Visualizzazione post con etichetta Esegesi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Esegesi. Mostra tutti i post

Percorso esegetico per scrutare il Vangelo della IV Domenica di Pasqua, anno A.

http://www.it.josemariaescriva.info/foto/thumb/c0126-4-it.jpg


Si è pecore del gregge di Cristo
riconoscendo come unica sorgente della sapienza
la parola di Dio a noi trasmessa
per mezzo dei profeti e degli apostoli.


Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 5, 31-47
Se credeste ... a Mosè, credereste anche a me; perché di me egli ha scritto. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole? (vv. 46-47)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 10, 1-18
Le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. (v. 4b)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 10, 38-42
Maria ... sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola. (v. 39)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 24, 13-53
Ed egli disse loro: "Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! ... E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui". (vv. 25. 27)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo agli Efesini, cap. 2, 11-22
Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. (vv. 19-20)

Dalla lettera agli Ebrei, cap. 1, 1-2, 4
Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio. (vv. 1, 1-2a)

Dalla seconda lettera di S. Pietro apostolo, cap. 1, 16-21
E così abbiamo conferma migliore della parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione, come a lampada che brilla in un luogo oscuro. (v. 19a)

Dal Cantico dei Cantici, cap. 1, 1-8
Dimmi, o amore dell’anima mia, dove vai a pascolare il gregge ... Se non lo sai, o bellissima tra le donne, segui le orme del gregge. (vv. 7a. 8a)

Dal libro del profeta Baruc, cap. 3, 9-4, 4
Egli è il nostro Dio e nessun altro può essergli paragonato. Egli ha scrutato tutta la via della sapienza e ne ha fatto dono a Giacobbe suo servo, a Israele suo diletto. (vv. 36-37)

Dal libro del Deuteronomio, cap. 5, 23-6, 25
Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli. (vv. 4-7a)


Effetto dell’ascolto della parola di Dio
è di essere da Lui conosciuti:
Egli infatti guarda con amore
e conduce coloro che si affidano a Lui.


Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 1, 35-51
Natanaèle gli domandò: "Come mi conosci?". Gli rispose Gesù: "Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico". (v. 48)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 4, 27-30
La donna ... lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: "Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto". (vv. 28-29a)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 8, 28-39
Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno ... quelli che egli da sempre ha conosciuto. (vv. 28b-29a)

Dalla prima lettera di S. Paolo apostolo ai Corinzi, cap. 8, 1-6
Chi ... ama Dio, è da lui conosciuto. (v. 3)

Dalla prima lettera di S. Paolo apostolo ai Corinzi, cap. 13, 1-13
Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. (v. 12b)

Salmo 1
Il Signore veglia sul cammino dei giusti, ma la via degli empi andrà in rovina. (v. 6)

Salmo 139 (138)
Signore, tu mi scruti e mi conosci. (v. 1a)

Dal libro della Sapienza, cap. 7, 1-8, 1
Nulla infatti Dio ama se non chi vive con la sapienza. (v. 28)

Dal libro del profeta Ezechiele, cap. 34, 10-16
Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura ... Le condurrò in ottime pasture e il loro ovile sarà sui monti alti d’Israele. (vv. 11b. 14a)

Dal libro del Deuteronomio, cap. 8, 1-16
Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. (v. 2)


A coloro che nella Chiesa si lasciano guidare dall’insegnamento divino,
Gesù dona la vita eterna: lo Spirito Santo che conduce
alla conoscenza del Padre e del Figlio.


Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 3, 16-21
Dio ... ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. (v. 16)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 4, 1-26
Chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna (v. 14)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 6, 48-70
È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. (v. 63)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 7, 37-39
Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: "Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno". Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui. (vv. 37-39a)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 15, 26-16, 15
Quando ... verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera. (v. 13a)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 17, 1-5
Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. (vv. 1b-2)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 6, 12-23
Il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore. (v. 23b)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo agli Efesini, cap. 1, 13-23
Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. (v. 17)

Dalla prima lettera di S. Giovanni apostolo, cap. 5, 1-21
Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna. (v. 20)

Dal libro della Sapienza, cap. 15, 1-6
Conoscerti ... è giustizia perfetta, conoscere la tua potenza è radice di immortalità. (v. 3)


Le forze del male non hanno potere sulla Chiesa di Cristo.
Egli infatti veglia e custodisce con mano potente il suo gregge, affinché nessuno vada perduto.


Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 6, 26-40
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno. (v. 39)

Dal vangelo secondo Matteo, cap. 16, 13-20
Io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. (v. 18)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 12, 1-32
Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno. (vv. 32)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 15, 4-10
Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? (v. 4)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo agli Efesini, cap. 6, 10-20
Per il resto, attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. (vv. 10-11)

Dalla prima lettera di S. Pietro apostolo, cap. 5, 1-14
Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno, gettando in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi. (vv. 6-7)

Salmo 23 (22)
Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. (v. 4)

Salmo 91 (90)
Solo che tu guardi, con i tuoi occhi vedrai il castigo degli empi. Poiché tuo rifugio è il Signore e hai fatto dell’Altissimo la tua dimora, non ti potrà colpire la sventura, nessun colpo cadrà sulla tua tenda. (vv. 8-10)

Dal libro del profeta Isaia, cap. 40, 1-11
Ecco, il Signore Dio viene con potenza, con il braccio egli detiene il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e i suoi trofei lo precedono. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri. (vv. 10-11)

Dal libro del profeta Geremia, cap. 23, 1-8
Costituirò sopra di esse [le mie pecore] pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi; di esse non ne mancherà neppure una. (v. 4)


Il Padre celeste,
che ha affidato a Gesù la sua Chiesa, è l’Onnipotente.
È lui stesso che, per mezzo di Gesù, veglia e custodisce.


Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 3, 22-36
Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. (v. 35)

Dal vangelo secondo Matteo, cap. 12, 15-32
Se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il Regno di Dio. (v. 28)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 1, 48-55
Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome ... Ha spiegato la potenza del suo braccio. (vv. 49-51a)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Filippesi, cap. 2, 1-11
Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra. (vv. 9-10)

Dal libro dell’Apocalisse, cap. 1, 1-8
Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente! (v. 8)

Dal libro dell’Apocalisse, cap. 21, 9-27
La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello. (v. 23)

Salmo 147 (146-147)
Grande è il Signore, onnipotente, la sua sapienza non ha confini. (v. 5)

Dal libro della Sapienza, cap. 7, 22-8, 1
Sebbene unica, essa [la sapienza] può tutto; pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova e attraverso le età entrando nelle anime sante, forma amici di Dio e profeti. (v. 27)

Dal libro del profeta Isaia, cap. 43, 1-21
Io sono Dio, sempre il medesimo dall’eternità. Nessuno può sottrarre nulla al mio potere; chi può cambiare quanto io faccio? (vv. 12b-13)

Dal libro del Deuteronomio, cap. 32, 31-43
Sorgano ora e vi soccorrano, siano il riparo per voi! Ora vedete che io, io lo sono e nessun altro è dio accanto a me. (vv. 38b-39a)


Gesù rivela la sua piena e perfetta unità con il Padre
pur essendo Egli presente nel mondo.


Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 1, 1-18
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. (v. 1)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 8, 13-30
Disse allora Gesù: "Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo". (v. 28)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 12, 44-50
Chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io come luce sono venuto nel mondo. (vv. 45-46a)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 14, 1-14
Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me. (vv. 10-11a)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 16, 25-33
Ecco, verrà l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. (v. 32)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 17, 6-26
Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi. (v. 11b)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 16, 25-27
A Dio che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli dei secoli. Amen. (v. 27)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo agli Efesini, cap. 1
Egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra. (vv. 9-10)

Dalla lettera agli Ebrei, cap. 1, 1-5
Questo Figlio ... è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza. (v. 3a)

Dalla prima lettera di S. Giovanni apostolo, cap. 5, 1-13
La testimonianza di Dio è quella che ha dato al suo Figlio ... E la testimonianza è questa: Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. (vv. 9b. 11)

O' Toole Storia della salvezza e disegno di Dio nel Vangelo di Luca

L'immagine “http://www.fttr.it/public/images/high/emmaus.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.



Pdf_16x16 R. O' Toole Storia della salvezza e disegno di Dio nel Vangelo di Luca







Meynet. Analisi esegetico-teologica del racconto di Emmaus











Pdf_16x16 Meynet. Analisi esegetico-teologica del racconto di Emmaus







Leon Doufour. Morte di Gesù e piano di Dio in San Paolo




L'immagine “http://www.fttr.it/public/images/high/emmaus.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.




Pdf_16x16 Leon Doufour Morte di Gesù e piano di Dio in San Paolo











Leon Doufour. Gesù e la necessità della sua morte. Annunci e teologia




L'immagine “http://www.fttr.it/public/images/high/emmaus.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.




Pdf_16x16 Leon Doufour Gesù e la necessità della sua morte Annunci e teologia




G Rossè. Esegesi del Vangelo dell'apparizione ai discepoli di Emmaus








LE APPARIZIONI «UFFICIALI» DEL RISORTO AL GRUPPO APOSTOLICO (GV 20,19-31)




L’evangelista nel c. 20 ha descritto le apparizioni del Risorto ai primi discepoli nel giorno di Pasqua, dividendole in due grandi unità letterarie. Nella prima unità, il Risorto si fa vedere a Maria di Magdala nei pressi del sepolcro vuoto (20,1-18); nella seconda, si mostra ai discepoli e a Tommaso in un luogo chiuso (20,19-29). L’epilogo del redattore termina il capitolo con i vv. 30-31. La nostra riflessione si concentrerà sulle apparizioni ufficiali al gruppo apostolico.
Il racconto giovanneo insiste ripetutamente sul tema del «vedere» il Signore vivo (20,20.25.27.29): Giovanni in queste manifestazioni svela come i discepoli accedano lentamente e gradualmente alla pienezza della fede pasquale arrivando, attraverso un approfondimento progressivo del loro «sguardo» su Gesù, a un’intelligenza penetrante del suo mistero.

