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Aristide Serra. L'acqua, il vino e la Torah del Messia


Ora, c'erano sei recipienti di pietra, utilizzati per la purificazione degli ebrei, e che contenevano due o tre misure ciascuno.  E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le giare»; e le riempirono fino all'orlo.
(Gv 2,6-7)

L'acqua nelle giare significa la Torah-sapienza data da Mosé. Il vino significa anche la Sapienza, cioè la legge di Mosé: "La Sapienza ha preparato il vino... Venite, mangiate del mio pane, bevete del vino che ho preparato" (Pr 9, 2-5)[1]

Le giare sono in pietra, ciò ricorda ancora la legge di Mosé che fu data su tavole di pietra.

La madre di Gesù dice: "fate tutto ciò che vi dirà" (Gv 2, 5,). Fa l'eco alle parole del popolo di Israele al Sinaï : "Tutto ciò che il Signore ha detto, lo faremo" (Es 19,8). La madre di Gesù è chiamata "donna" (Gv 2, 4): rappresenta il popolo dell'alleanza. Maria è anche nella situazione di Mosé che trasmette al popolo la volontà di Dio.

L'acqua di queste giarre è utilizzata per la purificazione, ottenuta dalla legge di Dio, che è amore verso Dio (Dt 6, 5) e il prossimo (Lv 19, 18). In Gv 15, 3 la purificazione è ottenuta anche dalla parola di Gesù che attira e fa rinunciare al male.

Ricordiamoci anche che la parola sapienza significa sapore... Gesù cambia l'acqua in vino, comunica ad ogni cosa un inesprimibile sapore.

Tradizionalmente[3], il vino è il simbolo della Torah spiegata dal Messia. Questa tradizione è presente nei vangeli sinottici che paragonano l'insegnamento di Gesù ad un vino nuovo (Mt 9, 14-17 ; Mc 2, 18-22 ; Lc 5, 33-39).
Cambiando l'acqua in vino, Gesù si rivela come il messia.

Le giare sono riempite fino all'orlo.
Con Gesù, il tempo della pienezza è venuta: la pienezza della sapienza.
Maria è madre in pienezza.


[1] Cf. Philon, De benedictionibus 121-123 ; De Somniis II, 246-249 ; Legum allegoriae III,82.
Targum sul cantico 7,3 ; Targum su Osea 9,10 ; Genese Rabba 43,6...
[2] Targum su Ct 8,12 e midrash Genese Rabba 98,9 a 49,11.
[3] Mt 9,14-17 ; Mc 2, 18-22 ; Lc 5,33-39

Aristide Serra. Gv 2,4 : Quando bisogna crescere nella fede


« Tre giorni dopo si fu una festa di nozze in Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Ed essendo venuto a mancare di vino, la madre di Gesù dice : "Non hanno più vino " Le dice Gesù "Che vi è fra me e te , non è ancora venuta la mia ora." »
(Gv 2,1-4)

Meditiamo la parola di Gesù a Maria: "Che vi è fra me e te ?" (Gv 2,4)
Abbiamo 15 passaggi analoghi nel vecchio Testamento, e 5 nel nuovo Testamento:  per esempio 1R 17, 17-18 : Il figlio della padrona di casa si ammalò. La sua malattia era molto grave, tanto che rimase senza respiro. Essa allora dice ad Elia:
"Che c'è fra me e te  uomo di Dio ? Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia iniquità e per uccidermi il figlio ?"
(1R 17, 17-18)
La vedova di Sarepta non gradisce la visita di Elia.
Di solito, l'espressione significa una divergenza di punti di vista.

Torniamo a Gv 2,4. Siamo in grado di capire il senso della frase "Che vi è fra me e te ?" (Gv 2,4) se teniamo conto che cosa significa per Giovanni l'ora di Gesù e qual è il valore simbolico del vino, l'Ora di Gesù è quella della sua passione-risurrezione, mentre il vino è simbolo della sua Parola rivelatrice, del suo vangelo.
La Vergine si preoccupa del vino materiale.
Gesù parla della sua Ora e riguardando il vino, pensa alla sua Parola rivelatrice.
Ecco dove sta la divergenza fra Gesù e la Madre.

In altri passaggi, Gesù passa anche delle realtà materiali ad una realtà figurata, metodo usuale dai rabbini d'Israele. Per esempio,
- questa parola : "Distruggete questo tempio e lo ricostruirò... gli parlava del tempio del suo corpo." (Gv 2,19-22).
- Nicodemo pensa che parla Gesù di una nascita materiale ma Gesù parlava della nascita d'acqua e di spirito (Gv 3).
- La Samaritana pensa all'acqua del pozzo, Gesù all'acqua della Parola di Dio e del suo Spirito (Gv 4).
Quando Gesù parla così, gli ascoltatori non comprendono ed il discorso va chiarito.

Tale disparità di livello discorsivo si può dedurre della frase "Che vi è fra me e te ?" (Gv 2,4)
Maria si rimette completamente alla volontà di Gesù che è sconosciuta e dice ai servitori: "Fate tutto ciò che vi dirà", tale è il suo atto di fede.
Quando Gesù stimola così la fede, vuole alzare l'altro ad un livello più elevato. Maria accetta, si lascia fare.

Nel vangelo di Giovanni, è la prima ad essere formata così dal Cristo.
Poi, il centurione sarà esaudito anche al di là dalla sua domanda : il bambino guarisce e tutta la famiglia diventa credente (Gv 4,53). Marta e Maria saranno esaudite al di là dalla loro domanda : Lazzaro sarà risuscitato e non solo guarito (Gv 11).

A Cana come negli altri casi l'atteggiamento di Gesù ed il suo comando sconcertano, ma ubbidendo, accade la sorpresa.


Bibliografia
A. SERRA, Maria a Cana e vicino alla croce, Roma 1991. Esiste in portoghese ed in francese.
A.SERRA, Infaillibile la preghiera ? in via, Verità e vita, n° 172, marzo-aprile 1999, pp. 12-15
A. SERRA, Maria di Nazaret, una fede in cammino, San Paolo 1993

A. Serra e F. Breynaert. Cana e la creazione del mondo


Il raconto di Cana potrebbe essere un riferimento al Principio del mondo


La parola "archê" (principio)
Il racconto di Cana potrebbe riferirsi alla creazione del mondo, al suo principio "archê" :

"Questo inizio (archên) dei segni fece Gesù in Cana di Galilea"
(Gvn 2, 11)

«  In principio  (« archê »), Dio creò il cielo e la terra. »
(Gn 1,1)

Il riferimento alla settimana della creazione (Genesi 1)

Allarghiamo la riflessione al contesto del racconto, osservando le menzioni del tempo.
Primo giorno, testimonianza di Giovanni (Gv 1,19-28) ;
l'indomani (1, 29) :
2d  giorno, Giovanni Battiste  annuncia Gesù l'agnello di Dio ; l
'indomani (1,35) :
terzo giorno, Andrea porta Simon Pietro verso Gesù ;  l
'indomani (1,43), quarto giorno, Gesù e Filippo ;
"il terzo giorno", il racconto Cana.
Si esita un po' per sapere se questo "terzo giorno" è il sei o il sette della settimana, più probabilmente il 6.
Il vangelo presenta l'inizio del ministero di Gesù in una settimana dunque, come la settimana della creazione, per significare che Gesù comincia una nuova creazione.

La descrizione di una settimana di 6 giorni potrebbe fare allusione al racconto della creazione ma questo è formulato in modo regolare fino alla fine.
Il vangelo può avere una sorgente d'ispirazione intermedia che spiegherebbe perché il suo ritmo non è tanto regolare. Questa sorgente sarebbe il teofania del Sinai[1], dové leggiamo :  "Allora l'Eterno disse a Mosè : Va' dal popolo, santificalo oggi e domani, e fa' che si lavi le vesti.  E siano pronti per il terzo giorno, perché il terzo giorno l'Eterno scenderà sul monte Sinai agli occhi di tutto il popolo." (Es 19,10-11)
La Bibbia parla solamente di tre giorni, ma la letteratura inter-testamentaria, extra-biblica inserisce qui una settimana completa[2], ed il terzo giorno simbolico del testo biblico è il sesto giorno del mese.   Al Sinai, Dio creò Israele come vero popolo, il sesto giorno ed alla sesta ora ; nel Genesi Dio creò l'uomo il sesto giorno. Al Sinai, una dense nuvola apparve, come mai hanno visto. Nella Genesi, lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque (Gn 1,1), covava la creazione : riflettendo sulla storia sua, Israele comprende la creazione del mondo.

