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Banchetto Pasquale e antiche anafore cristiane

La liturgia cristiana della Parola non ha dimenticato fino ad oggi le sue origini, tanto che possiamo ancor oggi ritrovare in essa alcune tracce dell'antica liturgia sinagogale, che è essenzialmente liturgia della Parola. Non possiamo dire altrettanto per quel che riguarda la seconda parte della Messa, il Sacrificio, che - almeno nel rito romano, sul quale si sono venuti stratificando elementi diversi durante i secoli - non presenta assomiglianze con il rito ebraico, che ha servito di sfondo all'Ultima Cena.
Tuttavia se risaliamo nei secoli, o se allarghiamo lo sguardo oltre la liturgia romana, prendendo in esame le preghiere cristiane che inquadrano il momento centrale della Messa, la Consacrazione (preghiere dette anafore), vi possiamo riscontrare uno schema comune, che possiamo sintetizzare come segue :
la lode a Dio per la creazione;
e per la redenzione compiuta per mezzo di Cristo, e che culmina nella sua passione e morte;
il racconto dell'istituzione dell'Eucarestia, che riproduce la passione, morte e risurrezione di Gesù;
frequentemente l'attesa del ritorno finale di Cristo;
una dossologia finale.
Le anafore quindi si presentavano formate essenzialmente di due parti, la prima a carattere rimemorativo di avvenimenti passati, la seconda costituita dalla riattualizzazione di essi in un avvenimento, che li porta a compimento, e che a sua volta si proietta verso il futuro.
Se consideriamo questo schema alla luce di quello del banchetto pasquale ebraico, non possiamo non riscontrare tra di essi delle assomiglianze strutturali e teologiche che colpiscono.
Prendiamo in esame l'anafora di Ippolito, dottore della Chiesa di Roma del III sec., dove i temi sono trattati con la sobrietà propria della liturgia romana e appaiono quindi in tutta la loro chiarezza:« Noi ti rendiamo grazie, o Dio, per il prediletto Tuo Servo, Gesù Cristo, che in questi ultimi tempi ci hai mandato per salvarci, redimerci ed evangelizzarci la Tua volontà, lui che è il Tuo inseparabile Verbo, per mezzo del quale hai fatto ogni cosa e l'hai trovata buona;che hai inviato dal cielo nel seno della Vergine; che nel suo seno si è incarnato, e si rivelò come Tuo Figlio nato dallo Spirito Santo e dalla Vergine;che adempiendo la Tua volontà e acquistandoti un popolo santo, stese le sue mani nella passione, per liberare dal castigo coloro che hanno creduto in Te.
Quando fu consegnato, lui volendolo, alla passione,per distruggere la morte,per spezzare le catene del diavolo,per calpestare l'inferno,per illuminare i giusti,per stringere la (nuova) alleanza,e manifestare la risurrezione,
prese del pane e rendendo grazie, disse: 'Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo che per voi sarà spezzato'; similmente (disse) sul calice: 'Questo è il mio Sangue che per voi sarà sparso. Quando fate questo, fatelo in mia memoria'.…Per il Quale sale a Te e al Figlio, nell'unità dello Spirito Santo, gloria e onore nella Tua santa Chiesa, ora e per tutti i secoli dei secoli. Amen » (1).
La preghiera presenta all'inizio una breve sintesi della storia della salvezza, nella quale tuttavia riscontriamo una differenza di prospettiva di fronte a quella narrata nel banchetto ebraico: se nel testo cristiano, la storia della salvezza comincia con la creazione del mondo, considerato come primo atto salvifico di Dio, il testo ebraico inizia con la « creazione » del popolo eletto, chiamato dal Signore nella persona del suo capostipite, il patriarca Abramo, quando ancora non era che « un arameo errante ». La liturgia ebraica resta fedele alla formulazione delle più antiche sintesi della storia della salvezza che si trovano nella Bibbia, mentre quella cristiana si dimostra qui erede dello spirito profetico; è presso i profeti - in particolare presso Isaia, che la storia della salvezza subisce un cambiamento di prospettiva e, rotto il cerchio della storia d'Israele, comprende in sé anche la creazione, la creazione che è la prima manifestazione della potenza di Dio e della Sua bontà che vuole gli uomini salvi. Il cerchio della storia d'Israele più che rotto viene allargato e assume proporzioni cosmiche, per cui la creazione alle origini non è che il primo atto di un lungo sviluppo, che condurrà alla vocazione di Abramo e arriverà alla liberazione d'Israele e alla conquista della Terra, e infine all'avvento del Messia.
La concezione cristiana vede nella redenzione per opera di Cristo quel compimento che la creazione primigenia attendeva e di cui essa quasi portava in se l'esigenza. Quel compimento si attualizza nel banchetto eucaristico, che riproduce il Sacrificio di Cristo, e ripetendo l'atto centrale della storia della salvezza, la sintetizza in se stesso. La redenzione è già qui, la redenzione messianica, attesa per la fine dei tempi.
Nelle stringate parole della dossologia finale ritroviamo, in forma essenziale e teologicamente perfetta, quella lode a Dio che l'ebreo, con ridondanza prettamente orientale, esprimeva con i salmi di lode e con la « benedizione del canto ».
Uno schema simile si ritrova nella liturgia siro-caldaica o persiana, quella conosciuta sotto il nome di Addeo e Maris, che si ritengono essere stati discepoli di Tommaso apostolo ed evangelizzatori della regione di Edessa; si tratta di una liturgia assai antica, anche se redatta non prima degli inizi del VII seco, diffusa nella Siria nord-orientale e ancora viva presso alcuni piccoli gruppi cattolici. La mentalità orientale, diversa da quella occidentale, si rivela qui nella forma dossologica più ampia e ridondante, al disotto della quale tuttavia ritroviamo lo stesso schema della storia della salvezza:
« Degno di essere lodato da ogni bocca e di essere glorificato da ogni lingua, degno di essere adorato e glorificato da ogni creatura è l'adorabile e glorioso Nome, poiché Tu creasti il mondo con la Tua grazia e i suoi abitanti con la Tua bontà, e salvasti il mondo con la Tua misericordia, concedendo la Tua grazia ai mortali »...
Esposti così i due momenti essenziali della storia della salvezza, segue il Sanctus, che si ritiene essere qui un’interpolazione, e si continua:
« Noi Ti ringraziamo, o Signore, anche noi Tuoi servi, deboli, fragili e miserabili, perché ci hai elargito un aiuto grande oltre ogni dire, vivificando la nostra umanità con la Tua divinità, esaltando il nostro basso stato e restaurandolo caduto, e innalzando la nostra umanità dimenticando le nostre colpe, giustificando i nostri trascorsi, illuminando le nostre menti »...
Ma il più grande atto che Dio ha compiuto per gli uomini è stato il Sacrificio di Cristo, attualizzato nella celebrazione eucaristica:
« E noi pure, o mio Signore, noi Tuoi deboli, fragili e miserabili servi, i quali si sono radunati insieme nel Tuo Nome e stanno dinanzi a Te, e hanno ricevuto per tradizione l'esempio che ci hai dato »... La « riunione nel Nome di Dio » è la sinassi eucaristica, che anche se solo accennata con scarne parole costituisce il centro di tutta l'anafora, dopo della quale si passa a una preghiera, con cui si implorano i benefici effetti della Comunione:
«Venga, o mio Signore, il Tuo Santo Spirito e si posi su questa offerta dei Tuoi servi, la benedica e la consacri perché serva a noi, o mio Signore, per il perdono delle offese e per la remissione dei peccati e per la grande speranza della risurrezione dai morti e per la nuova vita nel Regno dei Cieli con coloro che sono stati accetti al Tuo cospetto »; e si conclude come d'abitudine con una dossologia:
...« Per tutta questa meravigliosa dispensazione (di doni fatta) a noi, Ti ringraziamo e Ti lodiamo incessantemente nella Tua Chiesa, redenta dal prezioso sangue del Tuo Cristo, con aperta bocca e faccia elevata, innalzando lode, onore, adorazione, confessione al Tuo vivente e vivificante Nome, ora e sempre e per tutti i secoli ».
Se passiamo a considerare un altro filone della stessa liturgia orientale, quella siriaca di Giacomo, che rispecchia l'antico rito gerosolomitano, diffuso anch'esso nella Siria nord-occidentale, vediamo che le linee generali non cambiano: si parte dalla lode di Dio creatore, si ricorda la caduta dell'uomo, in occasione della quale il Signore si mostrò Padre misericordioso, aiutando l'umanità peccatrice per mezzo della Legge e dei profeti prima e mandando poi il Figlio, perché rinnovasse negli uomini la Sua immagine; il Figlio poi « quando stette per accettare volontariamente la sua morte vivificante per mezzo della Croce, senza peccato, a vantaggio di noi peccatori, nella notte in cui fu tradito, o piuttosto consegnò se stesso per la vita e la salvezza del mondo, prese il pane »...
Mentre però nelle anafore di Ippolito e di Addeo e Maris, l'attesa del ritorno glorioso di Cristo non è espressa chiaramente, qui, nella preghiera che segue immediatamente la consacrazione, leggiamo:« E noi peccatori ricordando le sue sofferenze vivificatrici, la sua Croce salvatrice, la sua morte e sepoltura e la risurrezione il terzo giorno dalla morte, la sua sessione alla destra Tua, suo Dio e Padre, e il suo secondo e glorioso e terribile avvento, quando egli verrà a giudicare i vivi e i morti, quando rinnoverà ogni uomo secondo le sue opere, offriamo a Te, o Signore »...
L'attesa del ritorno di Cristo, quando « Dio sarà tutto in tutti » è qui esplicita e, insieme con gli atti salvifìci compiuti da Gesù durante la sua prima venuta, costituisce l'oggetto per cui l'uomo offre al Padre il sacrificio di lode.
Le cose non sono molto diverse nella tradizione siro-antiochena documentata nelle Costituzioni Apostoliche (IV sec.), in cui, come abbiamo detto, tutti gli studiosi sono d'accordo nel riconoscere un evidente carattere ebraico. La storia della salvezza parte anche qui dalla creazione e viene presentata in forma ampia e dettagliata, menzionandone i personaggi più rappresentativi; essa arriva a un momento cruciale, che si riattualizza nel banchetto eucaristico, e a sua volta il momento presente si proietta verso il futuro: « Ogni volta che mangerete questo pane e berrete questo calice, annuncerete la mia morte, fino a che io venga. Perciò ricordando la sua passione e morte, la risurrezione dai morti e il ritorno in cielo, così pure il suo futuro secondo avvento, nel quale con gloria e potenza verrà a giudicare i vivi e i morti e a dare a ciascuno secondo le proprie opere, offriamo a Te, re e Dio, questo pane e questo calice »... La storia della salvezza, anche se arrivata al suo momento culminante, è tuttora storia in cammino, fino a che « egli venga ».
Se abbiamo riportato per lo più brani di antichi rituali, non dobbiamo per questo pensare che lo schema che siamo venuti tracciando sia un bel pezzo da museo, relegato in alcune liturgie, cadute da lungo tempo in disuso. Se la liturgia di Addeo e Maris - come abbiamo detto - è tuttora in uso, anche se presso gruppi ristretti, anche la liturgia siriaca di Giacomo ad es., è viva ancor oggi, e i siro-maroniti che in parte si ricollegano ad essa, dopo la Consacrazione, esprimono ancor oggi la loro attesa del ritorno di Cristo: « Ricordiamo, o Signore, la tua morte, confessiamo la tua risurrezione e aspettiamo la tua se- conda venuta; da te imploriamo misericordia e pietà e domandiamo il perdono dei peccati. Abbracci noi tutti la tua misericordia » ( trad. P. Sfair) .
A differenza del banchetto ebraico, che attende per « quel giorno » -secondo l'espressione profetica - l'avvento del Messia, quello cristiano, di ieri e di oggi, si volge verso l'attesa di un avvenimento che ha già avuto inizio e che deve soltanto arrivare al suo momento conclusivo. Ambedue messianici, ambedue dinamicamente volti verso l'avvenire, banchetto ebraico e cristiano si differenziano però per quel che riguarda l'oggetto della loro attesa e della loro speranza; l'uno attende il realizzarsi di un avvenimento, l'altro ne ricorda l'inizio nel passato e attende che si compia: il Messia è già venuto e se ne attende il glorioso ritorno.
Potremmo così sintetizzare le assomiglianze e le differenze che siamo venuti osservando nella struttura del banchetto pasquale e delle anafore:
banchetto pasquale ebraico
anafore cristiane
1) lode a Dio per la « creazione » del popolo d'Israele al tempo di. Abramo;
1) lode a Dio per la creazione del mondo;
2) lode a Dio per la redenzione d'Israele, per mezzo di Mosè;
2) lode a Dio per la redenzione dell'umanità mezzo di Cristo;
3) riattualizzazione della salvezza d'Israele in ciascun ebreo che partecipa al banchetto;
3) riattualizzazione della salvezza nell'Eucarestia;
4) attesa della venuta del Messia;
4) attesa del ritorno del Messia;
5) salmi di lode.
5) dossologia finale.
Se le analogie tra banchetto pasquale e anafore cristiane fossero dovute solo a cause accidentali, sarebbero limitate ad alcuni casi particolari, ma il fatto che esse si ritrovino in ambienti diversi non può non indurci a pensare che le due istituzioni siano legate tra loro da concezioni teologiche simili, anche se viste in prospettive diverse: la concezione cioè di un Dio attivo artefice della storia del Suo popolo, nel corso della quale interviene continuamente e in modo particolare in alcuni momenti decisivi, di un Dio che guida la storia verso una meta precisa, verso il giorno in cui la conoscenza del Signore riempirà tutta la terra « come le acque riempiono il mare », il giorno in cui nel mondo ci sarà il « Signore unico e il Suo Nome unico ».
Una simile concezione teologica, fondamentale presso i cristiani e presso gli ebrei, non poteva mancare di imprimere la sua impronta anche sulla prassi cultuale. E a noi interessa qui sottolineare come, anche nel momento essenziale della sua vita di fedele, il cristiano possa sentire che le radici di essa affondano nella vita religiosa ebraica, costituendo un legame che è determinato certamente dall'eredità comune dell'Antico Testamento, ma anche da una affinità di prassi liturgica, che persiste attraverso i secoli.

