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Gesú e i peccatori. P. Raniero Cantalamessa

Il vangelo della IV domenica di Quaresima è una delle pagine più celebri del vangelo di Luca e di tutti e quattro i vangeli: la parabola del figliol prodigo. Tutto, in questa parabola, è sorprendente; mai Dio era stato dipinto agli uomini con questi tratti. Ha toccato più cuori questa parabola da sola che tutti i discorsi dei predicatori messi insieme. Essa ha un potere incredibile di agire sulla mente, sul cuore, sulla fantasia, sulla memoria. Sa toccare le corde più diverse: il rimpianto, la vergogna, la nostalgia.


La parabola è introdotta con queste parole: “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro”.

Allora egli disse loro questa parabola…” (Lc 15, 1-2). Seguendo questa indicazione, vogliamo riflettere sull’atteggiamento di Gesú verso i peccatori, spaziando su tutto il vangelo, mossi dallo scopo che ci siamo prefissi in questo commento ai vangeli della Quaresima, di conoscere meglio chi era Gesú, cosa sappiamo storicamente di lui.


È nota l’accoglienza che Gesú riserva ai peccatori nel vangelo e l’opposizione che essa gli procurò da parte dei difensori della legge che lo accusavano di essere “un mangione e beone, amico di pubblicani e peccatori” (Lc 7, 34). Uno dei detti storicamente meglio attestati di Gesú suona: “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mc 2, 17). Sentendosi da lui accolti e non giudicati, i peccatori lo ascoltavano volentieri.


Ma chi erano i peccatori, quale categoria di persone veniva designata con questo termine? Qualcuno, nell’intento di scagionare del tutto gli avversari di Gesú, i farisei, ha sostenuto che con questo termine si intendono “i trasgressori deliberati e impenitenti della legge”, in altre parole i criminali, i fuori legge. Se fosse così, gli avversari di Gesú avevano tutta la ragione di scandalizzarsi e di ritenerlo persona irresponsabile e socialmente pericolosa. Sarebbe come se oggi un sacerdote frequentasse abitualmente mafiosi e criminali e accettasse i loro inviti a pranzo, con il pretesto di parlare loro di Dio.


In realtà le cose non stanno così. I farisei avevano una loro visione della legge e di ciò che è conforme o contrario ad essa e consideravano reprobi tutti quelli che non si conformavano alla loro rigida interpretazione della legge. Peccatori, insomma, erano per loro tutti quelli che non seguivano le loro tradizioni e i loro dettami. Seguendo la stessa logica, gli Esseni di Qumran consideravano ingiusti e violatori della legge i farisei stessi! Succede anche oggi. Certi gruppi ultraortodossi considerano automaticamente eretici tutti quelli che non la pensano esattamente come loro.


Un eminente studioso scrive a questo riguardo: “Non è vero che Gesú aprisse le porte del regno a criminali incalliti e impenitenti, o negasse l’esistenza di ‘peccatori’. Gesú si oppose agli steccati che venivano eretti nel corpo d’Israele, per i quali alcuni israeliti venivano trattati come se fossero fuori del patto e esclusi dalla grazia di Dio” (James Dunn).


Gesú non nega che esista il peccato e che esistano i peccatori. Il fatto di chiamarli “malati” lo dimostra. Su questo punto egli è più rigoroso dei suoi avversari. Se questi condannano l’adulterio di fatto, egli condanna anche l’adulterio di desiderio; se la legge diceva di non uccidere, lui dice che non si deve neppure odiare o insultare il fratello. Ai peccatori che si avvicinano a lui, egli dice: “Va’ e non peccare più”; non dice: “Va’ e continua come prima”.

Quello che Gesú condanna è di stabilire per conto proprio qual è la vera giustizia e disprezzare gli altri, negando loro perfino la possibilità di cambiare. È significativo il modo in cui Luca introduce la parabola del fariseo e del pubblicano: “Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri” (Lc 18,9). Gesú era più severo verso coloro che, sprezzanti, condannavano i peccatori, che verso i peccatori stessi.


Ma il fatto più nuovo e inaudito nel rapporto tra Gesú e i peccatori non è la sua bontà e misericordia verso di loro. Questo si può spiegare umanamente. C’è, nel suo atteggiamento, qualcosa che non si può spiegare umanamente, cioè ritenendo che Gesú fosse un uomo come gli altri, ed è il fatto di rimettere i peccati.


Gesú dice al paralitico: “Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati”. “Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?”, gridano inorriditi i suoi avversari. E Gesú: “Affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di rimettere i peccati, Alzati, disse al paralitico, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua”. Nessuno poteva verificare se i peccati di quell’uomo erano stati rimessi o no, ma tutti potevano costatare che si alzava e camminava. Il miracolo visibile attestava quello invisibile.


Anche l’esame dei rapporti di Gesú con i peccatori, contribuisce dunque a dare una risposta alla domanda: Chi era Gesú? Un uomo come gli altri, un profeta, o qualcosa di più e di diverso? Durante la sua vita terrena Gesú non affermò mai esplicitamente di essere Dio (e abbiamo spiegato inprecedenza anche perché), ma agì attribuendosi poteri che sono esclusivi di Dio.


Torniamo adesso al vangelo di domani e alla parabola del figliol prodigo. C’è un l’elemento comune che unisce tra loro le tre parabole della pecorella smarrita, della dramma perduta e del figliol prodigo narrate una di seguito all’altra nel capitolo 15 di Luca. Cosa dice il pastore che ha ritrovato la pecorella smarrita e la donna che ha ritrovato la sua dramma? “Rallegratevi con me!”. E cosa dice Gesù a conclusione di ognuna delle tre parabole? “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”.

Il leitmotiv delle tre parabole è dunque la gioia di Dio. (C’è gioia “davanti agli angeli di Dio”, è un modo tutto ebraico di dire che c’è gioia “in Dio”). Nella nostra parabola, la gioia straripa e diventa festa. Quel padre non sta più nella pelle e non sa cosa inventare: ordina di tirare fuori il vestito di lusso, l’anello con il sigillo di famiglia, di uccidere il vitello grasso, e dice a tutti: ”Mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.


In un suo romanzo, Dostoevskij descrive un quadretto che ha tutta l’aria di una scena osservata dal vero. Una donna del popolo tiene in braccio il suo bambino di poche settimane, quando questi - per la prima volta, a detta di lei- le sorride. Tutta compunta, ella si fa il segno della croce e a chi le chiede il perché di quel gesto risponde: “Ecco, allo stesso modo che una madre è felice quando nota il primo sorriso del suo bimbo, così si rallegra Iddio ogni volta che un peccatore si mette in ginocchio e rivolge a lui una preghiera fatta con tutto il cuore” (L’Idiota, Milano 1983, p. 272). Chissà che qualcuno, ascoltando, non decida di dare finalmente a Dio un po’ di questa gioia, di fargli un sorriso prima di morire…

Luca 15: le tre parabole della misericordia

Nel libro dell’Esodo è scritto: “(Mosé) gli disse:«Mostrami la tua gloria». (Dio) rispose: «Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia» (Es 33,18-19); e nel Deuteronomio Mosé così parla al popolo d’Israele: “Poiché il Signore Dio tuo è un Dio misericordioso; non ti abbandonerà e non ti distruggerà, non dimenticherà l’alleanza che ha giurato ai tuoi padri” (Dt 4,31). Una caratteristica fondamentale del Dio che le Scritture ebraiche ci presentano è quella della misericordia. Si tratta di una qualità fondamentale dell’atteggiamento divino nei riguardi delle sue creature e soprattutto dei suoi eletti. La misericordia di Dio di cui ci parla l’Antico Testamento è qualcosa che è in stretto rapporto con l’amore e con la stessa giustizia, che non è la giustizia umana. Anche quando Dio è amareggiato dal suo popolo e lascia profilare i castighi che sopravverranno, egli rimane il Dio della vita che attende con pazienza il ritorno (una parola molto usata nell’AT) del peccatore, perché possa vivere in pienezza.