Così, il terzo giorno di Cana, è collocato nella cornice della settimana iniziale del vangelo di Giovanni, è il suo sesto giorno, e fa riferimento al Sinaï e alla creazione.

Un significato profondo 
In questo contesto, le sei giare di Cana, piene di acqua, (cioè a Torah che Gesù cambia in vino, la Torah messianico), annunciano che la parola di Gesù stà una parola creatrice. In ciascuno di coloro in che rimane la parola (Gv 15,5.7), il Verbo compie una nuova creazione. Lo Spirito Santo fa nascere di nuovo (Jn 3,5). "E c'era la madre di Gesù" (Gv 2, 1.) Maria è presente, maternamente, in questa opera creatrice.


[1] Occorre il terzo mese (Es 19,1) verso maggio o giunio ; il 6 del mese è la pentecoste giudaica
[2] La Mekiltà di Rabbi Ismaël (tradizione tannaïtica del 2secolo) parla de 6 giorni.  Il Talmud Babilonese, Shabbat 86b-87a . 88a ; Yoma 4b ; Ta'anit 28b parla di 7 giorni ; il primo Targum di Gerusalemme, o targum del pseudo Jonathan parla di 7 o 8 giorni.

Bibliografia :
A. SERRA, Maria e la pienezza del tempo, Paoline 1999, p. 79-83
A. SERRA, Maria a Cana e presso la Croce, Rome, 1991, p. 13-26
A. SERRA, Marie à Cana et près de la croix, Cerf, 1983.
H. SAHLIN, Zur typologie des Johannesevangeliums,  UppsalaLeipzig, 1950, p. 8-12

Aristide Serra. Cana e la creazione di un popolo


Al giardino d'Eden, Eva disubbidisse, ma nel Sinai, Israele, nuova Eva dice sì, « quanto il Signore ha detto, noi lo faremo » ( Es 19,8 ; cfr.24,3.7), è già una nuova creazione che comincia.
A Cana, Maria riprende questo Sì dicendo ai servitori "fatti tutto ciò che vi dirà"

Gesù a Cana crea un popolo che crede in egli, come Dio lo ha fatto nella prima alleanza. A Cana, Gesù "manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui." (Gv 2, 11). La stessa cosa avvenne al Sinai, quando il Signore Dio manifestò la sua gloria a Mosè ed il popolo credette anche in lui come inviato del Signore (Es 19,9.11)

Il nome di Cana potrebbe alludere, oralmente, al verbo, acquistare-creare che si dice in ebreo Qanâh.Si dice Dio si è acquistato (verbo ebraico qanâh) il popolo, ma questo verbo significa anche una creazione, si legge :« L'Eterno mi possedette (verbo qanâh) al principio della sua via, prima delle sue opere piú antiche. » (Pr 8,22) ; « Questo popolo che ti sei acquistato (qanâh) » (Es 15,16) ; « ll popolo che io ho plasmato (qanâh) per me celebrerà le mie lodi » (Is 43,21).

Maria è presente, nel terzo giorno, in modo particolare all'ora della creazione di questo nuovo popolo.

Questo nuovo popolo comincia molto semplicemente, durante una festa di villaggio. Una festa che sarebbe potuta essere amara perché il maestro aveva calcolato male le provviste... Al contrario, immaginiamo la pace e la gioia di questa casa dove il miracolo si è avvenuto. Maria è Gesù sono uniti con un amore misterioso; i discepoli scoprono più profondamente Gesù; la festa si conclude nella pace. Un piccolo popolo si è formato.


Bibliographie :
A. SERRA, Maria e la pienezza del tempo, Paoline 1999, p. 79-83
A. SERRA, Maria a Cana e presso la Croce, Rome, 1991, p. 13-26
A. SERRA, Marie à Cana et près de la croix, Cerf, 1983.
H. SAHLIN, Zur typologie des Johannesevangeliums,  UppsalaLeipzig, 1950, p. 8-12


Cana: Il senso del terzo giorno


La storia è quella di un matrimonio dove sono invitati Gesù e la sua Madre che hanno accettato è sono presenti. Per la sua presenza, Gesù insegna a rallegrarsi con coloro che si rallegrano, invita a non trascurare le gioie umane.[1] Molto importante per le nozze, il vino manca. La madre di Gesù n'è preoccupata come una suora. È un atteggiamento di misericordia : s'incarica delle situazioni fragili. Come lo fa ? Ne parla a Gesù. È la preghiera. La preghiera fa parte della vita, è al principio dell'azione. E Gesù, per un miracolo, salva la gioia di questa festa.

L'evento occorre "il terzo giorno" e quest'espressione ha un valore teologico :
- Al Sinai, "il terzo giorno" Dio manifestò la sua gloria a Mosé, e crederono in lui (Es 19) ;
- A Cana, "il terzo giorno", Gesù rivelò la sua gloria ed i suoi discepoli crederono in lui (Gv 2,11) ;
- A Pasqua, "il terzo giorno", Gesù rivelò la sua gloria ed i suoi discepoli crederono in lui (Gv 2,19-21)

Maria a Cana, nel rapporto al Sinai
Leggemmo nel libro del Esodo :
« Allora l'Eterno disse a Mosè : Va' dal popolo, santificalo oggi e domani, e fa' che si lavi le vesti.  E siano pronti per il terzo giorno, perché il terzo giorno l'Eterno scenderà sul monte Sinai agli occhi di tutto il popolo. »
(Ex 19,10-11)

A Cana, le parole della madre di Gesù, nel terzo giorno :
« Fate tutto quello che egli vi dirà »
(Gv 2, 5)

Sono l'eco di quelle pronunciate dal popolo di Israele al Sinai, nel terzo giorno :
« quanto il Signore ha detto, noi lo faremo »
(Es 19,8)
La madre di Gesù è chiamata "donna", la madre di Gesù rappresenta il popolo dell'alleanza.
Le giare sono "di pietra" e costituiscono un richiamo alla legge di Mosè, scolpita su tavole di pietra.
L'acqua delle giare è l'acqua della legge di Mosè mentre il vino è il simbolo della Torah spiegata dal Messia[2].

Maria a Cana ed il suo rapporto alla Chiesa.
« Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando. »
(Gv 15,14)

A Cana, Maria ha fatto la domanda: "non hanno più vino" ; Gesù non risponde, ma non rifiuta, siccome al capitolo 4 il centurione fa una domanda ; e al capitolo 11, Gesù non guarisce il suo amico malato. Gesù non risponde immediatamente, alza il livello, fa crescere la fede, al capitolo 4, tutta la casa del centurione si apre alla fede, al capitolo 11 non operò Gesù una semplice guarigione ma una risurrezione !

Mirando verso l'avvenire, "il terzo giorno" fa allusione al giorno della risurrezione, il qual è anche quello della nascita della Chiesa. In questo giorno, quale il ruolo di Maria ?
Nella Chiesa, Maria ha il ruolo che aveva a Cana : parlare a Gesù, parlare ai servitori.
Nella Chiesa, dobbiamo fare anche "tutto di che egli vi dirà" come Maria l'ha suggerito, e così diventare amici di Gesù.




[1] Cf. «  Rallegratevi con quelli che sono allegri. » (Rm 12,15)
[2] Targum sul Ct 8,12  e midrash  Genesi Rabba 98,9 à 49,11.

Bibliografia
A. SERRA, Marie à Cana et près de la croix, Cerf, 1983
A. SERRA, Maria e la pienezza del tempo, Paoline 1999 A. SERRA, Maria a Cana e presso la Croce, Rome, 1991
H. SAHLIN, Zur typologie des Johannesevangeliums, UppsalaLeipzig, 1950, p. 8-12 ;
J. POTIN, La fête juive de la Pentecôte. Etude des textes liturgiques, vol I, Commentaire, Paris 1971 (Lectio divina n° 65 a)
PAUL VI, Exhortation apostolique marialis Cultus, 1974, n° 57.

