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II Domenica di Pasqua (o in Albis). Dai «Discorsi» di sant'Agostino




Dai «Discorsi» di sant'Agostino, vescovo (Disc. 8 nell'ottava di Pasqua 1, 4; PL 46, 838. 841)

Rivolgo la mia parola a voi, bambini appena nati, fanciulli in Cristo, nuova prole della Chiesa, grazia del Padre, fecondità della Madre, pio germoglio, sciame novello, fiore del nostro onore e frutto della nostra fatica, mio gaudio e mia corona, a voi tutti che siete qui saldi nel Signore.
Mi rivolgo a voi con le parole stesse dell'apostolo: «Rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri» (Rm 13, 14), perché vi
rivestiate, anche nella vita, di colui del quale vi siete rivestiti per mezzo del sacramento. «Poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c'è più Giudeo, né Greco; non c'è più schiavo, né libero; non c'è più uomo, né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3, 27-28).
In questo sta proprio la forza del sacramento. E' infatti il sacramento della nuova vita, che comincia in questo tempo con la remissione di tutti i peccati, e avrà il suo compimento nella risurrezione dei morti. Infatti siete stati sepolti insieme con Cristo nella morte per mezzo del battesimo, perché, come Cristo è risuscitato dai morti, così anche voi possiate camminare in una vita nuova (cfr. Rm 6, 4).
Ora poi camminate nella fede, per tutto il tempo in cui, dimorando in questo corpo mortale, siete come pellegrini lontani dal Signore. Vostra via sicura si è fatto colui al quale tendete, cioè lo stesso Cristo Gesù, che per voi si è degnato di farsi uomo. Per coloro che lo temono ha riservato tesori di felicità, che effonderà copiosamente su quanti sperano in lui, allorché riceveranno nella realtà ciò che hanno ricevuto ora nella speranza.
Oggi ricorre l'ottavo giorno della vostra nascita, oggi trova in voi la sua completezza il segno della fede, quel segno che presso gli antichi patriarchi si verificava nella circoncisione, otto giorni dopo la nascita al mondo. Perciò anche il Signore ha impresso il suo sigillo al suo giorno, che è il terzo dopo la passione. Esso però, nel ciclo settimanale, è l'ottavo dopo il settimo cioè dopo il sabato, e il primo della settimana. Cristo, facendo passare il proprio corpo dalla mortalità all'immortalità, ha contrassegnato il suo giorno con il distintivo della risurrezione.
Voi partecipate del medesimo mistero non ancora nella piena realtà, ma nella sicura speranza, perché avete un pegno sicuro, lo Spirito Santo. «Se
dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria» (Col 3, 1-4).

Domenica della Divina Misericordia. Diario di suor Faustina Kowalska e altro materiale on-line




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Concordanze di Gv. 20, 19-31




[19] La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!".

[20] Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

[21] Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi".

[22] Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: "Ricevete lo Spirito Santo;

[23] a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi".

[24] Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù.

[25] Gli dissero allora gli altri discepoli: "Abbiamo visto il Signore!". Ma egli disse loro: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò".

[26] Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!".

[27] Poi disse a Tommaso: "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!".

[28] Rispose Tommaso: "Mio Signore e mio Dio!".

[29] Gesù gli disse: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!".
4. PRIMA CONCLUSIONE

[30] Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro.

[31] Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

LE APPARIZIONI «UFFICIALI» DEL RISORTO AL GRUPPO APOSTOLICO (GV 20,19-31)




L’evangelista nel c. 20 ha descritto le apparizioni del Risorto ai primi discepoli nel giorno di Pasqua, dividendole in due grandi unità letterarie. Nella prima unità, il Risorto si fa vedere a Maria di Magdala nei pressi del sepolcro vuoto (20,1-18); nella seconda, si mostra ai discepoli e a Tommaso in un luogo chiuso (20,19-29). L’epilogo del redattore termina il capitolo con i vv. 30-31. La nostra riflessione si concentrerà sulle apparizioni ufficiali al gruppo apostolico.
Il racconto giovanneo insiste ripetutamente sul tema del «vedere» il Signore vivo (20,20.25.27.29): Giovanni in queste manifestazioni svela come i discepoli accedano lentamente e gradualmente alla pienezza della fede pasquale arrivando, attraverso un approfondimento progressivo del loro «sguardo» su Gesù, a un’intelligenza penetrante del suo mistero.

La prima apparizione senza Tommaso (20,19-25)

L’incontro tra il Risorto e il gruppo dei discepoli avviene «la sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato» (v. 19). Questa annotazione cronologica è densa di significato. «Quello stesso giorno» richiama gli episodi precedentemente raccontati nel c. 20, accaduti presso il sepolcro vuoto, ma anche evoca «il giorno» annunciato discretamente dal Maestro con queste parole:

In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi (14,20).

Si sta realizzando questa promessa che inaugura un tempo nuovo, già annunciato dai profeti (cf. Is 52,6).
I discepoli stanno riuniti nel Cenacolo, radunati e convocati dall’annuncio pasquale di Maria di Magdala; eppure, pur avendo avuto dei segni, non riescono ancora a cogliere il senso di questo giorno nuovo. Le «porte sprangate (kekleisménon) per timore dei giudei» sottolineano il loro timore e la loro tristezza. La comunità è impaurita, nascosta, non trova il coraggio di pronunciarsi pubblicamente a favore del suo Maestro ingiustamente condannato e crocifisso.
Gesù è per loro definitivamente assente! Non basta sapere che Gesù è risuscitato: solo la sua presenza può dare sicurezza in mezzo all’ostilità del mondo. Coloro che hanno iniziato il loro «esodo» seguendo Gesù, sono intimoriti dinanzi al potere nemico come l’antico Israele poco prima della Pasqua (Es 14,10). È «sera»: c’è oscurità nei loro cuori. Ma questa è la notte in cui il Signore li riscatterà dall’oppressione (Es 12,42)!

«Venne Gesù»

Ecco l’avvenimento sorprendente! Giovanni racconta l’iniziativa di Gesù che si manifesta al gruppo:

Venne (élthen) Gesù e stette (éste) in mezzo a loro (v. 19).

Il primo verbo («venne»), ripreso anche al v. 24, appartiene al vocabolario propriamente giovanneo delle apparizioni pasquali (cf. 21,13; Ap 1,8). Si realizza l’annuncio promesso nel primo discorso di Addio:

Non vi lascerò orfani, verrò a voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete (14,18-19; cf. 14,28).

Il secondo verbo («stette», da hístemi), da cui deriva anche il verbo «risorgere» (anístemi), evoca la posizione eretta propria di colui che è «vivo». Gesù appare Risorto «in mezzo» alla sua comunità, di nuovo presente come punto di riferimento, come fattore di unità (cf. 15,5).
La prospettiva ecclesiale è fortemente sottolineata dall’evangelista. Gesù non appare più in un giardino, luogo aperto e familiare, al punto da essere scambiato da Maria per un giardiniere, ma «viene» ai discepoli attraverso le «porte sprangate» del luogo in cui si trovavano. Egli appartiene ormai al mondo «di lassù» (8,23), è già salito al Padre (20,17), è entrato nella «glorificazione» celeste; ora niente può impedire la relazione con i suoi amici: ogni ostacolo è vinto! Il Risuscitato si introduce nel mondo della loro paura, come si è introdotto nella ricerca in pianto di Maria di Magdala, come si è inserito nello scoraggiamento dei discepoli sul cammino di Emmaus (cf. Lc 24). La risurrezione pone Gesù e la sua corporeità in una nuova dimensione, di piena libertà e di compiuta relazione.

«Mostrò loro le mani e il costato»

«Pace a voi!». Con questo saluto il Vivente dona «ai suoi» la pace promessa:

Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo io la do a voi (14,27);

Abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia, io ho vinto il mondo (16,33).
Segue poi un gesto: Gesù «mostrò»(deiknumi)lorole sue mani trapassate dai chiodi e il costato trafitto, dal quale era sgorgato sangue e acqua (19,34). Egli pone sotto lo sguardo dei suoi discepoli i segni della sua passione e morte per far comprendere che la pace proviene dalla sua vita donata. Giovanni coglie qui il legame che unisce il Risuscitato di oggi al Crocifisso di ieri: l’apparizione non è però finalizzata semplicemente al riconoscimento (cf. Lc 24,38-39), ma alla rivelazione piena del mistero del Crocifisso risorto.
Il verbo «mostrare» è un verbo di rivelazione (5,20; 14,9). Gesù introduce i discepoli a cogliere il mistero profondo dei segni del suo amore e della sua vittoria. Le sue mani piagate, nelle quali il Padre ha messo tutto (3,35; 13,3), e dalle quali nessuna pecora sarà mai strappata (10,28), daranno sicurezza ai suoi discepoli e li difenderanno nelle prove. Il suo costato trafitto dal quale uscì sangue e acqua, simbolo della sua vita offerta fino all’amore estremo (19,31-34), è la sorgente da cui lo Spirito divino, come fonte che zampilla, scaturisce e si diffonde comunicando ovunque pienezza di vita e pace (cf. Ez 47,9-12).
Da questo incontro personale con il Crocifisso risorto, dalla profonda intuizione spirituale del suo mistero di amore per il mondo, scaturisce nei discepoli, una gioia intensa e profonda: «E i discepoli gioirono al vedere il Signore» (20,20). Si assiste a un passaggio dalla paura alla gioia, proprio come Gesù stesso aveva promesso:

La vostra afflizione si cambierà in gioia (16,20);

Ora siete nella tristezza... ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà, e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia (16,22-23).