Il Dio degli ebrei è anche il Dio dei cristiani e l’evangelista Luca lo ha capito così bene, che ne dà un saggio, presentandoci al c. 15 del suo vangelo tre parabole molto significative: due brevi e simili, la terza più sviluppata e ricca di emozione e d’insegnamento teologico. Cominciamo dalle prime due.

“Gli esattori delle tasse e i peccatori si avvicinavano a lui per ascoltarlo. I farisei e i dottori della legge mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con essi». Allora Gesù disse loro questa parabola: «Chi di voi, se possiede cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto per andare a cercare quella che si è smarrita, finché non la ritrova? Quando la trova, se la mette sulle spalle contento, ritorna a casa, cònvoca gli amici e i vicini e dice loro: "Fate festa con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta". Così, vi dico, ci sarà gioia nel cielo più per un peccatore che si converte, che non per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione».

«O quale donna, se possiede dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza bene la casa e si mette a cercare attentamente, finché non la trova? Quando l' ha trovata, chiama le amiche e le vicine di casa e dice loro: "Fate festa con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta". Così, vi dico, gli angeli di Dio fanno grande festa per un solo peccatore che si converte»” (Lc 15,1-10).

Queste due prime parabole sono brevi e di grande efficacia. Esse sono la risposta immediata all’osservazione critica dei farisei e dei dottori della legge circa il rapporto che Gesù intrattiene con i peccatori. Qual è il vero senso delle parole di Gesù? Egli in realtà vuol correggere e ri-orientare l’atteggiamento dei suoi critici nei riguardi della legge divina. Questi sono scandalizzati dalla frequentazione di persone che con i loro peccati contaminano chi ha a che fare con loro: essi si attengono ad una concezione di purità legale con cui credono di proteggere la legge. Gesù corregge questo modo di vedere ri-orientandolo sull’autentico significato della legge di Dio: la legge esiste per la legge o a favore dell’uomo? Se Dio ha posto la legge a vantaggio dell’uomo, cioè per la sua salvezza, allora non si può abbandonare il peccatore a se stesso. Dio ha dato la legge all’uomo, perché lo ama e lo vuole salvare: egli è un Dio di misericordia. Questa è la grande verità che l’ebreo Gesù rivela nella sua interezza agli astanti. Dio è come un pastore ricco di cento pecore, di cui se ne perde una; egli non riposa finché non la ritrova e, felice, se la pone in spalla per tornare a casa a festeggiare l’evento con gli amici. Lo stesso significato ha il ritrovamento della moneta da parte della donna che ne aveva dieci, ma ne aveva perso solo una. Le novantanove pecore e le nove dramme non sono senza importanza per i loro possessori, ma la loro passione è per ciò che si era perso e che ora si è ritrovato. La festa in cielo per un solo peccatore pentito è la gioia di Dio per aver ridato la vita a chi egli ama.

La terza parabola, quella del “figliol prodigo”, è più circostanziata e contiene oltre alla verità espressa nelle due precedenti, un’altra verità anch’essa espressione della misericordia di Dio: l’amore intatto per il suo popolo.

“E diceva: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: "Padre, dammi subito la parte di eredità che mi spetta". Allora il padre divise le sostanze tra i due figli. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolti tutti i suoi beni, emigrò in una regione lontana e là spese tutti i suoi averi, vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe dato fondo a tutte le sue sostanze, in quel paese si diffuse una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Andò allora da uno degli abitanti di quel paese e si mise alle sue dipendenze. Quello lo mandò nei campi a pascolare i porci. Per la fame avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora, rientrando in se stesso, disse: "Tutti i dipendenti in casa di mio padre hanno cibo in abbondanza, io invece qui muoio di fame! Ritornerò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e dinanzi a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi mercenari". Si mise in cammino e ritornò da suo padre. Mentre era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione. Gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: "Padre, ho peccato contro il cielo e dinanzi a te. Non sono più degno di essere considerato tuo figlio". Ma il padre ordinò ai servi: "Presto, portate qui la veste migliore e fategliela indossare; mettetegli l' anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso e ammazzatelo. Facciamo festa con un banchetto, perché questo mio figlio era morto ed è ritornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato". E cominciarono a far festa. Ora, il figlio maggiore si trovava nei campi. Al suo ritorno, quando fu vicino a casa, udì musica e danze. Chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse successo. Il servo gli rispose: "È ritornato tuo fratello e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché ha riavuto suo figlio sano e salvo". Egli si adirò e non voleva entrare in casa. Allora suo padre uscì per cercare di convincerlo. Ma egli rispose a suo padre: "Da tanti anni io ti servo e non ho mai disubbidito a un tuo comando. Eppure tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ora invece che torna a casa questo tuo figlio che ha dilapidato i tuoi beni con le meretrici, per lui tu hai fatto ammazzare il vitello grasso". Gli rispose il padre: "Figlio mio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è anche tuo; ma si doveva far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato"».

Questa bellissima parabola va letta tutta attentamente. Di solito, ci si sofferma sulla prima parte, i vv. 11-24, che è pure di straordinario valore, ma si tralascia la seconda parte, i vv. 25-32, che non è meno importante, perché integra il concetto di misericordia divina. La prima parte rapisce l’attenzione dei lettori o ascoltatori, perché il racconto che fa Gesù è trascinante e commovente; egli narra di un giovane presuntuoso e privo d’esperienza che per una pretesa libertà intende prendere una sua via, abbandonando quella che lo tratteneva nel benessere e di certo in una non minore libertà. Il giovane finisce male, ma dal male talora viene il bene, perché egli capisce tante cose, si converte e ritorna (la parola preziosa dell’AT) al padre che lo ama. Non richiesta di umiliazione e di penitenze, ma gioia, affetto e festa è quello che trova il giovane.

Il recupero alla vita non è un aggiustamento di conti amministrativi o finanziari, bensì una nuova creazione, che pretende l’esplosione del gaudio che solo l’amore sa provocare. Il fratello maggiore che viene ad apprendere tutto questo, si rattrista, si arrabbia, quasi si pente di essere stato un “giusto”, ma il padre esce anche incontro a lui per confermargli una grande verità: chi è già figlio e come tale si comporta, non ha da invidiare nessuno né da avere timore di essere spossessati di alcunché, perché rimane nella pienezza dei suoi diritti.

L’amore di un padre vero è senza pentimenti! Noi sappiamo ormai da sempre chi è il padre e chi è ciascuno dei due figli, ma dobbiamo riscoprirlo ogni giorno, per convertirci e deliziarci della grazia di Dio. Il padre buono è misericordioso è Dio che non si oppone alla libertà dei suoi figli, anche quando sa che stanno intraprendendo una strada sbagliata; egli sa attendere con pazienza il rientro in se stessi e nella vera libertà, che reintegra nei diritti di figli. I due fratelli invece rappresentano storicamente il primogenito figlio di Dio, Israele, e il secondogenito convertito alla volontà divina incarnata in Gesù Cristo; teologicamente però essi rappresentano una realtà perenne: noi tutti siamo entrambi i fratelli; ora siamo il fratello minore che pensa di acquistare la libertà sganciandosi da Dio, ora siamo il fratello maggiore, ligio alle norme, ma di un’obbedienza grigia ed opaca, che talora dimentica di possedere già tutto l’amore di Dio. È una verità della storia, è una verità della vita. In realtà, siamo tutti veramente fratelli e tutti amati da un unico vero padre, quello celeste.

Il figlio prodigo. S. Josemaría Escivà de Balaguer

Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa (Lc 15, 20-24).

«Quando era ancora lontano – dice la Scrittura –, suo padre lo vide e si commosse profondamente; gli corse incontro, gli gettò le braccia al collo e lo coprì di baci. Le parole del testo sacro sono proprio queste: lo coprì di baci. Si può parlare in maniera più umana? Si può descrivere con maggior evidenza l’amore paterno di Dio per gli uomini? Davanti a Dio che muove incontro a noi, non possiamo che esclamare, con S. Paolo, Abba, Pater!, Padre, Padre mio! Pur essendo il creatore dell’universo, non esige titoli altisonanti né si cura del giusto riconoscimento del suo potere. Vuole che lo chiamiamo Padre e che, assaporando questa parola, l’anima ci si riempia di gioia.