La prima apparizione senza Tommaso (20,19-25)

L’incontro tra il Risorto e il gruppo dei discepoli avviene «la sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato» (v. 19). Questa annotazione cronologica è densa di significato. «Quello stesso giorno» richiama gli episodi precedentemente raccontati nel c. 20, accaduti presso il sepolcro vuoto, ma anche evoca «il giorno» annunciato discretamente dal Maestro con queste parole:

In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi (14,20).

Si sta realizzando questa promessa che inaugura un tempo nuovo, già annunciato dai profeti (cf. Is 52,6).
I discepoli stanno riuniti nel Cenacolo, radunati e convocati dall’annuncio pasquale di Maria di Magdala; eppure, pur avendo avuto dei segni, non riescono ancora a cogliere il senso di questo giorno nuovo. Le «porte sprangate (kekleisménon) per timore dei giudei» sottolineano il loro timore e la loro tristezza. La comunità è impaurita, nascosta, non trova il coraggio di pronunciarsi pubblicamente a favore del suo Maestro ingiustamente condannato e crocifisso.
Gesù è per loro definitivamente assente! Non basta sapere che Gesù è risuscitato: solo la sua presenza può dare sicurezza in mezzo all’ostilità del mondo. Coloro che hanno iniziato il loro «esodo» seguendo Gesù, sono intimoriti dinanzi al potere nemico come l’antico Israele poco prima della Pasqua (Es 14,10). È «sera»: c’è oscurità nei loro cuori. Ma questa è la notte in cui il Signore li riscatterà dall’oppressione (Es 12,42)!

«Venne Gesù»

Ecco l’avvenimento sorprendente! Giovanni racconta l’iniziativa di Gesù che si manifesta al gruppo:

Venne (élthen) Gesù e stette (éste) in mezzo a loro (v. 19).

Il primo verbo («venne»), ripreso anche al v. 24, appartiene al vocabolario propriamente giovanneo delle apparizioni pasquali (cf. 21,13; Ap 1,8). Si realizza l’annuncio promesso nel primo discorso di Addio:

Non vi lascerò orfani, verrò a voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete (14,18-19; cf. 14,28).

Il secondo verbo («stette», da hístemi), da cui deriva anche il verbo «risorgere» (anístemi), evoca la posizione eretta propria di colui che è «vivo». Gesù appare Risorto «in mezzo» alla sua comunità, di nuovo presente come punto di riferimento, come fattore di unità (cf. 15,5).
La prospettiva ecclesiale è fortemente sottolineata dall’evangelista. Gesù non appare più in un giardino, luogo aperto e familiare, al punto da essere scambiato da Maria per un giardiniere, ma «viene» ai discepoli attraverso le «porte sprangate» del luogo in cui si trovavano. Egli appartiene ormai al mondo «di lassù» (8,23), è già salito al Padre (20,17), è entrato nella «glorificazione» celeste; ora niente può impedire la relazione con i suoi amici: ogni ostacolo è vinto! Il Risuscitato si introduce nel mondo della loro paura, come si è introdotto nella ricerca in pianto di Maria di Magdala, come si è inserito nello scoraggiamento dei discepoli sul cammino di Emmaus (cf. Lc 24). La risurrezione pone Gesù e la sua corporeità in una nuova dimensione, di piena libertà e di compiuta relazione.

«Mostrò loro le mani e il costato»

«Pace a voi!». Con questo saluto il Vivente dona «ai suoi» la pace promessa:

Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo io la do a voi (14,27);

Abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia, io ho vinto il mondo (16,33).
Segue poi un gesto: Gesù «mostrò»(deiknumi)lorole sue mani trapassate dai chiodi e il costato trafitto, dal quale era sgorgato sangue e acqua (19,34). Egli pone sotto lo sguardo dei suoi discepoli i segni della sua passione e morte per far comprendere che la pace proviene dalla sua vita donata. Giovanni coglie qui il legame che unisce il Risuscitato di oggi al Crocifisso di ieri: l’apparizione non è però finalizzata semplicemente al riconoscimento (cf. Lc 24,38-39), ma alla rivelazione piena del mistero del Crocifisso risorto.
Il verbo «mostrare» è un verbo di rivelazione (5,20; 14,9). Gesù introduce i discepoli a cogliere il mistero profondo dei segni del suo amore e della sua vittoria. Le sue mani piagate, nelle quali il Padre ha messo tutto (3,35; 13,3), e dalle quali nessuna pecora sarà mai strappata (10,28), daranno sicurezza ai suoi discepoli e li difenderanno nelle prove. Il suo costato trafitto dal quale uscì sangue e acqua, simbolo della sua vita offerta fino all’amore estremo (19,31-34), è la sorgente da cui lo Spirito divino, come fonte che zampilla, scaturisce e si diffonde comunicando ovunque pienezza di vita e pace (cf. Ez 47,9-12).
Da questo incontro personale con il Crocifisso risorto, dalla profonda intuizione spirituale del suo mistero di amore per il mondo, scaturisce nei discepoli, una gioia intensa e profonda: «E i discepoli gioirono al vedere il Signore» (20,20). Si assiste a un passaggio dalla paura alla gioia, proprio come Gesù stesso aveva promesso:

La vostra afflizione si cambierà in gioia (16,20);

Ora siete nella tristezza... ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà, e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia (16,22-23).