_______________(1) Trad. Righetti, o.c.

[*] Fonte: Sofia Cavalletti, Ebraismo e spiritualità Cristiana Cap.XI, Editrice Studium - Roma, 1966

Ratzinger - Benedetto XVI. Il Papa: Al centro della Pasqua vi è la Croce. Omelia per il Giovedì Santo

Omelia di Benedetto XVI per la Santa Messa nella Cena del Signore

Così al centro della Pasqua nuova di Gesù stava la Croce. Da essa veniva il dono nuovo portato da Lui. E così essa rimane sempre nella Santa Eucaristia, nella quale possiamo celebrare con gli Apostoli lungo il corso dei tempi la nuova Pasqua. Dalla croce di Cristo viene il dono. “Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso”. Ora Egli la offre a noi. L’haggadah pasquale, la commemorazione dell’agire salvifico di Dio, è diventata memoria della croce e risurrezione di Cristo – una memoria che non ricorda semplicemente il passato, ma ci attira entro la presenza dell’amore di Cristo.Cari fratelli e sorelle, nella lettura dal Libro dell’Esodo, che abbiamo appena ascoltato, viene descritta la celebrazione della Pasqua di Israele così come nella Legge mosaica aveva trovato la sua forma vincolante. All’origine può esserci stata una festa di primavera dei nomadi. Per Israele, tuttavia, ciò si era trasformato in una festa di commemorazione, di ringraziamento e, allo stesso tempo, di speranza. Al centro della cena pasquale, ordinata secondo determinate regole liturgiche, stava l’agnello come simbolo della liberazione dalla schiavitù in Egitto. Per questo l’haggadah pasquale era parte integrante del pasto a base di agnello: il ricordo narrativo del fatto che era stato Dio stesso a liberare Israele “a mano alzata”. Egli, il Dio misterioso e nascosto, si era rivelato più forte del faraone con tutto il potere che aveva a sua disposizione. Israele non doveva dimenticare che Dio aveva personalmente preso in mano la storia del suo popolo e che questa storia era continuamente basata sulla comunione con Dio. Israele non doveva dimenticarsi di Dio. La parola della commemorazione era circondata da parole di lode e di ringraziamento tratte dai Salmi. Il ringraziare e benedire Dio raggiungeva il suo culmine nella berakha, che in greco è detta eulogia o eucaristia: il benedire Dio diventa benedizione per coloro che benedicono. L’offerta donata a Dio ritorna benedetta all’uomo. Tutto ciò ergeva un ponte dal passato al presente e verso il futuro: ancora non era compiuta la liberazione di Israele. Ancora la nazione soffriva come piccolo popolo nel campo delle tensioni tra le grandi potenze. Il ricordarsi con gratitudine dell’agire di Dio nel passato diventava così al contempo supplica e speranza: Porta a compimento ciò che hai cominciato! Donaci la libertà definitiva! Questa cena dai molteplici significati Gesù celebrò con i suoi la sera prima della sua Passione. In base a questo contesto dobbiamo comprendere la nuova Pasqua, che Egli ci ha donato nella Santa Eucaristia. Nei racconti degli evangelisti esiste un’apparente contraddizione tra il Vangelo di Giovanni, da una parte, e ciò che, dall’altra, ci comunicano Matteo, Marco e Luca. Secondo Giovanni, Gesù morì sulla croce precisamente nel momento in cui, nel tempio, venivano immolati gli agnelli pasquali. La sua morte e il sacrificio degli agnelli coincisero. Ciò significa, però, che Egli morì alla vigilia della Pasqua e quindi non poté personalmente celebrare la cena pasquale – questo, almeno, è ciò che appare. Secondo i tre Vangeli sinottici, invece, l’Ultima Cena di Gesù fu una cena pasquale, nella cui forma tradizionale Egli inserì la novità del dono del suo corpo e del suo sangue. Questa contraddizione fino a qualche anno fa sembrava insolubile. La maggioranza degli esegeti era dell’avviso che Giovanni non aveva voluto comunicarci la vera data storica della morte di Gesù, ma aveva scelto una data simbolica per rendere così evidente la verità più profonda: Gesù è il nuovo e vero agnello che ha sparso il suo sangue per tutti noi. La scoperta degli scritti di Qumran ci ha nel frattempo condotto ad una possibile soluzione convincente che, pur non essendo ancora accettata da tutti, possiede tuttavia un alto grado di probabilità. Siamo ora in grado di dire che quanto Giovanni ha riferito è storicamente preciso. Gesù ha realmente sparso il suo sangue alla vigilia della Pasqua nell’ora dell’immolazione degli agnelli. Egli però ha celebrato la Pasqua con i suoi discepoli probabilmente secondo il calendario di Qumran, quindi almeno un giorno prima – l’ha celebrata senza agnello, come la comunità di Qumran, che non riconosceva il tempio di Erode ed era in attesa del nuovo tempio. Gesù dunque ha celebrato la Pasqua senza agnello – no, non senza agnello: in luogo dell’agnello ha donato se stesso, il suo corpo e il suo sangue. Così ha anticipato la sua morte in modo coerente con la sua parola: “Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso” (Gv 10,18). Nel momento in cui porgeva ai discepoli il suo corpo e il suo sangue, Egli dava reale compimento a questa affermazione. Ha offerto Egli stesso la sua vita. Solo così l’antica Pasqua otteneva il suo vero senso. San Giovanni Crisostomo, nelle sue catechesi eucaristiche ha scritto una volta: Che cosa stai dicendo, Mosè? Il sangue di un agnello purifica gli uomini? Li salva dalla morte? Come può il sangue di un animale purificare gli uomini, salvare gli uomini, avere potere contro la morte? Di fatto – continua il Crisostomo – l’agnello poteva costituire solo un gesto simbolico e quindi l’espressione dell’attesa e della speranza in Qualcuno che sarebbe stato in grado di compiere ciò di cui il sacrificio di un animale non era capace. Gesù celebrò la Pasqua senza agnello e senza tempio e, tuttavia, non senza agnello e senza tempio. Egli stesso era l’Agnello atteso, quello vero, come aveva preannunciato Giovanni Battista all’inizio del ministero pubblico di Gesù: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!” (Gv 1,29). Ed è Egli stesso il vero tempio, il tempio vivente, nel quale abita Dio e nel quale noi possiamo incontrare Dio ed adorarlo. Il suo sangue, l’amore di Colui che è insieme Figlio di Dio e vero uomo, uno di noi, quel sangue può salvare. Il suo amore, quell’amore in cui Egli si dona liberamente per noi, è ciò che ci salva. Il gesto nostalgico, in qualche modo privo di efficacia, che era l’immolazione dell’innocente ed immacolato agnello, ha trovato risposta in Colui che per noi è diventato insieme Agnello e Tempio. Così al centro della Pasqua nuova di Gesù stava la Croce. Da essa veniva il dono nuovo portato da Lui. E così essa rimane sempre nella Santa Eucaristia, nella quale possiamo celebrare con gli Apostoli lungo il corso dei tempi la nuova Pasqua. Dalla croce di Cristo viene il dono. “Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso”. Ora Egli la offre a noi. L’haggadah pasquale, la commemorazione dell’agire salvifico di Dio, è diventata memoria della croce e risurrezione di Cristo – una memoria che non ricorda semplicemente il passato, ma ci attira entro la presenza dell’amore di Cristo. E così la berakha, la preghiera di benedizione e ringraziamento di Israele, è diventata la nostra celebrazione eucaristica, in cui il Signore benedice i nostri doni – pane e vino – per donare in essi se stesso. Preghiamo il Signore di aiutarci a comprendere sempre più profondamente questo mistero meraviglioso, ad amarlo sempre di più e in esso amare sempre di più Lui stesso. Preghiamolo di attirarci con la santa comunione sempre di più in se stesso. Preghiamolo di aiutarci a non trattenere la nostra vita per noi stessi, ma a donarla a Lui e così ad operare insieme con Lui, affinché gli uomini trovino la vita – la vita vera che può venire solo da Colui che è Egli stesso la Via, la Verità e la Vita. Amen.

Giovedì santo. Dalle "Lettere" di san Cipriano.

Sappiatelo, fratelli: nell'offerta del calice abbiamo imparato a rispettare la tradizione proveniente dal Signore. Perciò dobbiamo fare quello che il Salvatore ha fatto per primo, non qualcosa d'altro. Perché il calice sia offerto in sua memoria, deve contenere vino misto ad acqua. Infatti Cristo ha detto: io sono la vera vite (Gv 15, 1). Quindi il sangue del Signore non è dato certamente dall'acqua, ma dal vino. Non possiamo reputare che nel calice ci sia il suo sangue da cui siamo redenti e che ci dà la Vita, quando manchi il vino che rappresenta appunto il sangue di Cristo, annunciato e figurato dalle Scritture. Una prima figura profetica del sacrificio del Signore ci è offerta con il sacerdote Melchisedek. La Scrittura dice: Melchisedek, re di Salem, offrì pane e vino; era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram ... (Gn 14, 18). Che Melchisedek simboleggiasse Cristo, lo dice lo Spirito Santo nei salmi, con le parole che il Padre rivolge al Figlio: Io ti ho generato prima della stella del mattino. Tu sei sacerdote per sempre al modo dì Melchisedek (Sal 109, 3-4 LXX). Tale ordine fa riferimento a quel sacrificio e alla sua origine, in quanto Melchisedek era in verità sacerdote del Dio altissimo, aveva offerto pane e vino e aveva benedetto Abramo. Chi mai è sacerdote di Dio altissimo più del Signore Gesù Cristo, Lui, che offrì un sacrificio a Dio Padre, lo stesso che aveva offerto Melchisedek, cioè il pane e il vino, il suo corpo, ovviamente, e il suo sangue? La benedizione rivolta ad Abramo coinvolgeva il nostro popolo. Secondo il racconto della Genesi, perché Melchisedek potesse regolarmente benedire Abramo, dovette precedere la simbologia del sacrificio, costituita dall'offerta del pane e del vino. E quel sacrificio simbolico arrivò al compimento e fu consumato quando il Signore offrì il pane e il calice del vino. Colui che è la pienezza di ogni realtà, ha allora realizzato ciò che il simbolo annunciava. Nei proverbi di Salomone lo Spirito Santo mostra pure una figura del sacrificio del Signore facendo allusione alla vittima immolata, al pane, al vino ed anche all'altare. La Sapienza, si legge, ha innalzato una casa su sette colonne, ha sacrificato le sue vittime, ha mescolato nella coppa il vino e l'acqua e ha preparato la sua mensa. Poi ha mandato i suoi servi ad invitare ad attingere dal suo cratere gridando questo annuncio: Chi è inesperto accorra qui. E a coloro che erano privi di sapienza diceva: Venite a mangiare del mio pane e a bere il vino che io ho mescolato per voi (cf. Pro 9, 1-5 LXX). Il testo dei Proverbi parla di vino misto ad acqua. Si tratta di un annuncio profetico del calice del Signore che contiene vino mescolato ad acqua. La passione del Signore avrebbe realizzato quella predizione. Anche nella benedizione di Giuda c'è tale significato; anche in quel caso appare la figura di Cristo. Egli deve essere adorato e lodato dai suoi fratelli; deve colpire la schiena dei nemici con quelle mani con cui portò la croce e vinse la morte; deve essere il leone della tribù di Giuda, che si corica e dorme nella passione e che poi sorge e diventa speranza per i popoli. E la Scrittura aggiunge: Egli lava nel vino la veste e nel sangue dell'uva il manto (Gn 49, 11). Se parla di sangue di uva, che altro vuol significare se non che il vino rappresenta il sangue del calice del Signore? Anche in Isaia lo Spirito Santo offre le stesse testimonianze della passione del Signore: Perché rossa è la tua veste e i tuoi abiti come quelli di chi pigia nel tino? (Is 63, 2). L'acqua può forse far diventare rossi i vestiti? Nel torchio si pigia forse l'acqua con i piedi? O dal medesimo si ha forse l'acqua? Certamente si parla di vino, perché si capisca che attraverso il vino si intende il sangue del Signore e perché fosse annunciato dai profeti ciò che in seguito doveva essere realizzato attraverso il calice del Signore. Si parla anche di torchio, cioè di pigiare e premere. Come non si può arrivare a bere il vino senza prima aver pigiato e spremuto i grappoli, così noi non potremmo bere il sangue di Cristo, se prima egli non fosse stato calpestato e premuto e non avesse bevuto lui per primo il calice, con il quale aveva offerto da bere ai credenti.

Commento al Vangelo del Giovedì Santo

Gv 13, 1-15

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto.Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi».Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi».