Senza Maria non si è veri discepoli del Signore



Ci si "affida e consacra a Maria" per "affidarsi e consacrarsi" più perfettamente a Gesù; per entrare cioè, secondo una disposizione ‘materna’ di Dio, più profondamente nella consacrazione stessa di Gesù al Padre.


È in quella che viene chiamata "la preghiera sacerdotale" del Signore (Gv 17), in quel momento di sofferenza e insieme di gloria, in quel sopraggiungere dell’ora, che il Gesù di Giovanni parla diconsacrazione. Pregando per i credenti, per i suoi discepoli, egli esclama: "Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo; per loro ioconsacro [= rendo santo] me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità" (Gv 17, 17-19).
Dio solo è Santo. Santificare, consacrare, è rendere simile a Dio, a quel Dio di cui l’essere stesso, per San Giovanni, non può esprimersi che in termini di amore. "Io ho fatto conoscere loro il tuo nome (= il tuo nome di Padre!) e glielo farò conoscere ancora, affinché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro" (Gv 17, 26).
Tutta la missione di Gesù consiste nel far passare in noi l’amore del Padre per il Figlio. Quando Gesù, nella sua umanità, nella sua carne (Gv 1, 14)si consacra a Dio, è a questo amore che si affida. Egli dice "sì" al primo amore che solo può spiegare l’avventura umana: "Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (Gv 3, 16).
Consacrarsi a Dio è dunque, per Gesù, acconsentire all’amore di Dio per l’umanità. È in un atto personale di estremo amore che Gesù aderisce all’amore del Padre e si offre a lui: "Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre [= passaggio che è propriamente l’atto di consacrazione], dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (Gv 13, 1).
Non bisognerebbe dimenticare che è anche in quell’ora dell’amore estremo che Gesù, secondo San Giovanni, rende lo Spirito (cfr. Gv 19, 30), la cui funzione sarà di assicurare la presenza dell’amore nei nostri confronti (cfr. Gv 14, 15).
Gesù, nella sua umanità, consacra se stesso, quando il suo amore di Figlio risponde totalmente all’amore del Padre; totalmente, cioè fino all’assimilazione nella gloria, fino alla glorificazione pasquale: "Padre, glorifica tuo Figlio..." (cfr. Gv 17, 1.5). Consegnarsi all’amore, abbandonarsi totalmente all’amore, non essere, per l’umanità e per il mondo, che servo di questo amore: in ciò consiste, per San Giovanni, la consacrazione di Gesù. È, per usare un’espressione della Lettera agli Ebrei, a questo "parossismo dell’amore" che siamo, a nostra volta, invitati ad "accostarci a Dio con cuore sincero, in pienezza di fede" (cfr. Eb 10, 22).


Nozze di Cana: Maria ottiene il miracolo da Gesù e i suoi discepoli credono in lui. – Icona di Cristina Busiri Vici Jatta, Pontificio Collegio Russo (1992).Nozze di Cana: Maria ottiene il miracolo da Gesù e i suoi discepoli credono in lui.
– Icona di Cristina Busiri Vici Jatta, Pontificio Collegio Russo (1992).



Consacrazione del discepolo all’Amore

Infatti, se Gesù si consacra, è perché noi pure siamo consacrati: "Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo; e per essi io consacro me stesso, perché siano anch’essiconsacrati nella verità" (Gv 17, 18-19). Consacrati all’amore, inviati per il servizio dell’amore. È la vocazione del discepolo San Giovanni. Il Vangelo giovanneo è in effetti il Vangelo della fede, del dramma della fede.
Ma curiosamente, questo Vangelo drammatico - ed esso solo - è incorniciato fra due scene che presentano la madre di Gesù.
In principio, a Cana, all’inizio del libro dei ‘segni’, tutti orientati alla fede. Alla fine, sul Calvario, nell’ora del grande ‘segno’ della Croce, al vertice dell’amore. Ma tanto nell’uno come nell’altro caso, la madre di Gesù appare in questo Vangelo unicamente al servizio dell’opera del Figlio. Come Gesù era consacrato all’opera amorosa del Padre, Maria è completamente consacrata all’opera del Figlio, che è di fare dei discepoli.
A Cana la "madre di Gesù" non viene per sé. Tutto il racconto è orientato verso la conclusione dell’evangelista: "Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui" (Gv 2, 11).
Ciò che è in gioco in questo brano è la fede dei discepoli, la loro verità stessa di discepoli. Per iniziativa della "madre di Gesù"!
Ma il Vangelo di Giovanni non racconta ‘storie’, non si accontenta di aneddoti. Ciò di cui l’autore si preoccupa è la vita di tutti i lettori che verranno, ed è per questo che scrive il suo libro (cfr. Gv 20, 31). Ciò che narra assume il valore di simbolo, di paradigma per tutti i credenti. Ponendo la "madre di Gesù" nel momento della nascita della fede dei discepoli, egli disegna un’immagine teologica. È un modo per dire che questa presenza materna presiede alla nascita di tutti i credenti.
Ciò che l’evangelista abbozza a Cana, lo completa sul Calvario, con una grande inclusione, procedimento letterario che lascia intendere discretamente come questa presenza materna investa tutta l’avventura di amore del Vangelo.
Al vertice dell’amore, infatti (cfr. Gv 13, 1), "l’ultimo atto di Gesù (totalmente consacrato alla missione ricevuta dal Padre, al compimento, alla realizzazione dell’amore) consiste nell’aprire, in un modo nuovo, il cuore di sua Madre" (Giovanni Paolo II, Omelia a Fatima, 13 maggio 1982).
L’Amore stesso, che muore perché l’uomo possa credere e diventare discepolo - e che è tutto teso a far nascere questo discepolo - dichiara, nell’atto stesso che completa la sua opera: "Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta […], disse alla madre: ‘Donna, ecco il tuo figlio!’ " (cfr. Gv 19, 26.28). In questo ultimo atto col quale il Figlio si consacra al Padre, Gesù affida l’umanità a Maria, non perché ella sia più importante di Dio suo Padre, ma perché ella è, nell’economia, cioè secondo le leggi della "casa di Dio", il cammino della fede, dell’adesione all’Amore.



Pietro Cavallini, Albero di Jesse: Maria Regina dei Profeti, degli Apostoli e dei Santi. – Napoli, Duomo, Cappella Minutolo.
Pietro Cavallini, Albero di Jesse: Maria Regina dei Profeti,
degli Apostoli e dei Santi
. – Napoli, Duomo, Cappella Minutolo.


Non c’è discepolato senza Maria

Per questo, riassumendo la scena con un linguaggio simbolico che risuona attraverso tutto il tempo della Chiesa, l’evangelista aggiunge: "E a partire da quell’ora [= il telos dell’agape!, cfr. Gv 13, 1], il discepolo – simbolo di tutti i credenti – la prese nella sua casa" (Gv 19, 27). ‘Nella sua casa’: locuzione che non designa tanto i suoi beni materiali, la sua casa di pietra, quanto i beni che gli sono propri come discepolo. Il discepolo riceve la "madre di Gesù" nello spazio interiore che costituisce la sua relazione di fede con Gesù.
La "madre di Gesù" diviene, per così dire, l’atmosfera propria del discepolo o, per usare le parole di San Luigi Maria da Montfort, l’ambiente misterioso necessario alla sua vita (cfr. Vera Devozione 265).
Detto in altre parole: non si può essere discepoli di Gesù senza accogliere sua Madre. Se, lo ripetiamo, nell’atto ultimo con il quale il Figlio si consacra al Padre, Gesù affida il discepolo a sua Madre, questo discepolo, a sua volta, assicura la propria qualità di discepolo, entra pienamente nellaconsacrazione del Figlio solo prendendo Maria "in casa sua", solo affidandosi totalmente a Lei.
È così che occorre intendere – crediamo – quello che dice con estrema esattezza, anche se con un linguaggio teologico e non biblico, un autore spirituale come San Luigi Maria di Montfort: "Ne consegue che ci si consacra insieme sia alla Vergine Santissima che a Gesù Cristo; alla Vergine Santissima come al mezzo perfetto che Gesù ha scelto per unirsi a noi e unire noi a sé; e a Nostro Signore come al nostro fine ultimo, al quale noi dobbiamo tutto ciò che siamo, come al nostro Redentore e al nostro Dio" (Vera Devozione 125). Contemporaneamente, con uno stesso movimento.
Non ci si "affida e consacra a Maria", come propone Giovanni Paolo II [= il testo usa sempre le due parole, quasi a precisare la parola consacrazione che, a rigor di termini, si riferirebbe solo a Dio], che per "affidarsi e consacrarsi" più perfettamente a Gesù, per entrare cioè, secondo una disposizione ‘materna’ di Dio, più profondamente nella consacrazione stessa di Gesù al Padre. Non si tratta, dunque di un gesto stravagante, al di fuori della strada cristiana; è un atto col quale ci si mette semplicemente al passo col Vangelo.