La vita umana, in un certo modo, è un continuo ritorno alla casa del Padre. Ritorno mediante la contrizione, la conversione del cuore, che presuppone il desiderio di cambiare, la decisione ferma di migliorare la nostra vita, e si manifesta pertanto in opere di sacrificio e di dedizione. Ritorno alla casa del Padre per mezzo del sacramento del perdono, nel quale, confessando i nostri peccati, ci rivestiamo di Cristo e ridiventiamo suoi fratelli e membri della famiglia di Dio.

Dio ci aspetta, come il padre della parabole, con le braccia aperte, benché non lo meritiamo. Non gli importa l’entità del nostro debito. Come nel caso del figliol prodigo, dobbiamo solo aprire il cuore, sentire la nostalgia del focolare paterno, meravigliarci e rallegrarci di fronte al dono divino di poterci chiamare e di essere – nonostante tante mancanze di corrispondenza – veramente figli di Dio».
È Gesù che passa, 64

«La gioia è un bene cristiano. Si eclissa soltanto con l’offesa a Dio, perché il peccato nasce dall’egoismo, e l’egoismo è la causa della tristezza. Ma anche allora la gioia è là, nascosta sotto le ceneri dell’anima, perché il Signore e sua Madre non dimenticano mai gli uomini. Quando ci pentiamo, quando sgorga dal nostro cuore un atto di dolore, quando ci purifichiamo nel santo sacramento della penitenza, Dio ci viene incontro e ci perdona; e la tristezza se ne va: “bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. Queste parole sono la conclusione meravigliosa della parabola del figliuol prodigo che non ci stancheremo mai di meditare».


È Gesù che passa, 178

IV Domenica del Tempo di Quaresima (Anno C)

http://www.mcicolonia.de/rembrandt_il_figliol_prodigo.jpg



IL TEMPIO DI GERUSALEMME

Tempio
Il Tempio di Gerusalemme, come doveva essere.

Il centro di ogni pratica religiosa per i Giudei, era il Tempio di Gerusalemme. Il primo Tempio era stato concepito da re Davide, ed edificato dal figlio Salomone; distrutto nel 586 a.C. dal babilonese Nabucodonosor, fu riedificato grazie alle concessioni del persiano Ciro il Grande nel 538. Si tratta del cosiddetto secondo Tempio.

Mappa del Tempio
Mappa del Tempio di Gerusalemme

All’epoca di Gesù esso era stato completamente rifatto da Erode il Grande, che aveva iniziato i lavori di restauro e ampliamento nel 20-19 a.C., e aveva terminato nel giro di un anno e mezzo il Tempio vero e proprio, rispettando il disegno tradizionale salomonico; ma i lavori sulle parti restanti terminarono solo nel 64 d.C., pochi anni prima della sua definitiva distruzione da parte dell’esercito del generale romano Tito. I vangeli fanno allusione alla lunghezza di questi lavori, ed all’imponenza delle opere realizzate1. Sebbene quello di Erode fosse in realtà il terzo edificio, esso è considerato tradizionalmente come facente parte dell’epoca del secondo Tempio, considerandolo moralmente tutt’uno col Tempio dei reduci dall’esilio babilonese.

Non è facile ricostruire quale fosse la disposizione precisa dei vari edifici, ma la struttura generale del santuario ci è nota.

L’intero complesso misurava circa 121.000 metri quadri, circondato da un muro che correva per 256×288×430×443 metri. Sul lato nord il tempio era collegato con la Fortezza Antonia, costruita da Erode sulle rovine di una precedente torre, e a sud est si trovava il famoso Pinnacolo di cui parlano i vangeli (Mt. 4,5; Lc. 4,9).

L’ingresso principale (vi erano ingressi su tutti i lati, ciascuno con un nome: Porta nord, Porta dorata, etc.), preceduto da un locale per le abluzioni rituali (mikveh), si trovava sul lato sud, ed era costituito da una grande gradinata con due porte, una doppia e una tripla. L’atrio era costituito da portici e gallerie coperte che percorrevano tutto il lato esterno dell’edificio; quello sul lato sud, appunto, era detto Portico regio, mentre quello a est si chiamava Portico di Salomone (Gv. 10,23; At. 3,11), e guardava sul torrente Cedron.

Oltrepassati i portici, ci si ritrovava nell’ampio Atrio dei Gentili, uno spiazzo accessibile anche ai pagani, occupato da cambiavalute, venditori di animali per i sacrifici, visitatori (Gv. 2,14; Mc. 11,15), maestri della legge (Gv. 18,19); tutti gli stranieri che giungevano a Gerusalemme non mancavano di visitare il Tempio, di cui il Talmud scriverà: “Colui che non ha visto il Tempio di Erode in vita sua, non ha mai visto un edificio maestoso”.

Al centro dell’Atrio dei Gentili, si ergeva un luogo sopraelevato, separato dal resto con una balaustra di pietra che segnava il limite oltre il quale pagani e incirconcisi non potevano avanzare. Numerose iscrizioni in greco e latino ammonivano gli stranieri, come quella ritrovata nel 1871, che recita: “Nessuno straniero metta piede entro la balaustrata che sta attorno al Tempio e nel recinto. Colui che vi fosse sorpreso, sarà la causa per se stesso della morte che ne seguirà”2.

Iscrizione con il divieto di  accesso al Tempio
Frammento di un'iscrizione in greco che avvertiva, sotto pena di morte, di non penetrare nell'atrio interno del Tempio (Dissotterrata accanto alla Porta dei Leoni nel 1935)

Superata la balaustrata, si entrava in un altro atrio, al quale si accedeva tramite nove porte; la più nota era la Porta bella, ove stazionavano numerosi mendicanti in attesa di elemosina (At. 3,2), che introduceva nell’Atrio delle donne, così chiamato perché ad esse non era permesso superarlo. Quest’area più interna e circoscritta, separava i giudei dai pagani, ed era una sorta di luogo d’incontro; in esso si raccoglievano anche le offerte per la tesoreria del Tempio, amministrata dai Leviti, in recipienti a forma di corno (Mc. 12,42-44). Sui quattro angoli, c’erano dei locali separati: il deposito della legna, dell’olio e del vino, la camera dei Nazirei e quella per l’ispezione dei lebbrosi.

Tramite la Porta di Nicanore, il luogo ove le madri offrivano il sacrificio dopo la nascita del loro primogenito (Lc. 2,22), si accedeva all’Atrio degli Israeliti.

Il santuario aveva la pianta del tempio di Salomone: superato il parapetto che introduceva all’Atrio dei Sacerdoti, si trovava il grande Altare degli olocausti, collocato di fronte all’entrata del Tempio propriamente detto, ed il deposito dell’acqua. L’altare era costruito di pietra grezza mai toccata da strumenti metallici, con gli angoli decorati con protuberanze a forma di corno.

Dodici gradini conducevano al Santo, con l’altare dei profumi (Lc. 1,9) in legno di acacia rivestito di ori, ove si offriva due volte al giorno una speciale mistura di aromi (Es. 30,1-10 e 34-36; 37,25-28. È l'incenso che offre Zaccaria in Lc 1,9), la tavola dei pani della proposizione (Es. 25,23-30; 37,10-16; 40,22) ed il candelabro aureo a sette braccia (menorah), con ornamenti a fior di mandorlo, sul quale ardevano lampade ad olio.

Poi, isolato da una spessa cortina, il Santo dei Santi, un locale cubico di nove metri di lato, spoglio e senza finestre, ove solo il sommo sacerdote nel giorno delle espiazioni poteva penetrare, vestito di semplice abito di lino bianco (Lev. 16,12).

Dopo che l’arca dell’alleanza era scomparsa con la presa di Gerusalemme del 587, il Sancta Sanctorum era vuoto.


NOTE AL TESTO

1 Gv. II,20: “Questo Tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”; Mc. XIII,1-2: “Mentre usciva dal Tempio, un discepolo gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non rimarrà qui pietra su pietra, che non sia distrutta».