Il Commento

Oggi Dio si inchina dinnanzi a ciascuno di noi. Dio si mette ai nostri piedi. Basterebbe questo per rimanere schiantati. La nostra superbia, i giudizi, le pretese, l'ira,la maldicenza, l'arroganza, la sfrontatezza, lìonda melmosa del nostro orgoglio si infrange su quest'amore che non può neanche essere immaginato. L'amore sino alla fine. L'amore di Gesù che percorre tutto il cammino che lo conduce sino al fondo delle nostre vite. Sino ad inginocchiarsi dinnanzi ai nostri delitti, ad ogni peccato, grande o piccolo che sia, che infanga i nostri piedi. In ginocchio per perdonarci. Per lavare ogni macchia. E' questa l'esperienza che ci attende oggi, in questo Santo Giovedì. Immergerci nel mistero d'amore che il nostro cuore attende da una vita. Incontrare Colui che stiamo cercando senza posa da quando siamo nati. Lasciarci sorprendere e trafiggere da Gesù, l'unico che ci ama sino ad inginocchiarsi dinnanzi a noi. Sino a consegnare tutto di sé. Chiunque oggi si senta vuoto, solo, sfiduciato. Triste, angosciato, ribellato. Schiavo di peccati dai quali non può uscire. Chiunque di noi insomma, oggi può stupirsi di un amore mai conosciuto. Un amore che non giudica, non esige, non chiede. Un amore che ama sino alla fine di noi stessi, agli angoli bui e irrisolti delle situazioni che ci tolgono pace e gioia. Sino alla fine di ogni nostro fallimento. Sino alla fine del peggior lato del nostro carattere. Sino all'ultima nostra debolezza. Sino alla fine dell'ultimo peccato inanellato. Un amore che brucia e cancella, che salva tutto quanto sembra perduto, che ricrea tutto quanto sembra morto e imputridito. Un amore che colma l'esistenza di senso e vita nuova. Un amore fatto pane, da mangiare per essere saziati. Un amore fatto vino, da bere e colmare ogni sete. Un amore che guarisce e dona pace e gioia. Un amore che stupisce e risuscita e ci sospinge nella vita ricolmi dello stesso amore, per amare, per inginocchiarci a nostra volta dinnanzi a chiunque appaia nelle nostre ore mendicando esattamente quello che abbiamo mendicato noi, sino a questo giorno. L'amore di Dio in Cristo Gesù, annientatosi e fattosi servo, l'ultimo, il più piccolo di questa terra, per farci suoi fratelli, salvati, amati. Per fare della nostra vita un miracolo d'amore. Lasciamoci amare allora, almeno oggi.

P. Cantalamessa. Due testi sul Giovedì Santo

L'Eucaristia, Pasqua della Chiesa padre Raniero CantalamessaLa liturgia della parola di questa Messa è essenziale per la comprensione di tutto il mistero pasquale. Non possiamo da qui saltare direttamente alla domenica di risurrezione, senza precluderci la possibilità di capire in che consista la nostra Pasqua, cioè la Pasqua della Chiesa. Perché la Pasqua della Chiesa è essenzialmente l'Eucaristia e questa sera noi celebriamo, appunto, l'istituzione dell'Eucaristia. Paolo, nella prima lettura, ci ha trasmesso quello che lui stesso ha ricevuto dal Signore, cioè l'istituzione della Cena come nuova alleanza e come memoriale della sua morte. Giovanni, nel Vangelo, ci riporta allo stesso momento della vita di Cristo e ci parla anche lui, a modo suo, dell'Eucarístia. Là dove i sinottici e Paolo pongono il segno - l'Eucaristia -, egli ha posto il significato: l'amore fino alla fine di Cristo per i suoi; l'unità e il servizio dei fratelli. Le parole di Gesú che chiudono il brano evangelico: " Come ho fatto io fate anche voi", sono un altro modo per dire: " Fate questo in memoria di me ". Quando la famiglia ebraica si metteva a tavola per la cena pasquale, il 14 Nisan, era prescritto che il figlio piú giovane rivolgesse questa domanda al padre: " Che significa questo rito che stiamo per compiere questa notte? " (Es. 12, 26). Nel Cenacolo, fu forse Giovanni a rivolgere questa domanda e Gesú a rispondere. Dobbiamo porci anche noi questa stessa domanda: che significa il rito di questa sera e che significano i riti che ci apprestiamo a ripetere anche quest'anno, in occasione della Pasqua? " Cristo è morto per i nostri peccati ed è risorto per la nostra giustificazione " (Rom. 4, 25); ma una volta sola (semel); egli non muore piú, la morte non ha píú potere su di lui (Rom. 6, 9). Che cos'è dunque ciò che noi facciamo ogni anno a Pasqua? Forse qualcosa di fallace, una finzione collettiva per cui ci immaginiamo che egli debba ancora morire e risorgere? Quello che noi stiamo per fare è l'anamnesi, o la liturgia, della storia; è il sacramento che attualizza l'evento (Agostino, Sermo 220). Questa anamnesi non è invenzione dell'uomo, ma istituzione di Cristo: " Fate questo in memoria di me "; " annunciate la morte del Signore finché egli torni ". E' un memoriale che attraversa la storia, fin dalla notte dell'esodo rievocata nella prima lettura, e che ha raccolto, strada facendo, tutti gli interventi di Dio (i " magnalia Dei "), fino al supremo e definitivo, avvenuto all'altezza degli anni trenta della nostra era, con la morte e risurrezione di Cristo. E' una specie di asse intorno a cui ruotano non solo gli anni, ma anche le settimane e i giorni. Il memoriale della Pasqua scorre infatti nella storia verso il compimento della parusia con tre ritmi: a) un ritmo quotidiano, ed è l'Eucaristia che si celebra ogni giorno nella Chiesa: " la Pasqua quotidiana", la chiamava sant'Agostino; b) un ritmo settimanale, ed è il ricordo della risurrezione che si celebra ogni domenica: " la piccola Pasqua", come la chiamano i nostri fratelli orientali; c) un ritmo annuale, ed è la solennità di Pasqua che ci apprestiamo a vivere con tutta la Chiesa. Questa Pasqua della Chiesa ha una sua struttura, i cui elementi essenziali sono: i tempi, i riti e i misteri. Originariamente, tutto era concentrato in una veglia notturna, preceduta da qualche giorno di digiuno e seguita da un lungo periodo di gioia, la Pentecoste. La Pasqua aveva allora una straordinaria carica evocativa. Non esistevano altre feste, sicché tutta la storia della salvezza, compresa la nascita di Cristo, riviveva in essa e si díspiegava davanti alla mente dei cristiani trascinandoli all'entusiasmo. " 0 grande e santa Pasqua, io ti parlo come a un essere vivente " (san Gregorio Nazianzeno). I cristiani riconoscevano nella Pasqua la culla in cui era nata la Chiesa, una culla preparata fin dalla lontana notte dell'esodo, rievocata nella prima lettura. Piú tardi, nel quarto secolo, nel nuovo clima di libertà, i pellegrini che si recavano a Gerusalemme per la Pasqua cominciarono a distribuire gli eventi della passione e a celebrarli nei giorni e nei luoghi precisi in cui erano accaduti: la cattura nell'orto; la cena nel Cenacolo, il gíovedí santo; l'adorazione della Croce sul Golgota, il venerdí; la veglia di Pasqua nella chiesa dell'Anastasis, e cosí di seguito, fino all'ascensione celebrata, appunto sul monte da cui Gesú ascese al cielo. Ben presto, questa nuova prassi si diffuse in tutta la cristianità e diede origine alla struttura cosí ricca e articolata della Pasqua che è rimasta fino ad oggi, pur con tutte le riforme e i cambiamenti di dettaglio. Quando, però, ci si interroga quale sia, tra tanti riti, quello essenziale; quale sia il culmine della Pasqua liturgica della Chiesa, si finisce per identificarlo sempre in un momento preciso: la celebrazione dell'Eucaristia. Fin dalle origini, l'Eucaristia che si celebrava al canto del gallo, nella veglia pasquale, segnava il momento di passaggio dalla tristezza alla gioia, dal digiuno alla festa. Era il grande " scioglimento " dell'attesa (díalysis), come veniva chiamato allora. L'Eucaristia, celebrata a cavallo tra il tempo in cui Gesú era ancora nella tomba e il momento in cui ne era uscito, era davvero il memoriale vivente della sua morte e della sua risurrezione. Era la Pasqua stessa di Cristo - il suo passaggio dalla morte alla vita che dalle profondità del passato emergeva all'oggí della liturgia. Tutto, cosí appariva compreso tra un " ieri " e un " oggi ": " Ieri, l'agnello veniva ucciso...; oggi, abbiamo lasciato l'Egitto. Ieri, ero crocifisso con Cristo; oggi, sono glorificato con lui. Ieri, ero sepolto con lui; oggi, sono risuscitato con lui " (san Gregorio Naz.). Abbiamo detto che l'Eucaristia è l'attualizzazíone della Pasqua di Cristo. E' vero; ma è anche un'altra cosa importantissima: è la consacrazione della nostra Pasqua. Chi dice, nella Messa di Pasqua, " Prendete e mangiate: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi", non è píú solo il Cristo-capo, cioè il Gesú storico che le disse la prima volta nel Cenacolo; è il Cristo totale. capo e corpo; siamo anche noi. E' l'"io" della Chiesa fuso con l'"io" di Cristo che offre se stesso in sacrificio. Nell'Eucaristia, noi offriamo un pane che abbiamo ricevuto dalla bontà di Dio, ma che è anche frutto del nostro lavoro. E' quell'insieme di sforzo, di conversione, di fedeltà alla parola di Dio e di sofferenza che costituisce la pasqua dell'uomo, il suo lento e faticoso " passaggio da questo mondo al Padre" (Gv. 13, 1). Se lo vogliamo, in quelle parole c'è posto anche per il nostro " io " indeciso; solo che abbiamo il coraggio di dire, insieme con Cristo, ai fratelli che ci circondano nella vita e nel lavoro: " Prendete, mangiate, questo è il mio corpo offerto per voi ". Prendete, cioè, il mio tempo, la mia amicizia, la mia attenzione, la mia competenza, la mia gioia: metto tutto a vostra disposizione; voglio impiegarli non solo per me, ma anche per voi. "Fate questo in memoria di me" significa: fate anche voi come ho fatto io. Giovanni lo dice apertamente: "da questo abbiamo conosciuto il suo amore: egli ha dato la vita per noi. Anche noi,, perciò, dobbiamo spendere la vita per i fratelli " (1 Gv. 3, 16). E' questa l'Eucaristia che crea la comunità e fa la Chiesa, come spiga cresciuta da quel chicco di grano caduto in terra e morto e che ha portato molto frutto. E' questa la Pasqua della Chiesa, con la quale ci apprestiamo a celebrare la Pasqua di Cristo e la nostra pasqua.Fare la Pasqua padre Raniero CantalamessaGiovedì Santo (Messa in Cena Domini) Vangelo: Gv 13,1-15
E' la Pasqua del Signore! Questa l'esclamazione abbiamo sentito nella prima lettura tratta dal libro l'Esodo. Noi la possiamo ripetere con tutta verità sta nostra liturgia del Giovedì Santo: E la Pasqua del Signore! Da qui vogliamo partire per capire, con profondità che ci è possibile, questa grande, secolare. che è la Pasqua. Che significa " fare la Pasqua "? Molti cristiani a questa domanda, risponderebbero: significa confessarsi e comunicarsi o - come si è soliti dire - "prendere Pasqua". C'è un tipo di cristiano che prende addirittura il nome da qui: il pasqualino. Un rito dunque, uno che scandiscono la nostra tiepida vita di cristiani. Forse è anche per questo che continuiamo a inanellare una dopo l'altra, senza che avvenga alcun vero " esodo ritrovandoci nell'Egitto spirituale di sempre. Per andare oltre questo stadio superficiale, ci poniamo questa sera tre domande: 1) Che significò per gli ebrei, la prima volta, fare la Pasqua? 2) Che significò per Gesù Cristo fare la sua Pasqua 3) Che significa per noi oggi fare la Pasqua? Quello che significò per gli ebrei fare la Pasqua ce lo ha descritto la prima lettura: celebrare un rito, un rito atavico comune anche ad altri pastori nomadi dell'Oriente. Si uccideva un agnello e lo si consumava insieme in segno di solidarietà, invocando la protezione di Dio, prima di dividersi per raggiungere i nuovi pascoli all'arrivo della primavera. Quell'anno (si era intorno al 1250 a.C.), questo rito si caricò per i discendenti di Abramo di un significato tutto nuovo: il passaggio di Dio; Dio viene a salvare il suo popolo: In quella notte, io passerò. Pasqua, dunque, perché Dio passò (cf. Es. 12, 12.27). Ma fu solo questo a fare la Pasqua per gli ebrei? No! Fu qualcosa di più di un rito che celebrava il passaggio di Dio. Fu un " passare " essi stessi: Pasqua perché Dio ci ha fatti passare, come dirà il libro del Deuteronomio (cf. Deut. 16, 1). Il passaggio attraverso il Mar Rosso, nella concitata notte dell'esodo, era il segno del passaggio, più profondo, dalla schiavitù alla libertà. Questo popolo diventa libero per servire Dio; si scuote le catene di dosso, si ribella agli aguzzini e va verso l'orizzonte sconfinato del deserto dove il suo Dio l'aspetta. Passaggio difficile! La schiavitù ha un suo fascino: non ci sono decisioni da prendere; le pentole sono piene di carne e di cipolle (" gli schiavi addormentati", scolpiti da Michelangelo,. sono tutta inerzia e apparente riposo). E assai più difficile gestire la propria libertà; di qui, la tentazione del deserto: tornare indietro, in Egitto. " Perché ci hai fatto uscire dall'Egitto?", dicono a Mosè. Essi tuttavia proseguirono e attraverso il deserto giunsero al riposo della terra promessa. Questo fu per loro fare la Pasqua: celebrare un rito, ma soprattutto compiere un passaggio. Cosa significò per Gesù fare la sua Pasqua? Anche per lui, fare la Pasqua significò, anzitutto, celebrare un rito, prima con i suoi genitori (cf. Lc. 3, 41) e poi con i suoi discepoli. Quello stesso rito che, dalla notte dell'esodo, gli ebrei non avevano smesso di celebrare. Al tempo di Cristo, tale rito consisteva in questo: ogni famiglia, o gruppo di persone, si procurava un agnello, lo portava a tempio di Gerusalemme per farlo immolare dai sacerdoti poi, a sera, in casa, lo si consumava tra preghiere, canti e rievocando ciò che Dio aveva fatto nella liberazione dall'Egitto. Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi (Lc. 22, 15). Perché l'aveva desiderato tanto? Perché in questa Pasqua egli avrebbe trasformato la figura in realtà, portando a compimento l'attesa antica di secoli. Egli era infatti l'Agnello di Dio, di cui l'agnello pasquale era un pallide simbolo. Ciò che fece quella sera ce lo ha ricordato san Paolo nella seconda lettura: finita la cena, Gesù prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli dicendo: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Le stesso fece con il calice. Questa sarà, d'ora in poi, la nuova cena pasquale per i credenti: l'Eucaristia. In essa si consumano le carni dell'Agnello immacolato e si riceve su di sé il suo sangue. E il memoriale antico che si carica di un nuovo sconfinato contenuto: l'esodo di tutta l'umanità dalla schiavitù dei peccati e dalla vanità della vita verso il perdono e la alleanza. Ogni volta che si celebra questo rito, si ricorderà la morte del Signore, fino al giorno della sua venuta. Una cosa grandissima dunque questa cena del Signore che stiamo commemorando. Eppure, la Pasqua di Gesù non si esaurisce m essa. La Pasqua non fu, per Gesù, soltanto celebrare o istituire un rito; anche per lui, si trattò di compiere un passaggio. Quale passaggio? Giovanni, nel Vangelo di questa Messa, lo definisce il passaggio da questo mondo al Padre (Gv. 13, 1). Gesù stesso ne aveva parlato con l'immagine del chicco di grano che deve essere sepolto in terra per risorgere come spiga e portare frutto (cf. Gv. 12, 24). Ed infatti questo fu il passaggio di Gesù: un passare attraverso la morte verso la vita, un morire per risorgere. Ma c'è un'impressione da superare. Non fu un passaggio indolore, scritto in anticipo e recitato da Gesù senza scomporsi, come una specie di copione imparato a memoria. Fu, al contrariò, il passaggio attraverso un abisso insondabile di angoscia. Gesù sperimentò tutta l'amarezza del fallimento, dell'abbandono, della paura all'appressarsi della sua ora. La tradizione apostolica non poté fare a meno di registrare questa " crisi " di Gesù. Nel Getsemani, pianse e supplicò che passasse quel calice. Anche Giovanni, qualche domenica fa', ci ha riportato quel grido di Gesù: L'anima mia è turbata (Gv. 12, 27). Adesso è ora che veniamo a noi: che significa per noi fare la Pasqua? Anche per noi significa anzitutto celebrare un rito, anzi un insieme di riti: la Quaresima è stata già un rito preparatorio alla Pasqua; le funzioni di questi giorni sono riti; riti sono anche i sacramenti pasquali: la Penitenza, il Battesimo, o il suo rinnovamento, e l'Eucaristia che ripete la cena pasquale di Cristo. Noi non saremo davvero così' sciocchi o presuntuosi da credere di poter fare a meno di questi riti cui Cristo ha legato la sua grazia e il frutto della sua Pasqua. Dobbiamo però metterci in testa una cosa: noi possiamo fare tutto ciò, senza tralasciare un solo rito e una sola funzione, e, nondimeno, non fare la Pasqua. E probabile, anzi, che molti di noi non abbiamo mai fatto la Pasqua in vita loro. Cosa si richiede per fare in verità la Pasqua? Quello stesso che si richiese per gli ebrei e per Gesù Cristo: compiere un passaggio. Un passaggio nuovo e diverso. San Paolo lo definisce il passaggio dall'uomo vecchio all'uomo nuovo, dal lievito di malizia agli azimi di purità (cf. i Cor. 5, 8). Non dunque passaggio da un posto all'altro, ma da un modo di vivere a un altro, dal vivere per il mondo e secondo il mondo, al vivere per il Padre. Il Vangelo ha una parola per esprimere tutto ciò, ed è quella con cui abbiamo iniziato la nostra Quaresima: conversione. " Pasqua che, tradotto, significa, passaggio", dicevano i primi cristiani; Pasqua che, tradotto, significa conversione, diremo noi con altrettanta verità. Un passaggio tra sponde ravvicinate, ma quanto profonde! C'è un abisso di mezzo; dall'"io " a Dio, dal " me " agli " altri ". Di questo passaggio che è conversione, la Pasqua mette in evidenza un aspetto nuovo. Non è solo fatica, rinuncia, dolore. Si, è anche questo; non si dà infatti discepolo al di sopra del maestro. Ma è anche passaggio verso la libertà e verso la gioia. E uno scrollarsi di dosso le mille catene che ci tengono schiavi e metterci in cammino verso la " patria dell'identità", là dove saremo davvero noi stessi, liberi per obbedire a Dio. Noi infatti siamo tuttora schiavi, come gli ebrei in Egitto, anche se di una diversa schiavitù. Siamo schiavi delle cose, dei comodi ai quali non sappiamo rinunciare; schiavi dei pregiudizi e delle mode; schiavi soprattutto dei peccati, perché chiunque commette il peccato è schiavo del peccato (Gv. 8, 34). Dio, a Pasqua, ci chiama a uscire, a ribellarci a tutto ciò, a destarci dal sonno terribile in cui siamo immersi, ad alzarci e a metterci in cammino. Per questo la Pasqua si doveva mangiare con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano e in fretta (Es. 12, 11); essa infatti è il segno di un cammino da intraprendere e spinge a mettersi in viaggio; è la festa della " grande emigrazione " (Filone Aless.). Aprirci a Dio, incamminarci verso di lui, forse è questo il senso più profondo del messaggio pasquale. Non è un invito astratto; la nostra vita è ancora chiusa a lui; egli vi entra solo di sfuggita e obliquamente, come il sole da una piccola feritoia in un castello tutto buio. Bisogna spalancargli le finestre, in questa Pasqua; farci illuminare dalla sua luce; esporre la nostra vita al suo giudizio e al suo perdono, permettergli di riaprire il discorso su di noi che abbiamo forse voluto considerare chiuso, sulla base di un certo compromesso. Ecco, se entreremo in questa prospettiva coraggiosa, mettendoci in stato di decisione e di conversione davanti a Dio, noi quest'anno faremo davvero la Pasqua con Cristo. I riti non saranno più solo riti, ma diventeranno realtà viventi, segni e fonti di grazia e ci verrà da esclamare, per la prima volta in modo nuovo: E la Pasqua del Signore!