Giuseppe Daminelli


II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. ANNO C

http://www.penitents.org/PictCana.jpeg


PER PREPARARE LA LITURGIA





Dal Vangelo secondo Giovanni 2,1-11.

Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà». Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le giare»; e le riempirono fino all'orlo. Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po' brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono». Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.



IL COMMENTO

C'è un luogo dove qualcuno spera e crede per me, anche quando ho smarrito la speranza e di fede nanche l'ombra. E' la Chiesa. Il Vangelo di questa domenica presenta un aspetto molto singolare: Maria, di fronte allo scarseggiare del vino, fa presente a Gesù la situazione difficile degli sposi. Ma Gesù, secondo il Vangelo di Giovanni, non aveva ancora compiuto nessun miracolo, nessun segno lo aveva manifestato pubblicamente quale Messia. Parimenti nel Vangelo giovanneo sino all'episodio di Cana non v'è traccia di Maria. Nel passo di questa domenica dunque, attraverso il segno che Gesù compirà ci viene svelata l'identità di sua madre. E subito balza agli occhi come Maria mostra di sapere, laddove nessuno sa, chi è suo Figlio. Si rivolge a lui, e non era certo per un consiglio o per una semplice constatazione della situazione. Maria sa, Maria crede, Maria spera. Di fronte alla risposta apparentemente brusca di Gesù non si arrende, anzi, si rivolge agli inservienti suggerendo loro di avvicinarsi a Gesù e a fare quello che Lui avrebbe detto. Non si tratta di ostinazione, si tratta di conoscenza. Nonostante Gesù le abbia detto che la sua ora non era ancora giunta, Maria sembra quasi scavalcare la stessa volontà di Dio, o almeno ne accelera il compimento. Fin qui appare la preoccupazione materna di Maria per i due sposi a corto di vino. Ma quel che è ancor più singolare è che Gesù, senza opporre alcuna resistenza - e avrebe potuto... - si piega alla volontà della Madre e fa esattamente come Lei aveva detto ai servi. Sembra quasi che Gesù avesse pronto una sorta di manuale di istruzioni per quel caso specifico, tanto dettagliate e pronte sono state le sue istruzioni impartite ai servi. E appare così il vino nuovo, la vita dove incombeva la morte. Appare il primo segno di Gesù. E Maria ne è l'artefice nascosta, la regista di un'opera di salvezza capace di salvare ciò che sembrava irreparabile. Maria è immagine della Chiesa. La Chiesa, come Maria, conosce il Signore. Sa che Lui può davvero tuto. E conosce, perchè vede con occhi materni, la realtà di ciascuno dei suoi membri. E spera e crede per loro. La Chiesa sa che Gesù, Dio stesso, può, nella sua infinita misericordia, cambiare i suoi stessi piani, quando sono in gioco la salvezza e la gioia dei suoi figli. Colpisce l'obbedienza di Gesù a sua Madre, speculare alla fede incrollabile di Lei. Colpisce questa segreta alleanza che travalica le parole rudi di Gesù, e scioglie in una misericordia incomprensibile anche lo stesso piano di Dio. Maria forza il cuore di Gesù, e Gesù si lascia forzare. L'amore e l'urgenza della vita concreta delle persone inducono la Chiesa a sperare contro ogni speranza. Maria del resto aveva sperimentato che a Dio davvero nulla è impossibile. Maria sapeva che quel Figlio era il frutto impossibile che Dio aveva reso possibile. Per questo non si arrende, vibra in Lei la certezza che Dio mai si smentisce, che DIo solo può amare senza misura, stravolgendo la tabella di marcia prevista. Perchè se è vero che vi è un progetto per ciascuno è altrettanto vero che tutti siamo liberi di frustrarlo e deviare verso cammini di morte. Siamo liberi di stracciare la volontà di Dio, il banchetto di nozze del Vangelo. La nostra vita è data per essere feconda e dare frutto. Ma possiamo dimenticare o rifiutare il vino, possiamo restarne sprovvisti, abbandonando la preghiera, vivendo superficialmente, peccando e seguendo i dettami della carne. Ma Maria e Gesù sono invitati al banchetto, sono anche loro, con i discepoli, nella nostra vita. Non ci lasciano, e osservano, e trepidano, e ci amano. Maria e la Chiesa sono preoccupati per noi. E nelle situazioni più difficili, Lei spera e crede al posto nostro, anche quando ci prende la disperazione e non sappiamo credere. Quando ci blocchiamo sui nostri fallimenti e sui nostri peccati, la Chiesa non smette di sperare la nostra salvezza. Anche nei momenti più bui c'è chi riesce a vedere il segno del riscatto, l'ora di Gesù. Nella Chiesa ogni peccato, ogni fallimento, ogni debolezza divengono l'ora inaspettata, anticipata, compiuta, nella quale Gesù sconfigge la morte. Nella Chiesa la valle del pianto si cambia in sorgente di vita, l'acqua insapore dei giorni avvelenati dal peccato è tramutata in vino d'amore e servizio. La Chiesa è il nostro luogo, la nostra casa, dove sempre possiamo ricominciare e ripartire, sempre più ricchi, anche quando abbiamo perso tutto. Nella Chiesa possiamo rifugiarsi allorchè abbiamo smarrito speranza e gioia, perchè la Chiesa con i suoi discepoli e suoi diaconi (servi) obbediscono al Signore della vita, perchè Lui, misteriosamente, obbedisce alla volontà d'amore di sua Madre.


Le nozze di Cana. di Donatien Mollat, s.j.

