domandò: "Come mi conosci?". Gli rispose Gesù: "Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico". (v. 48)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 4, 27-30
La donna ... lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: "Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto". (vv. 28-29a)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 8, 28-39
Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno ... quelli che egli da sempre ha conosciuto. (vv. 28b-29a)

Dalla prima lettera di S. Paolo apostolo ai Corinzi, cap. 8, 1-6
Chi ... ama Dio, è da lui conosciuto. (v. 3)

Dalla prima lettera di S. Paolo apostolo ai Corinzi, cap. 13, 1-13
Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. (v. 12b)

Salmo 1
Il Signore veglia sul cammino dei giusti, ma la via degli empi andrà in rovina. (v. 6)

Salmo 139 (138)
Signore, tu mi scruti e mi conosci. (v. 1a)

Dal libro della Sapienza, cap. 7, 1-8, 1
Nulla infatti Dio ama se non chi vive con la sapienza. (v. 28)

Dal libro del profeta Ezechiele, cap. 34, 10-16
Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura ... Le condurrò in ottime pasture e il loro ovile sarà sui monti alti d’Israele. (vv. 11b. 14a)

Dal libro del Deuteronomio, cap. 8, 1-16
Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. (v. 2)


A coloro che nella Chiesa si lasciano guidare dall’insegnamento divino,
Gesù dona la vita eterna: lo Spirito Santo che conduce
alla conoscenza del Padre e del Figlio.


Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 3, 16-21
Dio ... ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. (v. 16)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 4, 1-26
Chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna (v. 14)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 6, 48-70
È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. (v. 63)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 7, 37-39
Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: "Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno". Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui. (vv. 37-39a)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 15, 26-16, 15
Quando ... verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera. (v. 13a)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 17, 1-5
Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. (vv. 1b-2)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 6, 12-23
Il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore. (v. 23b)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo agli Efesini, cap. 1, 13-23
Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. (v. 17)

Dalla prima lettera di S. Giovanni apostolo, cap. 5, 1-21
Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna. (v. 20)

Dal libro della Sapienza, cap. 15, 1-6
Conoscerti ... è giustizia perfetta, conoscere la tua potenza è radice di immortalità. (v. 3)


Le forze del male non hanno potere sulla Chiesa di Cristo.
Egli infatti veglia e custodisce con mano potente il suo gregge, affinché nessuno vada perduto.


Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 6, 26-40
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno. (v. 39)

Dal vangelo secondo Matteo, cap. 16, 13-20
Io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. (v. 18)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 12, 1-32
Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno. (vv. 32)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 15, 4-10
Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? (v. 4)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo agli Efesini, cap. 6, 10-20
Per il resto, attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. (vv. 10-11)

Dalla prima lettera di S. Pietro apostolo, cap. 5, 1-14
Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno, gettando in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi. (vv. 6-7)

Salmo 23 (22)
Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. (v. 4)

Salmo 91 (90)
Solo che tu guardi, con i tuoi occhi vedrai il castigo degli empi. Poiché tuo rifugio è il Signore e hai fatto dell’Altissimo la tua dimora, non ti potrà colpire la sventura, nessun colpo cadrà sulla tua tenda. (vv. 8-10)

Dal libro del profeta Isaia, cap. 40, 1-11
Ecco, il Signore Dio viene con potenza, con il braccio egli detiene il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e i suoi trofei lo precedono. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri. (vv. 10-11)

Dal libro del profeta Geremia, cap. 23, 1-8
Costituirò sopra di esse [le mie pecore] pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi; di esse non ne mancherà neppure una. (v. 4)


Il Padre celeste,
che ha affidato a Gesù la sua Chiesa, è l’Onnipotente.
È lui stesso che, per mezzo di Gesù, veglia e custodisce.


Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 3, 22-36
Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. (v. 35)

Dal vangelo secondo Matteo, cap. 12, 15-32
Se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il Regno di Dio. (v. 28)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 1, 48-55
Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome ... Ha spiegato la potenza del suo braccio. (vv. 49-51a)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Filippesi, cap. 2, 1-11
Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra. (vv. 9-10)

Dal libro dell’Apocalisse, cap. 1, 1-8
Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente! (v. 8)

Dal libro dell’Apocalisse, cap. 21, 9-27
La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello. (v. 23)

Salmo 147 (146-147)
Grande è il Signore, onnipotente, la sua sapienza non ha confini. (v. 5)

Dal libro della Sapienza, cap. 7, 22-8, 1
Sebbene unica, essa [la sapienza] può tutto; pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova e attraverso le età entrando nelle anime sante, forma amici di Dio e profeti. (v. 27)

Dal libro del profeta Isaia, cap. 43, 1-21
Io sono Dio, sempre il medesimo dall’eternità. Nessuno può sottrarre nulla al mio potere; chi può cambiare quanto io faccio? (vv. 12b-13)

Dal libro del Deuteronomio, cap. 32, 31-43
Sorgano ora e vi soccorrano, siano il riparo per voi! Ora vedete che io, io lo sono e nessun altro è dio accanto a me. (vv. 38b-39a)


Gesù rivela la sua piena e perfetta unità con il Padre
pur essendo Egli presente nel mondo.


Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 1, 1-18
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. (v. 1)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 8, 13-30
Disse allora Gesù: "Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo". (v. 28)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 12, 44-50
Chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io come luce sono venuto nel mondo. (vv. 45-46a)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 14, 1-14
Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me. (vv. 10-11a)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 16, 25-33
Ecco, verrà l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. (v. 32)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 17, 6-26
Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi. (v. 11b)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 16, 25-27
A Dio che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli dei secoli. Amen. (v. 27)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo agli Efesini, cap. 1
Egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra. (vv. 9-10)

Dalla lettera agli Ebrei, cap. 1, 1-5
Questo Figlio ... è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza. (v. 3a)

Dalla prima lettera di S. Giovanni apostolo, cap. 5, 1-13
La testimonianza di Dio è quella che ha dato al suo Figlio ... E la testimonianza è questa: Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. (vv. 9b. 11)

P. R. Cantalamessa: IL BUON PASTORE

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In tutti e tre i cicli liturgici, la IV Domenica di Pasqua presenta un brano del Vangelo di Giovanni sul buon pastore. Dopo averci condotto, Domenica scorsa, tra i pescatori, il Vangelo ci conduce tra i pastori. Due categorie di uguale importanza nei vangeli. Dall'una deriva il titolo di "pescatori di uomini", dall'altra quello di "pastori di anime", dato agli apostoli.

La maggior parte della Giudea era un altipiano dal suolo aspro e sassoso, più adatto alla pastorizia che all'agricoltura. L'erba era scarsa e il gregge doveva spostarsi continuamente; non c'erano muri di protezione e questo richiedeva la costante presenza del pastore in mezzo al gregge. Un viaggiatore del secolo scorso ci ha lasciato un ritratto del pastore nella Palestina di allora: "Quando lo vedi su un alto pascolo, insonne, lo sguardo che scruta in lontananza, esposto alle intemperie, appoggiato al suo bastone, sempre attento ai movimenti del gregge, capisci perché il pastore ha acquistato tale importanza nella storia d'Israele che essi hanno dato questo titolo ai loro re e Cristo lo ha assunto come emblema di sacrificio di sé".

Nell'antico Testamento Dio stesso viene rappresentato come pastore del suo popolo. "Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla " (Sal 23,1). "Egli è il nostro Dio e noi il popolo che egli pasce" (Sal 95,7). Il futuro Messia è anch'esso descritto con l'immagine del pastore: "Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri" (Is 40,11). Questa immagine ideale di pastore trova la sua piena realizzazione in Cristo. Egli è il buon pastore che va in cerca della pecorella smarrita; si impietosisce del popolo perché lo vede "come pecore senza pastore" (Mt 9,36); chiama i suoi discepoli "il piccolo gregge" (Lc 12, 32). Pietro chiama Gesù "il pastore delle nostre anime" (1 Pt 2, 25) e la Lettera agli Ebrei "il grande pastore delle pecore" (Eb 13,20).

Di Gesù buon pastore il brano evangelico di questa Domenica mette in risalto alcune caratteristiche. La prima riguarda la conoscenza reciproca tra pecore e pastore: "Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono". In certi paesi d'Europa, gli ovini sono allevati principalmente per le carni; in Israele erano allevati soprattutto per la lana e il latte. Esse perciò rimanevano per anni e anni in compagnia del pastore che finiva per conoscere il carattere di ognuna e chiamarla con qualche affettuoso nomignolo.

È chiaro ciò che Gesù vuole dire con queste immagini. Egli conosce i suoi discepoli (e, in quanto Dio, tutti gli uomini), li conosce "per nome" che per la Bibbia vuol dire nella loro più intima essenza. Egli li ama con un amore personale che raggiunge ciascuno come se fosse il solo ad esistere davanti a lui. Cristo non sa contare che fino a uno: e quell'uno è ognuno di noi.

Un'altra cosa ci dice del buon pastore il brano odierno di Vangelo. Egli dà la vita alle pecore e per le pecore e nessuno potrà rapirgliele. L'incubo dei pastori d'Israele erano le bestie selvagge – lupi e iene – e i briganti. In luoghi così isolati essi costituivano una minaccia costante. Era il momento in cui veniva fuori la differenza tra il vero pastore -quello che pasce le pecore di famiglia, che ha la vocazione di pastore- e il salariato che si mette a servizio di qualche pastore unicamente per la paga che ne riceve, ma non ama, e spesso anzi odia le pecore. Di fronte al pericolo, il mercenario fugge e lascia le pecore in balia del lupo o del brigante; il vero pastore affronta coraggiosamente il pericolo per salvare il gregge. Questo spiega perché la liturgia ci propone il Vangelo del buon pastore nel tempo pasquale: la Pasqua è stata il momento in cui Cristo ha dimostrato di essere il buon pastore che da la vita per le sue pecore.