Giovedì Santo. Dalla 'Vigna delle anime' di Giacomo Roecx.

Exercitia seu meditatio optima vitae et passionis Jesu-Christi, IV.
Œuvres de Tauler, trad. Noël, Paris, Tralin, 1912, t.VI, 71-72. 87-89. 99-101.
Vi do un comandamento nuovo, dice Gesù, esso ricapitola tutti gli altri miei precetti, è il sigillo di tutti i miei insegnamenti: Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri.Come io do la mia vita per voi, voi dovete amarvi e assistervi a vicenda, anche a costo della vita. Io ho amato colui che mi tradì, ho pregato per coloro che mi crocifissero. Anche voi amate i vostri nemici, fate loro del bene; prodigatevi con le opere della carità al servizio di chi vi perseguita o vi nuoce.
Questo comandamento nuovo dell'amore, il Signore Gesù non lo insegnò solo a parole, ma lo convalidò con l'attuazione concreta e personale. Gli stava a cuore assicurarci che per lui siamo davvero figli; con amore eterno ci tiene dentro il suo cuore paterno. Prima ancora della creazione del mondo noi siamo in lui, da sempre riposiamo in lui come nel nostro fondo e nella nostra origine.
Nessun padre terreno ha mai avvolto i propri figli con l'amore con cui egli ci ha abbracciato. Nella fedeltà irrinunciabile del suo amore paterno ci ha lasciato un'impareggiabile eredità, un bene senza confronti, il cui valore sovrasta cielo e terra; ci ha donato il suo corpo come cibo e il suo sangue come bevanda.
L'uomo che aveva mangiato il frutto velenoso offerto dal serpente, aveva l'ineludibile bisogno di ricuperare la salvezza bevendo al calice celeste del sangue di Cristo. Un cibo mortifero l'aveva fatto stramazzare a terra; il pane di vita lo doveva rialzare. Il frutto del legno l'aveva ucciso; grazie al frutto di un altro legno sarebbe tornato in vita.
L'albero della disobbedienza l'aveva votato alla morte definitiva; l'albero dell'obbedienza l'ha riscattato per la gloria eterna. Dal primo albero pendeva un cibo di morte, da questo il rimedio che dà la vita.
Il ceppo antico conteneva la linfa della passione; il ceppo nuovo produce il grappolo della salvezza. Da questo grappolo, schiacciato sotto il torchio della passione, è sprizzato il vino nuovo che rallegra il cuore dell'uomo.
Gesù Cristo crocifisso è il vero grappolo, privo di qualsiasi traccia amara. Pane saporoso, manna celeste, piena di delizie spirituali, che non contiene nulla di aspro, contrariamente al pane d'orzo dell'Antico Testamento, servito da Mosè. È un pane impastato con fiore di frumento, cioè con la grazia divina. Infatti, la realtà ha preso il posto della figura.
Io anelo a cibarmi integralmente di te, dolcezza celeste. Voglio morire a me stesso e vivere in te. Bramo di trasformarmi, di incorporarmi in te, per riposare in te, mia origine beata. Tu sei la fonte e il principio di tutti gli esseri. Noi siamo e viviamo in te fin dal principio nell'idea eterna che tu hai di noi. Perciò il nostro cuore è inquieto finché non riposa nella sua origine. Con la tua onnipotenza che sostiene il mio essere, attirami a te, scendi in me, o misericordioso.
Ricomponi la splendida immagine di te che io ho deturpato, riportandola alla sua purezza e integrità originaria. Tu sei il principio infinitamente puro della mia essenza, che è in me creata, in te increata, secondo la tua idea eterna.
Per l'amore infocato che ti ha spinto a lasciare trafiggere il tuo tenerissimo cuore di carne, ti supplico: attraverso questo cuore squarciato fammi penetrare nel tuo cuore divino e increato. Affrettati a scendere in me; e con te fa venire il Padre di infinita bontà, perché tu sai bene quale è la sua volontà santa e benefica: non separarti da me, ma essere ovunque con te.
Signore Gesù, immergimi, lavami nel tuo cuore trafitto, perché io possa pervenire con te fino al cuore traboccante d'amore del tuo Padre eterno; e là egli si degni d'accogliermi come figlio adottivo, grazie a te, suo Figlio eterno e consustanziale. Amen.