Si intuisce già il senso profondo di questo «vedere» il Signore, che non è un semplice vedere fisico: i discepoli, nella luce dall’alto, colgono improvvisamente che Gesù è «il Kyrios» risuscitato e glorificato. Essi comprendono il significato salvifico della sua vita offerta; la relazione con lui non potrà più essere interrotta. La fede pasquale è un luce abbagliante che illumina e unisce i due aspetti dell’unico mistero: morte e risurrezione.

«Alitò su di loro lo Spirito Santo»

Gesù, rinnovando il saluto di pace, fa di questo gruppo di discepoli i suoi inviati: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi!» (20,21). Giovanni intuisce il rapporto stretto che esiste tra la missione di Gesù ricevuta dal Padre e la missione dei discepoli ricevuta da Gesù (17,18). Come il Figlio non può che rivelare ciò che ha visto e udito presso il Padre (8,26.38; 15,15) e fa solo ciò che il Padre gli ha insegnato (8,28), perché egli è Figlio di Dio in modo unico e privilegiato, così il discepolo è chiamato a vivere in una comunione profonda con il Crocifisso risorto per continuare nel mondo la sua «missione» (cf. 15,16).
Gesù «alita» poi sui suoi discepoli lo Spirito Santo (20,20) ripetendo il gesto di Dio creatore, come è narrato nel libro della Genesi:

Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente (Gn 2,7).

Ai discepoli è donato il respiro stesso di Gesù, lo Spirito che li fa accedere alla pienezza della fede pasquale e li introduce nel mistero dell’amore trinitario (14,20). I discepoli divengono «la dimora» del Figlio e del Padre; Gesù dimora in loro e loro in lui (15,4-6; cf. 6,56).

Durante il suo ministero terreno Gesù aveva rivelato pienamente il Padre; si era manifestato come «l’inviato», «il Figlio», «il Salvatore», eppure era ancora per i suoi discepoli uno sconosciuto (14,9). Solo ora i loro occhi vedono e comprendono! Il prologo del Vangelo riporta così la loro esperienza:

Noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità (1,14).

Questo Spirito che sgorga dal Crocifisso morente («Consegnò lo spirito», parédoken to pneuma,19,30), dal costato ferito del Figlio (19,33), è donato come «Paraclito» che rimarrà presso i discepoli per sempre (14,16); d’ora in poi insegnerà loro ogni cosa e farà loro ricordare tutto quanto Gesù ha detto (15,26), introducendoli alla «verità tutta intera» (16,13) e svelerà loro la gloria del Figlio (16,13), nella quale il Padre si è rivelato (1,18).
Grazie allo Spirito, il mistero del Figlio e del Padre, cuore della rivelazione, apparirà loro nella sua profondità ultima[1]. Lo Spirito donato dal Crocifisso risorto è il principio della vita nuova, è la nuova generazione dall’alto (cf. 3,5ss.) che dona la pienezza della fede pasquale. I discepoli sono ora capaci di rendere testimonianza e di donare al mondo il perdono scaturito per tutti dalla croce. Gesù dice loro: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi...» (20,23).

«Abbiamo visto il Signore!»

Come Maria di Magdala nella scena precedente annuncia ai discepoli l’incontro con il Risorto, dicendo loro: «Ho vistoil Signore (eóraka ton Kyrion)» (20,18), così il gruppo dei discepoli testimonia al fratello assente l’esperienza trasformante e gioiosa dell’incontro con il Risorto: «Abbiamo visto il Signore (eorákamen ton Kyrion)» (20,25). Per Giovanni un tale «vedere»[2] è «credere»; questi due verbi sono ora inscindibili, quasi sinonimi. Nel passaggio di questa confessione di fede, dal singolare al plurale, il narratore mostra come la fede pasquale, pur essendo personale, ha anche una irrinunciabile dimensione comunitaria.
In questo contesto il narratore introduce il personaggio di Tommaso e comunica al lettore la sua identità: è «uno dei Dodici», fa parte di coloro che sono stati testimoni privilegiati della vicenda storica di Gesù (cf. 11,16; 14,5; 21,2), egli gode dunque di una posizione privilegiata ed eminente. Inoltre Giovanni aggiunge la traduzione in greco del nome aramaico e spiega che significa «Didymos» cioè «gemello», «doppio»: così forse allude a una certa ambiguità del personaggio. Quali sono i motivi della sua precedente assenza dal gruppo? Ha forse rifiutato la testimonianza di Maria?
La replica pretenziosa dell’apostolo evidenzia chiaramente la sua tensione col gruppo e il suo dubbio:

Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò.

Il suo rifiuto è categorico, non accetta la testimonianza degli amici, si mostra non totalmente disponibile a credere, richiede di vedere personalmente il Risorto, anzi pretende di toccarlo nella sua realtà fisica, nella maniera che lui stesso decide. Esige una prova personale e tangibile[3].
Giovanni sottolinea così – ancora una volta – l’impreparazione dei discepoli a cogliere il mistero della risurrezione. Come bisogna valutare il suo atteggiamento e la sua pretesa? Tommaso va in una direzione sbagliata oppure la sua richiesta è legittima? In quanto membro del ristretto collegio apostolico non può vantare il diritto della «visione» del Risorto, secondo la promessa fatta da Gesù a tutti loro: «...Voi mi vedrete» (14,19)?

La seconda apparizione con Tommaso (20,26-29)

Otto giorni dopo, cioè la domenica seguente, i discepoli si riuniscono. Il narratore sottolinea la presenza di Tommaso nella comunità, condizione indispensabile per incontrare il Risorto. Il discepolo reticente si mostra ora più disponibile al confronto fraterno.
Gesù «viene» nuovamente, a «porte chiuse»,sorprendendo tutti con un’altra visita! Egli si mostra ai suoi discepoli, ma la sua attenzione è tutta per Tommaso. Dopo il saluto della pace si rivolge al discepolo che ha dubitato, negli stessi termini da lui usati, rivelando di avere una profonda conoscenza di quanto ha nel cuore. Il testo greco suona letteralmente così:

Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; cessa di mostrarti non credente (ápistos) e diventa credente (pistós)! (20,27)

È un tratto caratteristico del Gesù giovanneo questo suo conoscere i cuori[4] (cf. 1,48). Gesù si manifesta nella sua identità di crocifisso risorto, ma invita Tommaso a un cambiamento radicale: passare dalla «visione sensibile» alla «visione di fede» in lui. Gli riconosce il diritto di «vederlo» e accondiscende perfino alla sua pretesa di «toccarlo», perché appartiene al gruppo dei «Dodici», ma disapprova il suo rifiuto a credere alla Parola dei testimoni legittimi. Il gruppo apostolico è pienamente accreditato in ordine alla testimonianza del Risorto perché lui stesso aveva previsto la forma di trasmissione dell’annuncio nei termini di una «testimonianza» dei discepoli (cf. 15,26-27; 17,20-21).
Perché dunque Tommaso non ha ricordato la sua Parola? L’errore di Tommaso sta nell’esaltare il vedere fisicamente e il toccare a scapito della credibilità attraverso l’annuncio della Parola dei suoi compagni! Avrebbe invece potuto e dovuto incominciare a «credere» al kerygma pasquale, «senza vedere», così come «il discepolo che Gesù amava», «cominciò a credere» davanti al sepolcro vuoto, senza vedere (20,8).

«Mio Signore e mio Dio»

Tommaso, vedendo davanti a sé Gesù vivo, che mostra i segni della sua passione e morte, ma soprattutto sentendosi intimamente interpellato e conosciuto dalla sua Parola, prorompe improvvisamente nella confessione di fede più bella e più esplicita di tutto il Nuovo Testamento: «Mio Signore e mio Dio» (20,28).
La parola del Risorto, e non solo la visione, abbatte in un solo momento tutte le resistenze dell’apostolo. La sua fede è ora tutta rapita nella contemplazione del Signore Gesù. Il narratore, riportando con arte la reazione immediata di Tommaso, sembra indicare al lettore che l’apostolo non abbia fatto i gesti del toccare da lui stesso invocati. La sua confessione di fede è quella di un uomo trasformato dalla presenza e dalla Parola consolante del Signore Risorto; così era avvenuto anche per Maria di Magdala e per gli altri suoi compagni.
Egli riconosce Gesù come il «suo Signore» e il «suo Dio», lo proclama come colui al quale appartiene la pienezza della gloria, il solo, che rende vicino e accessibile l’unico e invisibile Dio (cf. 14,9). La professione di fede dell’apostolo che ha dubitato, diventa vertice insuperabile di tutte le professioni di fede sparse nel quarto Vangelo. Il narratore ha voluto inoltre stabilire, alla fine della sua opera, un rapporto stretto, ma anche una progressione, tra il solenne annuncio che apriva il Prologo: «In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (1,1) e questa proclamazione di fede di Tommaso.
Il Verbo incarnato, che è il Crocifisso risorto, è ora pienamente accolto e riconosciuto dall’apostolo nel suo mistero, attraverso un’esperienza di fede profondamente spirituale e intimamente personale («mio» Signore e «mio» Dio: cf. Sal 63,2), ma nello stesso tempo comunitaria ed ecclesiale. Questa è la fede pasquale che è richiesta ai lettori del Vangelo e a tutti i credenti nel Signore Gesù!

«Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!»

La beatitudine finale pronunciata dal Risorto all’apostolo, che proclama beati coloro che crederanno in lui senza vederlo fisicamente, orienta verso il futuro della Chiesa e sottolinea l’importanza di accogliere il keygma pasquale per incontrare il Risorto nella fede. Per tutti i credenti è ora possibile «vedere spiritualmente» il Risorto nel suo mistero, appoggiandosi al «vedere»dei primi discepoli-testimoni.
Tommaso avrebbe dovuto comprendere questa profonda verità! Gesù assicura che i credenti del futuro non si troveranno in situazione d’inferiorità rispetto ai primi testimoni della risurrezione.