RATZINGER - Benedetto XVI: Omelia sul Buon Pastore nell'ordinazione presbiterale

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Omelia del Papa per l’ordinazione presbiteriale di 15 diaconi della diocesi di Roma, 7 maggio 2006

In quest'ora nella quale Voi, cari amici, mediante il Sacramento dell'Ordinazione sacerdotale, venite introdotti come pastori al servizio del grande Pastore Gesù Cristo, è il Signore stesso che nel Vangelo ci parla del servizio a favore del gregge di Dio. L'immagine del pastore viene da lontano. Nell'antico Oriente i re solevano designare se stessi come pastori dei loro popoli. Nell'Antico Testamento Mosè e Davide, prima di essere chiamati a diventare capi e pastori del Popolo di Dio, erano stati effettivamente pastori di greggi. Nei travagli del periodo dell'esilio, di fronte al fallimento dei pastori d'Israele, cioè delle guide politiche e religiose, Ezechiele aveva tracciato l'immagine di Dio stesso come del Pastore del suo popolo: "Come un pastore passa in rassegna il suo gregge …, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine" (Ez 34, 12).
Ora Gesù annunzia che quest'ora è arrivata: Egli stesso è il Buon Pastore nel quale Dio si prende cura della sua creatura, l'uomo, raccogliendo gli esseri umani e conducendoli al vero pascolo. San Pietro, al quale il Signore risorto aveva dato l'incarico di pascere le sue pecorelle, di diventare pastore con Lui e per Lui, qualifica Gesù come l'«archipoimen» – l'arcipastore (cfr 1Pt 5, 4), e con ciò intende dire che si può essere pastore del gregge di Gesù Cristo soltanto per mezzo di Lui e nella più intima comunione con Lui. È proprio questo che si esprime nel Sacramento dell'Ordinazione: il sacerdote viene totalmente inserito in Cristo affinché, partendo da Lui e agendo in vista di Lui, egli svolga in comunione con Lui il servizio dell'unico Pastore Gesù, nel quale Dio, da uomo, vuole essere il nostro Pastore.
Il Vangelo di questa domenica è soltanto una parte del grande discorso di Gesù sui pastori. In questo brano il Signore ci dice tre cose sul vero pastore: egli dà la propria vita per le pecore; le conosce ed esse lo conoscono; sta a servizio dell'unità. Prima di riflettere su queste tre caratteristiche essenziali dell'essere pastori, sarà forse utile ricordare brevemente la parte precedente del discorso sui pastori nella quale Gesù, prima di designarsi come Pastore, dice con nostra sorpresa: "Io sono la porta" (Gv 10, 7). È attraverso di Lui che si deve entrare nel servizio di pastore. Gesù mette in risalto molto chiaramente questa condizione di fondo affermando: "Chi … sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante" (Gv 10, 1). La parola "sale" evoca l'immagine di qualcuno che si arrampica sul recinto per giungere, scavalcando, là dove legittimamente non potrebbe arrivare. "Salire" – si può qui vedere anche l'immagine del carrierismo, del tentativo di arrivare "in alto", di procurarsi una posizione mediante la Chiesa: servirsi, non servire. È l'immagine dell'uomo che, attraverso il sacerdozio, vuole farsi importante, diventare un personaggio; l'immagine di colui che ha di mira la propria esaltazione e non l'umile servizio di Gesù Cristo. Ma l'unica ascesa legittima verso il ministero del pastore è la croce. È questa la porta. Non desiderare di diventare personalmente qualcuno, ma invece esserci per l'altro, per Cristo, e così mediante Lui e con Lui esserci per gli uomini che Egli cerca, che Egli vuole condurre sulla via della vita. Si entra nel sacerdozio attraverso il Sacramento – e ciò significa appunto: attraverso la donazione totale di se stessi a Cristo, affinché Egli disponga di me; affinché io Lo serva e segua la sua chiamata, anche se questa dovesse essere in contrasto con i miei desideri di autorealizzazione e stima. Entrare per la porta, che è Cristo, vuol dire conoscerlo ed amarlo sempre di più, perché la nostra volontà si unisca alla sua e il nostro agire diventi una cosa sola col suo agire. Cari amici, per questa intenzione vogliamo pregare sempre di nuovo, vogliamo impegnarci proprio per questo, che cioè Cristo cresca in noi, che la nostra unione con Lui diventi sempre più profonda, cosicché per il nostro tramite sia Cristo stesso Colui che pasce.
Guardiamo ora più da vicino le tre affermazioni fondamentali di Gesù sul buon pastore. La prima, che con grande forza pervade tutto il discorso sui pastori, dice: il pastore dà la sua vita per le pecore. Il mistero della Croce sta al centro del servizio di Gesù quale pastore: è il vero grande servizio che Egli rende a tutti noi. Egli dona se stesso. Per questo, a buona ragione, al centro della vita sacerdotale sta la sacra Eucaristia, nella quale il sacrificio di Gesù sulla croce rimane continuamente presente tra di noi. E a partire da ciò impariamo anche che cosa significa celebrare l'Eucaristia in modo adeguato: è un incontrare il Signore che per noi si spoglia della sua gloria divina, si lascia umiliare fino alla morte in croce e così si dona a tutti noi.
È molto importante per il sacerdote l'Eucaristia quotidiana, nella quale si espone sempre di nuovo a questo mistero; sempre di nuovo pone se stesso nelle mani di Dio sperimentando al contempo la gioia di sapere che Egli è presente, mi accoglie, sempre di nuovo mi solleva e mi porta. L'Eucaristia deve diventare per noi una scuola di vita, nella quale impariamo a donare la nostra vita. La vita non la si dona solo nel momento della morte e non soltanto nel modo del martirio. Noi dobbiamo donarla giorno per giorno. Occorre imparare giorno per giorno che io non possiedo la mia vita per me stesso. Giorno per giorno devo imparare ad abbandonare me stesso; a tenermi a disposizione per quella cosa per la quale Egli, il Signore, sul momento ha bisogno di me, anche se altre cose mi sembrano più belle e più importanti. Donare la vita, non prenderla. È proprio così che facciamo l'esperienza della libertà. La libertà da noi stessi, la vastità dell'essere. Proprio così, nell'essere utile, la nostra vita diventa importante e bella. Solo chi dona la propria vita, la trova.
Come seconda cosa il Signore ci dice: "Io conosco le mie pecore, e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre " (Gv 10, 14-15). Sono due rapporti apparentemente del tutto diversi che qui si trovano intrecciati l'uno con l'altro: il rapporto tra Gesù e il Padre e il rapporto tra Gesù e gli uomini a Lui affidati. Ma entrambi i rapporti vanno proprio insieme, perché gli uomini, in fin dei conti, appartengono al Padre e sono alla ricerca di Lui. Quando si accorgono che uno parla soltanto nel proprio nome e attingendo solo da sé, allora intuiscono che egli non può essere ciò che stanno cercando. Laddove però risuona in una persona la voce del Padre, si apre la porta della relazione che l'uomo aspetta. Così deve essere quindi anche nel nostro caso. Innanzitutto e nel nostro intimo dobbiamo vivere il rapporto con Cristo e per il suo tramite con il Padre; solo allora possiamo veramente comprendere gli uomini, e allora essi si rendono conto di aver trovato il vero pastore. Ovviamente, nelle parole di Gesù è anche racchiuso tutto il compito pastorale pratico, di seguire gli uomini, di andare a trovarli, di essere aperti per le loro necessità e le loro domande. Ovviamente è fondamentale la conoscenza pratica, concreta delle persone a me affidate, e ovviamente è importante capire questo "conoscere" nel senso biblico: non c'è un vero conoscere senza amore, senza un rapporto interiore, senza una profonda accettazione dell'altro. Il pastore non può accontentarsi di sapere i nomi e le date. Il suo conoscere deve essere sempre anche un conoscere con il cuore. Questo però è realizzabile in fondo soltanto se il Signore ha aperto il nostro cuore; se il nostro conoscere non lega le persone al nostro piccolo io privato, al nostro proprio piccolo cuore, ma invece fa sentire loro il cuore di Gesù, il cuore del Signore. Deve essere un conoscere col cuore di Gesù e orientato verso di Lui, un conoscere che non lega l'uomo a me, ma lo guida verso Gesù rendendolo così libero e aperto. Affinché questo ci sia donato, vogliamo sempre di nuovo pregare il Signore.
Infine il Signore ci parla del servizio dell'unità affidato al pastore: "Ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore" (Gv 10, 16). È la stessa cosa che Giovanni ripete dopo la decisione del sinedrio di uccidere Gesù, quando Caifa disse che sarebbe stato meglio se uno solo fosse morto per il popolo piuttosto che la nazione intera perisse. Giovanni riconosce in ciò una parola profetica e aggiunge: "Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi" (11, 52). Si rivela la relazione tra Croce e unità; l'unità si paga con la Croce. Soprattutto però emerge l'orizzonte universale dell'agire di Gesù. Se Ezechiele nella sua profezia sul pastore aveva di mira il ripristino dell'unità tra le tribù disperse d'Israele (cfr Ez 34, 22-24), si tratta ora dell'unificazione di tutti i figli di Dio, dell'umanità – della Chiesa di giudei e di pagani. La missione di Gesù riguarda l'umanità intera, e perciò alla Chiesa è data una responsabilità per tutta l'umanità, affinché essa riconosca Dio, quel Dio che, per noi tutti, in Gesù Cristo si è fatto uomo, ha sofferto, è morto ed è risorto. La Chiesa non deve mai accontentarsi della schiera di coloro che a un certo punto ha raggiunto. Non può ritirarsi comodamente nei limiti del proprio ambiente. È incaricata della sollecitudine universale, deve preoccuparsi di tutti. Questo grande compito dobbiamo "tradurre" nelle nostre rispettive missioni. Ovviamente un sacerdote, un pastore d'anime, deve innanzitutto preoccuparsi di coloro, che credono e vivono con la Chiesa, che cercano in essa la strada della vita e che da parte loro, come pietre vive, costruiscono la Chiesa e così edificano e sostengono insieme anche il sacerdote. Tuttavia, dobbiamo anche sempre di nuovo – come dice il Signore – uscire "per le strade e lungo le siepi" (Lc 14, 23) per portare l'invito di Dio al suo banchetto anche a quegli uomini che finora non ne hanno ancora sentito niente, o non ne sono stati toccati interiormente. Il servizio dell'unità ha tante forme. Ne fa parte sempre anche l'impegno per l'unità interiore della Chiesa, perché essa, oltre tutte le diversità e i limiti, sia un segno della presenza di Dio nel mondo che solo può creare una tale unità.
La Chiesa antica ha trovato nella scultura del suo tempo la figura del pastore che porta una pecora sulle sue spalle. Forse queste immagini fanno parte del sogno idillico della vita campestre che aveva affascinato la società di allora. Ma per i cristiani questa figura diventava con tutta naturalezza l'immagine di Colui che si è incamminato per cercare la pecora smarrita: l'umanità; l'immagine di Colui che ci segue fin nei nostri deserti e nelle nostre confusioni; l'immagine di Colui che ha preso sulle sue spalle la pecora smarrita, che è l'umanità, e la porta a casa. È divenuta l'immagine del vero Pastore Gesù Cristo. A Lui ci affidiamo. A Lui affidiamo Voi, cari fratelli, specialmente in quest'ora, affinché Egli Vi conduca e Vi porti tutti i giorni; affinché Vi aiuti a diventare, per mezzo di Lui e con Lui, buoni pastori del suo gregge. Amen!



SANTA MESSA PER L’ORDINAZIONE PRESBITERALE DI 22 DIACONI DELLA DIOCESI DI ROMA , 29.04.2007

Alle ore 9.00 di oggi, IV Domenica di Pasqua e 44ma Giornata mondiale di preghiera per le Vocazioni sul tema: "La vocazione al servizio della Chiesa comunione", nella Basilica Vaticana il Santo Padre Benedetto XVI presiede la Santa Messa nel corso della quale conferisce l’Ordinazione presbiterale a 22 diaconi della Diocesi di Roma.