Sofia Cavalletti. Banchetto pasquale e ultima cena

Sofia Cavalletti, Ebraismo e spiritualità Cristiana
Pasqua e Ultima Cena
Le discussioni intorno al carattere dell'Ultima Cena si sono accese fin dai tempi più antichi, e già presso i Padri si trovano dissensi al riguardo; mentre Girolamo e Ambrogio pensano a una coincidenza tra Ultima Cena e pasqua ebraica, Ireneo ritiene che Gesù sia morto nel giorno della pasqua, e quindi l'Ultima Cena sarebbe avvenuta durante la vigilia della festa.
La cosa non risulta chiara già nei Vangeli: secondo i sinottici sembra che Gesù abbia celebrato il banchetto il primo giorno degli azzimi; invece, secondo Giovanni, sembra che la crocefissione sia avvenuta nel primo giorno degli azzimi cioè nello stesso giorno e, più o meno, nella stessa ora in cui nel Tempio si immolavano gli agnelli, che sarebbero stati consumati durante la cena pasquale.
La questione si complica ancor più se si tiene presente quello che è stato messo recentemente in evidenza, e cioè che, al tempo di Gesù, gli ebrei avevano due calendari, uno ufficiale e un altro che conosciamo dai testi di Qumran, e che poteva essere usato anche al di fuori della stretta cerchia di quella comunità. Le discussioni al riguardo sono ben lungi dall'essere esaurite, anche se si può dire che la tendenza generale è quella di vedere nell'Ultima Cena un vero e proprio banchetto pasquale.
La sobrietà dei racconti evangelici al riguardo può essere considerata una riprova di questa asserzione; essi infatti ci dicono soltanto quello che di nuovo avvenne in quella occasione, sorvolando su tutti gli altri particolari, perché, trattandosi di un vero e proprio banchetto rituale, che si celebrava ogni anno, hanno ritenuto superfluo descriverlo in dettaglio.
Comunque si siano svolte realmente le cose, è certo che l'Ultima Cena si svolge su uno sfondo pasquale. Siamo nel mese di nisan (marzo-aprile), il mese in cui - secondo la tradizione ebraica più corrente - il mondo è stato creato, il mese cioè della primavera astronomica e della primavera del mondo. Ma il pensiero ebraico, l'abbiamo già detto, non si volge mai al passato in un atteggiamento nostalgico; se lo fa, è per animare la speranza che spinge a guardare al futuro. Nel mese di nisan infatti, quando la natura si rinnova, il Messia verrà, portando agli uomini e alle cose quel rinnovamento di cui hanno parlato i profeti. I monti si abbasseranno e le valli si innalzeranno per appianare e facilitare la strada al Messia; i cieli e la terra si rinnoveranno, e gli uomini stessi saranno trasformati: non ci sarà più violenza, la pace regnerà fra gli uomini egli animali; i ciechi potranno leggere le parole dei libri egli zoppi salteranno come cervi. Si ritornerà a quello stato paradisiaco che ha preceduto il peccato, e il ristabilimento dell'ordine morale nell'uomo si rifletterà sulla natura, che entrerà in una nuova fase, simile a una nuova ed eterna primavera. Sarà una creazione nuova, che si contrapporrà a quella primigenia e la completerà. li fatto che - secondo la tradizione - i due avvenimenti coincidano anche nella stagione dell'anno rende la relazione fra di essi più evidente.
Il rinnovamento primaverile della natura e l'atteggiamento pasquale degli animi, atteggiamento fatto di attesa e di speranza, fanno da sfondo all'atto centrale della vita di Gesù, quell'atto con cui egli rilancia il mondo in una nuova creazIone.
Gli elementi di quella natura, che il primo Adamo aveva contaminato con il suo peccato, tanto da attirare su di essa la maledizione di Dio, diventano ora strumenti di quella creazione nuova, che si opera nella persona del nuovo Adamo e che darà vita a una umanità nuova. Pane e vino diventano da allora i mezzi con cui gli uomini potranno, in terra, sotto il velo dei segni, anticipare e realizzare nel tempo l'unione con Dio. Gli elementi della natura, affrancati dalla maledizione, sono messi a servizio della nuova opera creativa. È la vera primavera del creato, una primavera in cui la natura si risveglia non solo dal letargo invernale, ma da quello stato di morte in cui il peccato l'aveva gettata, e ritorna a nuova vita, trasformata al punto da divenire strumento di redenzione. La vera primavera non è quella che gonfia di linfa i germogli sugli alberi, ma quella che rende il pane e il vino capaci di dare la vita eterna.
Come nella tradizione ebraica, anche per i cristiani la nuova primavera corrisponde a quella primigenia, perché nello stesso giorno in cui il mondo fu creato, Cristo fu concepito e soffrì la passione (1). Come l'antico Adamo, padre dell'umanità peccatrice, domina il campo della creazione primigenia, così Cristo sta al centro della creazione rinnovata.
Si è parlato anche di una relazione tra l'elemento che Gesù consacra a salvezza del genere umano e l'albero che fu occasione dd peccato di Adamo: Origene stesso dice che l'albero della conoscenza del bene e del male era la vite, altri pensano al grano, e si spiega che questo avvenne per- che il debito si sciogliesse con lo stesso mezzo con cui era stato contratto. Anche la più antica tradizione ebraica vede un rapporto tra il pane e il vino - i due più importanti elementi della liturgia pasquale - e l'albero della conoscenza del bene e del male: quella pianta era la vite, dice R. Meir; era il grano dice R. Jehudah (2). Il peccato di Adamo fu un peccato di ubriachezza, affermano altri (3). Ma quello che era stato per l'umanità pietra d'inciampo sarebbe diventato nel futuro causa di gioia (4), perché, nel quadro del rinnovamento primaverile escatologico, anche il vino si sarebbe rinnovato, sarebbe diventato « mosto » cioè « vino nuovo » (5). Fra il vino bevuto da Adamo alle origini del mondo, a rovina del genere umano, e quello che si attende « rinnovato » a compenso della rovina passata, si pone il vino pasquale, che ogni ebreo consuma durante il rito domestico insieme con il pane azzimo.
All'ultima Cena il vino è così « rinnovato » che diventa velo della presenza salvifica di Cristo.
Il banchetto pasquale ebraico
La sobrietà dei racconti evangelici riguardo all'Ultima Cena delude un poco il lettore moderno che, così lontano dal tempo in cui Gesù ha vissuto la sua vita terrena, desidererebbe tuttavia poterne ricostruire l'ambiente e la storia nel modo più preciso possibile. Davanti al silenzio degli evangelisti ci volgeremo quindi a interrogare quei testi che, facendoci conoscere la vita religiosa degli ebrei intorno sorgere dell'era cristiana, illuminano per riflesso la stessa figura di Gesù. Testi contemporanei di Gesù non ne abbi; mo, ma il carpus di regole religiose e civili, che si chian Mishnah - in particolare il trattato sulla pasqua (Pesahim) - le aggiunte ad esso (Tasefta), e un testo interpretativo (Sifrè) (6), nei quali troviamo lo schema del banchetto pl squale o alcuni elementi di esso, redatti entro i primi due secoli dell'era cristiana, ci danno sufficiente garanzia di rispecchiare gli usi pasquali, che Gesù stesso e i suoi aposto avranno seguito. È ad essi dunque che dovremo rivolgerci se vogliamo inquadrare nel loro contesto vitale le notizie date dagli evangelisti.
Secondo questi testi, il banchetto pasquale ( che gli ebrei chiamano seder, cioè ordo ), si svolgeva all'inizio dell'era cristiana sostanzialmente come adesso, ad eccezione di alcune aggiunte, prive di importanza, fatte nel corso de secoli. Eccone in breve la descrizione: dopo la benedizionI del giorno, recitata sulla prima coppa di vino, si portano davanti al capo del banchetto tutti i cibi particolari richiesti dall'occasione, fra cui naturalmente il pane non lievitato (masah). Secondo un uso che troviamo documentato in epoca tarda, si presentavano al capo della mensa tre azzime; egli ne spezzava una, coprendone una parte con un tovagliolo, e lasciando l'altra parte con le azzime intere. Sulle azzime si recitava la formula consueta per la benedizione del pane: "Benedetto Tu, Signore Iddio nostro, che fai uscire il pane dalla terra" nota, già in periodo molto antico (7); ma l'azzima spezzata sembra avere importanza particolare, perché su di essa si pronuncia subito dopo un'altra benedizione: "Benedetto Tu, Signore, Dio nostro, che ci hai santificato con i Tuoi precetti e ci hai comandato di mangiare l'azzima"; dopo di questo il capo della mensa mangia l'azzima e ne dà a tutti i commensali (8). Quella parte di azzima che era stata riposta sotto il tovagliolo, veniva ripresa solo dopo il pasto e si consumava senza altre benedizioni particolari, introducendo con tale atto la benedizione finale sul cibo. Questi particolari ci sono noti solo da un testo relativamente tardo; ma, data la scarsità di documenti liturgici precedenti, non possiamo escludere che essi non rispecchino una prassi assai più antica.
Dopo tutto ciò, il figlio più giovane deve interrogare il padre riguardo al carattere particolare della notte di pasqua, durante la quale - a differenza delle altre sere - si mangia solo pane azzimo, erbe amare ad esclusione di altre erbe, carne arrostita e non anche bollita. La domanda del ragazzo serve per dare lo spunto al padre di famiglia per spiegare il significato della festività, ed egli deve farlo - prescrive la Mishnah - « cominciando dalla disgrazia e concludendo con l'esaltazione »; egli deve spiegare cioè o il brano del Deuteronomio (26, 5ss.) (9): « Un arameo errante era nostro padre... scese in Egitto divenne lì un popolo grande, forte e numeroso. Ci angariarono gli Egiziani... E ci fece uscire il Signore dall'Egitto con mano forte e braccio teso »... oppure di Giosuè (24, 2ss.) (10). « Di là dal Fiume (Eufrate) abitavano i vostri padri... E io presi vostro padre Abramo di là dal Fiume e lo feci andare nella terra di Canaan... E mandai Mosè ed Aronne... e vi feci uscire dall'Egitto... e vi detti una terra sulla quale non vi eravate affaticati, case che non avevate costruito e vi abitaste; e voi mangiaste i frutti di vigne e di oliveti che non avevate piantato ».
Sono le due più antiche redazioni della storia della salvezza d'Israele (11), che prendono in considerazione i due punti principali di essa: la vocazione dei padri, tratti dal Signore da una terra idolatra, perché prendessero possesso della terra promessa al popolo di Dio; la liberazione dalla schiavitù egiziana, momento in cui Israele diventa veramente il libero popolo di Dio. Già Esodo (13, 14) prevedeva che i figli interrogassero i padri sulla ragione di determinate regole cultuali, ma lì la risposta, determinata dall'obbligo del riscatto dei primogeniti, è limitata al secondo punto della storia della salvezza, la liberazione dall'Egitto, perché fu in quell'occasione che i primogeniti degli ebrei furono prodigiosamente risparmiati dal flagello, che portò alla morte i primogeniti egiziani.
Rievocata cosi brevemente la storia d'Israele, il capo del banchetto avrà modo di spiegare il perché dell'uso di mangiare l'agnello arrostito, il pane azzimo e le erbe amare, collegandosi a quegli antichi avvenimenti: il rito pasquale, di cui quei cibi speciali fanno parte, è il modo con cui ogni ebreo rivive e attualizza la storia passata.
L'agnello pasquale (pesah) ricorda come il Signore abbia « saltato » ( in ebraico pesah) le case degli ebrei al momento della morte dei;primogeniti d'Egitto; il pane azzimo è in relazione al fatto che, all'atto dell’uscita dall'Egitto, non si ebbe tempo di far fermentare il pane; e le erbe amare ricordano le amarezze sofferte durante la schiavitù. Ma quella storia passata non è mai del tutto passata, perché si riattualizza in ogni ebreo che compie il rito di pasqua, in ogni ebreo che - secondo quanto dice la Mishnah - deve « considerare se stesso come uscito dall'Egitto ». La liberazione operata dal Signore al tempo di Mosè è liberazione di ogni singolo israelita, e il rito è il modo di prenderne coscienza e di partecipare ad esso.
Perciò ogni ebreo « ha il dovere di ringraziare, di lodare, di pregare, di glorificare, di esaltare, di magnificare, di benedire e sublimare Colui che ha fatto per i nostri padri e per noi tutti questi prodigi: ci ha fatto uscire dalla schiavitù verso la libertà, dall'angoscia alla gioia, dal lutto alla festa, dalle tenebre alla luce splendente, dalla soggezione alla redenzione. Diciamo dunque al Suo cospetto: Allelujah ». Con queste parole si inizia la recita della prima parte dei salmi di lode (chiamati in ebraico hallel) cioè i Salmi 113 e 114, che devono concludersi con la menzione della "redenzione", menzione a cui già Rabbi Aqiba dava un evidente carattere messianico, con le seguenti parole:
« Così, Signore Dio nostro e Dio dei nostri padri, facci arrivare in pace alle altre feste e solennità che verranno davanti a noi; rallegraci con la ricostruzione della Tua Città e facci lieti con il Tuo servizio; fa che possiamo mangiare lì i sacrifici e le offerte pasquali... Benedetto Tu che redimi Israele » (12).
La storia passata, rievocata dalle parole del capo del banchetto, si continua in ogni ebreo, che nel tempo presente partecipa al rito, ma si proietta nello stesso tempo verso il tempo avvenire, quando, secondo la parola dei profeti, Gerusalemme sarà ricostruita e in essa si celebrerà un culto che non avrà più fine.
Si benedice a questo momento una seconda coppa di vino e si inizia il pasto, che è un vero e proprio pasto rituale, preceduto e seguito com'è da letture e da preghiere; è il rito che dà modo all'ebreo di partecipare in ogni tempo alla liberazione operata dal Signore a vantaggio del Suo popolo. Segue la "benedizione sul cibo", cioè il ringraziamento su quanto si è mangiato, accompagnata dalla benedizione su una terza coppa di vino, da una benedizione per la terra e da una che comincia con le parole" Colui che riedifica Gerusalemme" (13); ogni pasto infatti è un partecipare ai beni di Dio, e come tale è un atto di culto; ma il culto per l'ebreo è collegato al Tempio e quindi alla sua ricostruzione nella città santa di Gerusalemme.
Il ringraziamento si completa con la benedizione di una altra coppa di vino, la quarta; è la più solenne, è quella di cui gli ebrei dicevano che solo David sarebbe stato degno di benedirla, attribuendole quindi chiaramente un carattere messianico. Essa viene accompagnata dalla recita degli altri salmi di lode, cioè dal 115 ("Non a noi, Signore, non a noi, ma al Tuo Nome dà gloria ") fino al 118, il salmo cioè che al verso 13 contiene le parole, che ancora oggi il sacerdote ripete durante la Messa: "Che cosa renderò al Signore, per tutti i benefici che Egli mi ha fatto? Innalzerò il calice della salvezza e invocherò il Nome del Signore".
Segue ancora una preghiera, riguardo alla quale la Mishnah non ci fornisce che il nome: « La benedizione del canto », ma già R. Johanan (III sec.) (14) sapeva trattarsi della preghiera che conchiude, si può dire in ogni rito, i salmi di lode e quindi anche il banchetto pasquale :
« L'anima di ogni vivente benedica il Tuo Nome, signore, Iddio nostro, e lo spirito di ogni creatura magnifichi ed esalti la Tua memoria, o nostro Re, sempre. Dall'eternità e in eterno tu sei Dio, e all'infuori di Te non abbiamo re, né redentore, né salvatore, né liberatore, che ci salvi, ci nutra, e abbia pietà di noi in ogni momento d'angustia e bisogno. Non abbiamo re all'infuori di Te, Dio dei tempi primordiali e dei tempi ultimi. Dio di ogni creatura, Signore di tutte le generazioni, lodato con molte lodi, che conduce il Suo mondo con grazia e le Sue creature con misericordia. Il Signore non sonnecchia, né dorme; Egli sveglia i dormienti, desta i torpidi; fa parlare i sordi, libera i prigionieri, sostiene i cadenti, rialza i curvi.
« Te, Te solo noi ringraziamo. Se le nostre bocche fossero piene di canto come il mare, e le nostre lingue di cantici come la moltitudine delle sue onde, e le nostre labbra di lode come le distese del firmamento; se i nostri occhi fossero lucenti come il sole e la luna e le nostre mani aperte come le ali delle aquile del cielo, e i nostri piedi veloci come quelli delle gazzelle - non saremmo sufficienti a lodarti, Signore nostro Dio, e Dio dei nostri padri, e a benedire il Tuo Nome per una sola delle miriadi e infinite volte che ci hai beneficati, noi e i nostri padri. Tu ci hai redento dall'Egitto, Signore Iddio nostro, dalla casa di schiavitù ci hai liberato; nella fame ci hai nutrito, nell'abbondanza ci hai sostenuto; ci hai salvato dalla spada, ci hai scampato dai flagelli e da gravi malattie; hai dato sollievo a noi fiduciosi. Fino ad ora ci ha aiutato la Tua misericordia, ne ci ha abbandonato la Tua grazia. Non ci respingerai, Signore Dio nostro, in eterno! Perciò ogni membro che ci hai dato, lo spirito e l'anima che hai spirato nelle nostre narici, e la lingua che hai posto nella nostra bocca, ecco: esse confesseranno e benediranno e loderanno e magnificheranno ed esalteranno e celebreranno il Tuo Nome, e proclameranno la Tua santità e la Tua regalità, o nostro re. Infatti ogni bocca Ti confesserà; ogni lingua giurerà a Te, e ogni ginocchio si piegherà davanti a Te; ogni altezza si prostrerà al Tuo cospetto, e ogni cuore Ti temerà. L 'interno di ogni uomo canterà lodi al Tuo Nome, come sta scritto: 'Ogni osso dirà: Signore, chi come Te?'. Tu salvi il povero da chi è più forte di lui e il povero e il misero da chi lo depreda. Chi Ti assomiglia o chi Ti pareggia, e chi può essere messo a confronto con Te, Dio grande e forte, venerando, Dio eccelso, che hai creato il cielo e la terra? »
« Noi Ti lodiamo, Ti celebriamo, Ti magnifichiamo, benediciamo il Tuo Nome Santo, come è detto da David: 'Benedici, anima mia il Signore, e tutto quello che è dentro di me benedica il Nome Suo santo' ».
Era diffusa nel Medio Evo la leggenda che questa preghiera fosse dovuta a San Pietro; si tratta naturalmente di un fatto non controllabile, ma che comunque ci permette di immaginare che forse Pietro - l'unico a cui il Padre aveva rivelato la vera natura del Messia (Mt. 16, 16ss.) - sia stato quello che in occasione dell'Ultima Cena abbia afferrato più degli altri il significato di quanto era avvenuto, così che non trovando sufficienti le parole dei salmi, per esprimere la sua gratitudine, avrebbe formulato una sua preghiera, nella quale il riconoscimento dell'incapacità dell'uomo di lodare sufficientemente il Signore fosse la migliore espressione della sua riconoscenza.
Un altro testo (Tosephta) specifica invece che a questo momento si deve dire un versetto di un salmo di lode: « Benedetto Colui che viene nel Nome del Signore », anticipando nell'invocazione e nel desiderio la venuta del Messia e la sua salvezza; tutto poi si conclude con la lode a Dio che redime il Suo popolo.
L’Ultima Cena
Sono stati fatti vari tentativi per riuscire a individuare a quale punto del rito domestico pasquale ebraico Gesù abbia inserito le sue parole, quelle parole che nessuno al mondo aveva mai udito: "Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo" e: "Prendete e bevete, questo è il mio Sangue", quelle parole che all'invocazione della redenzione messianica venivano a rispondere: oggi essa si compie.
Dalle scarne notizie del Vangelo sappiamo che « durante il pasto » Gesù lava i piedi degli apostoli (Gv. 13, 1), consacra il pane a distanza di tempo dal vino, che viene consacrato dopo il pasto (Lc. 22, 20), e che prima di uscire dal Cenacolo recita dei cantici (Mc. 14, 26; Mt. 26, 30). Ci piacerebbe di poter piazzare questi momenti al loro posto nel rituale ebraico, per poter ricostruire più al vivo quel banchetto pasquale unico nella storia del mondo. Ognuna di quelle azioni di Gesù, che gli evangelisti menzionano, trovano riscontro in altrettante azioni abituali del banchetto, azioni alle quali viene, nell'Ultima Cena, conferito un aspetto nuovo. Ci sembra di poter individuare il momento della lavanda dei piedi in quello in cui viene porto al capo della messa un catino perché, all'inizio del pasto, si lavi le mani prima di recitare la benedizione sul pane; Gesù fa un uso particolare di quel catino, ma la sua novità si innesta su un'azione abituale.
Così pure ci domandiamo se le parole della consacrazione del pane - quelle parole che rompono i confini di qualsiasi rituale tradizionale -non siano state dette di seguito alla formula che abbiamo riportato sopra e che ogni ebreo ancor oggi recita, spezzando il pane: « Benedetto Tu, Signore Dio nostro, che fai uscire il pane della terra »; parole che, nel contesto dell'Ultima Cena, quando " la morte incombeva - e gli apostoli, anche se ignari, dovevano sentirla passare sopra di loro - sembrano quasi assumere il tono e il valore di profezia di risurrezione : l'identità fra quel pane e il Corpo di Cristo era esplicita nelle parole di Gesù (e il fatto sarà poi messo in particolare evidenza da Paolo ), così che si poteva intuire che come il Signore fa uscire dalla terra il pane, così ne avrebbe tratto fuori quel Corpo che solo temporaneamente sarebbe sceso nel suo seno. Anche nell'ebraismo, del resto, la speculazione mistica dirà che il pane e il vino sono Israele e il Messia stesso (15).
Se vogliamo cercare di scendere nei particolari, ci domandiamo se non sia possibile individuare nell'azzima spezzata, che viene benedetta due volte e che quindi riveste già per se stessa un particolare carattere sacro, l'azzima che Gesù ha consacrato, dandola a mangiare ai suoi apostoli. Ci induce a questa supposizione anche il fatto che essa veniva mangiata con l'agnello, anzi col passare del tempo diventerà per gli ebrei il ricordo dell'agnello (16), tanto che le si applicheranno tutte le prescrizioni previste per esso (17). Sarebbe quindi su di essa che l'Agnello di Dio, venuto a perfezionare il sacrificio pasquale ebraico, avrebbe pronunciato le parole consacratorie.
Si tratta sempre solo di congetture, ma dato che Luca dice espressamente che il vino viene consacrato dopo il pasto, ci sembra poter individuare la coppa che Gesù consacra in quella coppa che ogni ebreo benediceva, e benedice tuttora, con particolare solennità, a chiusura del pasto rituale (18). Abbiamo detto che ad essa si attribuiva un particolare carattere messianico, e che si aspettava che David - cioè il prototipo del Messia - venisse lui stesso a benedirla.. I salmi di lode che ne accompagnano la benedizione sembrano particolarmente adatti al momento che i commensali dell'Ultima Cena stanno vivendo, anzi sembra che alcuni di essi non si spieghino che in quel contesto:
...« Mi avvolsero lacci di morte,le angustie degli inferi mi raggiunsero,angustie e preoccupazioni incontrai.Allora invocai il Nome del Signore:'Orsù, Signore, salva l'anima mia'.Ritorna, anima mia, alla tua quiete,perché il Signore ti ha beneficato;infatti Tu hai salvato la mia anima dalla morte,il mio occhio dal pianto, il mio piede da caduta.Camminerò davanti al Signorenella terra dei viventi.Ho detto nella mia trepidazione:'Ogni uomo è mendace'.Che cosa renderò al Signore per tutti i Suoi sacrifici?Prenderò il calice della salvezzae invocherò il Nome del Signore.Preziosa è al cospetto del Signorela morte dei Suoi fedeli »... (Sal. 116, 3ss).
Le angustie della morte si alternano in questo salmo con la sicurezza dell'aiuto del Signore, con una fede che possiamo definire fede nella risurrezione. Forse solo Gesù sapeva tutto il significato di quelle parole, che gli apostoli avranno ascoltato attoniti; in quell'atmosfera di tragedia incombente, forse ancora turbati dall'annuncio del tradimento, saranno essi stati capaci di sentire la speranza e la promessa che esse contenevano?
Con la recita dei «cantici », di cui parlano gli evangelisti e nei quali dobbiamo ravvisare i salmi di lode, che chiudono il banchetto pasquale, l'Ultima Cena ha termine; si conclude cioè quel rito, antico e nuovo nello stesso tempo, quel rito che permette a ogni fedele di partecipare alla nuova e definitiva liberazione, operata dal Signore a vantaggio del Suo popolo. Se l'azzima benedetta e il vino benedetto erano per l'ebreo il modo di riattualizzare in se stesso la redenzione di Israele, anticipando nell'invocazione e nel desiderio il completamento di quella redenzione che il Messia avrebbe portato, le parole nuove, pronunciate da Gesù durante la cena pasquale, il fatto nuovo da Lui operato, rendono presente quel completamento. Quella sera gli apostoli hanno potuto rivolgere a una persona chiaramente individuata quell'invocazione, nella quale ogni ebreo esprimeva il massimo dei suoi desideri: " Benedetto Colui che viene nel Nome del Signore! " .
Ancora una volta Gesù inserisce il fatto nuovo che egli compie nel quadro della liturgia giudaica. Come a Nazareth aveva voluto che il culto sinagogale costituisse lo sfondo, su cui annunciare che la salvezza preannunciata dai profeti era presente nella sua persona, così anche il momento essenziale della sua vita terrena, quel momento in cui egli celebra il suo Sacrificio sotto il velo dei segni, lo vuole inserito nella cornice del culto ebraico, culto che egli vive, assomma in se e perfeziona.
Quella storia della salvezza che il capo della mensa riassumeva brevemente per i suoi commensali, menzionandone l'inizio e il momento determinante dell'esodo, quella storia di cui la predicazione dei profeti faceva intravedere una conclusione al tempo messianico, aveva raggiunto l'epilogo che Israele aveva per secoli invocato. La religione ebraica è essenzialmente messianica, cioè volta all'avvenire, tesa dinamicamente verso il futuro; la storia passata non viene evocata che per rivolgersi verso le cose che avverranno; la storia passata non si riattualizza nel rito che per portarla avanti, verso il momento della sua maturazione. Quella sera, nella "stanza superiore" di una casa di Gerusalemme, quel momento era arrivato; un nuovo periodo della storia della salvezza si era iniziato, punto di maturazione e nello stesso tempo punto di partenza, volto all'attesa del completamento finale, verso il ritorno glorioso di Cristo, la parusia.
Se fino a quel momento Israele aveva cercato, attraverso i molteplici mezzi suggeriti dalla Legge, l'unione con Dio, da allora in poi tutti codesti mezzi si sarebbero riassunti in due elementi soltanto, quelli pasquali del pane e del vino. Tutte le prescrizioni legali (la circoncisione, il sabato, i filatteri, ecc.), eseguite in obbedienza alla volontà esplicita di Dio, avevano avuto fin allora un valore che potremmo chiamare quasi “sacramentale" per Israele, nel senso che si trattava di segni ( othoth ) esteriori che esprimevano l'unione del popolo con il suo Dio. Da allora in poi tutto ciò si sarebbe ricapitolato nella Persona stessa di Cristo, che lega la sua presenza ai veli del Pane e del Vino, in quella Persona in cui l'unione con Dio diviene reale, in quella Persona che è il Verbo stesso di Dio, cioè l'espressione vivente della Sua volontà, Colui che non è venuto ad abolire la Legge, ma a sintetizzarla in se stesso.