Significato principale. Collocazione del racconto nell'evangelo

Per conoscere il punto di vista personale di san Giovanni nel racconto delle nozze di Cana, occorre iniziarne la lettura dall'ultimo versetto: Questo fu il primo dei segni di Gesù. Gesù lo compì a Cana di Galilea. Manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. Per Giovanni l'avvenimento è un segno che mostra la gloria del Cristo e che dà origine alla fede dei discepoli. E' evidente la coincidenza col fine stesso del quarto evangelo, quale lo troviamo enunciato nei versetti 20,30s: Gesù fece ancora in presenza dei suoi discepoli, molti altri segni, che non sono narrati in questo libro. E questi lo sono stati perché voi crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo Nome. Il racconto delle nozze di Cana si integra quindi nella finalità centrale dell'evangelo, che è quella di mettere in luce il mistero di Gesù, e di portare alla fede nella sua Persona come sorgente di luce e di vita. Il prologo definiva già, attraverso la parola gloria, l'essenza del Verbo incarnato, Figlio Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità. Il racconto delle nozze di Cana riprende questa parola. Come la parola segno, si tratta di un vecchio termine biblico, quello che più si avvicina al nostro termine astratto di divinità. Se esso è meno preciso, è in compenso infinitamente più ricco come evocazione concreta. La gloria di Dio, nell'Antico Testamento, indica il peso schiacciante e lo splendore folgorante della santità, della maestà e della potenza divina che si manifestano all'uomo (Es 16,10;24,15ss; 33,18; Nm 14,21; Dt 5,23ss; Is 6,3; Ez 1,1-28; 43,1-5). Il Nuovo Testamento l'ha trasferito al Cristo. Ma i Vangeli sinottici l'attribuiscono quasi sempre al Figlio dell'Uomo che viene sulle nubi del cielo, alla fine dei tempi, nello splendore della sua potenza; San Giovanni, al contrario, attribuisce già questa gloria a Gesù quando vive in mezzo a noi. Egli la scopre nei suoi miracoli come in segni, i quali manifestano che in lui Dio è presente, operante, che si rivela, che viene a noi per salvarci. Questo è il senso del segno di Cana.
Occorre notare quanto vi sia di unico in questo transfert ad un uomo di un vocabolo che un tempo definiva Dio stesso manifestante la sua maestà. La Bibbia non ha mai attribuito nulla di simile a nessun profeta, a nessun re, a nessun sacerdote, a nessun uomo. Di nessuno ha scritto una frase che assomigli sia pur lontanamente a questa: Egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in Lui. Nei confronti di chiunque altri che Gesù, sarebbe stata una bestemmia.
Per quel che riguarda i discepoli, testimoni del segno, chi sono e donde vengono? Il lettore dell'evangelo lo ha appreso dal capitolo precedente. Tutto risale ad una parola di Giovanni Battista. Vedendo Gesù venire a lui, Giovanni lo aveva indicato dicendo: Ecco l'Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo. Egli rinnovò la sua testimonianza il giorno dopo, in presenza di due suoi discepoli. Questi, Andrea e senza dubbio Giovanni, il nostro evangelista, avevano allora seguito Gesù. Andrea aveva condotto a Gesù suo fratello Simone. Poi Gesù stesso aveva chiamato Filippo, il quale aveva trascinato a sua volta Natanaele, che era appunto originario di Cana. Così tutto il gruppo aveva accompagnato Gesù alle nozze, dove già li aveva preceduti Maria sua madre. E' per essi che viene compiuto il segno. Parallelamente a questa catena di vocazioni, un'altra catena era andata sviluppandosi, quella composta dagli attributi con cui veniva designato Gesù dai suoi nuovi discepoli: alla testimonianza del Battista sull'Agnello e sull'Eletto di Dio che battezza nello Spirito Santo (1,29-33ss), era seguita quella di Andrea: Abbiamo trovato il Messia (1,41); poi quella di Filippo: Colui di cui è scritto nella legge di Mosè e nei profeti, noi l'abbiamo trovato! E' Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazareth (1,45), alla quale fa riscontro quella di Natanaele: Rabbi, tu sei il figlio di Dio, tu sei il Re di Israele! (1,49). Gesù stesso aveva concluso questa serie, designandosi come il Figlio dell'Uomo: In verità, in verità io ve lo dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere al di sopra del Figlio dell'Uomo (1,51; cfr. Gn 28,12). Il segno delle nozze di Cana è come la conclusione e il coronamento di tutta la sequenza: il terzo giorno Gesù vi lascia trasparire, sotto gli occhi dei suoi nuovi discepoli, il primo raggio di quella gloria del Figlio dell'Uomo di cui ha appena promesso, in un modo ancora velato, la visione.

Significato simbolico del segno di Cana

Il significato del miracolo delle nozze di Cana non si limita alla manifestazione della divinità di Gesù in generale. Ne devono esser prese in considerazione le circostanze. Esse sono come l'orchestrazione del segno, e concorrono alla manifestazione della gloria di Gesù.
Ed è così di tutti i segni del quarto evangelo: al di là della rivelazione centrale della divinità del Cristo, essi esprimono simbolicamente i diversi aspetti della sua opera. La moltiplicazione dei pani lo manifesta come il pane di vita, la guarigione del cieco nato come la luce del mondo; la resurrezione di Lazzaro come la resurrezione e la vita. Più difficile da determinare è il significato del segno delle nozze di Cana, perché san Giovanni lo suggerisce più che precisarlo. Non ci si deve quindi stupire delle divergenze di opinioni fra gli esegeti.
Anche qui cominciamo dalla fine. Il racconto del miracolo, - prima della conclusione del versetto 11, che è in realtà una riflessione di san Giovanni – termina con una osservazione, leggermente ironica, rivolta dal maestro di cerimonia allo sposo: Tutti servono all'inizio il vino buono e quando la gente è brilla, servono il meno buono. Tu invece hai tenuto in serbo il vino buono fino a questo momento. Questa frase costituisce ciò che potremmo chiamare il culmine del racconto. Essa attira l'attenzione sullo sposo per complimentarlo, e nello stesso tempo per sottolineare quanto c'è di singolare nel suo comportamento. In effetti è Gesù che ne è l'obiettivo anche se il maestro di cerimonia non lo sa; questi, nota l'evangelista, non sapeva la provenienza del vino. E' Gesù il vero sposo che offre il vino delle nozze. Sotto il velo di queste nozze paesane sono rappresentate le sue nozze: le nozze messianiche dell'Agnello, del quale Giovanni Battista ha annunciato la venuta, e del quale dirà ben presto: Chi ha la sposa è lo sposo; l'amico dello sposo, che gli è accanto e l'ascolta, è colmo di gioia quando ode la voce dello sposo. Ecco la mia gioia: adesso è completa. Bisogna che lui cresca e io diminuisca (3,29ss). A ragione il Padre Lefèvre scrive: “Tutto il mistero di Cana è imperniato sulla presenza di questo sposo, che si nasconde, o piuttosto che comincia a rivelarsi”. Si deve mettere in evidenza un altro particolare. Gesù non trasforma in vino un'acqua qualunque. C'erano là, nota ancora l'evangelista, sei giare di pietra, che servivano ai riti di purificazione dei Giudei... Gesù disse ai servi: Riempite d'acqua le giare. Le riempirono fino all'orlo. L'acqua utilizzata da Gesù si presenta quindi come un'acqua per il culto, destinata ad un uso religioso tipico dell'antica alleanza, e le sei giare di pietra ripiene di quest'acqua appaiono come un simbolo del giudaismo, che Gesù si appresta a ricreare in sé, infondendogli uno spirito nuovo. Pare indubitabile che l'evangelista abbia riconosciuto nel miracolo il segno dell'alleanza nuova inaugurata da Gesù. Il buon vino tenuto in serbo fino a questo momento e dato a profusione rappresenta la grazia di questa alleanza. Non si spiega altrimenti l'insistenza di san Giovanni sulla sua qualità prelibata, notata dal maestro di cerimonia, e sulla sua abbondanza, indicata dalle dimensioni delle giare. Esse contenevano due o tre misure ciascuna. Ora, la “misura” corrispondeva pressappoco a 40 litri. Il tutto rappresenta dunque una capacità tra i 5 ed i 7 ettolitri. E Gesù ha dato l'ordine di attingere soltanto una volta dalle giare ripiene fino all'orlo. Questo non significa necessariamente che tutto il contenuto sia stato cambiato in vino. Può darsi che l'acqua sia stata trasformata in vino solo al momento di attingerla. Ma la sorgente è lì, e supera in qualità e quantità tutte le speranze e tutte le necessità. Questa interpretazione del vino di Cana come simbolo delle grazie della nuova alleanza è confermata dal fatto che il dono sovrabbondante di un vino succulento raffigurava presso i Giudei una delle benedizioni attese per i tempi messianici (Gn 49, 10ss; Am 9,13ss; Gl 2,24; 4,18; Is 25,6).
Alcuni Padri della Chiesa, per esempio Sant'Ireneo, e più di un esegeta vi ravvisano un simbolo eucaristico. E' difficile dimostrare in modo sicuro che l'evangelista abbia direttamente pensato a questo sacramento,e sarebbe un errore limitare il senso del segno a questo simbolismo. Si deve tuttavia riconoscere che nell'Eucarestia si compie in verità ciò di cui il miracolo di Cana è il segno. Il Cristo vi presenta egli stesso alla sua Chiesa la coppa del vino perfetto ed inesauribile, sorgente di gioia e di vita eterna, della nuova alleanza nel suo sangue. Meglio della Sapienza dell'Antico Testamento, egli dice qui ai suoi discepoli: “Venite!... Bevete il vino che ho preparato!” (Pr 9,1-5; cf. Sir 24,17s).
Occorre infine notare che Gesù non si accontenta di creare e offrire il vino del miracolo: egli cambia dell'acqua in vino. Egli non agisce da solo: associa al segno i servitori, chiede loro di riempire d'acqua le giare fino all'orlo. Questo è un tratto caratteristico dei segni dell'evangelo di san Giovanni. Per quanto siano trascendenti, essi poggiano normalmente su una realtà esistente e richiedono l'attività dell'uomo. Il miracolo, in san Giovanni, interviene al limite dello sforzo e delle risorse umane, dalle quali esso non dispensa ma che assume e riprende su un piano nuovo (5,5ss; 6,7-18; 9,32; 11,39; 21,3; ecc.).