2 Edizione a cura di CLERMONT – GANNEAU in «Revue Archéologique» XXIII (1872), pp. 214-234. Cfr. E. GABBA, Iscrizioni greche e latine per lo studio della Bibbia, Casale, 1958, pp. 83-86.

GIOVANNI PAOLO II: DIVES IN MISERICORDIA IV. LA PARABOLA DEL FIGLIOL PRODIGO

5. Analogia

Già alle soglie del Nuovo Testamento risuona nel Vangelo di san Luca una singolare corrispondenza tra due voci sulla misericordia divina, in cui echeggia intensamente tutta la tradizione veterotestamentaria. Qui trovano espressione quei contenuti semantici, legati alla terminologia differenziata dei libri antichi. Ecco Maria che, entrata nella casa di Zaccaria, magnifica il Signore con tutta l'anima «per la sua misericordia», di cui «di generazione in generazione» divengono partecipi gli uomini che vivono nel timore di Dio. Poco dopo, commemorando l'elezione di Israele, ella proclama la misericordia, della quale «si ricorda» da sempre colui che l'ha scelta. Successivamente, alla nascita di Giovanni Battista, nella stessa casa, suo padre Zaccaria, benedicendo il Dio di Israele, glorifica la misericordia che egli «ha concesso. . . ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza».

Nell'insegnamento di Cristo stesso questa immagine, ereditata dall'Antico Testamento, si semplifica ed insieme si approfondisce. Ciò è forse più evidente nella parabola del figliol prodigo, in cui l'essenza della misericordia divina, benché la parola «misericordia» non vi ricorra, viene espressa tuttavia in modo particolarmente limpido. A ciò contribuisce non tanto la terminologia, come nei libri veterotestamentari, ma l'analogia che consente di comprendere più pienamente il mistero stesso della misericordia, quale dramma profondo che si svolge tra l'amore del padre e la prodigalità e il peccato del figlio. Quel figlio, che riceve dal padre h porzione di patrimonio che gli spetta e lascia la casa per sperperarla in un paese lontano, «vivendo da dissoluto», è in certo senso l'uomo di tutti i tempi, cominciando da colui che per primo perdette l'eredità della grazia e della giustizia originaria. L'analogia è a questo punto molto ampia. La parabola tocca indirettamente ogni rottura dell'alleanza d'amore, ogni perdita della grazia, ogni peccato. In questa analogia è messa meno in rilievo l'infedeltà di tutto il popolo di Israele rispetto a quanto avveniva nella tradizione profetica, sebbene a quell'infedeltà si possa anche estendere l'analogia del figliol prodigo. Quel figlio, «quando ebbe speso tutto..., cominciò a trovarsi nel bisogno», tanto più che venne una grande carestia «in quel paese» in cui si era recato dopo aver lasciato la casa paterna. E in questa situazione «avrebbe voluto saziarsi» con qualunque cosa, magari anche «con le carrube che mangiavano i porci» da lui pascolati per conto di «uno degli abitanti di quella regione». Ma perfino questo gli veniva rifiutato.

L'analogia si sposta chiaramente verso l'interno dell'uomo. Il patrimonio che quel tale aveva ricevuto dal padre era una risorsa di beni materiali, ma più importante di questi beni era la sua dignità di figlio nella casa paterna. La situazione in cui si venne a trovare al momento della perdita dei beni materiali doveva renderlo cosciente della perdita di questa dignità. Egli non vi aveva pensato prima, quando aveva chiesto al padre di dargli la parte del patrimonio che gli spettava per andar via. E sembra che non ne sia consapevole neppure adesso, quando dice a se stesso: «Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza, ed io qui muoio di fame!». Egli misura se stesso con il metro dei beni che aveva perduto, che non «possiede» più, mentre i salariati in casa di suo padre li «posseggono». Queste parole esprimono soprattutto il suo atteggiamento verso i beni materiali; nondimeno, sotto la superficie di esse, si cela il dramma della dignità perduta, la coscienza della figliolanza sciupata. È allora che egli prende la decisione: «Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te; non sono degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni». Parole, queste, che svelano più a fondo il problema essenziale. Attraverso la complessa situazione materiale, in cui il figliol prodigo era venuto a trovarsi a causa della sua leggerezza, a causa del peccato, era maturato il senso della dignità perduta. Quando egli decide di ritornare alla casa paterna, di chiedere al padre di essere accolto --non già in virtù del diritto di figlio, ma in condizione di mercenario--, sembra esteriormente agire a motivo della fame e della miseria in cui è caduto; questo motivo è però permeato dalla coscienza di una perdita più profonda: essere un garzone nella casa del proprio padre è certamente una grande umiliazione e vergogna. Nondimeno, il figliol prodigo è pronto ad affrontare tale umiliazione e vergogna. Egli si rende conto che non ha più alcun diritto, se non quello di essere mercenario nella casa del padre. La sua decisione è presa in piena coscienza di ciò che ha meritato e di ciò a cui può ancora aver diritto secondo le norme della giustizia. Proprio questo ragionamento dimostra che, al centro della coscienza del figliol prodigo, emerge il senso della dignità perduta, di quella dignità che scaturisce dal rapporto del figlio col padre. Ed è con tale decisione che egli si mette per strada.

Nella parabola del figliol prodigo non è usato neanche una sola volta il termine «giustizia», cosi come, nel testo originale, non è usato quello di «misericordia»; tuttavia, il rapporto della giustizia con l 'amore che si manifesta come misericordia viene con grande precisione inscritto nel contenuto della parabola evangelica. Diviene più palese che l'amore si trasforma in misericordia quando occorre oltrepassare la precisa norma della giustizia: precisa e spesso troppo stretta. Il figliol prodigo, consumate le sostanze ricevute dal padre, merita --dopo il ritorno-- di guadagnarsi da vivere lavorando nella casa paterna come mercenario, ed eventualmente, a poco a poco, di conseguire una certa provvista di beni materiali, forse però mai più nella quantità in cui li aveva sperperati. Tale sarebbe l'esigenza dell'ordine di giustizia, tanto più che quel figlio non soltanto aveva dissipato la parte del patrimonio spettantegli, ma inoltre aveva toccato sul vivo ed offeso il padre con la sua condotta. Questa, infatti, che a suo giudizio l'aveva privato della dignità filiale, non doveva essere indifferente al padre. Doveva farlo soffrire. Doveva anche, in qualche modo, coinvolgerlo. Eppure si trattava, in fìn dei conti, del proprio figlio, e tale rapporto non poteva essere né alienato né distrutto da nessun comportamento. Il figliol prodigo ne è consapevole, ed è appunto tale consapevolezza a mostrargli chiaramente la dignità perduta ed a fargli valutare rettamente il posto che ancora poteva spettargli nella casa del padre.

6. Particolare concentrazione sulla dignità umana.

Questa precisa immagine dello stato d 'animo del figliol prodigo ci permette di comprendere con esattezza in che cosa consista la misericordia divina. Non vi è alcun dubbio che in quella semplice ma penetrante analogia, la figura del genitore ci svela Dio come Padre. Il comportamento del padre della parabola e tutto il suo modo di agire, che manifestano il suo atteggiamento interiore, ci consentono di ritrovare i singoli fili della visione vetero-testamentaria della misericordia in una sintesi totalmente nuova, piena di semplicità e di profondità. Il padre del figliol prodigo è fedele alla sua paternità, fedele a quell'amore che da sempre elargiva al proprio figlio. Tale fedeltà si esprime nella parabola non soltanto con la prontezza immediata nell'accoglierlo in casa, quando ritorna dopo aver sperperato il patrimonio: essa si esprime ancor più pienamente con quella gioia, con quella festosità cosi generosa nei confronti del dissipatore dopo il ritorno, che è tale da suscitare l'opposizione e l'invidia del fratello maggiore, il quale non si era mai allontanato dal padre e non ne aveva abbandonato la casa.