Attraverso i «segni» scritti...

L’epilogo del Vangelo (20,30-31)[5], che chiude anche il capitolo delle apparizioni pasquali, esplicita e amplia ulteriormente il significato di questa beatitudine. I «segni» (seméia) delle apparizioni pasquali del Risorto a Maria di Magdala, agli apostoli e a Tommaso, insieme a tutti gli altri «segni» che Gesù ha compiuto e che sono stati scritti nel Vangelo di Giovanni, sono più che sufficienti perché si arrivi a «credere» che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo in lui, sia abbia la vita nel suo nome.
Lo scritto giovanneo è perciò tramite fra coloro che hanno visto e coloro che crederanno senza avere visto. I destinatari del Vangelo non sono in una condizione sfavorita rispetto ai contemporanei di Gesù. Se, da una parte, essi certamente ricevono meno dei testimoni oculari, non vedendo direttamente tutto quello che Gesù ha fatto, dall’altra, accedono ugualmente e in pienezza al mistero cristologico attraverso il libro del Vangelo, che è memoria «storico-pneumatica» degli eventi rivelatori.
I «segni» restano per sempre visibili, non più direttamente, ma attraverso la loro attestazione e memorizzazione scritta[6] . Dunque solo inseriti nella comunità ecclesiale, credendo alla testimonianza apostolica, e accogliendo con l’intelligenza della fede la parola del Vangelo, è possibile, come avvenne per i discepoli di Gesù, «vedere», «contemplare», «incontrare»,personalmente il Cristo della gloria, l’unico autentico rivelatore del Padre.

Rita Pellegrini


[1] Sul ruolo dello Spirito nel Vangelo di Giovanni cf. D. Mollat, Giovanni maestro spirituale, Borla, Roma 1980, 53-58.
[2] Il verbo «vedere» in greco, al tempo perfetto, esprime in Giovanni la pienezza della fede pasquale. Cf. I. de la Potterie, «Genesi della fede pasquale secondo Gv 20», in Id., Studi di cristologia giovannea, Marietti, Genova 1992, 191-214.
[3] Per l’analisi narrativa dei passi riferiti nel quarto Vangelo a Tommaso cf. R. Vignolo, Personaggi del quarto Vangelo. Figure della fede in S. Giovanni, Glossa, Milano 1994.
[4]
Numerosi sono i passi del quarto Vangelo in cui viene sottolineato, che Gesù conosce in profondità i cuori: Cf. 1,48; 2,24-25; 4,16-18.29.39; 6,64.71; 10,14.27; 20,16; 21,15-17.
[5]
Su questi versetti teologicamente molto importanti, perché sono una chiave di lettura che introduce a tutto il Vangelo, rimandiamo all’ottimo contributo di D. Scaiola, «La finale di Giovanni (Gv 20,30-31)» in Parola Spirito e Vita 43 (2001) 163-172.
[6] Ibid ., 165.






Ignace de la Potterie. “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto hanno creduto”




Due aspetti ci preme mettere in rilievo: anche in questa versione riveduta, le parole di Gesù vengono tradotte con un’imprecisione, rispetto all’originale greco. E tale imprecisione viene di fatto utilizzata per confermare con l’autorità del Vangelo un’impostazione che sembra prevalente nella Chiesa di oggi: l’idea che la vera fede sia quella che prescinde totalmente dai segni visibili. L’errore di traduzione a cui pensa di poter appoggiarsi tale interpretazione, che di fatto travisa il passo evangelico, consiste nel tradurre al presente il rimprovero di Gesù: “Beati coloro che credono, pur senza aver visto”. In questo modo le parole vengono trasformate in una regola di metodo valida per tutti coloro che vivono nei tempi successivi alla morte e risurrezione di Gesù. E infatti la nota [1] spiega che solo per i contemporanei di Gesù “visione e fede erano abbinate”, mentre per tutti coloro che vengono dopo, “la normalità della fede poggia sull’ascolto, non sul vedere”. Secondo questa interpretazione sembra quasi che Gesù si opponga al naturale desiderio di vedere, chiedendo a noi una fede fondata solo sull’ascolto della Parola. In realtà, qui il verbo non è al presente, come viene tradotto. Nell’originale greco il verbo è all’aoristo (πιστεύσαντες), anche nella versione latina era messo al passato (crediderunt). “Tu hai creduto perché hai visto” - dice Gesù a Tommaso - “beati coloro che senza aver visto [ossia che senza aver visto me, direttamente] hanno creduto”. E l’allusione non è ai fedeli che vengono dopo, che dovrebbero “credere senza vedere”, ma agli apostoli e ai discepoli che per primi hanno riconosciuto che Gesù era risorto, pur nell’esiguità dei segni visibili che lo testimoniavano. In particolare il riferimento indica proprio Giovanni, che con Pietro era corso al sepolcro per primo dopo che le donne avevano raccontato l’incontro con gli angeli e il loro annuncio che Gesù Cristo era risorto. Giovanni, entrato dopo Pietro, aveva visto degli indizi, aveva visto la tomba vuota, e le bende rimaste vuote del corpo di Gesù senza essere sciolte, e pur nell’esiguità di tali indizi aveva cominciato a credere. La frase di Gesù “beati quelli che pur senza aver visto [me] hanno creduto” rinvia proprio al “vidit et credidit” riferito a Giovanni al momento del suo ingresso nel sepolcro vuoto. Riproponendo l’esempio di Giovanni a Tommaso, Gesù vuole indicare che è ragionevole credere alla testimonianza di coloro che hanno visto dei segni, degli indizi della sua presenza viva. Non è la richiesta di una fede cieca, è la beatitudine promessa a coloro che in umiltà riconoscono la sua presenza a partire da segni anche esigui e danno credito alla parola di testimoni credibili. L’imprecisione introdotta dai traduttori riguardo al tempo dei verbi usati da Gesù è servita a cambiare il senso delle sue parole e a riferirle non più a Giovanni e agli altri discepoli, ma ai credenti futuri. E’ passata così inconsapevolmente l’interpretazione del teologo esegeta protestante Rudolf Bultmann,che traduceva i due verbi del passo al presente (“Beati coloro che non vedono e credono”) per presentarla “come una critica radicale dei segni e delle apparizioni pasquali e come un’apologia della fede privata di ogni appoggio esteriore” (Donatien Mollat). Mentre è esattamente il contrario. Ciò che viene rimproverato a Tommaso non è di aver visto Gesù. Il rimprovero cade sul fatto che all’inizio Tommaso si è chiuso e non ha dato credito alla testimonianza di coloro che gli dicevano di aver visto il Signore vivo. Sarebbe stato meglio per lui dare un credito iniziale ai suoi amici, nell’attesa di rifare di persona l’esperienza che loro avevano fatto. Invece Tommaso ha quasi preteso di dettare lui le condizioni della fede. Vi è un altro ricorrente errore di traduzione, ripetuto anche dalla nuova versione CEI. Quando Gesù sottopone le sue ferite alla “prova empirica” richiesta da Tommaso, accompagna questa offerta con un’esortazione: “E non diventare incredulo, ma diventa (γίνου) credente”. Significa che Tommaso non è ancora né l’uno né l’altro. Non è ancora incredulo, ma non è nemmeno ancora un credente. La versione CEI, come molte altre, traduce invece: “E non essere incredulo, ma credente”. Ora, nel testo originale, il verbo “diventare” suggerisce l’idea di dinamismo, di un cambiamento provocato dall’incontro col Signore vivo. Senza l’incontro con una realtà vivente non si può cominciare a credere. Solo dopo che ha visto Gesù vivo Tommaso può cominciare a diventare “credente”. Invece la versione inesatta, che va per la maggiore, sostituendo il verbo essere al verbo diventare, elimina la percezione di tale movimento, e sembra quasi sottintendere che la fede consiste in una decisione da prendere a priori, un moto originario dello spirito umano. E’ un totale rovesciamento. Tommaso, anche lui, vede Gesù e allora, sulla base di questa esperienza, è invitato a rompere gli indugi e a diventare credente. Se al diventare si sostituisce l’essere, sembra quasi che a Tommaso sia richiesta una fede preliminare, che sola gli permetterebbe di “vedere” Gesù e accostarsi alle sue piaghe. Come vuole l’idealismo per cui è la fede a creare la realtà da credere. Le spiegazioni della nota, basate su queste traduzioni inesatte, e che per fortuna, come ha premesso monsignor Antonelli, non possiedono “alcun carattere di ufficialità”, sembrano comunque piegare le parole di Gesù alla nuova tendenza che vige oggi nella Chiesa, secondo cui una fede pura è quella che prescinde dal “vedere”, ossia dall’appoggio e dallo stimolo dei segni sensibili. E’ vero, come spiega la nota, che nel tempo attuale “la visione non può essere pretesa”. Niente nell’esperienza cristiana può mai essere oggetto di “pretesa”. Ma mettere in alternativa il vedere e l’ascoltare e sostenere che “la normalità della fede poggia sull’ascolto, e non sul vedere” ossia che basta ascoltare il “racconto” del cristianesimo per diventare cristiani, sembra essere in contraddizione con tutto ciò che insegnano le Scritture e la Tradizione della Chiesa. Le apparizioni a Maria di Magdala, ai discepoli e a Tommaso sono l’immagine normativa di un’esperienza che ogni credente è chiamato a fare nella Chiesa; come l’apostolo Giovanni, anche per noi il “vedere” può essere una via d’accesso al “credere”. Proprio per questo continuiamo a leggere i racconti del Vangelo: per rifare l’esperienza di coloro che dal “vedere” sono passati al “credere” (si pensi alla contemplazione delle scene evangeliche e all’applicazione dei sensi a esse, secondo una lunga tradizione spirituale). Il Vangelo di Marco si conclude testimoniando che la predicazione degli apostoli non era solo un semplice racconto, ma era accompagnata da miracoli, affinché potessero confermare le loro parole con questi segni: “Allora essi partirono e annunciarono il vangelo dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la parola con i segni che la accompagnavano” (Mc 16,20). Molti Padri della Chiesa, dall’occidentale Agostino fino all'orientale Atanasio, hanno insistito su questa permanenza dei segni visibili esteriori che accompagnano la predicazione e che non sono un di meno, una concessione alla debolezza umana, ma sono connessi con la realtà stessa dell’incarnazione. Se Dio si è fatto uomo, risorto col suo vero corpo, rimane uomo per sempre e continua ad agire. Ora non vediamo il corpo glorioso del Risorto, ma possiamo vedere le opere e i segni che compie: “In manibus nostris codices, in oculis facta”, dice Agostino: “nelle nostre mani i codici dei Vangeli, nei nostri occhi i fatti”. Mentre leggiamo i Vangeli, vediamo di nuovo i fatti che accadono. E Atanasio scrive nell’Incarnazione del Verbo: “Come, essendo invisibile, si conosce in base alle opere della creazione, così, una volta divenuto uomo, anche se non si vede nel corpo, dalle opere si può riconoscere che chi compie queste opere non è un uomo ma il Verbo di Dio. Se una volta morti non si è più capaci di far nulla ma la gratitudine per il defunto giunge fino alla tomba e poi cessa – solo i vivi, infatti, agiscono e operano nei confronti degli altri uomini - veda chi vuole e giudichi confessando la verità in base a ciò che si vede”. Tutta la Tradizione conserva con fermezza il dato che la fede non si basa solo sull’ascolto, ma anche sull’esperienza di prove esteriori, come ricorda il Catechismo della Chiesa cattolica al paragrafo 156, citando le definizioni dogmatiche del Concilio ecumenico Vaticano I: «“Nondimeno, perché l’ossequio della nostra fede fosse conforme alla ragione, Dio ha voluto che agli interiori aiuti dello Spirito Santo si accompagnassero anche prove esteriori della sua rivelazione”. Così i miracoli di Cristo e dei santi, le profezie, la diffusione e la santità della Chiesa, la sua fecondità e la sua stabilità “sono segni certissimi della divina rivelazione, adatti a ogni intelligenza”, sono “motivi di credibilità” i quali mostrano che l’assenso della fede non è “affatto un cieco moto dello spirito”».
In particolare, sono i santi che attualizzano per i loro contemporanei i racconti del Vangelo. Quando san Francesco parlava, per chi era lì presente era chiarissimo che i Vangeli non erano un racconto del passato, solo da leggere e ascoltare: in quel momento era evidente che in quell’uomo era presente e agiva Gesù stesso.
Non per niente anche Giovanni Paolo II ha proposto in chiave positiva proprio la figura dell’apostolo Tommaso, quando, in un suo discorso ai giovani di Roma, il 24 marzo del ’94, li ha invitati a prendere sul serio, rispettare e accogliere questa sete di prove esteriori, visibili, così viva tra i loro coetanei: «Noi li conosciamo [questi giovani empirici], sono tanti, e sono molto preziosi, perché questo voler toccare, voler vedere, tutto questo dice la serietà con cui si tratta la realtà, la conoscenza della realtà. E questi sono pronti, se un giorno Gesù viene e si presenta loro, se mostra le sue ferite, le sue mani, il suo costato, allora sono pronti a dire: Mio Signore e mio Dio!».