Concelebrano con il Papa: l’Em.mo Card. Camillo Ruini, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, S.E. Mons. Luigi Moretti, Vicegerente, i Vescovi Ausiliari, i Superiori dei Seminari interessati e i Parroci degli ordinandi.

Nel corso della Liturgia dell’ordinazione, il Santo Padre pronuncia la seguente omelia:



OMELIA DEL SANTO PADRE

Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,

cari Ordinandi,

cari fratelli e sorelle!

L’odierna IV Domenica di Pasqua, tradizionalmente detta del "Buon Pastore", riveste per noi, che siamo raccolti in questa Basilica Vaticana, un particolare significato. E’ un giorno assolutamente singolare soprattutto per voi, cari Diaconi, ai quali, come Vescovo e Pastore di Roma, sono lieto di conferire l’Ordinazione sacerdotale. Entrerete così a far parte del nostro "presbyterium". Insieme con il Cardinale Vicario, i Vescovi Ausiliari ed i sacerdoti della Diocesi, ringrazio il Signore per il dono del vostro sacerdozio, che arricchisce la nostra Comunità di 22 nuovi Pastori.

La densità teologica del breve brano evangelico, che è stato poco fa proclamato, ci aiuta a meglio percepire il senso e il valore di questa solenne Celebrazione. Gesù parla di sé come del Buon Pastore che dà la vita eterna alle sue pecore (cfr Gv 10,28). Quella del pastore è un’immagine ben radicata nell'Antico Testamento e cara alla tradizione cristiana. Il titolo di "pastore d’Israele" viene attribuito dai Profeti al futuro discendente di Davide, e pertanto possiede un’indubbia rilevanza messianica (cfr Ez 34,23). Gesù è il vero Pastore d’Israele, in quanto è il Figlio dell’uomo che ha voluto condividere la condizione degli esseri umani per donare loro la vita nuova e condurli alla salvezza. Significativamente al termine "pastore" l’evangelista aggiunge l’aggettivo kalós "bello", che egli utilizza unicamente in riferimento Gesù e alla sua missione. Anche nel racconto delle nozze di Cana l’aggettivo kalós viene impiegato due volte per connotare il vino offerto da Gesù ed è facile vedere in esso il simbolo del vino buono dei tempi messianici (cfr Gv 2,10).

"Io do loro (alle mie pecore) la vita eterna e non andranno mai perdute" (Gv 10,28). Così afferma Gesù, che poco prima aveva detto: "Il buon pastore offre la vita per le pecore" (cfr Gv 10,11). Giovanni utilizza il verbo tithénai - offrire, che ripete nei versetti seguenti (15.17.18); lo stesso verbo troviamo nel racconto dell’Ultima Cena, quando Gesù "depose" le sue vesti per poi "riprenderle" (cfr Gv 13, 4.12). E’ chiaro che si vuole in questo modo affermare che il Redentore dispone con assoluta libertà della propria vita, così da poterla offrire e poi riprendere liberamente. Cristo è il vero Buon Pastore che ha dato la vita per le sue pecore -per noi- immolandosi sulla Croce. Egli conosce le sue pecore e le sue pecore lo conoscono, come il Padre conosce Lui ed Egli conosce il Padre (cfr Gv 10,14-15). Non si tratta di mera conoscenza intellettuale, ma di una relazione personale profonda; una conoscenza del cuore, propria di chi ama e di chi è amato; di chi è fedele e di chi sa di potersi a sua volta fidare; una conoscenza d’amore in virtù della quale il Pastore invita i suoi a seguirlo, e che si manifesta pienamente nel dono che fa loro della vita eterna (cfr Gv 10,27-28).

Cari Ordinandi, la certezza che Cristo non ci abbandona e che nessun ostacolo potrà impedire la realizzazione del suo universale disegno di salvezza sia per voi motivo di costante consolazione -anche nel giorno di difficoltà- e di incrollabile speranza. La bontà del Signore è sempre con voi ed è forte. Il Sacramento dell’Ordine che state per ricevere vi farà partecipi della stessa missione di Cristo; sarete chiamati a spargere il seme della sua Parola -il seme che porta in sé il Regno di Dio-, a dispensare la divina misericordia e a nutrire i fedeli alla mensa del suo Corpo e del suo Sangue. Per essere suoi degni ministri dovrete alimentarvi incessantemente dell’Eucaristia, fonte e culmine della vita cristiana. Accostandovi all’altare, vostra quotidiana scuola di santità, di comunione con Gesù, del modo di entrare nei Suoi sentimenti; accostandovi all’altare per rinnovare il sacrificio della Croce, scoprirete sempre più la ricchezza e tenerezza dell'amore del divino Maestro, che oggi vi chiama ad una più intima amicizia con Lui. Se lo ascolterete docilmente, se lo seguirete fedelmente, imparerete a tradurre nella vita e nel ministero pastorale il suo amore e la sua passione per la salvezza delle anime. Ciascuno di voi, cari Ordinandi, diventerà con l’aiuto di Gesù un buon pastore, pronto a dare, se necessario, anche la vita per Lui.

Così avvenne all’inizio del cristianesimo con i primi discepoli, mentre, come abbiamo ascoltato nella prima Lettura, il Vangelo andava diffondendosi tra consolazioni e difficoltà. Vale la pena di sottolineare le ultime parole del brano degli Atti degli Apostoli che abbiamo ascoltato: "I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo" (13,52). Malgrado le incomprensioni e i contrasti, l’apostolo di Cristo non smarrisce la gioia, anzi è il testimone di quella gioia che scaturisce dall’essere con il Signore, dall’amore per Lui e per i fratelli. Nell’odierna Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, che quest’anno ha come tema "La vocazione al servizio della Chiesa comunione", preghiamo perché quanti sono scelti a così alta missione siano accompagnati dall’orante comunione di tutti i fedeli.

Preghiamo perché cresca in ogni parrocchia e comunità cristiana l’attenzione per le vocazioni e per la formazione dei sacerdoti: essa inizia in famiglia, prosegue in seminario e coinvolge tutti coloro che hanno a cuore la salvezza delle anime. Cari fratelli e sorelle che partecipate a questa suggestiva celebrazione, e in primo luogo voi, parenti, familiari e amici di questi 22 Diaconi che tra poco saranno ordinati presbiteri! Attorniamoli, questi nostri fratelli nel Signore, con la nostra spirituale solidarietà. Preghiamo perché siano fedeli alla missione a cui oggi il Signore li chiama, e siano pronti a rinnovare ogni giorno a Dio il loro "sì", il loro "eccomi" senza riserve. E chiediamo al Padrone della messe, in questa Giornata per le Vocazioni, che continui a suscitare molti e santi presbiteri, totalmente dediti al servizio del popolo cristiano.

In questo momento tanto solenne e importante della vostra esistenza, è ancora a voi, cari Ordinandi, che mi dirigo con affetto. A voi quest’oggi Gesù ripete: "Non vi chiamo più servi, ma amici". Accogliete e coltivate questa divina amicizia con "amore eucaristico"! Vi accompagni Maria, celeste Madre dei Sacerdoti; Lei, che sotto la Croce si è unita al Sacrificio del suo Figlio e, dopo la risurrezione, nel Cenacolo ha accolto insieme con gli Apostoli e con gli altri discepoli il dono dello Spirito, aiuti voi e ciascuno di noi, cari fratelli nel Sacerdozio, a lasciarci trasformare interiormente dalla grazia di Dio. Solo così è possibile essere immagini fedeli del Buon Pastore; solo così si può svolgere con gioia la missione di conoscere, guidare e amare il gregge che Gesù si è acquistato a prezzo del suo sangue. Amen



LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DEL REGINA CAELI , 29.04.2007

Al termine della Santa Messa celebrata nella Basilica Vaticana per l’Ordinazione presbiterale di 22 diaconi della Diocesi di Roma, il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del Suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare il Regina Caeli con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.

Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana del tempo pasquale:

PRIMA DEL REGINA CAELI

Cari fratelli e sorelle!

Oggi, IV Domenica di Pasqua, Domenica del "Buon Pastore", ricorre la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. Tutti i fedeli sono esortati a pregare in modo particolare per le vocazioni al sacerdozio ed alla vita consacrata. Stamani, nella Basilica di San Pietro, ho avuto la gioia di ordinare 22 nuovi Sacerdoti. Mentre saluto con affetto questi neo-presbiteri insieme con i loro familiari ed amici, vi invito a ricordare quanti il Signore continua a chiamare per nome, come fece un giorno con gli Apostoli sulla riva del Lago di Galilea, perché diventino "pescatori di uomini", cioè suoi più diretti collaboratori nell’annuncio del Vangelo e nel servizio del Regno di Dio in questo nostro tempo. Domandiamo per tutti i sacerdoti il dono della perseveranza: che si mantengano fedeli alla preghiera, celebrino la santa Messa con devozione sempre rinnovata, vivano in ascolto della Parola di Dio ed assimilino giorno dopo giorno gli stessi sentimenti ed atteggiamenti di Gesù Buon Pastore. Preghiamo, poi, per chi si prepara al ministero sacerdotale e per i formatori nei Seminari di Roma, d’Italia e del mondo intero; preghiamo per le famiglie, perché in esse continui a sbocciare e maturare il "seme" della chiamata al ministero presbiterale.