Si intuisce già il senso profondo di questo «vedere» il Signore, che non è un semplice vedere fisico: i discepoli, nella luce dall’alto, colgono improvvisamente che Gesù è «il Kyrios» risuscitato e glorificato. Essi comprendono il significato salvifico della sua vita offerta; la relazione con lui non potrà più essere interrotta. La fede pasquale è un luce abbagliante che illumina e unisce i due aspetti dell’unico mistero: morte e risurrezione.

«Alitò su di loro lo Spirito Santo»

Gesù, rinnovando il saluto di pace, fa di questo gruppo di discepoli i suoi inviati: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi!» (20,21). Giovanni intuisce il rapporto stretto che esiste tra la missione di Gesù ricevuta dal Padre e la missione dei discepoli ricevuta da Gesù (17,18). Come il Figlio non può che rivelare ciò che ha visto e udito presso il Padre (8,26.38; 15,15) e fa solo ciò che il Padre gli ha insegnato (8,28), perché egli è Figlio di Dio in modo unico e privilegiato, così il discepolo è chiamato a vivere in una comunione profonda con il Crocifisso risorto per continuare nel mondo la sua «missione» (cf. 15,16).
Gesù «alita» poi sui suoi discepoli lo Spirito Santo (20,20) ripetendo il gesto di Dio creatore, come è narrato nel libro della Genesi:

Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente (Gn 2,7).

Ai discepoli è donato il respiro stesso di Gesù, lo Spirito che li fa accedere alla pienezza della fede pasquale e li introduce nel mistero dell’amore trinitario (14,20). I discepoli divengono «la dimora» del Figlio e del Padre; Gesù dimora in loro e loro in lui (15,4-6; cf. 6,56).

Durante il suo ministero terreno Gesù aveva rivelato pienamente il Padre; si era manifestato come «l’inviato», «il Figlio», «il Salvatore», eppure era ancora per i suoi discepoli uno sconosciuto (14,9). Solo ora i loro occhi vedono e comprendono! Il prologo del Vangelo riporta così la loro esperienza:

Noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità (1,14).

Questo Spirito che sgorga dal Crocifisso morente («Consegnò lo spirito», parédoken to pneuma,19,30), dal costato ferito del Figlio (19,33), è donato come «Paraclito» che rimarrà presso i discepoli per sempre (14,16); d’ora in poi insegnerà loro ogni cosa e farà loro ricordare tutto quanto Gesù ha detto (15,26), introducendoli alla «verità tutta intera» (16,13) e svelerà loro la gloria del Figlio (16,13), nella quale il Padre si è rivelato (1,18).
Grazie allo Spirito, il mistero del Figlio e del Padre, cuore della rivelazione, apparirà loro nella sua profondità ultima[1]. Lo Spirito donato dal Crocifisso risorto è il principio della vita nuova, è la nuova generazione dall’alto (cf. 3,5ss.) che dona la pienezza della fede pasquale. I discepoli sono ora capaci di rendere testimonianza e di donare al mondo il perdono scaturito per tutti dalla croce. Gesù dice loro: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi...» (20,23).

«Abbiamo visto il Signore!»

Come Maria di Magdala nella scena precedente annuncia ai discepoli l’incontro con il Risorto, dicendo loro: «Ho vistoil Signore (eóraka ton Kyrion)» (20,18), così il gruppo dei discepoli testimonia al fratello assente l’esperienza trasformante e gioiosa dell’incontro con il Risorto: «Abbiamo visto il Signore (eorákamen ton Kyrion)» (20,25). Per Giovanni un tale «vedere»[2] è «credere»; questi due verbi sono ora inscindibili, quasi sinonimi. Nel passaggio di questa confessione di fede, dal singolare al plurale, il narratore mostra come la fede pasquale, pur essendo personale, ha anche una irrinunciabile dimensione comunitaria.
In questo contesto il narratore introduce il personaggio di Tommaso e comunica al lettore la sua identità: è «uno dei Dodici», fa parte di coloro che sono stati testimoni privilegiati della vicenda storica di Gesù (cf. 11,16; 14,5; 21,2), egli gode dunque di una posizione privilegiata ed eminente. Inoltre Giovanni aggiunge la traduzione in greco del nome aramaico e spiega che significa «Didymos» cioè «gemello», «doppio»: così forse allude a una certa ambiguità del personaggio. Quali sono i motivi della sua precedente assenza dal gruppo? Ha forse rifiutato la testimonianza di Maria?
La replica pretenziosa dell’apostolo evidenzia chiaramente la sua tensione col gruppo e il suo dubbio:

Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò.