La fedeltà a se stesso da parte del padre --un tratto già noto dal termine vetero-testamentario «.hesed»-- viene al tempo stesso espressa in modo particolarmente carico di affetto. Leggiamo infatti che, quando il padre vide il figliol prodigo tornare a casa, «commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». Egli agisce certamente sotto l'influsso di un profondo affetto, e così può essere spiegata anche la sua generosità verso il figlio, quella generosità che tanto indigna il fratello maggiore. Tuttavia, le cause di quella commozione vanno ricercate più in profondità. Ecco, il padre è consapevole che è stato salvato un bene fondamentale: il bene dell'umanità del suo figlio. Sebbene questi abbia sperperato il patrimonio, è però salva la sua umanità. Anzi, essa è stata in qualche modo ritrovata. Lo dicono le parole che il padre rivolge al figlio maggiore: «Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». Nello stesso capitolo XV del Vangelo secondo Luca, leggiamo la parabola della pecora ritrovata, e successivamente la parabola della dramma ritrovata. Ogni volta vi è posta in rilievo la medesima gioia presente nel caso del figliol prodigo. La fedeltà del padre a se stesso è totalmente incentrata sull'umanità del figlio perduto, sulla sua dignità. Così si spiega soprattutto la gioiosa commozione al momento del suo ritorno a casa.

Proseguendo, si può dunque dire che l'amore verso il figlio, L'amore che scaturisce dall'essenza stessa della paternità, obbliga in un certo senso il padre ad aver sollecitudine della dignità del figlio. Questa sollecitudine costituisce la misura del suo amore, L'amore di cui scriverà poi san Paolo: «La carità è paziente, è benigna la carità..., non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto..., si compiace della verità..., tutto spera, tutto sopporta» e «non avrà mai fine». La misericordia --come l'ha presentata Cristo nella parabola del figliol prodigo-- ha la forma interiore dell'amore che nel Nuovo Testamento è chiamato «agápe». Tale amore è capace di chinarsi su ogni figlio prodigo, su ogni miseria umana e, soprattutto, su ogni miseria morale, sul peccato. Quando ciò avviene, colui che è oggetto della misericordia non si sente umiliato, ma come ritrovato e «rivalutato». Il padre gli manifesta innanzitutto la gioia che sia stato «ritrovato» e che sia «tornato in vita». Tale gioia indica un bene inviolato: un figlio, anche se prodigo, non cessa di esser figlio reale di suo padre; essa indica inoltre un bene ritrovato, che nel caso del figliol prodigo fu il ritorno alla verità su se stesso.

Ciò che si è verificato nel rapporto del padre col figlio nella parabola di Cristo non si può valutare «dall'esterno». I nostri pregiudizi sul tema della misericordia sono per lo più Il risultato di una valutazione soltanto esteriore. Alle volte, seguendo un tale modo di valutare, accade che avvertiamo nella misericordia soprattutto un rapporto di diseguaglianza tra colui che la offre e colui che la riceve. E, di conseguenza, siamo pronti a dedurre che la misericordia diffama colui che la riceve, che offende la dignità dell'uomo. La parabola del figliol prodigo dimostra che la realtà è diversa: la relazione di misericordia si fonda sulla comune esperienza di quel bene che è l'uomo, sulla comune esperienza della dignità che gli è propria. Questa comune esperienza fa sì che il figliol prodigo cominci a vedere se stesso e le sue azioni in tutta verità (tale visione nella verità è un'autentica umiltà); e per il padre, proprio per questo motivo, egli diviene un bene particolare: il padre vede con così limpida chiarezza il bene che si è compiuto, grazie ad una misteriosa irradiazione della verità e dell'amore, che sembra dimenticare tutto il male che il figlio aveva commesso.

La parabola del figliol prodigo esprime in modo semplice, ma profondo, la realtà della conversione. Questa è la più concreta espressione dell'opera dell'amore e della presenza della misericordia nel mondo umano. Il significato vero e proprio della misericordia non consiste soltanto nello sguardo, fosse pure il più penetrante e compassionevole, rivolto verso il male morale, fisico o materiale: la misericordia si manifesta nel suo aspetto vero e proprio quando rivaluta, promuove e trae il bene da tutte le forme di male esistenti nel mondo e nell'uomo. Così intesa, essa costituisce il contenuto fondamentale del messaggio messianico di Cristo e la forza costitutiva della sua missione. Allo stesso modo intendevano e praticavano la misericordia i suoi discepoli e seguaci. Essa non cessò mai di rivelarsi, nei loro cuori e nelle loro azioni, come una verifica particolarmente creatrice dell'amore che non si lascia «vincere dal male», ma si vince «con il bene il male». Occorre che il volto genuino della misericordia sia sempre nuovamente svelato. Nonostante molteplici pregiudizi, essa appare particolarmente necessaria ai nostri tempi.

L’abbraccio del Padre converte il cuore

Gli occhi si fissano su un quadro: un padre che abbraccia il figlio. Inizia il cammino di conversione di un uomo, di ognuno di noi, riflettendo sulla parabola del Figliol Prodigo: perdonare e accettare il perdono…

Henri J. M. Nouwen, L’abbraccio benedicente. Meditazione sul ritorno del figlio prodigo, Queriniana, Brescia 1998, pp. 210

Il particolare del quadro “Ritorno del figlio prodigo” di Rembrandt, su sfondo rosso, cattura l’attenzione del lettore che si avventura tra le pagine del libro di Nouwen. Due mani che abbracciano: una maschile e una dalle fattezze femminili. Ecco così preannunciato il tema che l’autore propone: l’abbraccio di Dio, abbraccio di Padre e di Madre. Il testo non nasce da pure riflessioni teologiche o da una lettura solamente esegetica della parabola del figliol prodigo a cui è accostata quella artistica del quadro, ma scaturisce dall’esperienza di crescita e di quotidiana conversione di Nouwen; egli, dapprima totalmente dedito all’insegnamento presso le università di Notre Dame, Harvard e Yale, scopre, in seguito all’incontro con il “Ritorno del figlio prodigo”, il bisogno di mettersi a servizio degli altri e l’esigenza di tornare all’autenticità della fede: diventa pastore della comunità per disabili dell’Arche Daybreak di Toronto.

Quando i suoi occhi nel 1983 puntarono l’attenzione sul quadro fu amore a prima vista: “Mi sentivo attratto dall’intimità delle due figure”. Iniziò allora un viaggio alla ricerca del suo significato e passo a passo vennero alla luce piccoli particolari che lo aiutarono a interrogarsi e a cercare risposte sul rapporto io – Dio, una relazione che non deve mai considerarsi arrivata. La sorpresa dell’autore fu grande e, inizialmente quasi sconvolgente: le tre figure chiavi della parabola, le stesse rappresentate da Rembrandt, coesistono a diversi livelli in ognuno di noi: padre, figlio prodigo e figlio maggiore. Ciascuna di queste è ed ha una vocazione in noi.

Il libro, scandito in tre parti che di volta in volta analizzano una delle tre figure, termina con l’epilogo “Vivere il quadro” in cui Nouwen spiega che “l’abbraccio del Padre è diventato molto reale negli abbracci dei mentalmente poveri” che egli ha accompagnato nella comunità di Daybreak. Racconta della sua vita con i giovani handicappati mentali e di come sia stato accolto da loro, di come l’aver riflettuto sulla tensione che ha portato Rembrandt a dipingere il quadro lo abbia avvicinato alla consapevolezza di aver trovato la casa in quel luogo. Durante questo lungo viaggio è rientrato nel silenzio del proprio cuore, l’unico che permette di avvicinarsi a Dio e di comprendere il suo volere,, la nostra vocazione.

“Gli handicappati… mi si mostrano come sono. Esprimono apertamente il loro amore e la loro paura… Il loro handicap svela il mio… E mi costringono a confrontarmi con il figlio maggiore che è in me. L’Arche ha dischiuso la via per ricondurlo a casa…”. Nel quadro il figlio maggiore osserva la scena con occhio critico, forse amareggiato, ma di sicuro con dentro l’esigenza di essere perdonato anche lui; il Padre vuole entrambi i figli ma li lascia liberi di fare le proprie scelte; Dio non ama il figlio maggiore più del minore; il Padre non giudica ma ama semplicemente: “Figlio, tu sei sempre con me” (Lc 15,31). Quante volte ci ostiniamo nelle nostre posizioni e non accettiamo l’amore e il perdono di chi ci è accanto?