OMELIA PER L'INSEDIAMENTO


Il primo segno è il Pallio, tessuto in pura lana, che mi viene posto sulle spalle. Questo antichissimo segno, che i Vescovi di Roma portano fin dal IV secolo, può essere considerato come un’immagine del giogo di Cristo, che il Vescovo di questa città, il Servo dei Servi di Dio, prende sulle sue spalle. Il giogo di Dio è la volontà di Dio, che noi accogliamo. E questa volontà non è per noi un peso esteriore, che ci opprime e ci toglie la libertà. Conoscere ciò che Dio vuole, conoscere qual è la via della vita – questa era la gioia di Israele, era il suo grande privilegio. Questa è anche la nostra gioia: la volontà di Dio non ci aliena, ci purifica – magari in modo anche doloroso – e così ci conduce a noi stessi. In tal modo, non serviamo soltanto Lui ma la salvezza di tutto il mondo, di tutta la storia. In realtà il simbolismo del Pallio è ancora più concreto: la lana d’agnello intende rappresentare la pecorella perduta o anche quella malata e quella debole, che il pastore mette sulle sue spalle e conduce alle acque della vita. La parabola della pecorella smarrita, che il pastore cerca nel deserto, era per i Padri della Chiesa un’immagine del mistero di Cristo e della Chiesa. L’umanità – noi tutti - è la pecora smarrita che, nel deserto, non trova più la strada. Il Figlio di Dio non tollera questo; Egli non può abbandonare l’umanità in una simile miserevole condizione. Balza in piedi, abbandona la gloria del cielo, per ritrovare la pecorella e inseguirla, fin sulla croce. La carica sulle sue spalle, porta la nostra umanità, porta noi stessi – Egli è il buon pastore, che offre la sua vita per le pecore. Il Pallio dice innanzitutto che tutti noi siamo portati da Cristo. Ma allo stesso tempo ci invita a portarci l’un l’altro. Così il Pallio diventa il simbolo della missione del pastore, di cui parlano la seconda lettura ed il Vangelo. La santa inquietudine di Cristo deve animare il pastore: per lui non è indifferente che tante persone vivano nel deserto. E vi sono tante forme di deserto. Vi è il deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, vi è il deserto dell’abbandono, della solitudine, dell’amore distrutto. Vi è il deserto dell’oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell’uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi. Perciò i tesori della terra non sono più al servizio dell’edificazione del giardino di Dio, nel quale tutti possano vivere, ma sono asserviti alle potenze dello sfruttamento e della distruzione. La Chiesa nel suo insieme, ed i Pastori in essa, come Cristo devono mettersi in cammino, per condurre gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita, verso l’amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza. Il simbolo dell’agnello ha ancora un altro aspetto. Nell’Antico Oriente era usanza che i re designassero se stessi come pastori del loro popolo. Questa era un’immagine del loro potere, un’immagine cinica: i popoli erano per loro come pecore, delle quali il pastore poteva disporre a suo piacimento. Mentre il pastore di tutti gli uomini, il Dio vivente, è divenuto lui stesso agnello, si è messo dalla parte degli agnelli, di coloro che sono calpestati e uccisi. Proprio così Egli si rivela come il vero pastore: “Io sono il buon pastore… Io offro la mia vita per le pecore”, dice Gesù di se stesso (Gv 10, 14s). Non è il potere che redime, ma l’amore! Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell’umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini.
Una delle caratteristiche fondamentali del pastore deve essere quella di amare gli uomini che gli sono stati affidati, così come ama Cristo, al cui servizio si trova. “Pasci le mie pecore”, dice Cristo a Pietro, ed a me, in questo momento. Pascere vuol dire amare, e amare vuol dire anche essere pronti a soffrire. Amare significa: dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza, che egli ci dona nel Santissimo Sacramento. Cari amici – in questo momento io posso dire soltanto: pregate per me, perché io impari sempre più ad amare il Signore. Pregate per me, perché io impari ad amare sempre più il suo gregge – voi, la Santa Chiesa, ciascuno di voi singolarmente e voi tutti insieme. Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi. Preghiamo gli uni per gli altri, perché il Signore ci porti e noi impariamo a portarci gli uni gli altri.
Il secondo segno, con cui viene rappresentato nella liturgia odierna l’insediamento nel Ministero Petrino, è la consegna dell’anello del pescatore. La chiamata di Pietro ad essere pastore, che abbiamo udito nel Vangelo, fa seguito alla narrazione di una pesca abbondante: dopo una notte, nella quale avevano gettato le reti senza successo, i discepoli vedono sulla riva il Signore Risorto. Egli comanda loro di tornare a pescare ancora una volta ed ecco che la rete diviene così piena che essi non riescono a tirarla su; 153 grossi pesci: “E sebbene fossero così tanti, la rete non si strappò” (Gv 21, 11). Questo racconto, al termine del cammino terreno di Gesù con i suoi discepoli, corrisponde ad un racconto dell’inizio: anche allora i discepoli non avevano pescato nulla durante tutta la notte; anche allora Gesù aveva invitato Simone ad andare al largo ancora una volta. E Simone, che ancora non era chiamato Pietro, diede la mirabile risposta: Maestro, sulla tua parola getterò le reti! Ed ecco il conferimento della missione: “Non temere! D’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc 5, 1–11). Anche oggi viene detto alla Chiesa e ai successori degli apostoli di prendere il largo nel mare della storia e di gettare le reti, per conquistare gli uomini al Vangelo – a Dio, a Cristo, alla vera vita. I Padri hanno dedicato un commento molto particolare anche a questo singolare compito. Essi dicono così: per il pesce, creato per l’acqua, è mortale essere tirato fuori dal mare. Esso viene sottratto al suo elemento vitale per servire di nutrimento all’uomo. Ma nella missione del pescatore di uomini avviene il contrario. Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita. E’ proprio così – nella missione di pescatore di uomini, al seguito di Cristo, occorre portare gli uomini fuori dal mare salato di tutte le alienazioni verso la terra della vita, verso la luce di Dio. E’ proprio così: noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini. E solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita. Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario. Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l’amicizia con lui. Il compito del pastore, del pescatore di uomini può spesso apparire faticoso. Ma è bello e grande, perché in definitiva è un servizio alla gioia, alla gioia di Dio che vuol fare il suo ingresso nel mondo.
Vorrei qui rilevare ancora una cosa: sia nell’immagine del pastore che in quella del pescatore emerge in modo molto esplicito la chiamata all’unità. “Ho ancora altre pecore, che non sono di questo ovile; anch’esse io devo condurre ed ascolteranno la mia voce e diverranno un solo gregge e un solo pastore” (Gv 10, 16), dice Gesù al termine del discorso del buon pastore. E il racconto dei 153 grossi pesci termina con la gioiosa constatazione: “sebbene fossero così tanti, la rete non si strappò” (Gv 21, 11). Ahimè, amato Signore, essa ora si è strappata! vorremmo dire addolorati. Ma no – non dobbiamo essere tristi! Rallegriamoci per la tua promessa, che non delude, e facciamo tutto il possibile per percorrere la via verso l’unità, che tu hai promesso. Facciamo memoria di essa nella preghiera al Signore, come mendicanti: sì, Signore, ricordati di quanto hai promesso. Fa’ che siamo un solo pastore ed un solo gregge! Non permettere che la tua rete si strappi ed aiutaci ad essere servitori dell’unità!
In questo momento il mio ricordo ritorna al 22 ottobre 1978, quando Papa Giovanni Paolo II iniziò il suo ministero qui sulla Piazza di San Pietro. Ancora, e continuamente, mi risuonano nelle orecchie le sue parole di allora: “Non abbiate paura, aprite anzi spalancate le porte a Cristo!” Il Papa parlava ai forti, ai potenti del mondo, i quali avevano paura che Cristo potesse portar via qualcosa del loro potere, se lo avessero lasciato entrare e concesso la libertà alla fede. Sì, egli avrebbe certamente portato via loro qualcosa: il dominio della corruzione, dello stravolgimento del diritto, dell’arbitrio. Ma non avrebbe portato via nulla di ciò che appartiene alla libertà dell’uomo, alla sua dignità, all’edificazione di una società giusta. Il Papa parlava inoltre a tutti gli uomini, soprattutto ai giovani. Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui – paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell’angustia e privati della libertà? Ed ancora una volta il Papa voleva dire: no! chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla – assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No! solo in quest’amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quest’amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera. Così, oggi, io vorrei, con grande forza e grande convinzione, a partire dall’esperienza di una lunga vita personale, dire a voi, cari giovani: non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo – e troverete la vera vita. Amen"

Giovanni Paolo II. Omelie sul Buon Pastore

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VISITA ALLA PARROCCHIA ROMANA DI SANT'ANTONIO DA PADOVA
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II 6 maggio 1979

L’odierna Domenica è stata dedicata a questa suprema ed essenziale necessità proprio perché la Liturgia ci presenta la figura di Gesù “Buon Pastore”.
Già l’Antico Testamento parla comunemente di Dio come Pastore di Israele, del popolo dell’alleanza, da lui scelto per realizzare il progetto della salvezza. Il Salmo 22 è un inno meraviglioso al Signore, Pastore delle nostre anime: “Il Signore è il mio Pastore; non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce; mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino... Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me...” (Sal 23,1-3).
I profeti Isaia, Geremia ed Ezechiele ritornano sovente sul tema del popolo “gregge del Signore”: “Ecco il vostro Dio!... Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna...” (Is 40,11) e soprattutto annunciano il Messia come Pastore che pascerà veramente le sue pecore e non le lascerà più sbandare: “Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore...” (Ez 34,23).
Nel Vangelo è familiare questa dolce e commovente figura del pastore, la quale anche se i tempi sono cambiati a causa dell’industrializzazione e dell’urbanesimo, mantiene sempre il suo fascino e la sua efficacia; e tutti ricordiamo la parabola tanto toccante e suggestiva del Buon Pastore che va in cerca della pecorella smarrita (Lc 15,3-7).
Nei primi tempi della Chiesa poi l’iconografia cristiana si servì grandemente e sviluppò questo tema del Buon Pastore la cui immagine appare spesso, dipinta o scolpita, nelle Catacombe, nei sarcofagi, nei battisteri. Tale iconografia, così interessante e devota, ci attesta che, fin dai primi tempi della Chiesa, Gesù “Buon Pastore” colpì e commosse gli animi dei credenti e dei non credenti e fu motivo di conversione, di impegno spirituale e di conforto. Ebbene, Gesù “Buon Pastore” è vivo e vero ancora oggi in mezzo a noi, in mezzo all’umanità intera, e a ciascuno vuol far sentire la sua voce e il suo amore.

1. Che cosa significa essere il Buon Pastore?

Gesù ce lo spiega con chiarezza convincente:
– il pastore conosce le sue pecore e le pecore conoscono lui: come è bello e consonante sapere che Gesù ci conosce uno per uno, che non siamo degli anonimi per lui, che il nostro nome (quel nome che è concordato dall’amore dei genitori e degli amici) lui lo conosce! Non siamo “massa”, “moltitudine”, per Gesù! Siamo “persone” singole con un valore eterno, sia come creature sia come persone redente! lui ci conosce! lui mi conosce, e mi ama e ha dato se stesso per me! (Gal 2,20);
– il pastore nutre le sue pecore e le conduce a pascoli freschi e abbondanti: Gesù è venuto per portare la vita alle anime, e darla in misura sovrabbondante. E la vita delle anime consiste essenzialmente in tre supreme realtà: la verità, la grazia, la gloria. Gesù è la verità, perché è il Verbo incarnato, è la “pietra angolare”, come diceva San Pietro ai capi del popolo e agli anziani, sulla quale solamente è possibile costruire l’edificio familiare, sociale, politico: “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo, nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4,11-12). Gesù ci dà la “grazia”, ossia la vita divina per mezzo del Battesimo e degli altri Sacramenti. Mediante la “grazia”, diventiamo partecipi della stessa natura trinitaria di Dio! Mistero immenso, ma di indicibile gioia e consolazione!
Gesù infine ci darà la gloria del paradiso, gloria totale ed eterna, dove saremo amati e ameremo, partecipi della stessa felicità di Dio che è Infinito anche nella gioia! “Ciò che saremo non è stato ancora rivelato – commenta San Giovanni –. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,3);
– il pastore difende le sue pecore; non è come il mercenario che quando arriva il lupo fugge, perché non gli importa nulla delle pecore. Purtroppo sappiamo bene che nel mondo ci sono sempre i mercenari che seminano l’odio, la malizia, il dubbio, il turbamento delle idee e dei sensi. Gesù invece, con la luce della sua parola divina e con la forza della sua presenza sacramentale ed ecclesiale, forma la nostra mente, fortifica la volontà, purifica i sentimenti e così difende e salva da tante dolorose e drammatiche esperienze;
– il pastore offre perfino la vita per le pecore: Gesù ha realizzato il progetto dell’amore divino mediante la sua morte in croce! egli si è offerto in croce per redimere l’uomo, ogni singolo uomo, creato dall’amore per l’eternità dell’Amore;
– il pastore infine sente il desiderio di ampliare il suo gregge: Gesù afferma chiaramente la sua ansia universale: “E ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo ovile e un solo pastore” (Gv 10,16). Gesù vuole che tutti gli uomini lo conoscano, lo amino, lo seguano.