La parte di Maria, la Madre di Gesù

La parte che ha Maria è fondamentale. Nominata per prima, è lei che attira l'attenzione di Gesù sulla scarsità del vino. Il suo intervento avviene in modo così discreto che si esita sulla portata esatta da attribuirgli. Sembra improbabile che ella chieda un miracolo a suo figlio. Gli espone semplicemente la situazione e la pena che prova per gli sposi. La risposta di Gesù non è facile da interpretare. La formula: Che vuoi tu da me? (letteralmente: Che cosa a me e a te?) indica di solito una divergenza di opinioni o di punti di vista; ma la gradazione e la sfumatura esatte di questa divergenza possono essere determinate soltanto dal tono di voce, dal gesto e da tutto il contesto. E questo rimane per noi pieno di mistero. Gesù si riferisce alla sua Ora. L'Ora di Gesù, nel quarto evangelo, indica il momento in cui, mediante la sua obbedienza fino alla morte, egli manifesterà pienamente la sua gloria di Figlio di Dio, la sua unità col Padre e il suo amore per gli uomini (12,23-27s; 17,1). Questa Ora non è ancora venuta. Senza dirlo espressamente, Gesù passa dalle realtà materiali alle realtà spirituali: dal vino che manca per le nozze, all'Ora in cui, rimediando ad una mancanza ben più radicale, mediante il suo sacrificio, egli salverà gli uomini dalla morte e comunicherà loro la vita. Fin dall'inizio Gesù vede tutta la sua azione nella prospettiva di quest'Ora, e ad essa tutta la riferisce. Sua Madre dice ai servitori: Fate tutto quello che egli vi dirà (cfr. Gn 41,55). Maria ha compreso che lo sguardo di suo Figlio andava più lontano e più in alto della preoccupazione dell'ora presente, verso un punto misterioso dell'avvenire, al quale tutto il presente doveva ordinarsi. Sottomessa con tutto il suo essere al mistero di quest'Ora, essa ingiunge ai servitori di mettersi agli ordini di Gesù e di obbedirgli ciecamente. Cosa farà Gesù? Essa lo ignora; ma conosce il significato di ciò che egli farà: qualunque cosa sia, egli la farà per quell'Ora di cui da sempre essa si considera al servizio. Il miracolo risponde alla sua obbedienza e alla sua fede, Gesù, anticipando l'Ora, crea il vino del miracolo, come un segno e un anticipo della gloria e delle ricchezze della nuova alleanza nel suo sangue.

Ricapitoliamo

Ricapitoliamo le ricchezze di questo primo tra i segni. Gesù, cambiando l'acqua in vino, manifesta la sua divinità, la sua gloria; ma le circostanze e la natura stessa del segno, unite alla tendenza simbolistica propria di san Giovanni, ci hanno obbligato a scendere in maggiori particolari. Gesù si rivela come il Messia, lo Sposo delle nozze, l'instauratore di una nuova alleanza. Egli versa il vino nuovo, il buon vino tenuto in serbo fino a questo momento, cioè riservato da Dio per gli ultimi tempi, nelle giare dell'ebraismo, ormai non più in grado di purificare. Per la sua abbondanza e la sua qualità, questo vino è l'immagine del dono di Dio e del rinnovamento di tutte le cose nel Cristo. Quanto alla fede dei discepoli, essa costituisce la primizia della fede nuova. Maria ha un posto a parte: stando vicina a suo figlio, essa indica e apre agli uomini, attraverso la sua fede, la sua obbedienza e il suo abbandono, le nuove vie della vita. L'accenno al terzo giorno, il riferimento all'Ora che non è ancora venuta, il simbolismo stesso, costringono a leggere questo racconto nella prospettiva dell'ora del sacrificio del Cristo, come fa lo stesso san Giovanni. Sarà allora infatti che il segno si chiarirà alla luce della realtà; le nozze del villaggio di Cana faranno posto alle nozze dell'Agnello immolato e alla sua resurrezione il terzo giorno; la fede nascente dei primi discepoli alla fede pasquale della Chiesa; la Madre di Gesù sarà consacrata per sempre, dalla parola di suo figlio, Madre di tutti i suoi discepoli. La realtà di questo mistero noi la viviamo, ora, nella Chiesa. E' oggi che si compie il miracolo e si dispiega la gloria di Gesù.

Le nozze di Cana in Giotto e il vedere di Maria

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La settimana della nuova creazione
Giovanni non a caso inizia il suo Vangelo con le stesse parole del libro della Genesi: in principio - en archè. Giovanni presenta infatti Gesù come il Verbo creatore che inaugura una nuova creazione.

Dopo il prologo, il Vangelo continua con la narrazione di una settimana in cui si celebra il passaggio dall‘antica alla nuova economia, una settimana dove Giovanni il Battista compie la sua missione e Gesù la incomincia.
Ricalcando i ritmi del primi sette giorni della creazione l‘evangelista colloca nel primo giorno la testimonianza del Battista, cioè il diradarsi delle tenebre attorno al Messia grazie allo sguardo capace di verità del Battista.

Nel secondo giorno ecco che le acque benedette del Giordano vedono arrivare il Benedetto, Colui che solo è in grado di santificare e purificare: Gesù il Cristo, additato dallo stesso Battista

Terzo giorno: germogliano i primi virgulti attorno al Germoglio per eccellenza, quello della radice di Jesse, il Cristo. Gesù chiama a dimorare con lui (cioè a mettere radici): Andrea - che in quello stesso giorno porterà a Gesù il fratello Simon Pietro - e un discepolo ignoto, tradizionalmente identificato con lo stesso apostolo Giovanni.

Il quarto giorno, che nella Genesi vede nascere la scansione del tempo in giorno e notte per mezzo dei luminari grandi e piccoli, ecco che Cristo si reca in Galilea e chiama altri suoi discepoli. Isaia aveva predetto che la Galilea, terra di Zabulon e di Neftali, terra tenebrosa, avrebbe visto sorgere la vera Luce e qui Gesù si manifesta come colui che ha adempiuto la legge e i profeti (le luci minori della storia della salvezza che indicano la Grande Luce della Presenza di Dio nel mondo) e chiama altri due discepoli i quali a loro volta risplenderanno come fiaccole di verità.

Si giunge così all‘episodio delle nozze di Cana che inizia con un‘annotazione temporale: tre giorni dopo. Calcolando i precedenti quattro giorni siamo, pertanto, al settimo giorno. Siamo nel giorno del compimento, siamo nel giorno del riposo, siamo nel giorno della comunione fra Dio e l‘uomo.
Siamo però anche nel giorno delle nozze. Alcuni rabbini di fronte a questo testo hanno letto non tre giorni dopo, come troviamo nelle nostre traduzioni, bensì il terzo giorno u-ba-yom Ha-shelishi cioè martedì. Il martedì era, presso gli ebrei, il giorno classico per stipulare le nozze, in quanto Khephel ki-tobh, giorno del doppio «era cosa buona» (cfr. Gn 1,10-12). Sebbene, infatti, il Talmud proponesse il mercoledì come giorno delle nozze, il popolo ha sempre preferito il martedì proprio perché in esso Dio benedice due volte: prima la terra e poi i semi che dalla terra germoglieranno.
Una tale interpretazione rompe la scansione della settimana che completa il rimando a quel Principio con cui Giovanni inizia il suo Vangelo, tuttavia è suggestiva.
Nella Genesi anche il sesto giorno, quello della creazione dell‘uomo, contiene una doppia benedizione, prima sugli animali, dei quali Dio disse «sono cosa buona», e poi sull‘uomo e sulla donna, sopra i quali Dio disse sono cosa molto buona.