NOTE


(1) Secondo un calendario mozarabico, v. DAL, I, 2, 2248; cfr. Leone Magno, Sermo L XI, P.L., 54, 314.(2) BeTak., 40 a.(3) Nu. T., 10, 2-9; Lv. T., 12, 1-5; Sanh., 70 a. h. (4) Lv. T., 12, 5.(4) Lv. r., 12, 5.(5) Tanh., Noah 22.(6) Cfr. Appendice.(7) Berak., 39 h; 46 h; 53 h.(8) Mahsor Vitr;, p. 294; v. 96.(9) Pesah., 10, 4.(10) J. Pesah, 10, 4, 37 d.(11) G. von Rad, Théologie de l’A.T., Génève 1963, p.112 ss.(12) La formula di R. Aqiba si è conservata quasi identica attraverso i secoli, cfr. Maimonide, Mishneh Torah, Hilkoth hames u-masah, fine.(13) Berak., 48 a(14) Pesah., 118 a; cfr. RABBENU SCHLOMOH BAR JIZHAQ, in Mahsor Vitr;, 282.(15) GOODENOUGH, Symbols, VI, 182.(16) RASHJ ad Pesah, 119 b.(17) Enciclop. Talmudith, I, 134.5.(18) Alcuni studiosi vorrebbero vedere in Mt. 26, 29 una prova che Gesù non ha benedetto e consacrato tale coppa, attendendo il compimento della redenzione; ma la cosa non appare chiara.Sofia Cavalletti, Ebraismo e spiritualità Cristiana Cap.X, Editrice Studium - Roma, 1966

Vittorio Messori. Giovedi santo, primo passo nel grande mistero

Hebdomada Major, «Settimana Maggiore». Quando la Chiesa non aveva ancora chiesto scusa di parlare in latino, così indicava la «Settimana Santa». Quella che proprio da oggi -giovedì- s'immerge nel gorgo del Mistero; e che dopo aver attraversato le tenebre del venerdì e il silenzio angosciato del sabato, esplode nella luce gioiosa dell'alba, nella Domenica di Risurrezione. Missa in coena Domini, stasera, in ricordo (e in rendimento di grazie) della istituzione di quella Eucarestia che fa sì che, per la fede, il remoto Gesù della storia sia il Cristo ogni giorno presente, il Vivo che nutre i vivi con la sua carne e con il suo sangue. Follia, per «la sapienza del mondo». Com'è follia quel Figlio di Dio che, prima della Cena, si inginocchia davanti ai discepoli e lava loro i piedi. Il più umiliante dei servizi, tanto da interdirlo allo schiavo circonciso e da pretenderlo solo dal servo pagano. Settimana «Maggiore»: e non per caso. Per il cristiano è la Pasqua il cardine dell'anno, questa è la Festa per eccellenza. Tanto che ogni domenica -dies Domini, giorno del Signore- se ne celebra il memoriale. Ma allora perché, perfino fra i credenti, non sembra potere più competere, neppure alla lontana, con il Natale? Né per quantità di auguri, né di doni, né di addobbi (né di spot pubblicitari; segni, a modo loro, di quanto le ricorrenze inducano a «far festa»: dunque a consumare di più). Non sarà perché il Natale, così com'è ridotto, può trovare facile accoglienza anche nella società post-cristiana, come luogo dei «valori comuni», di quei «sentimenti» tanto nobili quanto innocui con i quali, almeno per un giorno, ci si può illudere di essere tutti d'accordo? Una certa idea zuccherosa di famiglia, il giocattolo al figlio, il calore e la luce della casa, qualche struggente ricordo d'infanzia... Che cos'è, alla fine, il Natale se non la storia, semplice ed eterna, di un bambino che nasce? Certo: la luce della fede scorge l'Abisso dietro la culla di Betlemme. Ma, anche chi fede non ha, può vedervi un simbolo consolante, una leggenda piena di significato. La Pasqua, no. Se Natale può far sembrare uniti, la Pasqua divide. Se Natale è, in qualche modo, valore comune, Pasqua è scandalo e follia. Natale è un uomo che nasce: e che c'è di più consueto? Pasqua è un uomo che risorge: e che c'è di più inconsueto, anzi di incredibile? Il «mondo», benevolo, può accogliere anche il presepe, un giorno d'inverno. Ma c'è una domenica di primavera in cui, chi si ostini a credere che davvero la morte è stata sconfitta, ritorna ad essere «un ciarlatano» come Paolo per gli intellettuali pagani quando, ad Atene, parlò loro di risurrezione. Eppure, proprio per questo il Vangelo è «buona notizia». Non c' è, forse, la fine della speranza che la morte non sia l'ultima parola, dietro questa nostra incapacità di capire che fra tre giorni è la «Festa delle Feste»?.