2. Gesù ha voluto nella Chiesa il sacerdote come “Buon Pastore”.

La parrocchia è la comunità cristiana, illuminata dall’esempio del Buon Pastore, attorno al proprio parroco e ai sacerdoti collaboratori.
Nella parrocchia il sacerdote continua la missione e il compito di Gesù; e perciò deve “pascere il gregge”, deve insegnare, istruire, dare la grazia, difendere le anime dall’errore e dal male, consolare, aiutare, convertire e soprattutto amare.
Perciò, con tutta l’ansia del mio cuore di Pastore della Chiesa universale vi dico: amate i vostri sacerdoti! Stimateli, ascoltateli, seguiteli! Pregate ogni giorno per loro. Non lasciateli soli né all’altare né nella vita quotidiana!
E non cessate mai di pregare per le vocazioni sacerdotali e per la perseveranza nell’impegno della consacrazione al Signore e alle anime. Ma soprattutto create nelle vostre famiglie un’atmosfera adatta allo sbocciare delle vocazioni. E voi genitori siate generosi nel corrispondere ai disegni di Dio sui vostri figli.

3. Infine, Gesù vuole che ognuno sia “buon pastore”.

Ogni cristiano, in forza del battesimo, è chiamato ad essere lui stesso un “buon pastore” nell’ambiente in cui vive. Voi genitori dovete esercitare le funzioni del Buon Pastore verso i vostri figli e anche voi, figli, dovete essere di edificazione con il vostro amore, la vostra obbedienza e soprattutto con la vostra fede coraggiosa e coerente. Anche le reciproche relazioni tra i coniugi devono essere improntate all’esempio del Buon Pastore, affinché sempre la vita familiare sia a quell’altezza di sentimenti e di ideali voluti dal Creatore, per cui la famiglia è stata definita “chiesa domestica”. Così pure nella scuola, sul lavoro, nei luoghi del gioco e del tempo libero, negli ospedali e dove si soffre, sempre ognuno cerchi di essere “buon pastore” come Gesù. Ma soprattutto siano “buoni pastori” nella società le persone consacrate a Dio: i religiosi, le suore, coloro che appartengono agli Istituti Secolari.Oggi e sempre dobbiamo pregare per tutte le vocazioni religiose, maschili e femminili, perché nella Chiesa questa testimonianza della vita religiosa sia sempre più numerosa, sempre più viva, sempre più intensa e sempre più efficace. Il mondo oggi ha più che mai bisogno di testimoni convinti e totalmente consacrati!
Carissimi fedeli, termino ricordando l’accorata invocazione di Gesù buon Pastore: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate il padrone della messe, affinché mandi molti operai alla sua messe” (Mt 9,37; Lc 10,2).


UDIENZA GENERALE DI GIOVANNI PAOLO II
Mercoledì, 16 maggio 1979

1. Desidero oggi ritornare ancora una volta sulla figura del Buon Pastore. Questa figura, come abbiamo detto una settimana fa, è profondamente collocata nella liturgia del periodo pasquale. Ed è così perché profondamente si è impressa nella coscienza della Chiesa, in particolare nella Chiesa delle prime generazioni cristiane. Lo testimoniano, fra l’altro, le effigi del Buon Pastore che provengono da quel periodo storico. Evidentemente questa figura è una singolare sintesi del mistero di Cristo e, in pari tempo, della sua missione sempre in atto. “Il buon pastore offre la vita per le pecore” (Gv 10,11).
Per noi che costantemente partecipiamo all’Eucaristia, che otteniamo la remissione dei peccati nel sacramento della Riconciliazione; per noi che risentiamo l’incessante sollecitudine di Cristo per l’uomo, per la salvezza delle anime, per la dignità della persona umana, per la rettitudine e la limpidezza delle vie terrestri della vita umana, la figura del Buon Pastore è così eloquente come lo era per i primi cristiani, che nei dipinti della catacombe, raffiguranti Cristo come Buon Pastore, esprimevano la stessa fede, lo stesso amore e la stessa gratitudine. E li esprimevano nei periodi di persecuzione, quando, per la confessione di Cristo, erano minacciati di morte; quando erano costretti a cercare i cimiteri sotterranei per pregarvi insieme e per partecipare ai Santi Misteri. Le catacombe di Roma e delle altre città dell’antico Impero non cessano di essere un’eloquente testimonianza del diritto dell’uomo a professare la fede in Cristo e a confessarlo pubblicamente. Esse non cessano di essere anche la testimonianza di quella potenza spirituale che sgorga dal Buon Pastore. Egli si è dimostrato più potente dell’antico Impero e il segreto di questa forza è la verità e l’amore, di cui l’uomo ha sempre la stessa fame e di cui non e mai sazio.
2. “Io sono il buon pastore – dice Gesù –, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre” (Gv 10,14-15). Quanto meravigliosa è questa conoscenza! Quale conoscenza! Essa giunge fino all’eterna Verità e all’Amore, il cui nome è il “Padre”! Proprio da questa sorgente proviene quella particolare conoscenza, che fa nascere la pura fiducia. La conoscenza reciproca: “Io conosco... ed esse conoscono”.
Non è questa una conoscenza astratta, una certezza puramente intellettuale, che si esprime nella frase “so tutto di te”. Anzi una tale conoscenza suscita la paura, induce piuttosto a chiudersi: “non toccare i miei segreti, lasciami in pace”. “Malheur à la connaissance... qui ne tourne point à aimer!” (“Guai alla conoscenza... che non volge ad amare!”: Bossuet, De la connaissance de Dieu et de soi-même, “Œuvres complètes”, Bar-le-Duc 1870, Guérin, p. 86). Cristo invece dice: “Conosco le mie”, e lo dice della conoscenza liberatrice che suscita la fiducia. Poiché, sebbene l’uomo difenda l’accesso ai suoi segreti; sebbene voglia conservarli per se stesso, tuttavia ha ancora più grande bisogno, “ha fame e sete” di Qualcuno, davanti al quale potrebbe aprire se stesso, al quale potrebbe manifestare e rivelare se stesso. L’uomo è persona, e alla “natura” della persona appartiene, allo stesso tempo, il bisogno del segreto e il bisogno di rivelare se stessa. Tutti e due questi bisogni sono strettamente uniti l’uno all’altro. L’uno si spiega attraverso l’altro. Tutti e due insieme indicano invece il bisogno di Qualcuno, davanti al Quale l’uomo potrebbe rivelarsi.
Certo, ma ancora di più: ha bisogno di Qualcuno, che potrebbe aiutare l’uomo ad entrare nel suo proprio mistero. Quel “Qualcuno” deve tuttavia conquistare la fiducia assoluta, deve, rivelando se stesso, confermare di essere degno di tale fiducia. Deve confermare e rivelare che è Signore e, insieme, Servo del mistero interiore dell’uomo.
Proprio così ha rivelato se stesso Cristo. Le sue parole: “Conosco le mie...” e “le mie... conoscono me” trovano una definitiva conferma nelle parole che seguono: “Offro la mia vita per le pecore” (cf.Gv 10,11.15). Ecco il profilo interiore del Buon Pastore.
3. Durante la storia della Chiesa e del cristianesimo non sono mancati mai gli uomini che hanno seguito Cristo-Buon Pastore. Certamente non mancano neppure oggi. La liturgia più di una volta si riferisce a questa allegoria per presentarci le figure di alcuni santi, quando nel calendario liturgico giunge il giorno della loro festa. L’ultimo mercoledì abbiamo ricordato San Stanislao, Patrono della Polonia, di cui celebriamo, quest’anno, il nono centenario. Nella festa di questo Vescovo-Martire rileggiamo il Vangelo del Buon Pastore.
Oggi vorrei riferirmi ad un altro personaggio, dato che quest’anno ricorre anche il 250° anniversario della sua canonizzazione. Si tratta della figura di San Giovanni Nepomuceno. In questa occasione, su richiesta del Cardinale Tomasek, Arcivescovo di Praga, gli ho indirizzato personalmente una lettera speciale per la Chiesa in Cecoslovacchia.
Ecco alcune frasi di questa lettera: “La figura grandiosa di San Giovanni ha esempi e doni per tutti. La storia ce lo presenta prima come dedito allo studio ed alla preparazione al sacerdozio: consapevole com’era che, secondo l’espressione di San Paolo, sarebbe stato trasformato in un altro Cristo, egli incarna in sé sia l’ideale del conoscitore dei Misteri di Dio, teso come fu alla perfezione delle virtù; sia del Parroco, che santifica i suoi fedeli con l’esempio della sua vita e con lo zelo delle anime; sia del Vicario Generale, scrupoloso esecutore dei suoi doveri nello spirito dell’ubbidienza ecclesiale.
In quest’ufficio egli trovò il suo martirio, per la difesa dei diritti e della legittima libertà della Chiesa di fronte ai voleri del Re Venceslao IV. Questi partecipò personalmente alla sua tortura, poi lo fece gettare dal ponte nel fiume Moldava.
Qualche decennio dopo la morte dell’uomo di Dio, si diffuse la voce che il Re l’avesse fatto uccidere per non aver voluto violare il segreto della confessione. E così il martire della libertà ecclesiastica fu venerato anche come testimone del sigillo sacramentale.
Poiché egli fu sacerdote, sembra naturale che per primi i sacerdoti debbano bere alla sua fontana, debbano rivestirsi delle sue virtù ed essere degli eccellenti pastori. Il buon pastore conosce le sue pecore, le loro esigenze, le loro necessità. Le aiuta a districarsi dal peccato, a vincere gli ostacoli e le difficoltà che incontrano. A differenza del mercenario, egli va in cerca di esse, le aiuta a portare il loro peso e sa sempre incoraggiarle. Medica le loro ferite e le cura con la grazia, soprattutto attraverso il sacramento della Riconciliazione.
Infatti, il Papa, il Vescovo e il Sacerdote non vivono per se stessi ma per i fedeli, così come i genitori vivono per i figli e come Cristo si diede al servizio dei suoi Apostoli: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20,28).
4. Cristo Signore nella sua allegoria del Buon Pastore pronuncia ancora queste parole: “E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore” (Gv 10,16).
Si può facilmente indovinare che Gesù Cristo, parlando direttamente ai figli d’Israele, denotava la necessità della diffusione del Vangelo e della Chiesa e, grazie a ciò, l’estensione della sollecitudine del Buon Pastore oltre i limiti del Popolo dell’antica alleanza.
Sappiamo che questo processo ha incominciato a realizzarsi già nei tempi apostolici; che costantemente si è realizzato più tardi e continua a realizzarsi. Abbiamo la coscienza dell’universale portata del mistero della redenzione e anche dell’universale portata della missione della Chiesa.
Perciò, terminando questa nostra odierna meditazione sul Buon Pastore, preghiamo con ardore particolare per tutte quelle “altre pecore” che Cristo deve ancora condurre all’unità dell’ovile (cf.Gv 10,16). Forse sono coloro che non conoscono ancora il Vangelo. O forse coloro che, per qualsiasi motivo, l’hanno abbandonato; anzi, forse, anche coloro che sono diventati i suoi accaniti avversari, i persecutori.
Che Cristo prenda sulle sue spalle e stringa a sé coloro che da soli non sono capaci di ritornare.
Il Buon Pastore offre la vita per le pecore. Per tutte.