Madre Teresa di Calcutta. EDUCARCI ALLA FEDE




Ma la leggenda teologica dell’apparizione a Tommaso ci può anche educare alla “misericordia”, nel senso che ci evidenzia quanto Gesù abbia insieme capito e contrastato il bisogno dei segni, il bisogno di toccare. Gesù spesso si é trovato a dover educare l’interlocutore, tentato di fermarsi al dato materiale, evidente. Gesù, in questo brano di costruzione teologica, é colui che capisce la debolezza di Tommaso, la corregge e addita una strada diversa. Anche quando i discepoli si sono dimostrati sordi e ciechi al suo insegnamento, Gesù non si é stancato di loro. Li ha corretti, amati, aiutati a crescere.La comunità cristiana anche oggi, alle prese con mille difficoltà e mille deviazioni, può leggere questo brano anche per imparare quel dialogo interno, franco e coraggioso, che offre a ogni persona la possibilità e il tempo di crescere e di riorientare la propria vita. Anche quando tutte le porte sono chiuse (come ripete Giovanni ai versetti 19 e 27), anche quando le possibilità di cambiamento sembrano sbarrate e impossibili, la parola di Gesù può fare breccia nei nostri cuori. La partita non é mai chiusa e può riaprirsi ad ogni istante della nostra vita.La strada nella fede-fiducia in Dio si riapre… L’immagine di Gesù che, come dicevamo da bambini, passa attraverso il buco della serratura, è la testimonianza di quell’amore con cui Dio, attraverso Gesù e in mille modi, cerca i nostri cuori e vuole riaprire un dialogo con noi.Noi purtroppo ci troviamo spesso a vivere in una chiesa in cui ci sono troppe porte chiuse, con troppi “guardiani” che usano le chiavi quasi solo per chiudere. In questo contesto molti pastori della nostra chiesa farebbero bene a riascoltare l’ammonizione evangelica:” Guai a voi … perchè avete portato via la chiave della conoscenza: voi non ci siete entrati e l’avete impedito a quelli che avrebbero voluto entrare” (Luca 11,52 e Matteo 23, 13-14).Ma l’espressione fa esplodere la speranza: se anche un ministro della chiesa sbarra le porte ad un gay, ad una lesbica, ad un separato, ad una divorziata, ad un prete sposato… l’azione di Dio non si ferma e il messaggio di Gesù può penetrare anche ” a porte chiuse”.

Catechismo della Chiesa Cattolica sulla Resurrezione di Cristo




IL TERZO GIORNO RISUSCITO' DAI MORTI

638 “Noi vi annunziamo la Buona Novella che la promessa fatta ai padri si è compiuta, poiché Dio l'ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù” ( At 13,32-33). La Risurrezione di Gesù è la verità culminante della nostra fede in Cristo, creduta e vissuta come verità centrale dalla prima comunità cristiana, trasmessa come fondamentale dalla Tradizione, stabilita dai documenti del Nuovo Testamento, predicata come parte essenziale del Mistero pasquale insieme con la croce:

Cristo è risuscitato dai morti.

Con la sua morte ha vinto la morte,

Ai morti ha dato la vita [Liturgia bizantina, Tropario di Pasqua].

I. L'avvenimento storico e trascendente

639 Il mistero della Risurrezione di Cristo è un avvenimento reale che ha avuto manifestazioni storicamente constatate, come attesta il Nuovo Testamento. Già verso l'anno 56 san Paolo può scrivere ai cristiani di Corinto: “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici” ( 1Cor 15,3-4). L'Apostolo parla qui della tradizione viva della Risurrezione che egli aveva appreso dopo la sua conversione alle porte di Damasco [Cf At 9,3-18 ].

Il sepolcro vuoto

640 “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato” ( Lc 24,5-6). Nel quadro degli avvenimenti di Pasqua, il primo elemento che si incontra è il sepolcro vuoto. Non è in sé una prova diretta. L'assenza del corpo di Cristo nella tomba potrebbe spiegarsi altrimenti [Cf Gv 20,13; 640 Mt 28,11-15 ]. Malgrado ciò, il sepolcro vuoto ha costituito per tutti un segno essenziale. La sua scoperta da parte dei discepoli è stato il primo passo verso il riconoscimento dell'evento della Risurrezione. Dapprima è il caso delle pie donne, [Cf Lc 24,3; Lc 24,22-23 ] poi di Pietro [Cf Lc 24,12 ]. “Il discepolo... che Gesù amava” ( Gv 20,2) afferma che, entrando nella tomba vuota e scorgendo “le bende per terra” ( Gv 20,6), “vide e credette” ( Gv 20,8). Ciò suppone che egli abbia constatato, dallo stato in cui si trovava il sepolcro vuoto, [Cf Gv 20,5-7 ] che l'assenza del corpo di Gesù non poteva essere opera umana e che Gesù non era semplicemente ritornato ad una vita terrena come era avvenuto per Lazzaro [Cf Gv 11,44 ].

Le apparizioni del Risorto

641 Maria di Magdala e le pie donne che andavano a completare l'imbalsamazione del Corpo di Gesù, [Cf Mc 16,1; Lc 24,1 ] sepolto in fretta la sera del Venerdì Santo a causa del sopraggiungere del Sabato, [Cf Gv 19,31; Gv 19,42 ] sono state le prime ad incontrare il Risorto [Cf Mt 28,9-10; 641 Gv 20,11-18 ]. Le donne furono così le prime messaggere della Risurrezione di Cristo per gli stessi Apostoli [Cf Lc 24,9-10 ]. A loro Gesù appare in seguito: prima a Pietro, poi ai Dodici [Cf 1Cor 15,5 ]. Pietro, chiamato a confermare la fede dei suoi fratelli, [Cf Lc 22,31-32 ] vede dunque il Risorto prima di loro ed è sulla sua testimonianza che la comunità esclama: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone” ( Lc 24,34).