Corriere della Sera. 9 aprile 1998

Visita al Cenacolo

Visita al Cenacolo

Il cenacolo. Archeologia e storia

Il Santo Cenacolo sul Monte Sion

Quando l’imperatore Adriano visitò la città di Gerusalemme (130-131), secondo Epifanio (fine IV sec.), la trovò completamente rasa al suolo ?ad eccezione di alcune poche abitazioni e della chiesa di Dio, che era piccola, dove i discepoli, ritornando dal luogo dell’ascensione di Gesù al cielo, salirono al piano superiore?. Lo stesso autore parla anche di sette sinagoghe (luoghi di riunione per gli ebrei) di cui una sopravvisse fino al tempo del vescovo Massimo (333-348) e dell’imperatore Costantino (306-337). Nel seconda metà del IV sec. i cristiani sostituirono la piccola chiesa con una grande basilica chiamata ?la Santa Sion? e considerata ?Madre di tutte le chiese?, in quanto fondata dagli apostoli. In essa si conservava il trono di Giacomo, ?fratello del Signore? e primo vescovo di Gerusalemme, e la colonna della Flagellazione. Al ricordo delle apparizioni di Gesù Risorto e della discesa dello Spirito Santo sugli apostoli si trova unito dal V sec. quello dell’Ultima Cena e, dal VII sec., quello della Dormizione (morte) di Maria. La chiesa della Santa Sion subì diverse distruzioni e restauri finché non venne ricostruita dalle fondamenta in epoca crociata (XII sec.) e ribattezzata col nome di ?Santa Maria in Monte Sion?. Dopo la demolizione del 1219, ordinata dal sultano, rimase in piedi soltanto la cappella del Cenacolo (medioevale) con la sottostante commemorativa Tomba di Davide (ritenuta da alcuni parte di un’antica sinagoga giudeo-cristiana).Nel 1335 i Francescani presero in carica il santuario, erigendo sul lato di sud un conventino il cui chiostro è ancora oggi visibile. In questo luogo ebbe principio la Custodia di Terra Santa, ufficialmente istituita con bolla papale nel 1342. Pur in mezzo a molte difficoltà il convento fu abitato fino al 1552, anno in cui l’autorità turca ordinò ai frati di trasferirsi all’interno delle mura cittadine. Il santuario restò nelle mani dei musulmani fino al 1948, quando subentrarono gli ebrei. Un terreno abbandonato, a ovest del Cenacolo, fu ottenuto dall’imperatore Guglielmo II di Germania nel 1898 e affidato ai Benedettini. La nuova chiesa, consacrata nel 1910, porta il titolo della Dormizione di Maria. Nel 1936, riadattata una vecchia casa araba, anche i Francescani poterono ritornare nelle immediate vicinanze del luogo santo. Il piccolo convento ha il titolo di S. Francesco al Cenacolo (famigliarmente Cenacolino). Eugenio Alliata ofm

Il Sion cristiano

La tradizione cristiana sull’autenticità dei santuari del Sion risale ben al di là del IV secolo. L’angolo sud-ovest della collina occidentale di Gerusalemme è indicato come il luogo del Santo Cenacolo, cioè il luogo dell’istituzione dell’Eucaristia, delle Apparizioni del Cristo risorto e della Discesa dello Spirito Santo.
Vista del Monte Sion
La sala superiore della casa, messa a disposizione del Maestro da un discepolo per la celebrazione della sua ultima Pasqua, divenne, dopo la Passione, rifugio e luogo di riunione per i discepoli. Il vescovo Epifanio, originario della Palestina (310-403), fondandosi su documenti del II secolo, scrive: "L’imperatore Adriano (durante il suo viaggio in Oriente, 138 d.C.) trovò Gerusalemme completamente rasa al suolo e il tempio di Dio calpestato, ad eccezione di alcune poche case e della chiesa di Dio, che era piccola, dove I discepoli erano saliti nella sala superiore al loro ritorno dal monte degli Olivi, quando il Signore fu assunto in cielo. Infatti si trovava costruita in quella parte del Sion che era stata risparmiata dalla distruzione, cioè una parte delle case sparse qua e là sul Sion e sette sinagoghe che sole rimasero al Sion, come tuguri. Una di esse rimase come una capanna nella vigna, come sta scritto, fino al tempo del vescovo Massimo (333-348 d.C.) e dell’imperatore Costantino (306-337 d.C.)." L’informazione offerta da Epifanio è storicamente fondata, perché il quartiere occidentale della città si trovava fuori del campo di operazioni militari durante la conquista di Gerusalemme nell’anno 70 dC, dal momento che l’attacco si sviluppò dal lato opposto della città. La comunità cristiana, che era fuggita a Pella nel 66 dC prima della rivolta ebraica e del susseguente assedio condotto dai Romani, dovette certamente ritornare sul luogo dove si era inizialmente costituita, attorno agli Apostoli, e dove, insieme con molte altre memorie, era conservata la cattedra del suo primo vescovo, S. Giacomo.
Gli edifici del Sion cristiano
Il Tempio ebraico dell’antica Sion era distrutto e la nuova Sion cristiana era nata. Per dirla con le parole di un apologista del tempo: “Esiste dunque una Sion spirituale, la Chiesa, nella quale è stato costituito come re da Dio Padre il Cristo” (Sant’Optato). I cristiani riconoscevano nelle parole di Isaia: “Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore.” (Is 2,3) una profezia della loro chiesa attraverso la quale “Il vangelo del nostro Salvatore Gesù Cristo e le parole degli Apostoli sono diffusi a tutto il mondo” (Eusebio). La pellegrina Egeria descrive la liturgia che era celebrata “nella chiesa sul Monte Sion” in memoria delle apparizioni di Cristo dopo la sua Risurrezione e della Pentecoste. Restaurata prima da S. Massimo (331-349), la chiesa fu poi di nuovo ricostruita da un altro vescovo di Gerusalemme, Giovanni II (386-417). Da allora si chiamò la “Santa Sion” (Hagia Sion).
S. Stefano e il Re Davide sul Monte Sion
Fin dai tempi di Erode, la tradizione ebraica indicava su questa collina il luogo della fortezza conquistata da Davide, la fortezza del Sion. Anche i cristiani che vi erano stabiliti, dunque, si consideravano stabiliti sul Monte Sion. Un’altra memoria indelebilmente attaccata al Sion fu quella del protomartire S. Stefano. Nel 415 il suo corpo era stato trasferito al Sion finché l’imperatrice Eudocia non ebbe portato a compimento nel 460 la basilica costruita a nord di Gerusalemme, espressamente per accoglierne le reliquie.

Cenotafio al Sion che ricorda il Re Davide
Dopo la traslazione, il luogo fu ancora menzionato dai pellegrini come una tomba, e chiamata anche Tomba di Davide, da alcuni, facendo nascere così l’infelice leggenda che nei secoli XIV e XV fu una delle ragioni dell’espulsione dei cristiani da questo santuario.La tradizione che collega il Sion con la Tomba di Davide si rifà al testo biblico, soprattutto 1Re 2,10, che indica nella “Città di Davide” il luogo di sepoltura del Re. Anche S. Pietro, nel suo primo discorso dopo la Pentecoste (Acts 2,29) tenuto nel Cenacolo, proclama che la tomba di Davide “è ancora oggi fra noi”. È questa la ragione per cui la tomba di Davide è stata localizzata nel Sion Cristiano e la Chiesa di Gerusalemme ogni anno ne celebrava la memoria.La memoria di Davide è ancora oggi venerata dagli EbreiSecondo i pellegrini nella Basilica del Sion si trovavano: la colonna della Flagellazione, il corno per l’unzione dei Re e in particolare di Davide, la corona di spine, la lancia, le pietre usate nella lapidazione di S. Stefano, il calice adoperato dagli Apostoli, ecc.
Il Sion cristiano dai Crociati fino all’arrivo dei Francescani
Al loro arrivo a Gerusalemme, i Crociati ritrovarono l’area del Sion in rovina, ad eccezione dell’edificio a due piani che costituiva la cappella del Cenacolo. Lì presso Raimondo di Tolosa pose l’accampamento con lo scopo di proteggere il luogo dalle sortite dei nemici. Nello stesso luogo il Patriarca Dagoberto visse, per qualche tempo, fino alla coronazione di Baldovino I.I Crociati rialzarono sulle rovine della vecchia chiesa un monumento degno del titolo di Mater omnium Ecclesiarum (“Madre di tutte le Chiese”). L’edificio era diviso in tre navate. Nella navata settentrionale c’era un’edicoletta in memoria della Dormizione di Maria. Sul lato sud-ovest della navata centrale sorgeva il Cenacolo, composto di due cappelle sovrapposte ed ulteriormente suddiviso quasi a formare quattro luoghi distinti: due sotto e due sopra. Trenta gradini conducevano dalla sala bassa alla “Sala Alta”, dove l’Istituzione dell’Eucaristia e la Discesa dello Spirito Santo erano rappresentati in mosaico.

La “Sala Alta” medioevale del Sion
Nella cappella inferiore, detta anche Galilea, si ricordava la Lavanda dei piedi e le Apparizioni di Cristo Risorto agli Apostoli. La basilica era servita dai Canonici Regolari di S. Agostino. È interessante che durante il periodo crociato nessun pellegrino ricorda mai la tomba di Davide. Solo nel 1167 Rabbi Abraham di Gerusalemme riferì a Beniamino di Tudela che 16 anni prima, in seguito al crollo di un muro, erano state scoperte ricche tombe ritenute per quelle di Davide e di Salomone. Il Patriarca Latino aveva richiamato questo Rabbi Abraham da Costantinopoli per esaminare i due testimoni che avevano scoperto le tombe. Ma questi, essendo a mala pena scampati la prima volta, si rifiutarono di ritornare sul posto, e il Patriarca decise di ricostruire di nuovo il muro che era caduto. Questa storia affonda le sue radici nella leggenda riferita da Giuseppe Flavio a proposito del Re Erode: “Tuttavia egli desiderava fare più approfondita ricerca e andare avanti, fino a incontrare i corpi medesimi di Davide e di Salomone, quando due dei suoi soldati furono uccisi da un fuoco che abbruciò coloro che stavano per entrare, secondo quello che è stato riferito” (Antich. XVI 7,1).Da questo si ricava che la popolazione locale continuava a tramandarsi la leggenda relativa alla Tomba di Davide. Quando Saladino prese Gerusalemme nel 1187, la basilica del Sion fu una delle poche che non furono distrutte o convertite in moschea. Fu invece affidata alle cure del clero Siriano locale. Durante questo periodo i pellegrini occidentali potevano visitare il Cenacolo e celebrare la S. Messa. Nel 1192 la basilica e il monastero appaiono circondati da un muro, ma nel 1219, per ordine di Melk el-Muazzen, l’edificio fu parzialmente demolito e in seguito completamente distrutto dai Kwarismiani nel 1244. Il pellegrino greco Perdicca nel 1260 ricorda la Tomba di Davide in basso. Nel 1294 il domenicano Ricoldo da Monte Croce descrive l’edificio ormai in rovina e trasformato parzialmente in moschea.
Per capire quello che dicono i pellegrini da qui in avanti è necessario ricordare che il nome Cenacolo era riservato alla parte ovest della restante cappella, dove l’istituzione dell’Eucaristia era ricordata. Sembra appunto che, mentre tutto il resto della basilica del Sion era in rovina, solo questa parte rimaneva ancora in piedi e così solo questa è menzionata dai pellegrini. Molti pellegrini nel primo quarto del XIV secolo descrivono il Santuario e tutti riferiscono la stessa cosa.
I Francescani al Monte Sion
Dopo le crociate, la provvidenza ha voluto che una nuova presenza cristiana avesse origine al Sion. Un frate della provincia francese di Aquitania, fra Roger Garin, arrivò a Gerusalemme nel 1333 e si fermò ad abitare nell’Ospizio di S. Giovanni nei pressi della chiesa del S. Sepolcro, dove erano ospitati i pellegrini e dove viveva una nobildonna siciliana di nome Margherita la quale era una grande benefattrice dei cristiani, potendosi giovare di una certa influenza presso i sultani dell’Egitto. Fra Roger, da parte sua, era rappresentante dei sovrani di Napoli, il re Roberto e la regina Sancia, nel difficile negoziato per il riscatto dei luoghi santi del Monte Sion.Secondo i documenti in lingua araba conservati nell’Archivio Storico della Custodia di Terra Santa a Gerusalemme, il 15 maggio 1335 la cristiana “franca” Margherita acquistò dal Tesoro Pubblico una proprietà sul Monte Sion per mille denari d’oro. Il 19 settembre 1335, fra Roger comperò un terzo di questa proprietà da Margherita per 400 denari. Il primo febbraio 1337 fra Roger e altri frati, chiamati i Frati della Corda, comperarono un’altra proprietà, questa volta a loro nome, per 1400 denari. Da questo è evidente che fra Roger, per quel tempo risiedente oramai nel convento presso il Cenacolo, godeva di riconoscimento giuridico da parte delle autorità locali. È chiaro inoltre che il Cenacolo (Aliat Sahiun - la Sala Alta - hyperoon Sion), a giudicare dai limiti assegnati alla proprietà, non apparteneva più al Tesoro pubblico. Risulta dunque che fra il 1335 e il 1337 fra Roger ha acquistato il sito del Cenacolo. Due bolle papali del 1343 comunicarono al mondo cattolico che “in seguito a difficili negoziati e grandi spese” intervenute tra i Sovrani di Napoli e il Sultano d’Egitto Melek en-Naser Muhammed, i Francescani erano entrati in possesso del Cenacolo di Nostro Signore, della Cappella della Discesa dello Spirito Santo e della cappella delle Apparizioni di Gesù Risorto, e che attorno a questi luoghi la regina Sancha aveva costruito un convento per 12 frati e 3 persone secolari. Fu probabilmente nel 1336 che presero del luogo, poiché da quel momento i pellegrini trovano i frati nel loro convento, il superiore del quale portava il titolo, che rimane ancor oggi, di Guardiano del Monte Sion.