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C’era la Madre di Gesù L‘episodio delle nozze di Cana si apre dunque all‘insegna di un giorno benedetto, il giorno delle nozze eterne fra Dio e l‘umanità. La menzione del terzo giorno, tuttavia, getta su questa festa anche l‘ombra del dramma. Tutta la Scrittura è costellata da accenni a questa scansione temporale: tre giorni durò il cammino di Abramo verso il monte Moria; tre giorni Giona rimase nel ventre del pesce; per tre giorni Gesù restò chiuso nel sepolcro.
Tre giorni segnano lo scoccare di un‘ora, quella per cui Cristo è nato. Non a caso protagonista dell‘evento è la Vergine Maria: Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c‘era la madre di Gesù (Gv 2,1).
Come nel primo giorno della settimana inaugurale Giovanni aveva presentato come testimone autorevole nel grande processo intentato contro Gesù il Battista, ora al culmine della settimana ecco la seconda testimone, ancora più autorevole del primo: la Vergine Madre.
Sul numero tre gioca anche Giotto che, nella celebre Cappella degli Scrovegni, ci permette di entrare nella sala del banchetto di nozze e vedere con Maria, il primo dei sette grandi segni narrati da Giovanni nel suo Vangelo.
Tre, infatti, sono gli invitati per ogni lato del tavolo, tre hanno l‘aureola e tre sono senza aureola, tre sono le giare in primo piano, tre i testimoni del miracolo. Tre sono anche i lati della sala che ci è consentito vedere, opportunamente sottolineati da un elegante cornicione di legno intarsiato. La sala, dunque, si apre generosa allo sguardo dell‘osservatore: vediamo tuttavia solo tre dei suoi quattro lati. Il quarto lato è quello in cui noi siamo immersi ed è anche quello in cui è chiamato in causa il nostro vedere.
Fedele agli intenti dell‘Evangelista, Giotto ci avverte che a questo banchetto tutti siamo invitati perché si tratta del banchetto ultimo, quello messianico promesso dai profeti.
I personaggi sono, in totale, 11. Questo è l‘inizio, è il luogo dove si svela qualcosa della sua gloria, ma non è ancora il compimento, manca ancora quell‘uno all‘appello per realizzare la totalità simbolicamente inscritta nella dozzina. E che questo banchetto sia per la totalità lo dicono gli intarsi e le decorazioni lungo le pareti della sala che propongono il tema del quadrifoglio, antico segno bene augurale ma anche, nella sua forma quadripartita, rimando alla totalità della terra (i quattro punti cardinali).
Ad affrettare il manifestarsi della gloria di Gesù è la Madre.
Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino» (Gv 2,3).
Siamo lontani qui dall‘insistenza con cui Giovanni ha usato nel capitolo precedente il verbo vedere. Giovanni infatti, per dirci che Maria si è accorta della carenza di vino, in questo caso non usa il verbo vedere. Qualche riga sopra l‘evangelista aveva narrato di come Natanaele si fosse meravigliato perché Gesù aveva mostrato di averlo visto sotto il fico e, di fronte allo stupore del discepolo trasformatosi subito in fede in lui, Gesù rispose: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!» (Gv1,50).
Maria vede già, prima di ogni altro, queste cose maggiori. Ella partecipa intimamente allo sguardo di Gesù. Perciò vede e il vedere di Maria è tutto racchiuso in quella frase lapidaria: non hanno più vino.
Nell‘affresco di Giotto nessuno pare essersene accorto: non il paggetto che si appresta a tagliare il pane, non quello ozioso e tranquillo a braccia conserte. Vede solo Maria e pare oltretutto vedere ben oltre la semplice mancanza di vino, continua infatti il testo: Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora».La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,4-5) Pare un battibecco familiare e sconcerta un po‘ la frase di Cristo a sua Madre. Sconcerta ma lascia nel contempo intravvedere un oltre a cui la Madre allude con la sua richiesta, un oltre che Cristo intuisce.
Non è ancora giunta l‘ora di Gesù l‘ora, cioè, della sua rivelazione che sarà sigillata dalla croce e dalla relativa risurrezione gloriosa. Ma come si può parlare di morte e di risurrezione durante un banchetto di nozze? E perché poi considerare un anticipo dell‘ora, il miracolo sul vino? Perché non un miracolo sulla morte, una risurrezione, come quella che verrà operata di lì a poco con Lazzaro?

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Lo sguardo triste della Maddalena Nella bibbia il vino è detto sangue dell’uva e nell’acino d’uva è racchiusa la benedizione di Dio. Un rabbino non sciuperebbe mai un acino d’uva, perché il suo nettare ricorda il patto d’amore fra Dio e l’uomo. Il vino è anche la bevanda della festa, appunto, e dunque è simbolo di gioia e di quelle realtà spirituali cui l’uomo anela. Qui, due sposi, non hanno più vino, non hanno la gioia. Hanno, sì, l’amore ma un amore svuotato del suo significato più recondito.
Lo sposo che siede accanto a Gesù è l’apostolo Giovanni, senza aureola però. Come vuole l’antica tradizione è lui lo sposo e le nozze si celebrarono quando non era ancora discepolo di Cristo. Il viso è sereno eppure distante, sembra guardare nel vuoto più che verso la sposa. Le mani sono conserte, inattive. Forse Giovanni guarda verso l’antro buio che si apre alle spalle della Vergine Madre.
La sposa, vicina a Maria, è seria, quasi presaga del dramma. Si tratta della Maddalena, identificata con la Maria sorella di Marta e di Lazzaro. Quando Giovanni l’abbandonerà per seguire il Maestro, ella non si darà pace, per questo verrà simbolicamente invasa dai sette demoni. Sarà cioè in balia di quei sette vizi capitali che Giotto raffigura attorno alle pareti della Cappella, insieme con le sette virtù corrispondenti. Benché la leggenda aurea (che riporta tali fatti) contesti l’identificazione tra la sposa di Giovanni e la Maddalena essa ha tuttavia influenzato l’iconografia cristiana attorno alla santa. In ogni caso quello che Giotto vuole dirci è che il cammino di Giovanni e della Maddalena è anche il nostro cammino, un cammino che, dietro a Cristo, trasfigurerà i nostri vizi nelle virtù di cui il Figlio riveste i suoi.
La Maddalena porta l’abito rosso, come il vino che manca, come la tappezzeria della sala, come l’abito di Gesù, di Maria, del Maestro di Tavola, dell’altro discepolo con l’aureola, forse Andrea. (Andrea fu discepolo del Battista e questo apostolo è lo stesso presente al Battesimo di Gesù e possiede lo stesso volto e lo stesso abito dell’Andrea che siede in trono nella schiera dei dodici che attorniano Cristo giudice).
L’abito rosso della Maddalena dice il suo legame con l’amore che solo può dar senso al miracolo, ella però è ancora imbrigliata dentro le strettoie delle sue prospettive umane, non è capace di vedere oltre l’amore per Giovanni. Con la mano destra compie un gesto singolare. Non si comprende bene perché, pare che regga qualcosa. Forse un fior d’arancio, come le porrà in mano Caravaggio secoli più tardi? Forse traccia con le dita una sorta di scongiuro per il presentimento della tragedia imminente? Non sappiamo. Resta un gesto misterioso che non sembra sfuggire allo sguardo attento della donna accanto a lei. Questa donna potrebbe essere la sorella Marta.
C’è Maria di Magdala, c’è Marta ma dov’è Lazzaro? Lazzaro è oltre la porta buia, come intuirà anche Vermeer - probabilmente ispirandosi proprio a Giotto - secoli più tardi. Non a caso, infatti, Giotto colloca al di là di quella porta buia, nell’affresco successivo, l’episodio della risurrezione di Lazzaro. A questo affresco è rivolto il gesto della Maddalena, della Madonna e quello benedicente di Gesù.