Il suo rifiuto è categorico, non accetta la testimonianza degli amici, si mostra non totalmente disponibile a credere, richiede di vedere personalmente il Risorto, anzi pretende di toccarlo nella sua realtà fisica, nella maniera che lui stesso decide. Esige una prova personale e tangibile[3].
Giovanni sottolinea così – ancora una volta – l’impreparazione dei discepoli a cogliere il mistero della risurrezione. Come bisogna valutare il suo atteggiamento e la sua pretesa? Tommaso va in una direzione sbagliata oppure la sua richiesta è legittima? In quanto membro del ristretto collegio apostolico non può vantare il diritto della «visione» del Risorto, secondo la promessa fatta da Gesù a tutti loro: «...Voi mi vedrete» (14,19)?

La seconda apparizione con Tommaso (20,26-29)

Otto giorni dopo, cioè la domenica seguente, i discepoli si riuniscono. Il narratore sottolinea la presenza di Tommaso nella comunità, condizione indispensabile per incontrare il Risorto. Il discepolo reticente si mostra ora più disponibile al confronto fraterno.
Gesù «viene» nuovamente, a «porte chiuse»,sorprendendo tutti con un’altra visita! Egli si mostra ai suoi discepoli, ma la sua attenzione è tutta per Tommaso. Dopo il saluto della pace si rivolge al discepolo che ha dubitato, negli stessi termini da lui usati, rivelando di avere una profonda conoscenza di quanto ha nel cuore. Il testo greco suona letteralmente così:

Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; cessa di mostrarti non credente (ápistos) e diventa credente (pistós)! (20,27)

È un tratto caratteristico del Gesù giovanneo questo suo conoscere i cuori[4] (cf. 1,48). Gesù si manifesta nella sua identità di crocifisso risorto, ma invita Tommaso a un cambiamento radicale: passare dalla «visione sensibile» alla «visione di fede» in lui. Gli riconosce il diritto di «vederlo» e accondiscende perfino alla sua pretesa di «toccarlo», perché appartiene al gruppo dei «Dodici», ma disapprova il suo rifiuto a credere alla Parola dei testimoni legittimi. Il gruppo apostolico è pienamente accreditato in ordine alla testimonianza del Risorto perché lui stesso aveva previsto la forma di trasmissione dell’annuncio nei termini di una «testimonianza» dei discepoli (cf. 15,26-27; 17,20-21).
Perché dunque Tommaso non ha ricordato la sua Parola? L’errore di Tommaso sta nell’esaltare il vedere fisicamente e il toccare a scapito della credibilità attraverso l’annuncio della Parola dei suoi compagni! Avrebbe invece potuto e dovuto incominciare a «credere» al kerygma pasquale, «senza vedere», così come «il discepolo che Gesù amava», «cominciò a credere» davanti al sepolcro vuoto, senza vedere (20,8).

«Mio Signore e mio Dio»

Tommaso, vedendo davanti a sé Gesù vivo, che mostra i segni della sua passione e morte, ma soprattutto sentendosi intimamente interpellato e conosciuto dalla sua Parola, prorompe improvvisamente nella confessione di fede più bella e più esplicita di tutto il Nuovo Testamento: «Mio Signore e mio Dio» (20,28).
La parola del Risorto, e non solo la visione, abbatte in un solo momento tutte le resistenze dell’apostolo. La sua fede è ora tutta rapita nella contemplazione del Signore Gesù. Il narratore, riportando con arte la reazione immediata di Tommaso, sembra indicare al lettore che l’apostolo non abbia fatto i gesti del toccare da lui stesso invocati. La sua confessione di fede è quella di un uomo trasformato dalla presenza e dalla Parola consolante del Signore Risorto; così era avvenuto anche per Maria di Magdala e per gli altri suoi compagni.
Egli riconosce Gesù come il «suo Signore» e il «suo Dio», lo proclama come colui al quale appartiene la pienezza della gloria, il solo, che rende vicino e accessibile l’unico e invisibile Dio (cf. 14,9). La professione di fede dell’apostolo che ha dubitato, diventa vertice insuperabile di tutte le professioni di fede sparse nel quarto Vangelo. Il narratore ha voluto inoltre stabilire, alla fine della sua opera, un rapporto stretto, ma anche una progressione, tra il solenne annuncio che apriva il Prologo: «In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (1,1) e questa proclamazione di fede di Tommaso.
Il Verbo incarnato, che è il Crocifisso risorto, è ora pienamente accolto e riconosciuto dall’apostolo nel suo mistero, attraverso un’esperienza di fede profondamente spirituale e intimamente personale («mio» Signore e «mio» Dio: cf. Sal 63,2), ma nello stesso tempo comunitaria ed ecclesiale. Questa è la fede pasquale che è richiesta ai lettori del Vangelo e a tutti i credenti nel Signore Gesù!

«Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!»

La beatitudine finale pronunciata dal Risorto all’apostolo, che proclama beati coloro che crederanno in lui senza vederlo fisicamente, orienta verso il futuro della Chiesa e sottolinea l’importanza di accogliere il keygma pasquale per incontrare il Risorto nella fede. Per tutti i credenti è ora possibile «vedere spiritualmente» il Risorto nel suo mistero, appoggiandosi al «vedere»dei primi discepoli-testimoni.
Tommaso avrebbe dovuto comprendere questa profonda verità! Gesù assicura che i credenti del futuro non si troveranno in situazione d’inferiorità rispetto ai primi testimoni della risurrezione.

Attraverso i «segni» scritti...

L’epilogo del Vangelo (20,30-31)[5], che chiude anche il capitolo delle apparizioni pasquali, esplicita e amplia ulteriormente il significato di questa beatitudine. I «segni» (seméia) delle apparizioni pasquali del Risorto a Maria di Magdala, agli apostoli e a Tommaso, insieme a tutti gli altri «segni» che Gesù ha compiuto e che sono stati scritti nel Vangelo di Giovanni, sono più che sufficienti perché si arrivi a «credere» che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo in lui, sia abbia la vita nel suo nome.
Lo scritto giovanneo è perciò tramite fra coloro che hanno visto e coloro che crederanno senza avere visto. I destinatari del Vangelo non sono in una condizione sfavorita rispetto ai contemporanei di Gesù. Se, da una parte, essi certamente ricevono meno dei testimoni oculari, non vedendo direttamente tutto quello che Gesù ha fatto, dall’altra, accedono ugualmente e in pienezza al mistero cristologico attraverso il libro del Vangelo, che è memoria «storico-pneumatica» degli eventi rivelatori.
I «segni» restano per sempre visibili, non più direttamente, ma attraverso la loro attestazione e memorizzazione scritta[6] . Dunque solo inseriti nella comunità ecclesiale, credendo alla testimonianza apostolica, e accogliendo con l’intelligenza della fede la parola del Vangelo, è possibile, come avvenne per i discepoli di Gesù, «vedere», «contemplare», «incontrare»,personalmente il Cristo della gloria, l’unico autentico rivelatore del Padre.

Rita Pellegrini


[1] Sul ruolo dello Spirito nel Vangelo di Giovanni cf. D. Mollat, Giovanni maestro spirituale, Borla, Roma 1980, 53-58.
[2] Il verbo «vedere» in greco, al tempo perfetto, esprime in Giovanni la pienezza della fede pasquale. Cf. I. de la Potterie, «Genesi della fede pasquale secondo Gv 20», in Id., Studi di cristologia giovannea, Marietti, Genova 1992, 191-214.
[3] Per l’analisi narrativa dei passi riferiti nel quarto Vangelo a Tommaso cf. R. Vignolo, Personaggi del quarto Vangelo. Figure della fede in S. Giovanni, Glossa, Milano 1994.
[4]
Numerosi sono i passi del quarto Vangelo in cui viene sottolineato, che Gesù conosce in profondità i cuori: Cf. 1,48; 2,24-25; 4,16-18.29.39; 6,64.71; 10,14.27; 20,16; 21,15-17.
[5]
Su questi versetti teologicamente molto importanti, perché sono una chiave di lettura che introduce a tutto il Vangelo, rimandiamo all’ottimo contributo di D. Scaiola, «La finale di Giovanni (Gv 20,30-31)» in Parola Spirito e Vita 43 (2001) 163-172.
[6] Ibid ., 165.






Ignace de la Potterie. “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto hanno creduto”