642 Tutto ciò che è accaduto in quelle giornate pasquali impegna ciascuno degli Apostoli - e Pietro in modo del tutto particolare - nella costruzione dell'era nuova che ha inizio con il mattino di Pasqua. Come testimoni del Risorto essi rimangono le pietre di fondazione della sua Chiesa. La fede della prima comunità dei credenti è fondata sulla testimonianza di uomini concreti, conosciuti dai cristiani e, nella maggior parte, ancora vivi in mezzo a loro. Questi testimoni della Risurrezione di Cristo [Cf At 1,22 ] sono prima di tutto Pietro e i Dodici, ma non solamente loro: Paolo parla chiaramente di più di cinquecento persone alle quali Gesù è apparso in una sola volta, oltre che a Giacomo e a tutti gli Apostoli [Cf 1Cor 15,4-8 ].

643 Davanti a queste testimonianze è impossibile interpretare la Risurrezione di Cristo al di fuori dell'ordine fisico e non riconoscerla come un avvenimento storico. Risulta dai fatti che la fede dei discepoli è stata sottoposta alla prova radicale della passione e della morte in croce del loro Maestro da lui stesso preannunziata [Cf Lc 22,31-32 ]. Lo sbigottimento provocato dalla passione fu così grande che i discepoli (almeno alcuni di loro) non credettero subito alla notizia della Risurrezione. Lungi dal presentarci una comunità presa da una esaltazione mistica, i Vangeli ci presentano i discepoli smarriti [Avevano il “volto triste”: Lc 24,17 ] e spaventati, [Cf Gv 20,19 ] perché non hanno creduto alle pie donne che tornavano dal sepolcro e “quelle parole parvero loro come un vaneggiamento” ( Lc 24,11) [ Cf Mc 16,11; Mc 16,13 ]. Quando Gesù si manifesta agli Undici la sera di Pasqua, li rimprovera “per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato” ( Mc 16,14).

644 Anche messi davanti alla realtà di Gesù risuscitato, i discepoli dubitano ancora, [Cf Lc 24,38 ] tanto la cosa appare loro impossibile: credono di vedere un fantasma [Cf Lc 24,39 ]. “Per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti” ( Lc 24,41). Tommaso conobbe la medesima prova del dubbio [Cf Gv 20,24-27 ] e, quando vi fu l'ultima apparizione in Galilea riferita da Matteo, “alcuni. . . dubitavano” ( Mt 28,17). Per questo l'ipotesi secondo cui la Risurrezione sarebbe stata un “prodotto” della fede (o della credulità) degli Apostoli, non ha fondamento. Al contrario, la loro fede nella Risurrezione è nata - sotto l'azione della grazia divina - dall'esperienza diretta della realtà di Gesù Risorto.

Lo stato dell'umanità di Cristo risuscitata

645 Gesù risorto stabilisce con i suoi discepoli rapporti diretti, attraverso il contatto [Cf Lc 24,39; 645 Gv 20,27 ] e la condivisione del pasto [Cf Lc 24,30; 645 Lc 24,41-43; Gv 21,9; Gv 21,13-15 ]. Li invita a riconoscere da ciò che egli non è un fantasma, [Cf Lc 24,39 ] ma soprattutto a constatare che il corpo risuscitato con il quale si presenta a loro è il medesimo che è stato martoriato e crocifisso, poiché porta ancora i segni della passione [Cf Lc 24,40; 645 Gv 20,20; Gv 20,27 ]. Questo corpo autentico e reale possiede però al tempo stesso le proprietà nuove di un corpo glorioso; esso non è più situato nello spazio e nel tempo, ma può rendersi presente a suo modo dove e quando vuole, [Cf Mt 28,9; Mt 28,16-17; Lc 24,15; 645 Lc 24,36; Gv 20,14; Gv 20,19; Gv 20,26; Gv 21,4 ] poiché la sua umanità non può più essere trattenuta sulla terra e ormai non appartiene che al dominio divino del Padre [Cf Gv 20,17 ]. Anche per questa ragione Gesù risorto è sovranamente libero di apparire come vuole: sotto l'aspetto di un giardiniere [Cf Gv 20,14-15 ] o sotto altre sembianze, [Cf Mc 16,12 ] che erano familiari ai discepoli, e ciò per suscitare la loro fede [Cf Gv 20,14; Gv 20,16; 645 Gv 21,4; Gv 20,7 ].

646 La Risurrezione di Cristo non fu un ritorno alla vita terrena, come lo fu per le risurrezioni che egli aveva compiute prime della Pasqua: quelle della figlia di Giairo, del giovane di Naim, di Lazzaro. Questi fatti erano avvenimenti miracolosi, ma le persone miracolate ritrovavano, per il potere di Gesù, una vita terrena “ordinaria”. Ad un certo momento esse sarebbero morte di nuovo. La Risurrezione di Cristo è essenzialmente diversa. Nel suo Corpo risuscitato egli passa dallo stato di morte ad un'altra vita al di là del tempo e dello spazio. Il Corpo di Gesù è, nella Risurrezione, colmato della potenza dello Spirito Santo; partecipa alla vita divina nello stato della sua gloria, sì che san Paolo può dire di Cristo che egli è “l'uomo celeste” [Cf 1Cor 15,35-50 ].

La Risurrezione come evento trascendente

647 “O notte - canta l'“Exultet” di Pasqua - tu solo hai meritato di conoscere il tempo e l'ora in cui Cristo è risorto dagli inferi”. Infatti, nessuno è stato testimone oculare dell'avvenimento stesso della Risurrezione e nessun evangelista lo descrive. Nessuno ha potuto dire come essa sia avvenuta fisicamente. Ancor meno fu percettibile ai sensi la sua essenza più intima, il passaggio ad un'altra vita. Avvenimento storico constatabile attraverso il segno del sepolcro vuoto e la realtà degli incontri degli Apostoli con Cristo risorto, la Risurrezione resta non di meno, in ciò in cui trascende e supera la storia, al cuore del Mistero della fede. Per questo motivo Cristo risorto non si manifesta al mondo, ma ai suoi discepoli, [Cf Gv 14,22 ] “a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme”, i quali “ora sono i suoi testimoni davanti al popolo” ( At 13,31).

II. La Risurrezione - opera della Santissima Trinità

648 La Risurrezione di Cristo è oggetto di fede in quanto è un intervento trascendente di Dio stesso nella creazione e nella storia. In essa, le tre Persone divine agiscono insieme e al tempo stesso manifestano la loro propria originalità. Essa si è compiuta per la potenza del Padre che “ha risuscitato” ( At 2,24) Cristo, suo Figlio, e in questo modo ha introdotto in maniera perfetta la sua umanità con il suo Corpo nella Trinità. Gesù viene definitivamente “costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la Risurrezione dai morti” ( Rm 1,3-4). San Paolo insiste sulla manifestazione della potenza di Dio [Cf Rm 6,4; 2Cor 13,4; Fil 3,10; Ef 1,19-22; 648 Eb 7,16 ] per l'opera dello Spirito che ha vivificato l'umanità morta di Gesù e l'ha chiamata allo stato glorioso di Signore.

649 Quanto al Figlio, egli opera la sua propria Risurrezione in virtù della sua potenza divina. Gesù annunzia che il Figlio dell'uomo dovrà molto soffrire, morire ed in seguito risuscitare (senso attivo della parola) [Cf Mc 8,31; Mc 9,9-31; 649 Mc 10,34 ]. Altrove afferma esplicitamente: “Io offro la mia vita, per poi riprenderla. . . ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla” ( Gv 10,17-18). “Noi crediamo. . . che Gesù è morto e risuscitato” ( 1Ts 4,14).

650 I Padri contemplano la Risurrezione a partire dalla Persona divina di Cristo che è rimasta unita alla sua anima e al suo corpo separati tra loro dalla morte: “Per l'unità della natura divina che permane presente in ciascuna delle due parti dell'uomo, queste si riuniscono di nuovo. Così la morte si è prodotta per la separazione del composto umano e la Risurrezione per l'unione delle due parti separate” [San Gregorio di Nissa, In Christi resurrectionem, 1: PG 46, 617B; cf anche “Statuta Ecclesiae Antiqua”: Denz. -Schönm., 325; Anastasio II, Lettera In prolixitate epistolae: ibid. , 359; Ormisda, Lettera Inter ea quae: ibid. , 369; Concilio di Toledo XI: ibid., 539].

III. Senso e portata salvifica della Risurrezione

651 “Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione e vana anche la vostra fede” ( 1Cor 15,14). La Risurrezione costituisce anzitutto la conferma di tutto ciò che Cristo stesso ha fatto e insegnato. Tutte le verità, anche le più inaccessibili allo spirito umano, trovano la loro giustificazione se, risorgendo, Cristo ha dato la prova definitiva, che aveva promesso, della sua autorità divina.

652 La Risurrezione di Cristo è compimento delle promesse dell'Antico Testamento [Cf Lc 24,26-27; Lc 24,44-48 ] e di Gesù stesso durante la sua vita terrena [Cf Mt 28,6; Mc 16,7; Lc 24,6-7 ]. L'espressione “secondo le Scritture” ( 1Cor 15,3-4 e Simbolo di Nicea-Costantinopoli) indica che la Risurrezione di Cristo realizzò queste predizioni.

653 La verità della divinità di Gesù è confermata dalla sua Risurrezione. Egli aveva detto: “Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io Sono” ( Gv 8,28). La Risurrezione del Crocifisso dimostrò che egli era veramente “Io Sono”, il Figlio di Dio e Dio egli stesso. San Paolo ha potuto dichiarare ai Giudei: “La promessa fatta ai nostri padri si è compiuta, poiché Dio l'ha attuata per noi. . . risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel Salmo secondo: "Mio Figlio sei tu, oggi ti ho generato"” ( At 13,32-33) [Cf Sal 2,7 ]. La Risurrezione di Cristo è strettamente legata al Mistero dell'Incarnazione del Figlio di Dio. Ne è il compimento secondo il disegno eterno di Dio.