Gesù benedice tre volte nello stesso modo in questa parete: nelle nozze di Cana, nella risurrezione di Lazzaro, nell’ingresso trionfale di Gerusalemme. Tre gesti uguali che mettono in correlazione le scene. La gloria che si manifesta a Cana è quella stessa che si rivela con la signoria di Cristo sulla morte nella risurrezione di Lazzaro e quella che si compirà in pienezza nell’ultima settimana della sua vita a Gerusalemme, iniziata appunto con l’ingresso trionfale di Cristo nella città santa.
Dunque per Giotto, come per l’evangelista Giovanni, l’ultima settimana di vita del Cristo e la prima settimana del suo ministero sono dunque in stretta correlazione.
Lo sguardo triste della Maddalena non è allora semplicemente presago dell’imminente abbandono da parte del marito, ma è lo sguardo miope di chi si sente in balia degli eventi, di chi è incapace di una lettura di fede della storia. Nel vino esaurito ella rischia di vedere semplicemente e superstiziosamente il segno tragico di un destino avverso. La vita le darà peraltro ragione perché Giovanni l’abbandonerà e Lazzaro morirà. Ma lo sguardo fatalista e ottuso, oggi purtroppo ancora così diffuso, viene come interrotto e chiamato a conversione dallo sguardo di Maria la quale, incurante della resistenza del figlio dice ai servi: fate quello che vi dirà.
In greco abbiamo qui un presente storico. Non «disse ai servi» ma «dice». Non lo disse solo allora in quella determinata circostanza, ma lo dice continuamente in forza di quella comunione di amore e di sguardo che ella vive con il Figlio. Ancora oggi Maria dice a noi di fare secondo la parola del Figlio.

Gesù l’aveva chiamata con uno strano appellativo: «donna», appellativo che suona scortese in bocca a un figlio. Eppure Gesù - come sottolineò anche Giovanni Paolo II in diverse occasioni - attraverso questo appellativo vuole ricondurre tutti noi a quel principio che vide la creazione uscire integra e immacolata dalle mani di Dio. La donna che era stato l’ultimo atto creativo del Creatore, la donna da cui era partita la tragedia del peccato, qui ritorna come riscattata dall’antica schiavitù, capace di vedere.
Giovanni anche sulla croce registrerà questo medesimo titolo sulle labbra di Gesù morente. La prima settimana di ministero pubblico di Gesù, l’ultima settimana della sua vita (quella in cui si consuma il suo mistero pasquale) e la prima settimana della creazione vengono così ancora una volta intimamente legate dalla narrazione giovannea.
Nella Genesi il logos divino, la dabar di Jahvè, si era rivelata capace di operare ciò che esprimeva: Dio disse: sia la luce e la luce fu. E dopo ogni atto creativo Dio vide che ogni cosa era tov, era bella e buona, esisteva nel suo senso pieno e definitivo. Il peccato aveva drammaticamente interrotto questa armonia. Tra parola, senso delle cose e visione si era introdotta una apparentemente irreparabile frattura. Qui Maria riconduce tutto all’unità, dimostrandosi veramente quella donna che doveva essere un aiuto all’uomo nell’amministrazione dei beni creati.
Fate quello che vi dirà. Nella parola di Gesù c’è inscritta la verità della storia, per quanto assurda essa potrebbe sembrare. Non la superstizione di un vino mal calcolato la farà da padrona nella vita dell’uomo, ma l’acqua umile della provvidenza di Dio.

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L’acqua del miracolo
Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: «Riempite d‘acqua le giare»; e le riempirono fino all‘orlo. Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l‘acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l‘acqua), chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po‘ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono». (Gv2, 6-10).

Le sei giare di pietra sembrano scolpite nel tempo come mute testimoni di un evento straordinario. Sono come i sei giorni di pietra di una creazione interrotta. Come i termini di un tempo che non vuole, non può essere redento. Per alcuni le giare di pietra sono il segno dell‘antica economia di salvezza i cui riti di abluzione non riuscivano davvero a purificare l‘anima. Quale sia l‘interpretazione che ne diamo restano il segno di un limite, di una impossibilità ad avanzare. Sei, non dimentichiamolo, è il numero della imperfezione assoluta. È; il sette meno uno. Il numero assegnato alla bestia da Giovanni nell‘Apocalisse è 666, cioè l‘imperfezione assoluta moltiplicata per tre volte.
Giotto le pone in bella vista, tre nascoste e tre in primo piano, diverse tra loro in alcuni particolari, ma tutte uguali nella forma gonfia e tondeggiante che rimanda inequivocabilmente alla forma del ventre dell‘obeso Maestro di tavola.
Un servo sta ancora riempiendo d‘acqua le giare, mentre il maestro di tavola fa l‘elogio del vino eccellente tenuto nascosto. Intanto, un altro servo, forse consapevole del fatto, lo strattona quasi per dirgli: stai prendendo un abbaglio!

Anche qui il vedere dell‘uomo resta limitato alla realtà, all‘aspetto più concreto dell‘esistenza. Il maestro di tavola può riconoscere il vino nuovo solo perché non sa, non ha visto, il fatto dell‘acqua nelle giare. I servi che sanno, che hanno visto, stentano a credere. Al vedere dell‘uomo è chiesto di affidarsi e credere. Mettere a disposizione le giare, i propri atti di culto limitati, i propri giorni di pietra è pur sempre un atto indispensabile. Occorre dar fiducia a Dio anche attraverso l‘offerta del proprio limite della propria vita così com‘è, delle proprie situazioni sclerotizzate incapaci di vita e di anima.
Occorre dare a Dio la nostra acqua perché ci dia in cambio del buon vino e dietro il miracolo di quest‘acqua, lo sappiamo, si adombra già un altro miracolo quello che sarà sulla terra il segno permanente del banchetto futuro che ci attende nei cieli. Il segno dell‘Eucaristia. Su quella tavola l‘acqua fu cambiata in vino, sui nostri altari il vino viene trasformato in sangue, il sangue di quell‘Agnello che ci ha rendenti. Per questo sangue ogni settimana, ogni giorno, è pasqua, è annuncio di un banchetto eterno dove i fedeli imporporano non gli stipiti delle porte, ma le labbra con il sangue sacrificale dell‘Agnello. Molti che vi si accostano non sanno quello che fanno, come il maestro di tavola eppure, proprio per questo sono salvati. Ma quelli che sono chiamati ad essere servi, questi, sono invitati a fare sempre secondo la sua Parola, aderendo allo sguardo di Maria che sa vedere il vino della gioia laddove sembra trionfare l‘acqua stagnante della morte.

Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui (Gv 2,11) Così termina l‘episodio Giovanni, senza alcun commento. Il commento è la fede, una fede che ci viene discretamente illustrata da Giotto attraverso altri due servi, quasi estranei agli eventi che si consumano nella sala.
Sono i due paggi che si trovano, davanti a Gesù e alla sposa. Uno, con l‘abito rosa (il rosso trasfigurato dalla luce), è nella quiete della contemplazione e si volge verso il lato sinistro dell‘affresco. È; come rimasto fisso nella contemplazione dello squarciarsi dei cieli avvenuto durante il Battesimo di Gesù. In questo servo è rappresentata la diaconia della preghiera, della vita contemplativa, quella che la stessa Maria, sorella di Marta abbraccerà. Questo servo, restando ancorato alle cose invisibili, vede le visibili conferendo loro la giusta prospettiva e il giusto significato. La sua posizione infatti è tale da fare da perno a tutta la scena.
L‘altro servo vestito di verde, colore della vita e della terra, è invece intento all‘azione. Si appresta ad affettare il pane. Egli rappresenta la diaconia della carità. La sua laboriosità è serena e composta, non c‘è attivismo, c‘è vero servizio reso ai fratelli in nome di Dio. È; questa la diaconia a cui Cristo richiamerà Marta nel celebre episodio che riguarda le due sorelle.
Al banchetto futuro saranno invitati tutti quelli che avranno aderito a questi due comandamenti: l‘amore a Dio e l‘amore al prossimo, la contemplazione e la missione. Questo è il vero amore, quello che tinge di rosso le vesti dei credenti, quello a cui il banchetto eucaristico prepara: come Maria vedere Dio in tutte le cose e tutte le cose in Dio.

Autore: Riva, Sr. Maria Gloria Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it