Due aspetti ci preme mettere in rilievo: anche in questa versione riveduta, le parole di Gesù vengono tradotte con un’imprecisione, rispetto all’originale greco. E tale imprecisione viene di fatto utilizzata per confermare con l’autorità del Vangelo un’impostazione che sembra prevalente nella Chiesa di oggi: l’idea che la vera fede sia quella che prescinde totalmente dai segni visibili. L’errore di traduzione a cui pensa di poter appoggiarsi tale interpretazione, che di fatto travisa il passo evangelico, consiste nel tradurre al presente il rimprovero di Gesù: “Beati coloro che credono, pur senza aver visto”. In questo modo le parole vengono trasformate in una regola di metodo valida per tutti coloro che vivono nei tempi successivi alla morte e risurrezione di Gesù. E infatti la nota [1] spiega che solo per i contemporanei di Gesù “visione e fede erano abbinate”, mentre per tutti coloro che vengono dopo, “la normalità della fede poggia sull’ascolto, non sul vedere”. Secondo questa interpretazione sembra quasi che Gesù si opponga al naturale desiderio di vedere, chiedendo a noi una fede fondata solo sull’ascolto della Parola. In realtà, qui il verbo non è al presente, come viene tradotto. Nell’originale greco il verbo è all’aoristo (πιστεύσαντες), anche nella versione latina era messo al passato (crediderunt). “Tu hai creduto perché hai visto” - dice Gesù a Tommaso - “beati coloro che senza aver visto [ossia che senza aver visto me, direttamente] hanno creduto”. E l’allusione non è ai fedeli che vengono dopo, che dovrebbero “credere senza vedere”, ma agli apostoli e ai discepoli che per primi hanno riconosciuto che Gesù era risorto, pur nell’esiguità dei segni visibili che lo testimoniavano. In particolare il riferimento indica proprio Giovanni, che con Pietro era corso al sepolcro per primo dopo che le donne avevano raccontato l’incontro con gli angeli e il loro annuncio che Gesù Cristo era risorto. Giovanni, entrato dopo Pietro, aveva visto degli indizi, aveva visto la tomba vuota, e le bende rimaste vuote del corpo di Gesù senza essere sciolte, e pur nell’esiguità di tali indizi aveva cominciato a credere. La frase di Gesù “beati quelli che pur senza aver visto [me] hanno creduto” rinvia proprio al “vidit et credidit” riferito a Giovanni al momento del suo ingresso nel sepolcro vuoto. Riproponendo l’esempio di Giovanni a Tommaso, Gesù vuole indicare che è ragionevole credere alla testimonianza di coloro che hanno visto dei segni, degli indizi della sua presenza viva. Non è la richiesta di una fede cieca, è la beatitudine promessa a coloro che in umiltà riconoscono la sua presenza a partire da segni anche esigui e danno credito alla parola di testimoni credibili. L’imprecisione introdotta dai traduttori riguardo al tempo dei verbi usati da Gesù è servita a cambiare il senso delle sue parole e a riferirle non più a Giovanni e agli altri discepoli, ma ai credenti futuri. E’ passata così inconsapevolmente l’interpretazione del teologo esegeta protestante Rudolf Bultmann,che traduceva i due verbi del passo al presente (“Beati coloro che non vedono e credono”) per presentarla “come una critica radicale dei segni e delle apparizioni pasquali e come un’apologia della fede privata di ogni appoggio esteriore” (Donatien Mollat). Mentre è esattamente il contrario. Ciò che viene rimproverato a Tommaso non è di aver visto Gesù. Il rimprovero cade sul fatto che all’inizio Tommaso si è chiuso e non ha dato credito alla testimonianza di coloro che gli dicevano di aver visto il Signore vivo. Sarebbe stato meglio per lui dare un credito iniziale ai suoi amici, nell’attesa di rifare di persona l’esperienza che loro avevano fatto. Invece Tommaso ha quasi preteso di dettare lui le condizioni della fede. Vi è un altro ricorrente errore di traduzione, ripetuto anche dalla nuova versione CEI. Quando Gesù sottopone le sue ferite alla “prova empirica” richiesta da Tommaso, accompagna questa offerta con un’esortazione: “E non diventare incredulo, ma diventa (γίνου) credente”. Significa che Tommaso non è ancora né l’uno né l’altro. Non è ancora incredulo, ma non è nemmeno ancora un credente. La versione CEI, come molte altre, traduce invece: “E non essere incredulo, ma credente”. Ora, nel testo originale, il verbo “diventare” suggerisce l’idea di dinamismo, di un cambiamento provocato dall’incontro col Signore vivo. Senza l’incontro con una realtà vivente non si può cominciare a credere. Solo dopo che ha visto Gesù vivo Tommaso può cominciare a diventare “credente”. Invece la versione inesatta, che va per la maggiore, sostituendo il verbo essere al verbo diventare, elimina la percezione di tale movimento, e sembra quasi sottintendere che la fede consiste in una decisione da prendere a priori, un moto originario dello spirito umano. E’ un totale rovesciamento. Tommaso, anche lui, vede Gesù e allora, sulla base di questa esperienza, è invitato a rompere gli indugi e a diventare credente. Se al diventare si sostituisce l’essere, sembra quasi che a Tommaso sia richiesta una fede preliminare, che sola gli permetterebbe di “vedere” Gesù e accostarsi alle sue piaghe. Come vuole l’idealismo per cui è la fede a creare la realtà da credere. Le spiegazioni della nota, basate su queste traduzioni inesatte, e che per fortuna, come ha premesso monsignor Antonelli, non