654 Vi è un duplice aspetto nel Mistero pasquale: con la sua morte Cristo ci libera dal peccato, con la sua Risurrezione ci dà accesso ad una nuova vita. Questa è dapprima la giustificazione che ci mette nuovamente nella grazia di Dio [Cf Rm 4,25 ] “perché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” ( Rm 6,4). Essa consiste nella vittoria sulla morte del peccato e nella nuova partecipazione alla grazia [Cf Ef 2,4-5; 1Pt 1,3 ]. Essa compie l'adozione filiale poiché gli uomini diventano fratelli di Cristo, come Gesù stesso chiama i suoi discepoli dopo la sua Risurrezione: “Andate ad annunziare ai miei fratelli” ( Mt 28,10; Gv 20,17). Fratelli non per natura, ma per dono della grazia, perché questa filiazione adottiva procura una reale partecipazione alla vita del Figlio unico, la quale si è pienamente rivelata nella sua Risurrezione.

655 Infine, la Risurrezione di Cristo - e lo stesso Cristo risorto - è principio e sorgente della nostra risurrezione futura: “Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. . . ; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo” ( 1Cor 15,20-22). Nell'attesa di questo compimento, Cristo risuscitato vive nel cuore dei suoi fedeli. In lui i cristiani gustano “le meraviglie del mondo futuro” ( Eb 6,5) e la loro vita è trasportata da Cristo nel seno della vita divina: [Cf Col 3,1-3 ] “Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” ( 2Cor 5,15).

IN SINTESI

656 La fede nella Risurrezione ha per oggetto un avvenimento storicamente attestato dai discepoli che hanno realmente incontrato il Risorto, ed insieme misteriosamente trascendente in quanto entrata dell'umanità di Cristo nella gloria di Dio.

657 La tomba vuota e le bende per terra significano già per se stesse che il Corpo di Cristo è sfuggito ai legami della morte e della corruzione, per la potenza di Dio. Esse preparano i discepoli all'incontro con il Risorto.

658 Cristo, “il primogenito di coloro che risuscitano dai morti” ( Col 1,18), è il principio della nostra Risurrezione, fin d'ora per la giustificazione della nostra anima , [Cf Rm 6,4 ] più tardi per la vivificazione del nostro corpo [Cf Rm 8,11 ].




Omelie di Giovanni Paolo II, nelle Domeniche in Albis




VISITA ALLA PARROCCHIA DI SAN PANCRAZIO A VIA AURELIA ANTICA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 22 aprile 1979

1. Oggi siamo sulle orme dell’antichissima tradizione della Chiesa, quella della seconda Domenica di Pasqua chiamata “in Albis” che è legata alla liturgia della Pasqua e soprattutto alla liturgia della Veglia Pasquale. Questa Veglia, come testimonia anche la sua forma contemporanea, rappresentava un grande giorno per i catecumeni, i quali durante la notte pasquale, per mezzo del Battesimo, venivano sepolti insieme a Cristo nella morte per poter camminare in una vita nuova, così come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre (cf. Rm 6,4).

In questa immagine suggestiva San Paolo ha presentato il mistero del Battesimo. I catecumeni ricevevano il Battesimo proprio durante la Veglia pasquale, come abbiamo avuto la fortuna di avere anche quest’anno, quando ho conferito il Battesimo a bambini e ad adulti dell’Europa, dell’Asia e dell’Africa.

In questo modo la notte che precede la domenica della Risurrezione è diventata veramente per loro “Pasqua”, vale a dire il Passaggio dal peccato ossia dalla morte dello spirito alla Grazia, cioè alla Vita nello Spirito Santo. È stata la notte di una vera Risurrezione nello Spirito. Come segno della grazia santificante, i neobattezzati ricevevano durante il Battesimo una veste bianca che li distingueva per tutta l’ottava di Pasqua. In questo giorno della domenica seconda di Pasqua, deponevano tale veste; onde l’antichissimo nome di questo giorno: Domenica “in Albis depositis”.

Questa tradizione a Roma è legata alla chiesa di San Pancrazio. Proprio qui è oggi la stazione liturgica. Abbiamo perciò la fortuna di unire la visita pastorale della parrocchia alla tradizione romana della stazione di Domenica in Albis.

2. Oggi dunque desideriamo qui cantare insieme la gioia della Risurrezione del Signore così come l’annunzia la liturgia di questa domenica:

Celebrate il Signore perché è buono,
perché eterna è la sua misericordia...
Questo è il giorno fatto dal Signore:
rallegriamoci ed esultiamo in esso (Sal 118,1.24).

Desideriamo anche ringraziare per l’indicibile dono della fede, che è scesa nei nostri cuori e si rinforza costantemente mediante il mistero della Risurrezione del Signore. Della grandezza di questo dono ci parla oggi San Giovanni nelle potenti parole della sua lettera: “Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?” (1Gv 5,4-5).

Noi ringraziamo dunque Cristo Risorto con una grande gioia nel cuore, poiché ci fa partecipare alla sua vittoria. Nello stesso tempo, lo supplichiamo umilmente perché non cessiamo mai di essere partecipi, con la fede, di questa vittoria: particolarmente nei momenti difficili e critici, nei momenti delle delusioni e delle sofferenze, quando siamo esposti alla tentazione e alle prove. Eppure conosciamo quanto scrive San Paolo: “Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati” (2Tm 3,12). Ed ecco ancora le parole di San Pietro: “...Siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere per un po’ di tempo afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell’oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo” (1Pt 1,6-7).

3. I cristiani delle prime generazioni della Chiesa si preparavano al Battesimo a lungo e a fondo. Era questo il periodo di catecumenato. le cui tradizioni sono riflesse ancora oggi nella liturgia della Quaresima. Queste tradizioni erano vive quando al Battesimo si preparavano gli adulti. Nella misura in cui si andò sviluppando la tradizione del Battesimo dei bambini il catecumenato in tale forma doveva sparire. I bambini ricevevano il Battesimo nella fede della Chiesa, di cui era garante tutta la comunità cristiana (che si chiama oggi “parrocchia”), e prima di tutto lo era la loro propria famiglia. La liturgia rinnovata del Battesimo dei bambini mette ancora più in risalto questo aspetto. I genitori con i padrini e le madrine professano la fede, fanno le promesse battesimali e si prendono la responsabilità dell’educazione cristiana del loro bambino.

In questo modo, il catecumenato si trasferisce in un certo modo in un periodo posteriore, al tempo del progressivo crescere e diventare adulti; allora il battezzato deve acquistare dai suoi più vicini e nella comunità parrocchiale della Chiesa una coscienza viva di quella fede, di cui già prima, mediante la grazia del Battesimo, è diventato partecipe. È difficile chiamare questo processo “catecumenato” nel senso primo e proprio della parola. Non di meno è l’equivalente dell’autentico catecumenato e deve svolgersi con la stessa serietà e lo stesso zelo di quello che una volta precedeva il Battesimo. In questo punto convergono e si uniscono i doveri della famiglia cristiana e della parrocchia. È necessario che, in questa odierna occasione, noi ce ne rendiamo conto con una chiarezza e forza particolari.

4. La parrocchia, come comunità fondamentale del Popolo di Dio e come parte organica della Chiesa, in un certo senso ha la sua origine nel Sacramento del Battesimo. È infatti la comunità dei battezzati. Mediante ogni Battesimo, la parrocchia partecipa in modo particolare al mistero della morte e della risurrezione di Cristo. L’intero suo sforzo pastorale e apostolico mira a che tutti i parrocchiani abbiano coscienza del Battesimo, affinché perseverino nella Grazia, cioè nello stato di Figli di Dio, e godano i frutti del Battesimo così nella vita personale come in quella familiare e sociale. Perciò è particolarmente necessario il rinnovamento della consapevolezza del Battesimo. Nella vita della parrocchia è un valore fondamentale l’intraprendere questo catecumenato – che manca adesso nella preparazione al Battesimo – e realizzarlo nelle diverse tappe della vita.

Proprio in questo consiste la funzione della catechesi, che deve estendersi non solo al periodo della scuola elementare, ma anche alle scuole superiori e ad ulteriori periodi della vita.

In particolare è indispensabile la catechesi sacramentale come preparazione alla Prima Comunione e alla Cresima; di grande importanza è la preparazione al Sacramento del Matrimonio.

Inoltre, l’uomo battezzato, se vuole essere cristiano nelle opere e nella verità, deve, nella sua esistenza, rimanere costantemente fedele alla catechesi ricevuta: essa infatti gli dice in che modo deve comprendere e attuare il suo cristianesimo nei diversi momenti e ambienti della vita professionale, sociale, culturale. Questo è il vasto compito della catechesi agli adulti.

Grazie a Dio, questa attività si sviluppa ampiamente nella vita della diocesi di Roma e della vostra parrocchia.

5. Sono al corrente, infatti, delle numerose iniziative di catechesi e di vita associativa, che le istituzioni parrocchiali svolgono con l’aiuto di numerose Famiglie Religiose, femminili e maschili, e di vari movimenti ecclesiali. Una particolare menzione spetta ai benemeriti Padri Carmelitani Scalzi, che si spendono per il progresso spirituale di questa parrocchia di San Pancrazio. La numerosa popolazione qui concentrata è solo uno stimolo in più per un indefesso impegno apostolico. La mia parola, pertanto, si fa esortazione e incoraggiamento sia ai responsabili parrocchiali perché proseguano gioiosamente nel loro servizio al Corpo di Cristo, sia a tutti i membri della Comunità, perché ritrovino sempre e coscientemente in essa il luogo migliore per la loro crescita nella fede, nella speranza e nell’amore da testimoniare al mondo.