Il segreto per tornare a casa è amare e lasciarsi amare senza condizioni; l’abbraccio del Padre è disarmante per i figli proprio perché incondizionato. “Osservando le fattezze con cui Rembrandt ritrae il padre, ho compreso all’improvviso, in modo del tutto nuovo, il significato della tenerezza, della misericordia e del perdono”. Il tocco delle Sue mani nell’abbraccio cerca solo di guarire le ferite e di trasmettere amore puro. Il figliol prodigo fa difficoltà ad accettare il perdono, condizione di tutti noi uomini, perché ciò comporta “rivendicare la mia piena dignità e prepararmi a diventare io stesso il padre”. Occorre tornare bambini (Mt 18,3).

“Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto”. Sono le parole del Padre, di Colui che ci chiama per nome e ci fa sentire al sicuro, a casa, in un abbraccio con gioia e pace interiore… Ascoltiamole!

IV Domenica del Tempo di Quaresima (Anno C)

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IV Domenica del Tempo di Quaresima (Anno C). Percorso esegetico


IV Domenica del Tempo di Quaresima (Anno C). Commenti patristici


Ma l’altro figliol fu «prodigo»? È motivato il rancore del fratello «virtuoso» per le feste del padre dopo il ritorno di quello smarrito

IV Domenica del Tempo di Quaresima (Anno C). Commenti patristici

S. Pier Crisologo

Levandosi s’incamminò verso suo padre. Costui si levò dalla caduta dello spirito e del corpo, si levò dal profondo degli inferi toccando le elevate regioni del cielo. Presso il Padre celeste il figlio si innalza in seguito al perdono più di quanto era precipitato a causa della colpa: Levandosi s’incamminò verso suo padre. Si incamminò non col passo dei piedi, ma con l’incedere della mente. Non ebbe bisogno di un lungo viaggio terreno, perché aveva trovato la scorciatoia della via della salvezza. Non ha bisogno di cercare il Padre divino percorrendo le strade chi, cercando con la fede, scopre che gli è sempre presente dappertutto. Levandosi s’incamminò verso suo padre.
Mentre era lontano
. In che senso è lontano colui che viene? Perché colui che viene non è ancora giunto alla meta. Viene al pentimento, ma non è ancora giunto alla grazia; viene alla casa del Padre, ma non è ancora giunto alla gloria della condizione dell’onore di un tempo. E, mentre era lontano, lo vide suo padre. Lo vide quel Padre che abita in alto e vede ciò che sta in basso e riconosce da lontano ciò che sta in alto (Sal 112, 5). Lo vide suo padre. II padre lo vide, perché egli potesse accorgersi di lui. La vista del padre illuminò lo sguardo del figlio che avanzava così che fu dissolta tutta l’oscurità che l’aveva avvolto in seguito alla colpa. Le tenebre della notte non sono come quelle che provengono dallo sconvolgimento dei peccati. Ascolta il profeta che dice: Le mie colpe mi hanno oppresso e non ho più potuto vedere (Sal 39, 13). E in un altro passo: Le mie colpe hanno pesato sopra di me (Sal 37, 5). E successivamente: E la luce dei miei occhi non è con me (Sal 37, 11). La notte seppellisce la luce del giorno precedente: i peccati sconvolgono l’intelletto, l’animo le sembianze. Se dunque, il Padre celeste non avesse colpito col suo raggio il volto del figlio che ritornava e non avesse eliminato tutta la nebbia del turbamento con la luce del suo sguardo, questo figlio non avrebbe mai visto la luminosità del volto divino.
Lo vide da lontano, e fu mosso a compassione. È mosso a compassione colui che non può muoversi dal suo posto. Gli andò incontro non con l’avanzare del corpo, ma con l’affetto paterno. Gli si gettò al collo col peso dell’amore, non con la gravezza delle membra. Gli si gettò al collo non con l’abbandono ma con la sofferenza delle viscere. Gli si gettò al collo per sollevare così chi giaceva. Gli si gettò al collo per togliere col peso dell’amore il peso dei peccati. Venite a me, dice, voi tutti che siete affaticati e oppressi; prendete su di voi il mio carico, perché è leggero (Mt 11, 28-30). Vedete che il figlio è aiutato non oppresso dal carico di questo padre. Gli si gettò al collo e lo baciò.
Così il padre giudica, così corregge, così al figlio peccatore dà baci, non flagelli. La potenza dell’amore non vede le colpe; e perciò il padre riscattò i peccati del figlio con un bacio, lo chiuse in un abbraccio per non scoprire, lui, il padre, le colpe del figlio, per non disonorare, lui, il padre, il proprio figlio. II padre cura in tal modo le ferite del figlio, per non lasciare al figlio una cicatrice, per non lasciare al figlio una macchia. Beati, dice, quelli di cui sono rimesse le iniquità e di cui sono coperti i peccati (Sal 31, 1).
Se l’azione di questo giovane è spiacevole, se la sua partenza desta orrore, noi non allontaniamoci a nessun costo da un tale padre. Lo sguardo del padre mette in fuga le colpe, caccia la pena, respinge ogni malvagità e tentazione. Certamente, se ce ne siamo andati, se abbiamo dissipato tutto il patrimonio paterno con una vita dissoluta, se abbiamo commesso qualsiasi scelleratezza e delitto possibili in cielo e in terra, se ci siamo spinti fino ad ogni precipizio, ad ogni abisso di empietà, solleviamoci una buona volta e, invitati da tale esempio, ritorniamo da un tale padre. E quando lo vide fu mosso a compassione e gli corse incontro e gli si gettò al collo e lo baciò. Ti chiedo, quale motivo c’è qui per disperare? Quale occasione c’è qui per scusarsi? Quale pretesto c’è per essere timoroso? A meno che, per caso tema l’incontro, il bacio spaventi, l’abbraccio sconvolga, e si creda che il padre accolga per vendicarsi, non che riceva per perdonare quando afferra il figlio con le mani, lo chiude in seno, lo serra tra le sue braccia. Ma questo pensiero, che sconfigge la vita ed è nemico della salvezza, è vinto ed eliminato da ciò che segue.
Ma il padre disse ai suoi servi: Presto, portate la veste migliore e fategliela indossare, mettetegli in dito l’anello d’oro e i calzari ai piedi; e conducete il vitello grasso e uccidetelo e mangiamo e facciamo festa; perché questo mio figlio era morto, ed è tornato in vita, era perduto, ed è stato ritrovato. Dopo aver ascoltato queste parole ancora esitiamo, ancora non torniamo al padre? Presto portate la veste migliore e fategliela indossare. Sopportò le colpe del figlio colui che non ne sopportò la nudità. Perciò volle che il figlio fosse vestito dai servi prima di essere veduto, affinché al solo padre ne fosse nota la nudità, perché solo il padre riesce a non rimarcare la nudità del figlio. Presto, portate la veste migliore. Questo padre che nei momenti felici non tollerò il peccato del figlio, adesso vuole godere più del perdono che della giustizia. Presto, portate la veste migliore. Non disse: Donde vieni? Dove sei stato? Dove sono i beni che ti sei preso? Perché hai scambiato una gloria così grande con una così grande vergogna? Ma: Presto, portate la veste migliore e fategliela indossare. Vedete che la potenza dell’amore non scorge le colpe; il padre è incapace di una misericordia che indugia; chi discute le colpe, le rivela.
E mettetegli in dito l’anello
. L’affetto paterno non si accontenta di ripristinare la sola innocenza, se non restituisce anche l’antico onore. Ponetegli ai piedi i calzari. Come ritornò povero quello che era partito ricco! Dell’intera sostanza non riporta i calzari ai piedi. Ponetegli i calzari ai piedi. Perché nemmeno nel piede sussistesse la vergogna della nudità del figlio; senza dubbio perché calzato ritornasse al corso della vita precedente. E conducete il vitello grasso. Non basta un vitello qualsiasi, ma il migliore, ben ingrassato. Il vitello grasso attesta lo spessore dell’amore paterno. Conducete il vitello grasso e uccidetelo e mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto, ed è ritornato in vita; era perduto, ed è stato ritrovato.