J Danielou. Il Sal. 23 e il Buon Pastore figure dell'iniziazione cristiana

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Si è colpiti, scorrendo le catechesi antiche, dalle numerose allusioni che vi si incontrano a proposito del "Salmo 22 ". Nella "Quarta Catechesi mistagogica ", san Cirillo di Gerusalemme scrive: "Il santissimo David ti fa conoscere la virtù del Sacramento dell'Eucarestia, dicendo: hai preparato per me una tavola imbandita di fronte ai miei nemici. A che cosa allude se non alla tavola sacramentale e spirituale che Dio ci ha preparato? Hai unto la mia testa di olio. Egli ti ha segnato sulla fronte con la "sphragis" di Dio in modo che con questa tu venga consacrato a Dio. E come puoi notare si fa anche questione del calice, del quale Gesù, dopo aver reso grazie, ha detto: questo è il calice del mio sangue" (XXXIII, 1101 D- 1104 A). Da quanto sopra esposto, per Cirillo, dunque, il Salmo costituisce una profezia dell'iniziazione cristiana: nell'unzione di olio, vede la "sphragis" postbattesimale, impressa con l'olio consacrato; nella mensa e nel calice ("e il mio calice inebriante, come è meraviglioso!"), egli ci mostra la figura delle due specie del Sacramento. Ritorneremo su questi simbolismi. Ma quel che ora vogliamo sottolineare, è come Cirillo si rifaccia al testo di David che, evidentemente, doveva essere ben conosciuto dal neofita. Ciò lascia supporre che quest'ultimo abbia conosciuto il Salmo prima del conferimento dei Sacramenti nella notte di Pasqua; prova ne sia che Cirillo si limita a spiegarne il solo significato profetico. Quanto sopra è esplicitamente affermato da sant'Ambrogio nel commento al Salmo contenuto nelle sue due catechesi: "Ascolta dal-la bocca di David quale Sacramento hai ricevuto. Anche lui, nella previsione in spirito di questi misteri, esultava e dichiarava: "non manco di nulla" (Vers. 1). Perché? Perché colui che ha ricevuto il corpo di Cristo non avrà più fame. Quante volte hai ascoltato il "Sal-mo 22 " senza comprenderlo? Vedi ora in che misura si riferisca ai Sacramenti celesti!" (De Sacr., V, 12 - 13; Botte, 91). L'informazione si fa qui più precisa: il nuovo battezzato "ha spesso ascoltato il Salmo senza comprenderlo"; ciò significa che esso aveva un ruolo preciso nella liturgia battesimale.
Tale ruolo ci è precisato da altri testi. Didimo di Alessandria scrive nel "De Trinitate ": "A coloro ai quali, causa l'età, non vengono da-ti i beni terreni, la ricchezza divina è comunicata interamente, in mo-do che essi possano cantare gioiosamente: il Signore mi conduce e nulla mi mancherà!" (XXXIX, 708 C). Il Salmo era dunque cantato dai nuovi battezzati. Sant'Ambrogio ci mostra in un suo passo in quale momento esso fosse cantato: " Deposte le spoglie dell'antico errore, rinnovata la giovinezza come quella dell'aquila, si affretta verso il banchetto celeste e, non appena scorge l'altare preparato, egli esclama: "Hai preparato davanto a me una mensa!" (De Myst., 43; Botte, 121). Da qui si deduce che il Salmo 22 doveva essere can-tato nella notte pasquale nel corso della processione che conduceva il nuovo battezzato in chiesa dove avrebbe ricevuto la sua prima comunione. Si comprende anche come il Salmo fosse adattissimo ad essere cantato in quel contesto: costituiva, infatti, un riassunto di tutta l'iniziazione battesimale. Tutto ciò lo leggiamo in un breve commentario sacramentale di Gregorio di Nissa: "Con questo Salmo, Cristo insegna alla Chiesa quanto sia necessario che tu divenga una pecora del Buon Pastore: è, in pratica, la catechesi che ti conduce verso i pa-scoli e le sorgenti della Sapienza. Occorre poi che tu sia sepolto con Lui nella morte attraverso il Battesimo. Ma questa non è morte: ma immagine di morte. Dopo di ciò, Egli imbandisce la mensa sacramentale; unge con olio dello Spirito e, finalmente, reca il vino che rallegra il cuore dell'uomo e produce la sobria ebbrezza" (XLVI, 692 A-B)'. Grazie a Gregorio di Nissa che completa il contenuto della "Catechesi mistagogica" di Cirillo di Gerusalemme, possediamo l'interpretazione autentica del Salmo 22 nella catechesi battesimale. Sappiamo dunque che il Salmo, a parte altri momenti, era cantato nella notte di Pasqua e come fosse già stato spiegato esaurientemente nel corso della settimana pasquale. Il commento del Salmo è, infatti, associato a due altri che avevano luogo in questo periodo: quello del "Cantico dei Cantici" e quello del "Pater". Questi tre testi, infatti, contengono tre dottrine arcane, il cui senso non poteva essere comunicato che ai battezzati. Si pone un ultimo problema: era necessario, per poter cantare il Salmo durante la notte di Pasqua, che i battezzati lo avessero imparato a memoria. Su questo punto si sofferma Eusebio: "Quando abbiamo imparato a celebrare sulla mensa il sacrificio con i segni sacramentali del corpo e del sangue, secondo le prescrizioni neotestamentarie, abbiamo anche imparato a proclamare, con la voce del profeta David: hai preparato per me una mensa in faccia ai miei nemici e hai unto il mio capo di olio. Chiaramente, in questi versetti, il Verbo indica l'unzione sacramentale e i santi sacrifici della mensa di Cristo" (Dém. Ev. I, 10). Il testo, quindi, conferma anzitutto che le parole del Salmo erano cantate nel momento in cui il nuovo battezzato assisteva per la prima volta all'Eucarestia e precisa, altresì, come queste parole dovessero essere imparate a memoria. Abbiamo la possibilità di conoscere, almeno per un contesto liturgico, in quali circostanze il Salmo veniva imparato. In un discorso, erroneamente attribuito a sant' Agostino, abbiamo infatti una spiegazione del Salmo destinata ad accompagnare la "Traditio": "Vi consegnamo questo Salmo, o beneamati che vi affrettate verso il Battesimo di Cristo, affiché lo impariate a memoria; è, tuttavia, necessario, a causa del suo arcano significato ("mysterium "), una spiega-zione da parte nostra, alla luce della grazia divina" (P.L., XXXIX, 1646). Si sa che, durante la preparazione quaresimale, aveva luogo una "Traditio" del Credo ed a volte del "Pater", che dovevano essere imparati per poi essere proclamati, nel corso della "redditio". Il testo ora citato ci consente di desumere che doveva avvenire la stessa cosa anche per il Salmo 22. Del resto in una serie di discorsi sui salmi, studiati da dom Germain Morin, si trova una spiegazione del Salmo 22 che offre analoghe in-dicazioni e che dunque fa comprendere come essa fosse stata pro-nunciata davanti ai battezzandi, in occasione della "traditio ". "Imparate a memoria i versetti di questo Salmo", dice l'autore, "e recitateli". E più avanti: "Imparate il Salmo che vi è stato consegnato ("traditum ") in modo che, sapendolo proclamare, lo realizziate nella vostra vita, nelle vostre parole e nei vostri comportamenti". Ed il testo continua con una spiegazione sacramentaria del Salmo: la "mensa imbandita" è l'altare eucaristico sul quale sono esposti ogni giorno il pane ed il vino "in similitudinem corporis et sanguinis Ch-risti "; il profumo versato sul capo è l'olio del crisma, da dove i cri-stiani derivano il loro appellativo. Questi due brevi passi ci attestano quindi l'esistenza di una "traditio" del Salmo 22. Sappiamo che almeno nella liturgia di Napoli, in occasione della quarta domenica di Quaresima, esisteva una "traditio psalmorum".
Abbiamo detto come il Salmo 22 fosse stato considerato dai Padri come una sintesi arcana della successione dei Sacramenti. Possiamo a questo punto vedere come la stessa tradizione patristica abbia concepito l'interpretazione tipologica dei diversi versetti, riservandosi successivamente di analizzare su che cosa si basi tale interpretazione. Il versetto 2 menziona i pascoli in cui il Pastore ha condotto le sue pecore. San Gregorio di Nissa vede nei pascoli la catechesi preparatoria al Battesimo, in cui l'anima è nutrita della Parola di Dio; questa interpretazione si trova parimenti già in Origene che vede nel fatto "di essere condotto attraverso la verde prateria", l'istruzione impartita dal Pastore'; san Cirillo di Alessandria è, a sua volta, più preciso ancora: "Il pascolo verdeggiante è figura delle parole sempre verdi della Sacra Scrittura, che nutre i cuori dei credenti, donando loro la forza spirituale`. Quest'ultima interpretazione allude chiaramente alla Parola di Dio, senza tuttavia riferirsi alla catechesi. Teodoreto. infine, scrive che, per "pascoli", la Scrittura intende "la santa dottrina della Parola di Dio, di cui l'anima deve essere nutrita, prima di comunicare al cibo sacramentale". Il versetto 3 indica in generale il Battesimo: "Egli mi conduce alle acque tranquille del mio riposo". Ed in Atanasio leggiamo: "L' acqua del riposo rappresenta senza dubbio il santo Battesimo attraverso il quale è tolto il peso del peccato" (XXVII, 140 B); Cirillo di Ales-sandria si rifà al verde pascolo per ricondurlo all'acqua del riposo: "Il verde pascolo simboleggia il Paradiso da dove noi siamo precipitati e dove il Cristo ci riconduce definitivamente attraverso l'acqua del riposo, cioè con il Battesimo" (op. cit., 841 A); Teodoreto dà la stessa interpretazione: "L'acqua del riposo è simbolo di quella nella quale, colui che cerca la grazia, è battezzato: si spoglia della vecchiaia del peccato e si riveste di giovinezza" (op. cit., 1025 D). È interessante notare come quelli surriportati, siano commenti non mistagogici; ciò dimostra, dunque, che il Salmo era interpretato generalmente in senso sacramentario. C'è anche un'altra tradizione che, oltre che nel versetto 3, vede chiari riferimenti al Battesimo nel versetto 4: "Anche se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male". Questa è l'interpretazione di Gregorio di Nissa: "Occorre che tu sia seppellito nella morte con Lui per mezzo del Battesimo. Ma questa non è tuttavia vera e propria morte, quanto piuttosto ombra e figura di essa" (XLVI, 692 B); da notare come Cirillo di Alessandria parli della stessa cosa: "Poiché siamo battezzati nella morte di Cristo, il Battesimo è chiamato ombra e figura della morte, che non bisogna temere" (op. cit., 841 B). Noi riconosciamo la tipologia sacramentaria del Battesimo: imitazione rituale della morte di Cristo, realizzata con l'immersione nell'acqua, che ne produce l'effetto reale. Il versetto seguente è interpretato in relazione all'effusione dello Spirito: "Il tuo vìncastro ed il tuo bastone sono la mia guida". Con la parola "guida" si è tradotta quella greca e ciò spiega il perché in questo versetto si sia vista un'allusione al Paraclito. Così in Gregorio di Nissa: "Egli lo guida con il bastone dello Spirito; infatti il Paraclito (colui che guida) è lo Spirito" (op. cit., 692 B)9. Ma più generalmente l'effusione dello Spirito si riallaccia al versetto successivo che recita: "Cospargi di olio il mio capo". Così per Crillo di Gerusalemme: "Egli ha unto la tua testa di olio, sulla fronte, con il sigillo ricevuto da Dio, perché tu abbia l'impronta del sigillo" (XXXIII, 1102 B); allo stesso modo Atanasio: "Questo versetto designa il crisma sacramentale" (op. cit., 140 C); Teodoreto è ancora più esplicito: "Queste cose sono chiare per coloro che sono stati iniziati e non hanno bisogno di alcuna spiegazione. Essi riconoscono l'olio spirituale di cui le loro teste sono state cosparse" (op. cit., 1028 C). Ai Padri, dunque, è piaciuto vedere i Sacramenti del Battesimo e della Cresima nei primi versetti del Salmo in discorso; ma prima ancora scorgevano, negli ultimi, un'immagine del banchetto eucaristico. Anzitutto nel versetto: "Davanti a me hai apparecchiato una mensa". Il riferimento all'Eucarestia si trova dappertutto, tanto da costituirne una tra le allusioni più frequenti. Lo si trova nelle catechesi sacramentane: così in Cirillo di Gerusalemme: "Se vuoi conoscere l'effetto del Sacramento, interroga il beato Davide, che dice: Tu hai imbandito una mensa di fronte ai miei nemici. Ecco che cosa intende: prima della tua venuta i demoni preparavano per gli uomini delle tavole sordide, piene di potenze diaboliche. Ma da quando sei venuto tu, Signore, hai approntato una mensa sontuosa, che altro non è che quella sacramentale e