6. Nella domenica “in Albis” la liturgia della Chiesa fa di noi dei testimoni dell’incontro del Cristo Risorto con gli apostoli nel Cenacolo di Gerusalemme. La nostra particolare attenzione attira sempre la figura dell’Apostolo Tommaso e il colloquio di Cristo con lui. Il Maestro Risorto permette a lui in modo singolare di riconoscere i segni della sua passione e così convincersi della realtà della Risurrezione. Allora San Tommaso, che prima non voleva credere, esprime la sua fede con le parole: “Mio Signore e mio Dio” (Gv 20,28). Gesù gli risponde: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!” (Gv 20,29).

Mediante l’esperienza della Quaresima, toccando in un certo senso i segni della Passione di Cristo, e mediante la solennità della sua Risurrezione si rinnovi e si rafforzi la nostra fede – e anche la fede di coloro che sono diffidenti, tiepidi, indifferenti, lontani.

E la benedizione che il Risorto ha pronunciato nel colloquio con Tommaso, “Beati quelli che hanno creduto!”, rimanga con tutti noi.



CELEBRAZIONE EUCARISTICA NELLA DOMENICA «IN ALBIS»

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 23 aprile 1995

1. “Pace a voi!” (Gv 20, 19).

Gesù risorto pronunziò per due volte queste parole apparendo agli Undici nel cenacolo, la sera del giorno stesso in cui risuscitò dai morti. Il Signore, come attesta l’evangelista Giovanni, mostrò loro le mani e il costato, per confermare davanti ad essi l’identità del suo corpo, quasi a dire: Questo è lo stesso corpo che due giorni fa venne inchiodato alla croce e poi deposto nel sepolcro; il corpo che porta le ferite della crocifissione e del colpo di lancia; esso costituisce la prova diretta che io sono risorto e vivo.

Quella fu, dal punto di vista umano, una constatazione difficile da accettare, come dimostra la reazione di Tommaso. La sera della prima apparizione nel cenacolo, Tommaso era assente. E quando gli altri Apostoli gli raccontarono di aver visto il Signore, egli con fermezza si rifiutò di credere: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò” (Gv 20, 25). Da queste parole si può capire quanto sia stata importante per la verità della resurrezione l’identità fisica del corpo di Cristo.

Quando il Signore Gesù, l’ottavo giorno – come oggi – venne nuovamente nel cenacolo, si rivolse direttamente a Tommaso, quasi ad esaudire la sua richiesta: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!” (Gv 20, 27). Di fronte a tale prova l’Apostolo non solo credette, ma trasse l’estrema conclusione di quanto aveva visto e sperimentato, e la manifestò con un’altissima quanto concisa professione di fede: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20, 28). Alla presenza del Risorto divenne evidente per Tommaso sia la verità della sua umanità sia quella della sua divinità. Colui che è risuscitato con la propria potenza è il Signore: “Non conosce la morte il Signore della vita” (da un canto pasquale polacco).

La confessione di Tommaso chiude il ciclo delle testimonianze sulla resurrezione di Cristo, che la Chiesa ripropone durante l’Ottava di Pasqua. “Mio Signore e mio Dio!”. Replicando a tali parole, Gesù in un certo senso schiude la realtà della sua resurrezione al futuro dell’intera storia umana. Dice infatti a Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (Gv 20, 29). Pensa a coloro che non Lo vedranno risorto alla maniera degli Apostoli, né mangeranno e berranno con Lui (cf. At 10, 41), eppure crederanno sulla base delle affermazioni dei testimoni oculari. Sono costoro, in modo particolare, ad essere chiamati da Cristo “beati”.

2. “Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente” (Ap 1, 17).

Esiste una certa analogia tra l’apparizione nel cenacolo – specialmente quella dell’ottavo giorno, in presenza di Tommaso – e la visione escatologica di cui parla San Giovanni nella seconda lettura tratta dall’Apocalisse. Nel cenacolo Cristo mostra agli Apostoli, e specialmente a Tommaso, le ferite delle mani, dei piedi e del costato, per confermare l’identità del suo corpo risorto e glorioso con quello crocifisso e deposto nella tomba. Nell’Apocalisse il Signore si presenta come il Primo e l’Ultimo, come Colui da cui inizia e con cui termina la storia del cosmo, Colui che è “generato prima di ogni creatura” (Col 1, 15), “il primogenito di coloro che risuscitano dai morti” (Col 1, 18), principio e fine della storia dell’uomo.

Questa sua identità, che pervade perennemente la storia degli uomini, viene formulata con le parole “Io ero morto, ma ora vivo per sempre” (Ap 1, 18). Ed è come se dicesse: Ero morto nel tempo; ho accettato la morte per rimanere fedele fino alla fine all’incarnazione, per la quale, restando Figlio di Dio consostanziale al Padre, sono diventato vero uomo in tutto, fuorché nel peccato (cf. Eb 4, 15). I tre giorni della passione e morte, necessari all’opera della redenzione, rimangono in me e in voi. Ed ora io vivo in eterno e manifesto con la mia risurrezione la volontà di Dio che chiama ogni uomo a partecipare alla mia stessa vita immortale. Ho le chiavi della morte con le quali devo aprire i sepolcri terreni e mutare i cimiteri, da luoghi in cui regna la morte, a vasti spazi per la resurrezione.

3. “Non temere!”. Quando, nell’isola di Patmos, Gesù rivolge a Giovanni questa esortazione, rivela la sua vittoria sui molti timori che accompagnano l’uomo nella sua esistenza terrena, prima di tutto di fronte alla sofferenza e alla morte. Il timore per la morte concerne anche la grande incognita che essa rappresenta: si tratta forse di un totale annientamento dell’essere umano? Le severe parole: “Ricordati che sei polvere, e in polvere tornerai” (cf. Gen 3, 19) non esprimono pienamente la dura realtà della morte? L’uomo, dunque, ha seri motivi per provare timore di fronte al mistero della morte.

La civiltà contemporanea fa di tutto per distogliere la coscienza umana dall’ineluttabile realtà del morire, tentando di indurre l’uomo a vivere come se la morte non esistesse. E ciò s’esprime praticamente nel tentativo di distogliere la coscienza dell’uomo da Dio: farlo vivere come se Dio non esistesse! La realtà della morte però è evidente. Non è possibile farla tacere; non è possibile dissipare la paura che ad essa è legata.

L’uomo teme la morte così come teme ciò che viene dopo la morte. Teme il giudizio e la punizione, e questo timore ha un valore salvifico: esso non va cancellato nell’uomo. Quando Cristo dice: “Non temere!”, vuol dare risposta a ciò che costituisce la fonte più profonda delle paure esistenziali dell’essere umano. Egli intende dire: Non temere il male, poiché nella mia risurrezione il bene si è dimostrato più potente del male. Il mio Vangelo è verità vittoriosa. La morte e la vita si sono affrontate sul Calvario in un mirabile duello e la vita ne è uscita vittoriosa: “Dux vitae mortuus regnat vivus!”, “Io ero morto, ma ora vivo per sempre” (Ap 1, 18).

4. “La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo” (Sal 118, 22). Il versetto del Salmo responsoriale dell’odierna liturgia ci aiuta a comprendere la verità sulla risurrezione di Cristo. Esprime anche la verità sulla Divina Misericordia rivelatasi nella resurrezione: l’amore ha riportato la vittoria sul peccato, e la vita sulla morte. Questa verità costituisce in un certo senso l’essenza stessa della Buona Novella. Cristo pertanto può dire: “Non temere!”. E ripete tali parole ad ogni uomo, specialmente a chi è sofferente nel fisico o nello spirito. Può ripeterle con tutta fondatezza.

Intuì questo in modo particolare suor Faustina Kowalska, che ho avuto la gioia di beatificare due anni fa. Le sue esperienze mistiche si sono focalizzate tutte intorno al mistero di Cristo Misericordioso e costituiscono quasi un singolare commento alla parola di Dio presentataci dall’odierna liturgia domenicale. Suor Faustina non soltanto le ha annotate, ma ha cercato un artista capace di dipingere l’immagine di Cristo Misericordioso, così come ella lo vedeva. Immagine che insieme alla figura della Beata Faustina rappresenta una testimonianza eloquente di ciò che i teologi chiamano “condescendentia divina”. Dio si rende comprensibile ai suoi interlocutori umani. La Sacra Scrittura, e specialmente il Vangelo, ne sono la conferma.

Carissimi Fratelli e Sorelle! Su tale linea si colloca il messaggio di suor Faustina. Ma era soltanto di suor Faustina o, piuttosto, non si trattava allo stesso tempo di una testimonianza resa da parte di tutti coloro ai quali tale messaggio ha infuso coraggio nelle dure esperienze della seconda guerra mondiale, nei campi di concentramento, nello sterminio e nei bombardamenti? L’esperienza mistica della Beata Kowalska ed il richiamo a Cristo Misericordioso si inscrivono nel duro contesto della storia del nostro secolo. Noi, come uomini di questo secolo, che volge ormai al termine, desideriamo ringraziare il Signore per il messaggio della Divina Misericordia.