(Dal Sermone 3)

S. Agostino

L’uomo che ha due figli è Dio che ha due popoli: il figlio maggiore è il popolo dei giudei; il minore il popolo dei pagani. Le sostanze ricevute da parte del Padre sono l’anima, l’intelligenza, la memoria, l’ingegno e tutte le facoltà che Dio ci ha dato per conoscerlo ed adorarlo. Ricevuto questo patrimonio, il figlio minore se ne andò in un paese lontano, cioè arrivò fino alla dimenticanza del suo Creatore. Consumò tutto il suo patrimonio vivendo da scialacquatore; pagando senza acquistare, spendendo ciò che aveva senza ricevere ciò che non aveva, vale a dire consumando tutto il proprio ingegno nelle dissolutezze, negli idoli, in tutte le passioni disoneste, che la Verità chiama meretrici.
Nulla di strano che a quella dissolutezza tenne dietro la fame. Ora in quel paese ci fu una grande carestia, non la carestia del pane visibile, ma la mancanza dell’invisibile verità ...
Capì alla fine in qual condizione era ridotto, che cosa aveva perduto, chi aveva oltraggiato e in potere di chi era corso a gettarsi e tornò in se stesso; prima tornò in se stesso, poi tornò dal padre. Tornato in se stesso si trovò miserabile: Ho trovato – disse – tribolazione e dolore, e ho invocato il nome del Signore (Sal 114, 3-4). Quanti salariati di mio padre – disse – hanno cibo in abbondanza! Io invece sto qui a morir di fame. ...
Si alza e torna; difatti si era fermato dov’era rimasto a giacere dopo la sua caduta. Lo vede il padre da lontano e gli va incontro, poiché la voce di lui si trova nel salmo: Tu hai conosciuto i miei pensieri da lontano (Sal 138, 3). Quali pensieri? I pensieri fatti dicendo tra sé: Dirò a mio padre: Ho peccato contro il cielo e contro di te, non sono più degno d’essere considerato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi mercenari. Non diceva già così, ma pensava di dirlo; il padre tuttavia lo sentiva già come se lo dicesse. ... In un altro salmo è detto: Ho detto: confesserò al Signore contro di me il mio peccato (Sal 31, 5). Vedete come ancora tra se stesso disse, propose, e subito soggiunse: E tu hai perdonato l’empietà del mio cuore. Quanto è vicino il perdono di Dio a chi confessa i propri peccati! Dio infatti non è lontano da coloro che hanno il cuore contrito; poiché così trovi nella Scrittura: Il Signore è vicino a coloro che hanno il cuore contrito (Sal 33, 19). ...
Mentre ancora il figlio si disponeva a dire al padre ciò che andava ripetendosi: Mi alzerò, andrò da lui e gli dirò, poiché il padre conosceva da lontano la risoluzione del figlio, gli corse incontro. Che vuol dire: "correre incontro" se non accordare il perdono in anticipo? Essendo ancora lontano – dice il vangelo – gli corse incontro il padre, mosso da misericordia. Perché fu mosso da misericordia? Perché il figlio era sfinito per la miseria. Gli corse incontro e gli si gettò al collo, gli gettò cioè il braccio al collo. Il braccio del Padre è il Figlio; gli diede la possibilità di portare Cristo: questo peso non opprime, ma solleva. ...
Il padre poi ordina di portare il vestito migliore che Adamo aveva perduto peccando. Dopo aver ormai accolto il figlio col perdono e dopo averlo baciato, ordina di portargli il vestito, cioè la speranza dell’immortalità mediante il battesimo. Ordina di mettergli l’anello, cioè il pegno dello Spirito Santo e i sandali ai piedi per la prontezza ad annunciare il messaggio evangelico della pace, affinché fossero belli i piedi di colui che reca il buon annuncio del bene. Ciò Dio lo fa mediante i suoi servi, cioè mediante i ministri della Chiesa. Forse che danno la veste, l’anello e i sandali di loro proprietà? Essi devono solo rendere un servizio, compiono un dovere; quei beni li dà Colui dal cui seno misterioso e dal cui tesoro sono portati fuori. Il padre ordinò di uccidere anche il vitello che aveva ingrassato perché fosse ammesso alla tavola in cui si mangia Cristo ucciso, poiché per chi arriva da lontano e si rifugia nella Chiesa, Cristo viene ucciso quando gli si annuncia ch’è stato ucciso e viene ammesso a nutrirsi del suo corpo. Si uccide il vitello ingrassato perché chi era perduto è stato ritrovato.

(Dal Discorso 112/A, 3-7 passim)


San Romano il Melode (?-circa 560), compositore d’inni greco
Inno 28, Il Figlio prodigo, str 17-21; SC 114, 257

« Bisognava far festa, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita »


Il figlio maggiore, arrabbiato, disse a suo padre: “Da tanti anni io ti ho obbedito senza mai trasgredire un tuo comando!... e del prodigo che torna da te, ti fai maggior caso di me!”
Appena sentito suo Figlio parlare così, il padre gli rispose con mitezza: “Ascolta tuo padre. Tu, sei con me, perché mai ti sei allontanato da me; non ti sei, tu separato dalla Chiesa; tu, sei sempre presente accanto a me, insieme a tutti i miei angeli. Ma questi è venuto, coperto di vergogna, nudo e senza bellezza, gridando: “Abbi pietà! Ho peccato, padre, e ti supplico perché sono colpevole davanti a te. Accettami come salariato e nutrimi, perché ami gli uomini, Signore e maestro dei secoli.”
“Tuo fratello ha gridato: “Salvami, padre santo!”... Come avrei potuto non avere compassione, non salvare mio figlio che gemeva, che singhiozzava?... Guidicami, tu che mi biasimi... La mia gioia, in ogni tempo, è amare gli uomini... Essi sono la mia creatura: come potrei non averne pietà? Come potrei non avere compassione del suo pentimento? Le mie viscere hanno generato quel figlio di cui ho avuto pietà, io, il Signore e maestro dei secoli.
“Tutto ciò che è mio è tuo, figlio mio... La fortuna che hai non è diminuita, perché non prendendo in essa faccio dei regali a tuo fratello... Di ambedue sono l’unico Creatore, l’unico padre, buono, amante e misericordioso. Onoro te, figlio mio, perché sempre mi hai servito e obbedito; di questi, ho compassione, perché si abbandona interamente al pentimento. Dovevi dunque condivedere la gioia di tutti coloro che ho invitato, io, il Signore e maestro dei secoli.
Perciò, figlio mio, rallègrati con tutti gli invitati al banchetto e unisci i tuoi canti a quelli degli angeli, perché questo tuo fratello era perduto ed è stato ritrovato, era morto e, contro ogni aspettativa, è risorto.” Sentite queste parole, il figlio maggiore si è lasciato convincere e ha cantato: “Gridate di gioia, voi tutti! ‘Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa, e perdonato il peccato’ (Sal 31,1). Ti lodo, o amico degli uomini, tu che hai salvato anche mio fratello, tu, il Signore e maestro dei secoli.”

IV Domenica del Tempo di Quaresima (Anno C). Percorso esegetico

Accogliendo i peccatori e mangiando con loro
Gesù rivela il pensiero del Padre
che ha mandato il suo Figlio nel mondo
per radunare tutti gli uomini alla sua mensa
e nutrirli con la sua misericordia e il suo perdono.