spirituale che Dio ha preparato" (XXXIII, 1102 B)10 Si ricorderà che sant' Ambrogio pone questo versetto sulle labbra dei neofiti quando giungono davanti all'altare per assistere alla loro prima messa: "Essi arrivano e, vedendo il santo altare addobbato, gridano: tu hai preparato davanti a me una mensa!" (De Myst., 43; Botte, 121); similmente, Gregorio di Nissa: "Egli apparecchia la tavola sacramentale" (op. cit., 692 B); la stessa immagine è rinvenibile in Atanasio (op. cit., 140 D); san Cirillo ne precisa l'effetto: "La mensa sacramentale è la carne del Signore che ci fortifica contro le passioni ed i demoni. Infatti Satana teme coloro che partecipano con devozione ai misteri" (op. cit., 841 C); per Teodoro di Mopsuestia, infine, si tratta "del cibo spirituale che ci propone Colui che è stato stabilitò come pastore" (op. cit., 1028 C). Se la tavola apparecchiata dal Pastore è considerata dai Padri figura del banchetto eucaristico, altrettanto dicasi, a maggior ragione, della "coppa traboccante" o, secondo la traduzione dei LXX, del "calice inebriante", che Egli offre ai suoi. Il riferimento dell'ultima parte del versetto 5: "il mio calice trabocca" all'Eucarestia è molto antico tanto da trovarlo in san Cipriano" tra le immagini più significative dell'Eucarestia: "L'Eucarestia appare nei Salmi per opera dello Spirito Santo con la menzione del calice del Signore: il vostro calice inebriante, è meraviglioso. Ma l'ebbrezza che dà il calice del Si-gnore non è paragonabile a quella della vita profana: è per questo, infatti, che aggiunge: è veramente meraviglioso! Il calice del Signore infatti inebria in modo tale da far abbandonare la ragione" (Epi-st., LXIII, 11). Ritorneremo tra poco sul tema dell'ebbrezza prodotta dal vino eucaristico; per il momento osserviamo solo che l'espressione "Calix praeclarus" è, a tal punto, entrata nella liturgia eucaristica, da essere introdotta nel canone romano: "Accipiens et hunc praeclarum calicem". Cirillo di Gerusalemme, nella sua catechesi, opera esplicitamente l'accostamento tra questo ed il calice dell'ultima cena: "Il tuo calice inebriante è meraviglioso: come vedi si tratta del calice che Gesù prese nelle sue mani e sul quale rese grazie prima di dire: questo è il mio sangue sparso per molti in remissione dei peccati" (XXXIII, 1104 A). Allo stesso modo sant'Atanasio interpreta il ver-setto della "gioia sacramentale" (loc. cit., 140 D). A questo punto, ci conviene ritornare, come promesso, su un punto importante, la locuzione "inebriante", riferita al calice. Questo costituisce, infatti, la fonte di numerose prese di posizione che sottolineano un aspetto dell'Eucarestia: quello del vino. Il Sacramento, dal punto di vista spirituale, produce effetti analoghi a quelli del vino: cioè la gioia spirituale, l'oblio delle cose terrene, l'estasi. Ma esso, tuttavia, non produce questi effetti spirituali come li determina il vino profano: l'ebbrezza che produce il vino eucaristico, infatti, è una "sobria ebbrezza". Orbene sappiamo che questa locuzione era usata tradizionalmente per designare gli stati mistici e che appariva per la prima volta in Filone"; è interessante ricordarla a questo punto per il fatto che è inserita in un contesto sacramentale: evidenzia un aspetto della teologia patristica sacramentaria, la sua relazione con la vita mistica. Abbiamo appena lasciato da parte la fine del testo di san Cipriano. Dopo aver affermato che il versetto, "il mio calice trabocca", raffigura l'Eucarestia, egli continua: "Ma l'ebbrezza che deriva dal calice del Signore non è paragonabile a quella che è prodotta dal vino profano. E per questo che il testo aggiunge: è veramente meraviglioso! Il calice del Signore infatti inebria in modo tale da far abbandonare alle anime la ragione umana per condurle alla saggezza spirituale; con lui ciascun uomo passa dal gusto delle cose profane all'intelligenza delle cose di Dio; e, infine, come il vino ordinario libera lo spirito, mette l'anima a suo agio e cancella ogni tristezza, allo stesso modo il Sangue salutare e il calice del Signore allontana il ricordo dell'uomo vecchio, fa dimenticare la vita profana e introduce il cuore, triste, perché fino ad allora sopraffatto dal peso del peccato, nella gioia della divina bontà." (Epist., LXIII, 2). Nelle catechesi sacramentarie di sant' Ambrogio viene sviluppato il tema della "sobria ebbrezza", senza, tuttavia, alcun riferimento al Salmo che pure altrove viene interpretato in senso sacramentario. Ma nell'"Esposizione del Salmo 8", l'autore, a proposito del nostro versetto, riprende lo stesso tema usando le stesse espressioni, tanto che il senso sacramentario del passo appare in tutta evidenza: "Il calice del Signore che ha raccolto il sangue attaverso il quale sono stati riscattati i peccati di tutto il mondo, dona la remissione dei peccati. Questo calice ha inebriato le nazioni, affinché esse non ricordino più il loro dolore e dimentichino l'antico errore. In questo sta la bontà dell'ebbrezza spirituale: non produce nel corpo un passo barcollante, ma solleva lo slancio dello spirito; cancella la tristezza della coscienza peccatrice e dona la gioia della vita eterna. È per questo che la Scrittura afferma: "il tuo calice inebriante è meraviglioso!" (Exp. Ps., 118, 21, 4; CSEL, 62, 47514). Quasten sottolinea a ragione che sono rinvenibili qui gli stessi elementi di un'altra opera di sant' Ambrogio, il "De Sacramentis ": il riferimento alla coppa dell'Ultima Cena, la remissione dei peccati. Si noterà che l'accento è posto non tanto sull'aspetto mistico, quantosulla conversione propriamente detta operata dall'iniziazione cristiana. L'Eucarestia fa dimenticare gli errori passati e trasporta nel mondo nuovo della gioia spirituale. Tema caro ad Ambrogio, è rinvenibile, relazionato al Salmo 22, in un altro punto della sua opera. Nel commento al "Salmo 1", l'autore afferma: "Coloro che bevvero in figura furono dissetati, coloro che bevono in realtà sono inebriati. Buona è l'ebbrezza che dona la vita eterna: bevi perciò da questa coppa di cui il profeta dice: come è meraviglioso il suo calice inebriante!" (CSEL, 64, 8. Vedi anche De Helia et Jejunio, 10, 33; CSEL, 32, 429). Il tema della sobria ebbrezza è posto, da parte di san Gregorio di Nissa, in una posizione di preminenza!'. Nella catechesi sacramentaria del Salmo 22, già citata, egli commenta in questo senso il "ca-lix inebriane": "Versandovi il vino che rallegra il cuore dell'uomo, Cristo provoca nell'anima questa sobria ebbrezza, che distoglie il cuore dell'uomo dalle cose caduche per elevarlo a quelle eterne: e il mio calice inebriante, come è meraviglioso! Colui infatti che ha gu-stato questa ebbrezza cambia l'effimero per l'eterno e abita nella ca-sa del Signore per l'eternità dei suoi giorni" (XLVI, 692 B). In questo passo di san Gregorio di Nissa, la relazione tra l'Eucarestia e la mistica ebbrezza appare in piena luce: come, a questo proposito, ha ben notato H. Lewy, la "sobria ebrietas" designa per lui l'esperien-za mistica, ma questa esperienza mistica è calata, a sua volta, nella vita eucaristica.
Finora nella nostra trattazione il salmo 22 ha occupato un posto particolarmente importante per ciò che riguarda la liturgia dell'iniziazione: non abbiamo però ancora precisato le caratteristiche peculiari della sua tipologia. È questo ciò che ci accingiamo a fare. Abbiamo spesso incontrato un aspetto sul quale, tuttavia, non ci siamo soffermati più di tanto: quello pastorale; i verdi pascoli, figura dei nutrimenti celesti, in cui il Messia, sotto forma di un Pastore, conduce le pecore che costituiscono il suo gregge. E un tema particolarmente caro al Cristianesimo primitivo. Ricordiamoci, infatti, per averla già riportata, come la concezione dei battezzati, quali pecore marcate con il marchio di Cristo, fosse diffusa''.
Origene puntualizza tutto ciò. I pagani sono preda dei cattivi pastori, che sono gli dei dei popoli: questi ultimi sono "greggi costituite sotto la guida di pastori che sono degli angeli" (Co. Cant., 2; P.G., XIII, 120 A). È un'antica concezione, già presente nel "libro di Enoch ", in cui i settanta pastori sono le divinità delle nazioni pagane per cui Cristo, Buon Pastore (Gv. 10, 11) viene "a separare le sue pecore dalle altre e a farle pascolare a parte affinché possano gioire dei suoi Sacramenti ineffabili" (119 D). Il Salmo ci mostra il Pastore che istruisce le pecore con la sua dottrina, conducendole nei suoi pascoli e, successivamente, le guida "dai prati dei pascoli all'acqua del riposo ed, in seguito, ai nutrimenti spirituali ed ai Sacramenti misteriosi" (121 A). Come si vede Origene insiste sull'aspetto spirituale più che sul rito; è tuttavia chiara l'allusione all'iniziazione cristiana dei pagani. Questo legame tra i Sacramenti e il tema pastorale si ritrova in seguito. Scrive, ad esempio, Gregorio di Nissa: "Nel Salmo, Davide ti invita ad essere una pecora con Cristo per Pastore e che non manca di nulla, perché il Buon Pastore diventa per te, contemporaneamente, pascolo, acqua di riposo, nutrimento, dimora, cammino e guida, distribuendo la Sua grazia secondo i tuoi bisogni. Da ciò deriva l'insegnamento alla Chiesa: devi diventare anzitutto pecora del Buon Pastore, che ti conduce, attraverso la catechesi salutare, alle praterie ed alle fonti delle sacre dottrine" (XLVI, 692 A). Parimenti Cirillo di Alessandria vede nel Salmo "il canto dei pagani convertiti, divenuti discepoli di Cristo, nutriti e rafforzati spiritualmente, che proclamano la loro riconoscenza nei Suoi confronti per il cibo salutare ricevuto, chiamandolo Pastore e Nutritore; e questo perché alla loro guida non c'era, come per Israele, un solo santo, Mosè, ma il Prin-cipe dei pastori ed il Maestro delle dottrine, in cui sono raccolti tutti i tesori della sapienza e della scienza" (LXIX, 840 C). Ma, attenzione ad un punto su cui non ci siamo ancora soffermati. Quanto il Salmo 22 abbia influenzato il culto cristiano primitivo appare non soltanto nei testi liturgici, ma anche nelle raffigurazioni artistiche: molti battisteri antichi recano, infatti, una rappresentazione del Buon Pastore. Il perché di ciò molti autori lo spiegano con l'influenza del Salmo 22: è proprio grazie all'intermediazione di questo Salmo, già apprezzato nella liturgia battesimale, che il tema sacramentario si congiunge a quello pastorale; è per questo che il Cristo è presentato di preferenza ai nuovi battezzati come Pastore; in tal modo essi vedevano sotto i loro occhi, raffigurato nel battistero, il mistero stesso che celebravano nel Salmo.
Nel Battistero di Dura, "il fondo dell'abside, dove si trova la vasca battesimale, è occupato dall'immagine del Buon Pastore che conduce il suo gregge. Ai suoi piedi, a sinistra, è riprodotta, in dimensione ridotta, la caduta dei nostri progenitori, Adamo ed Eva. Il tema del Pastore sembra derivare dal nostro Salmo. Tuttavia, osserva bene Monsignor De Bruyne, l'accostamento ad Adamo suggerisce soprattutto il tema del Cristo che dà la sua vita per le pecore, secondo quanto ci mostra san Giovanni; altrove l'allusione al nostro Salmo è di maggiore evidenza: così nel battistero di Napoli, "non si trova il Pastore che, come quello di Dura, porta le sue pecore sopra le spalle, ma il Pastore che riposa in un contesto paradisiaco, con le pecore, i fiori, le fonti. Pace e frescura: tale è l'atmosfera che regna intorno al Buon Pastore". Ora - e credo che l'osservazione non sia mai stata fatta - proprio a Napoli la "traditio" del Salmo 22 era inserita nell'iniziazione battesimale. D'altra parte, quanto rappresentato nell'affresco del battistero corrisponde più al Salmo 22 che a Giovanni 10; di qui la buona probabilità che il pittore si sia ispirato per la sua opera allo stesso Salmo. Le descrizioni che possediamo dei battistero del Laterano e del Vaticano, ci mostrano come queste rappresentazioni, in Occidente, fossero comuni. Ma abbiamo una testimonianza ancora più precisa e, di fatto, decisiva: infatti ancora oggi, sotto il battistero di Neone, a Ravenna, si può leggere l'iscrizione:
"in locum pascuae, ibi me collocavit per aquam refectonis educavit me ".