5. Oggi, in particolare, sono lieto di poter rendere grazie a Dio in questa Chiesa di Santo Spirito in Sassia, annessa all’omonimo ospedale e divenuta Centro specializzato per la pastorale degli infermi come pure per la promozione della spiritualità della Divina Misericordia. È molto significativo ed opportuno che proprio qui, accanto all’antichissimo ospedale, si preghi e si operi con costante sollecitudine per la salute del corpo e dello spirito. Mentre per questo esprimo rinnovato compiacimento al Cardinale Vicario, il mio grato pensiero va anche al Cardinale titolare Fiorenzo Angelini. Saluto il Vescovo del Settore Ovest, il Rettore e gli altri Sacerdoti, le Religiose e tutti voi, cari fedeli qui presenti. Vorrei, inoltre, inviare un fraterno pensiero ai degenti dell’Ospedale Santo Spirito, insieme pure ai medici, agli infermieri, alle Suore, ed a quanti quotidianamente li assistono. A tutti vorrei dire: Abbiate fiducia nel Signore! Siate apostoli della Divina Misericordia e, secondo l’invito e l’esempio della Beata Faustina, prendete cura di chi soffre nel corpo e specialmente nello spirito. Ad ognuno fate sperimentare l’amore misericordioso del Signore che consola e infonde gioia.

Sia Gesù la vostra pace!

“Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb 13, 8). Contemplandolo nel mistero della croce e della resurrezione, ripetiamo insieme alla liturgia dell’odierna domenica: “Celebrate il Signore, perché è buono!”

Celebrate il Signore, perché è misericordioso!


VISITA PASTORALE ALLA PARROCCHIA ROMANA
DI SAN GIUDA TADDEO AI CESSATI SPIRITI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

II Domenica di Pasqua, 6 aprile 1997

"1. Otto giorni dopo . . . venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse «Pace a voi!» (Gv 20, 19).

Il brano evangelico di oggi, "Domenica in albis", racconta la duplice apparizione del Risorto agli Apostoli il giorno stesso di Pasqua e otto giorni dopo. La sera del primo giorno dopo il sabato, mentre gli Apostoli si trovano riuniti in un unico luogo a porte chiuse per paura dei Giudei, viene Gesù e dice loro: "Pace a voi!" (cfr Gv 20, 19). Con tale saluto egli in realtà offre loro il dono dell'autentica pace, frutto della sua morte e risurrezione. Nel Mistero pasquale, infatti, si è compiuta quella definitiva riconciliazione dell'umanità con Dio che è la fonte di ogni vero progresso verso la piena pacificazione degli uomini e dei popoli fra di loro e con Dio.

Gesù trasmette poi agli Apostoli l'impegno di proseguire la sua missione salvifica, affinché attraverso il loro ministero la salvezza raggiunga tutti i luoghi e tutti i tempi della storia umana: "Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi" (Gv 20, 21). All'affidamento della missione evangelizzatrice e del potere di rimettere i peccati è intimamente legato anche il dono dello Spirito, come indicano le successive parole di Gesù: "Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi" (Gv 21, 22-23).

Con queste parole è il ministero della misericordia che Gesù affida ai suoi discepoli. In effetti nel Mistero pasquale si manifesta pienamente l'amore salvifico di Dio, ricco di misericordia - "dives in misericordia" (cfr Ef 2, 4). In questa seconda domenica di Pasqua siamo invitati dalla Liturgia a riflettere in modo particolare sulla misericordia divina, che supera ogni umano limite e risplende sull'oscurità del male e del peccato. La Chiesa ci spinge ad accostarci con fiducia a Cristo, che con la sua morte e risurrezione rivela pienamente e definitivamente le straordinarie ricchezze dell'amore misericordioso di Dio.

2. All'apparizione del Risorto, avvenuta la sera di Pasqua, non era presente l'apostolo Tommaso. Informato di questo straordinario avvenimento, egli, incredulo dinanzi alla testimonianza degli altri Apostoli, pretende di verificare di persona la veridicità di quanto essi asseriscono.

Otto giorni dopo - cioè nell'ottava di Pasqua, proprio come oggi - si ripete l'apparizione: Gesù stesso viene incontro all'incredulità di Tommaso, offrendogli la possibilità di toccare con mano i segni della passione e invitandolo a passare dall'incredulità alla pienezza della fede pasquale.

Di fronte alla professione di fede di Tommaso: "Mio Signore e mio Dio!" (Gv 20, 28), Gesù pronuncia una beatitudine che allarga l'orizzonte verso la moltitudine dei futuri credenti: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno" (Gv 20, 29). L'esperienza pasquale dell'apostolo Tommaso è stata più grande della sua stessa richiesta. Egli, infatti, non solo ha potuto costatare la veridicità dei segni della passione e della risurrezione ma, attraverso il contatto personale col Risorto, ha compreso il significato profondo della risurrezione di Gesù e, intimamente trasformato, ha dichiarato apertamente la sua piena e totale fede nel suo Signore risorto e presente in mezzo ai discepoli. Egli, dunque, ha potuto in un certo senso "vedere" la divina realtà del Signore Gesù, morto e risorto per noi. E il Risorto stesso è argomento definitivo della sua divinità e umanità insieme.

3. Anche tutti noi siamo invitati a vedere con gli occhi della fede Cristo vivo e presente nella Comunità cristiana. Carissimi Fratelli e Sorelle della Parrocchia di San Giuda Taddeo! Sono molto lieto di poter essere finalmente in mezzo a voi in questa vostra bella Parrocchia. Vi saluto tutti con grande affetto! Questa visita è stata un po' ritardata a causa di una malattia, ma alla fine è arrivata ed è arrrivata nel giorno più solenne possibile. Rivolgo un cordiale pensiero al Cardinale Vicario, a Mons. Vicegerente, al vostro zelante Parroco, Don Gabriele Zuccarini ed ai Sacerdoti che collaborano con lui nella cura pastorale della vostra Comunità.

Saluto, altresì, le Suore dell'Istituto Sorelle Misericordiose e le Figlie della Carità del Preziosissimo Sangue. Estendo il mio pensiero agli abitanti del quartiere, specialmente a quanti per qualche impedimento non possono essere qui presenti. Penso in particolare agli ammalati, agli anziani ed a coloro che, per vari motivi, si trovano in difficoltà.

Carissimi Fratelli e Sorelle, nella vostra Parrocchia, dove è aumentato negli ultimi anni il numero delle persone anziane o sole ed è iniziato l'insediamento di una seconda giovane generazione di famiglie, è quanto mai necessaria un'opera capillare di nuova evangelizzazione. La sfida pastorale è, infatti, quella di aiutare tutte le famiglie, e soprattutto le più giovani, a scoprire la ricchezza del Vangelo ed a perseverare negli impegni della fede cristiana.

Affido in particolare a voi, cari fedeli aderenti ai tanti gruppi parrocchiali, il compito di essere veicoli di speranza, recando il Vangelo ai vostri fratelli che vivono nel quartiere. Non aspettate che essi vengano a voi, ma siate voi ad andare da loro, fidandovi della potenza della Parola che portate. La missione cittadina, infatti, con le sue molteplici iniziative attualmente in corso, chiama ogni cristiano di Roma a riscoprire il mandato missionario affidato da Gesù risorto a tutti i battezzati attraverso il ministero degli Apostoli. Secondo le notizie che ricevo dal Cardinale Vicario e dai Vescovi Ausiliari dei settori, sono molte le persone disposte a prendere parte alla missione cittadina. Sono persone che si presentano per partecipare attivamente alla nuova evangelizzazione di Roma.

4. L'evangelizzazione proposta dalla missione cittadina sarà, tuttavia, tanto più efficace quanto più l'opera dei missionari sarà sostenuta ed accompagnata dalla preghiera. Mi congratulo, pertanto, con voi per le numerose iniziative di preghiera e di adorazione eucaristica settimanale - anche notturna - che svolgete in questa bella Comunità. La preghiera è l'anima della missione. Perseverate, carissimi Fratelli e Sorelle, nel pregare, perché il contatto con Dio assicura autenticità all'attività apostolica.

Nei Vangeli leggiamo che Gesù stesso, pur prodigandosi a favore di tanti uomini e donne, si ritirava per lunghi periodi nella solitudine e pregava (cfr Mt 14, 23; Mc 1, 35; Lc 6, 12; 9, 18; 11, 1; Gv 6, 15; ecc.). Dobbiamo imitarlo ed incontrarlo nei momenti di solitudine e di silenzio dedicati alla preghiera. Queste provvidenziali soste spirituali aiuteranno tutti voi ad essere autentici missionari del Vangelo in questa nostra grande Città.

5. "La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuor solo ed un'anima sola" (At 4, 32).

La Comunità apostolica di Gerusalemme, descritta negli Atti degli Apostoli, è modello di ogni comunità cristiana. Anche noi che viviamo ormai alle soglie del Terzo Millennio cristiano dobbiamo diventare sempre più un cuor solo ed un'anima sola nell'azione liturgica, come nell'attività apostolica e nella testimonianza della carità. Dobbiamo impegnarci a testimoniare con grande forza (cfr At 4, 33), in comunione con i successori degli Apostoli, la risurrezione di Gesù.

"Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede", ci ha ricordato poc'anzi la prima Lettera di Giovanni (1 Gv 5, 4). Mediante la fede, che si realizza nell'osservanza dei comandamenti, anche noi siamo chiamati a sconfiggere le forze del male, per preparare fin d'ora col nostro apostolato la piena manifestazione del Regno di Dio.

Con le parole del Salmo responsoriale, vogliamo esprimere l'esultanza per le meraviglie che Dio continua a compiere anche nel nostro tempo. Nella Pasqua del suo Figlio, morto e risorto, Egli infatti viene incontro ad ogni uomo, manifestandogli le infinite ricchezze della sua misericordia senza limiti.

"Questo è il giorno fatto dal Signore; rallegriamoci ed esultiamo in esso" (Sal 117, 24).

Amen. Alleluia!