Il chiostro del primo convento francescano del Sion
Al loro ingresso i francescani preservarono il più possibile la situazione esistente prima del 1336. L’edificio è descritto come avente due piani, e ogni piano composto di due differenti parti. Piano terreno: Nella parte orientale (più alta dell’occidentale), a sinistra, in una piccola sala rettangolare si veneravano le tombe di Davide e di Salomone; a destra c’era invece la Cappella di S. Tommaso. La parte occidentale, scura e sotterranea era indicata come il luogo dove Cristo aveva tenuto con i suoi Apostoli gli ultimi discorsi; successivamente questo luogo divenne Cappella di S. Francesco e fu anche usata come dormitorio per i pellegrini. La memoria della Lavanda dei piedi fu trasferita invece ad un altare laterale nella sala superiore. Piano superiore: A occidente c’era la chiesa vera e propria dei frati, che era il Cenacolo, il luogo dell’Ultima Cena. Una scala nell’angolo sud-ovest la metteva in comunicazione con la cappella inferiore. La parte orientale o Cappella dello Spirito Santo è sempre mostrata come in rovina.I documenti mostrano di fatto che i frati ripararono la sola cappella del Cenacolo tanto che da parte di alcuni archeologi la sala attuale viene assegnata al XIV secolo, ricostruita probabilmente da artisti che i Francescani portarono da Cipro.

Il papa Paolo VI prega nel Cenacolo nel 1964
Per qualche ragione la Cappella dello Spirito Santo non era stata restaurata. Nel 1288 fra Ricoldo da Montecroce ricorda che parte del Cenacolo, cioè il luogo della Discesa dello Spirito Santo, era stato convertito in moschea. Il sultano predetto, favorevole ai frati, morì nel 1340, e un periodo difficile prese inizio, come mostra nel 1346 una lettera del papa Clemente VI a Pietro IV di Aragona. Il secondo Guardiano, fr. Nicolao, fu costretto a ricomperare nel 1346 una parte della proprietà già comprata nel 1337 da fr. Roger. C’erano sempre nuove difficoltà da superare e sappiamo da una lettera del tribuno Cola di Rienzo nel 1361 che lavori di restauro iniziati al tempo della regina Sancia si erano dovuti interrompere e non erano ancora giunti a termine nel 1361. Una donna di Firenze, Sofia degli Arcangeli, nel 1363 aprì un ospizio per pellegrini a nord del convento francescano. Col tempo, questo ospizio passò ai francescani e le donne che lo servivano divennero Terziarie.Quando nel 1365 Pietro I di Cipro attaccò Alessandria, il sultano si vendicò sui Cristiani e i Francescani del Monte Sion furono condotti a Damasco, dove morirono in prigione. La pace fu conclusa nel 1370 e giunsero nuovi frati dall’Occidente a prendere il loro posto sul Sion e nel S. Sepolcro. Seguì un periodo di tranquillità e, nel 1377, il Guardiano del Sion diventò indipendente dal Provinciale di Cipro e passò sotto le dipendenze immediate del Generale dell’ordine. A quel tempo i frati erano 20 e servivano il Monte Sion, il S. Sepolcro e Betlemme. Sebbene fossero proprietari dell’intero edificio, essi non poterono arrivare a ricostruire la Cappella della Discesa dello Spirito Santo, descritta dai pellegrini come una terrazza aperta. Fu a questo punto che iniziarono gli intrighi degli Ebrei per acquistare dai Musulmani la Cappella di Davide e stabilirvi una sinagoga. Né gli Ebrei né i Musulmani possedevano alcuna tradizione certa sulla Tomba di Davide. Nel 1383 l’ebreo Isaac Chelo di Aragona afferma che le tombe della Casa di Davide, che si trovavano sul Monte Sion, non sono conosciute oggi né da Ebrei né da Musulmani.
Il primo atto di usurpazione contro i Francescani
I Francescani furono privati della Cappella di Davide nel 1429. Questo fatto si compì attraverso un’alleanza tra Musulmani ed Ebrei, che investirono per la loro parte denaro con l’intenzione di trasformare questa cappella in Sinagoga. I frati furono sì cacciati fuori, ma il luogo, anziché essere trasformato in sinagoga, rimase invece nelle mani dei Musulmani. Questa usurpazione condusse a tutta una serie di rappresaglie in Europa contro gli Ebrei. Fu attraverso gli sforzi diplomatici di Venezia che le autorità locali restituirono il luogo ai Francescani nel seguente anno.Fra Giacomo Delfin (1434-1438) lavorò alacremente nel restauro dell’intero edificio. Il sultano Barsbay (1422-1438) si mostrò favorevole e, con l’aiuto delle Potenze Cattoliche e specialmente del Duca Filippo di Burgundia (1419-1467), fra Delfino potè terminare i restauri e ricostruire la Cappella dello Spirito Santo.

Uno dei Firmani (decreti sultaniali) che confermano i diritti dei Francescani
Purtroppo nel 1438 salì al potere il Sultano Jaqmaq (1438-1463) che ordinò la chiusura di tutte le chiese cristiane ed il trasferimento forzato al Cairo dei Frati del Monte Sion. le proteste del negus di Abissinia e le sue minacce di deviare l’acqua del Nilo calmarono il Sultano. Tra il 1439 e il 1446 si ottennero due firmani per una decorosa ricostruzione della cappella dello Spirito Santo. Il Duca Filippo provvide ancora il denaro.Mentre procedevano i lavori, nel 1462, arrivò l’ordine di abbattere tutte le nuove costruzioni e di riprendere nuovamente la Cappella di Davide. Gli ordini furono condotti a compimento con brutalità e persino le ossa dei frati sepolti presso il cenotafio di Davide furono dissotterrate. La Cappella di Davide fu, da quel momento, perduta definitivamente. I Frati ricostruirono ancora (nel 1462) la Cappella dello Spirito Santo, solo per essere (nel 1468) di nuovo distrutta dai Musulmani.

Lapide affissa nel cenacolo per ricordare l’espulsione dei Francescani
Avendo rimesso in piedi questo oratorio i Frati cambiarono tattica e, per riavere la Cappella di Davide, si rivolsero al Sultano dichiarando essere stato questo originariamente il loro cimitero, ma che alcuni Musulmani vi avevano eretto un mihrab immaginando che fosse la Tomba di Davide. Ma i giuristi dell’islam dichiararono che un santuario musulmano non poteva essere stato eretto in un cimitero. Tutta la questione fu riesaminata per ordine del Sultano. Le autorità locali, radunatesi sul posto, presero infine una decisione contraria ai Francescani cosicché, il giorno seguente (23 maggio 1490) i Cristiani si videro forzati a demolire tutte le nuove costruzioni (che comprendevano oltre la Cappella dello Spirito Santo anche l’Oratorio della Vergine Maria) e ad abbandonare il sito nelle mani dei Musulmani.
I Francescani cacciati dal Sion
La prossimità delle famiglie musulmane, messe là a custodia della Cappella dello Spirito Santo e di quella di Davide, rendeva la vita quasi impossibile i frati del Sion, che continuavano ad officiare la chiesa del Cenacolo, così come quella sotterranea di S. Francesco. Ogni giorno si presentava un nuovo, più grande problema e ai frati non ebbero alcunché da sperare nemmeno quando la Palestina passò ai Turchi Ottomani nel 1517.I Musulmani continuarono a disturbare i Frati e nel 1521 Solimano I intervenne per mettere uno stop alle loro tribolazioni. I Musulmani ricorsero allora ad un nuovo espediente. Essi chiesero al Mufti se non era buono e corretto che dei fedeli abitassero presso un santuario musulmano e se le liturgie cristiane non fossero invece una profanazione. Il Mufti fu d’accordo con loro e si fece un ricorso a Costantinopoli. L’ordine che uscì dalla Porta il 18 marzo 1523, indirizzato al Governatore di Damasco, fu di espulsione immediata per gli infedeli che dissacravano il luogo santo facendo le loro processioni, secondo la loro falsa fede, sopra la Tomba di Davide, degna piuttosto di essere venerata dai Musulmani. Il luogo doveva invece essere consegnato al latore dell’ordine lo Scheik Muhammad el-Ajami. Questo Ajami non presentò subito l’ordine che aveva portato con sé, ma provò invece se riusciva a venderlo a mercanti europei, che proteggevano i Francescani. Così i Francescani vennero a conoscenza di questo ordine e Venezia fece rimostranze presso la Sublime Porta, che acconsentì ad annullarlo. Pellegrini europei, tra i quali S. Ignazio di Loyola, al momento di imbarcarsi nell’ottobre del 1523, erano a conoscenza della revoca, ma prima che questa raggiungesse Damasco, il Governatore, Khurrem Pascia, aveva già provveduto all’espulsione nel gennaio del 1524. El-Ajami fece porre una lapide, che si può vedere a tutt’oggi nel Cenacolo, per commemorare l’evento. I Frati si trasferirono in una vicina abitazione, chiamata “il forno”, dove vivevano le Terziarie.Un nuovo ordine del 26 marzo 1526, rimise in possesso dei frati qualche stanza e la cappella sotto il Cenacolo. Tutti i tentativi fatti dalle Potenze Occidentali, specialmente Venezia e Francia, di rimediare a questa ingiustizia furono inefficaci.I Francescani vissero nel “forno” lì accanto fino al 1560, quando si trasferirono definitivamente nell’ex monastero giorgiano di El-Amud, ribattezzato di S. Salvatore, dove risiede il Superiore dei frati di Terra Santa, che mantiene fino ad oggi il titolo di Guardiano del Santo Monte Sion.

L’odierno “Cenacolino” Francescano sul Sion
La Sala Superiore del Cenacolo fu dunque trasformata in una moschea dedicata al Re Davide e l’accesso ai cristiani ne fu del tutto interdetto. Questa situazione durò fino alla fine del secolo XIX, quando questa Sala si riaprì parzialmente alle visite dei pellegrini cristiani. Rimase comunque esclusa la celebrazione della Eucaristia così come ogni altra forma di devozione. In seguito si permise ai Francescani di compiere alcune visite ufficiali il Giovedì santo e a Pentecoste, comunque senza la celebrazione dell’Eucaristia.Il 29 marzo 1936 i Francescani ritornarono ad abitare a pochi passi dal Cenacolo, dopo aver ricomperato il vecchio “forno” dalla famiglia Dajani (proprietaria anche del Cenacolo), trasformandolo in Convento di S. Francesco e Chiesa “ad Coenaculum”. È questa una piccola oasi di pace e serenità di fronte a un luogo pieno di così grandi eventi e travagliate vicende. L’intera area del Sion cristiano si trova dal 1948 nelle mani delle autorità ebraiche. Tutti gli edifici all’intorno sono stati occupati da scuole religiose ebraiche ed il cenotafio medioevale del Re Davide è diventato un luogo nazionale di pellegrinaggio del popolo ebraico.Comunque degno di menzione è il fatto che il profilo del Monte Sion Cristiano è dominato oggi dal monastero benedettino e dal santuario edificato nel luogo della Dormizione della Beata Vergine Maria. La chiesa, edificata sul modello di Aix la Chapelle, ricopre una cripta dove si ricorda la venerabile tradizione apocrifa della Morte di Maria avvenuta sul Monte Sion. Qui i pellegrini, dopo essersi inginocchiati davanti alla immagine della Madonna Dormiente, ripetono sottovoce le parole della “Salve Regina”.
Scavi archeologici
Veduta del Monte Sion
Nel 1951 l’archeologo israeliano J. Pinkerfeld ha potuto condurre degli scavi nell’area della Tomba di Davide. Sulla base di questi scavi appare che l’edificio sia stata una antica sinagoga. L’ipotesi del padre B. Bagatti che si dovesse trattare piuttosto di una “chiesa-sinagoga” si fonda sulle antichissime memorie cristiane relative alla “Chiesa degli Apostoli” di cui si è già detto sopra. Inoltre si sa che agli ebrei, in seguito alle due rivolte contro i Romani (66-70 e 132-135 dC), fu proibito l’accesso alla città di Gerusalemme. Al contrario i cristiani erano presenti in città e avevano anzi sul Sion il loro centro liturgico principale. Graffiti rinvenuti nello scavo di Pinkerfeld confermano questa presenza cristiana.Più limitati sondaggi furono operati dai padri B. Bagatti ed E. Alliata nell’area del Convento francescano (1981), e dal padre B. Pixner nell’area del Monastero benedettino della Dormizione (1986). Recenti restauri hanno portato alla luce sui muri del Cenacolo, e più ancora in quelli della Sala dello Spirito Santo numerose tracce relative alla presenza cristiana e al culto ivi praticato fin dall’epoca bizantina.