Dal vangelo secondo Matteo, cap. 22, 1-14
[Il re] disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto ... andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. (vv. 8a. 9)

Dal vangelo secondo Matteo, cap. 8, 5-13
Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli. (v. 11)

Dal vangelo secondo Matteo, cap. 9, 10-17
Andate dunque e imparate che cosa significhi: "Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori". (v. 13)

Salmo 23 (22)
Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. (v. 5a)

Dal libro dei Proverbi, cap. 9, 1-6
Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. (v. 5)

Dal libro del Siracide, cap. 24
Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate, e saziatevi dei miei prodotti. Poiché il ricordo di me è più dolce del miele, il possedermi è più dolce del favo di miele. (vv. 18-19)

Dal libro del profeta Isaia, cap. 25, 6-12
Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. (v. 6)

Dal libro del profeta Ezechiele, cap. 34
Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia. (vv. 15-16)

Il peccato consiste nel rifiuto di aderire al pensiero del Padre
non accettando di essere salvati tutti insieme
solo dalla sua misericordia.

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 9
Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane. (v. 41)

Dagli Atti degli Apostoli, cap. 13, 32-51
Era necessario che fosse annunziata a voi per primi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco noi ci rivolgiamo ai pagani. (v. 46b)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 3, 9-26
E non c’è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. (vv. 22b-24)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 11, 16-36
Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia! (v. 32)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo agli Efesini, cap. 2
Nel numero di quei ribelli, del resto, siamo vissuti anche tutti noi, un tempo, con i desideri della nostra carne, seguendo le voglie della carne e i desideri cattivi; ed eravamo per natura meritevoli d’ira, come gli altri. (v. 3)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo a Tito, cap. 3, 1-7
Egli [Dio] ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia. (v. 5a)

Dal libro del profeta Isaia, cap. 63, 15-64, 11
Siamo divenuti tutti come una cosa impura e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia ... Ma, Signore, tu sei nostro padre. (vv. 5-7a)

Dal libro del profeta Giona, cap. 3-4
Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece. Ma Giona ne provò grande dispiacere e ne fu indispettito. (vv. 3, 10b-4, 1)

Il figlio minore è il segno dei popoli pagani
che si sono allontanati dalla sapienza del Padre
ritenendo di essere capaci di salvarsi da soli,
dominando il mondo con la propria intelligenza.

Dal vangelo secondo Luca, cap. 12, 13-21
Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. (vv. 19-20a)

Dagli Atti degli Apostoli, cap. 17, 16-34
Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: "Ti sentiremo su questo un’altra volta". (v. 32)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 1, 18-32
Essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. (v. 21)

Dalla prima lettera di S. Paolo apostolo ai Corinzi, cap. 1, 17-31
Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? (v. 20)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo agli Efesini, cap. 4
Vi dico dunque e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani nella vanità della loro mente, accecati nei loro pensieri, estranei alla vita di Dio a causa dell’ignoranza che è in loro, e per la durezza del loro cuore. (vv. 17-18)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Colossesi, cap. 2, 6-15
Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo. (v. 8)

Salmo 12 (11)
Recida il Signore le labbra bugiarde, la lingua che dice parole arroganti, quanti dicono: "Per la nostra lingua siamo forti, ci difendiamo con le nostre labbra: chi sarà nostro padrone?". (vv. 4-5)

Dal libro del profeta Isaia, cap. 47
La tua saggezza e il tuo sapere ti hanno sviato. Eppure dicevi in cuor tuo: "Io e nessuno fuori di me". (v. 10b)

Dal libro della Genesi, cap. 11, 1-9
Poi dissero: "Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome". (v. 4a)

La lontananza da Dio e dalla sua sapienza
produce la dissipazione del cuore e della mente
e una grande miseria dell’anima
che diventa schiava delle potenze di questo mondo.
Il riconoscimento sincero del proprio bisogno
e il ricordo della bontà del Padre
danno inizio al ritorno verso la sua casa.

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 6, 12-23
Quando infatti eravate sotto la schiavitù del peccato, eravate liberi nei riguardi della giustizia. Ma quale frutto raccoglievate allora da cose di cui ora vi vergognate? Infatti il loro destino è la morte. (vv. 20-21)

Dalla seconda lettera di S. Paolo apostolo a Timoteo, cap. 2, 14-26
Dio voglia concedere ... [agli oppositori] di convertirsi, perché riconoscano la verità e ritornino in sé sfuggendo al laccio del diavolo, che li ha presi nella rete perché facessero la sua volontà. (vv. 25b-26)

Salmo 25 (24)
Vedi la mia miseria e la mia pena e perdona tutti i miei peccati. (v. 18)

Salmo 145 (144)
Paziente e misericordioso è il Signore, lento all’ira e ricco di grazia. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature. (vv. 8-9)

Dal libro del profeta Geremia, cap. 2
Riconosci e vedi quanto è cosa cattiva e amara l’avere abbandonato il Signore tuo Dio e il non avere più timore di me. (v. 19b)

Dal libro delle Lamentazioni, cap. 3, 14-58
Questo intendo richiamare alla mia mente, e per questo voglio riprendere speranza. Le misericordie del Signore non sono finite, non è esaurita la sua compassione. (vv. 21-22)

Dal libro del profeta Giona, cap. 1-2
Quando in me sentivo venir meno la vita, ho ricordato il Signore. (v. 2, 8)

Dal libro del profeta Michea, cap. 7, 8-20
Qual dio è come te, che toglie l’iniquità e perdona il peccato al resto della sua eredità; che non serba per sempre l’ira, ma si compiace d’usare misericordia? (v. 18)

Dal libro del Deuteronomio, cap. 4, 23-31
Là servirete a dèi fatti da mano d’uomo ... Ma di là cercherai il Signore tuo Dio e lo troverai, se lo cercherai con tutto il cuore e con tutta l’anima. (vv. 28a-29)

Il Padre celeste riveste di grazia
e ammette al banchetto della gioia eterna
chi ritorna a lui senza pretesa alcuna,
affidandosi solo al suo cuore misericordioso.

Dal vangelo secondo Matteo, cap. 15, 21-28
Anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. (v. 27b)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 18, 9-14
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. (v. 13)

Dalla prima lettera di S. Giovanni apostolo, cap. 1, 1-2, 17
Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa. (v. 1, 9)

Salmo 51 (50)
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi. (v. 19)

Salmo 103 (102)
Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Egli non continua a contestare e non conserva per sempre il suo sdegno. (vv. 8-9)

Salmo 130 (129)
Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono: e avremo il tuo timore. (vv. 3-4)

Dal libro di Tobia, cap. 13, 1-9
Convertitevi a lui con tutto il cuore e con tutta l’anima, per fare la giustizia davanti a Lui, allora Egli si convertirà a voi e non vi nasconderà il suo volto. (v. 6)

Dal libro del profeta Daniele, cap. 9, 1-19
Non presentiamo le nostre suppliche davanti a te, basate sulla nostra giustizia, ma sulla tua grande misericordia. (v. 18b)

Dal libro del profeta Sofonia, cap. 3

In quel giorno si dirà a Gerusalemme: "Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa". (vv. 16-18a)

Il figlio maggiore è il segno del popolo di Israele
che rifiuta di entrare nella gioia del Padre,
ritenendosi migliore del fratello,
poiché confida nella propria giustizia
derivante dall’osservanza della Legge.

Dal vangelo secondo Matteo, cap. 20, 1-16
[I primi] mormoravano contro il padrone dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. (vv. 11b-12)

Dal vangelo secondo Marco, cap. 12, 1-12
Ma quei vignaioli dissero tra di loro: Questi è l’erede; su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra. (v. 7)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 3, 1-18
Fate dunque opere degne della conversione e non cominciate a dire in voi stessi: Abbiamo Abramo per padre! Perché io vi dico che Dio può far nascere figli ad Abramo anche da queste pietre. (v. 8)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 15, 1-10
Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione. (v. 7)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 2
Giudeo non è chi appare tale all’esterno, e la circoncisione non è quella visibile nella carne; ma Giudeo è colui che lo è interiormente e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito e non nella lettera. (vv. 28-29a)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 9-10
Rendo ... loro testimonianza che hanno zelo per Dio, ma non secondo una retta conoscenza; poiché, ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio. (vv. 10, 2-3)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Galati, cap. 2, 11-21
Noi che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori, ... abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; poiché dalle opere della legge non verrà mai giustificato nessuno. (vv. 15. 16b)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Filippesi, cap. 3, 1-4, 1
Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore ... al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo. (vv. 8-9a)