Sono i versetti 1 e 2 del Salmo 22. La relazione tra la decorazione pastorale del battistero e il Salmo è dunque evidente.
È possibile, perciò, ricostruire la genesi nonché stabilire il fondamento dell'interpretazione del Salmo 22. L'Antico Testamento tratteggia la figura di un Pastore che verrà alla fine dei tempi per radunare le pecore disperse di Israele e condurle in pascoli meravigliosi dove zampillano le fonti e cresce l'erba; una descrizione che ricorda gli alberi del Paradiso e le sorgenti dell' Esodo23. Orbene, il Nuovo Testamento ci mostra che questa figura escatologica di Pastore si compie in Cristo: è Lui il buon Pastore che dà la vita per le sue pecore e le conduce nei pascoli (Gv. 10, 10 - 11); è Lui il Buon Pastore di cui parlano i Profeti, affermano esplicitamente i Padri della Chiesa (Cipriano, Test., 1, 14; CSEL, 14). È questo il principio fondamentale della tipologia del Nuovo Testamento: affermare che le realtà escatologiche sono compiute in Cristo. Il Salmo 22 è in pratica una liturgia il cui svolgimento è in relazione con il tema dei Profeti: ha per oggetto, infatti, l'annuncio del Pastore escatologico. Ma questo tema si unirà a quello del banchetto messianico, di cui al capitolo precedente, che assumerà dunque una colorazione pastorale. Il tema del banchetto, i Padri della Chiesa ce lo mostrano realizzato in due modi ben differenti, anche se paralleli. Da una parte, il Buon Pastore che combatte contro le potenze del male, trionfa su di esse ed introduce le pecore nei pascoli paradisiaci, appare, dall'altra, nel quadro della teologia della morte e del martirio. M. Quasten ha notato, infatti, che il Buon Pastore, al di fuori dei battisteri, appariva soprattutto sui sarcofagi. Questa duplicità di raffigurazione appariva anche nelle preghiere della liturgia dei morti. Cristo è il Pastore che strappa la pecora ai lupi che cercano di divorarla, lupi che sono i demoni che tentano di impedirne l'ingresso al cielo. Notevole, a questo proposito, particolarmente per il suo carattere antico, è il testo della "Passione di Perpetua e Felicita". Nella sua prima visione, Perpetua vede una scala che sale fino al cielo e sulla quale è sdraiato un drago. Ella riesce tuttavia ad arrivare alla sommità della scala: "Vidi un immenso giardino con in mezzo un uomo imponente, seduto, con i capelli bianchi, vestito da pastore, che munge le pecore, circondato da altri uomini biancovestiti. Egli mi chiamò e mi diede un pezzo di formaggio, fatto con le sue mani. Io lo ricevetti a mani giunte e lo mangiai" (IV, 8 - 10). Il Paradiso celeste è presentato sulla falsariga del Salmo 22, sotto forma di un ridente giardino dove un Pastore è circondato dalle sue pecore e da uomini rivestiti con le bianche vesti battesimali, che ricevono l'Eucarestia celeste. A riprova dell'antichità di questa rappresentazione del Pastore celeste che raduna i santi nei pascoli eterni, basterebbe rifarsi all`Apocalisse" di san Giovanni e, precisamente, al primo passo dedicato al martirio: si incontra, infatti, una scena che rassomiglia stranamente a quella di Perpetua e che costituisce una traccia dell'influenza del Salmo 22 sulle rappresentazioni escatologiche. Leggiamo infatti al capitolo 7: "Coloro che indossano vesti bianche, sono quelli che vengono dalla grande tribolazione. Essi hanno lavato le loro vesti e le hanno rese candide nel sangue dell'Agnello. E colui che è assiso sul trono li accoglierà sotto la sua tenda; essi non avranno più fame, non avranno più sete. Perché l'Agnello che è in mezzo ad essi sarà il loro Pastore e li condurrà alle fonti delle ac-que della vita" (7, 13 - 17). Ma il messaggio cristiano non è solo un annuncio di salute eterna nei cieli, ma anche proclamazione di salvezza acquistata con il Battesimo e l'Eucarestia. Vediamo così come la tipologia escatologica del Salmo 22 presenti anche una forma sacramentaria: proprio quella che ha costituito oggetto del nostro studio e di cui era importante rintracciare l'origine. Il festino celeste a cui il Pastore convoca le pecore nei pascoli eterni si compie anticipatamente nei Sacramenti: è dunque pienamente legittimo che i Padri della Chiesa ci mostrino nelle acque del riposo, di cui al Salmo 22, la figura del Battesimo, nella tavola imbandita, quella della cena eucaristica, nel calice inebriante, quella del sangue prezioso.
Una delle conclusioni che possiamo trarre da questo studio è l'influenza esercitata dall'Antico Testamento sulle rappresentazioni del Cristianesimo primitivo. M. Cerfaux ha dimostrato come il "theologumenon " della redenzione, nel senso dell'annientamento e dell'esaltazione del servo, derivi da Isaia 53 e come la teologia dell'Ascensione e della "sessio" alla destra provenga dal Salmo 109. E ancora: è di tutta evidenza come il Salmo 22 abbia influito sulle rappresentazioni escatologiche e sacramentarie del Cristianesimo antico; abbia determinato le rappresentazioni degli affreschi delle catacombe e le visioni dei martiri; abbia fornito la tematica secondo la quale i primi cristiani hanno rappresentato la loro iniziazione e di cui le pitture delle catacombe recano testimonianze; abbia, infine, ancora oggi, un'eco nella messa romana al momento dell'esaltazione del calice meraviglioso che contiene il sangue di Cristo e produce la sobria ebbrezza.