possiedono “alcun carattere di ufficialità”, sembrano comunque piegare le parole di Gesù alla nuova tendenza che vige oggi nella Chiesa, secondo cui una fede pura è quella che prescinde dal “vedere”, ossia dall’appoggio e dallo stimolo dei segni sensibili. E’ vero, come spiega la nota, che nel tempo attuale “la visione non può essere pretesa”. Niente nell’esperienza cristiana può mai essere oggetto di “pretesa”. Ma mettere in alternativa il vedere e l’ascoltare e sostenere che “la normalità della fede poggia sull’ascolto, e non sul vedere” ossia che basta ascoltare il “racconto” del cristianesimo per diventare cristiani, sembra essere in contraddizione con tutto ciò che insegnano le Scritture e la Tradizione della Chiesa. Le apparizioni a Maria di Magdala, ai discepoli e a Tommaso sono l’immagine normativa di un’esperienza che ogni credente è chiamato a fare nella Chiesa; come l’apostolo Giovanni, anche per noi il “vedere” può essere una via d’accesso al “credere”. Proprio per questo continuiamo a leggere i racconti del Vangelo: per rifare l’esperienza di coloro che dal “vedere” sono passati al “credere” (si pensi alla contemplazione delle scene evangeliche e all’applicazione dei sensi a esse, secondo una lunga tradizione spirituale). Il Vangelo di Marco si conclude testimoniando che la predicazione degli apostoli non era solo un semplice racconto, ma era accompagnata da miracoli, affinché potessero confermare le loro parole con questi segni: “Allora essi partirono e annunciarono il vangelo dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la parola con i segni che la accompagnavano” (Mc 16,20). Molti Padri della Chiesa, dall’occidentale Agostino fino all'orientale Atanasio, hanno insistito su questa permanenza dei segni visibili esteriori che accompagnano la predicazione e che non sono un di meno, una concessione alla debolezza umana, ma sono connessi con la realtà stessa dell’incarnazione. Se Dio si è fatto uomo, risorto col suo vero corpo, rimane uomo per sempre e continua ad agire. Ora non vediamo il corpo glorioso del Risorto, ma possiamo vedere le opere e i segni che compie: “In manibus nostris codices, in oculis facta”, dice Agostino: “nelle nostre mani i codici dei Vangeli, nei nostri occhi i fatti”. Mentre leggiamo i Vangeli, vediamo di nuovo i fatti che accadono. E Atanasio scrive nell’Incarnazione del Verbo: “Come, essendo invisibile, si conosce in base alle opere della creazione, così, una volta divenuto uomo, anche se non si vede nel corpo, dalle opere si può riconoscere che chi compie queste opere non è un uomo ma il Verbo di Dio. Se una volta morti non si è più capaci di far nulla ma la gratitudine per il defunto giunge fino alla tomba e poi cessa – solo i vivi, infatti, agiscono e operano nei confronti degli altri uomini - veda chi vuole e giudichi confessando la verità in base a ciò che si vede”. Tutta la Tradizione conserva con fermezza il dato che la fede non si basa solo sull’ascolto, ma anche sull’esperienza di prove esteriori, come ricorda il Catechismo della Chiesa cattolica al paragrafo 156, citando le definizioni dogmatiche del Concilio ecumenico Vaticano I: «“Nondimeno, perché l’ossequio della nostra fede fosse conforme alla ragione, Dio ha voluto che agli interiori aiuti dello Spirito Santo si accompagnassero anche prove esteriori della sua rivelazione”. Così i miracoli di Cristo e dei santi, le profezie, la diffusione e la santità della Chiesa, la sua fecondità e la sua stabilità “sono segni certissimi della divina rivelazione, adatti a ogni intelligenza”, sono “motivi di credibilità” i quali mostrano che l’assenso della fede non è “affatto un cieco moto dello spirito”».
In particolare, sono i santi che attualizzano per i loro contemporanei i racconti del Vangelo. Quando san Francesco parlava, per chi era lì presente era chiarissimo che i Vangeli non erano un racconto del passato, solo da leggere e ascoltare: in quel momento era evidente che in quell’uomo era presente e agiva Gesù stesso.
Non per niente anche Giovanni Paolo II ha proposto in chiave positiva proprio la figura dell’apostolo Tommaso, quando, in un suo discorso ai giovani di Roma, il 24 marzo del ’94, li ha invitati a prendere sul serio, rispettare e accogliere questa sete di prove esteriori, visibili, così viva tra i loro coetanei: «Noi li conosciamo [questi giovani empirici], sono tanti, e sono molto preziosi, perché questo voler toccare, voler vedere, tutto questo dice la serietà con cui si tratta la realtà, la conoscenza della realtà. E questi sono pronti, se un giorno Gesù viene e si presenta loro, se mostra le sue ferite, le sue mani, il suo costato, allora sono pronti a dire: Mio Signore e mio Dio!».


Vangelo della II domenica di Pasqua anno A. Piste esegetiche



Gv 20,19-29: Vedere il Signore,credere senza averlo visto
Il passo di Gv 20, 19-29 si compone di tre sottoparti, a costruzione concentrica:

A: I discepoli si rallegrarono vedendo il Signore: vv. 19-23
B: Gli dicevano i discepoli: “Abbiamo visto il Signore!” vv. 24-25

A’: Beati quelli che pur non avendo visto crederanno! vv. 26-29.


19-23: I discepoli si rallegrarono vedendo il Signore

=19 Scesa la sera di quello stesso giorno,

= il primo dopo il sabato,

--------------------------------------------------
- venne Gesù, stette in mezzo

- e disse loro: “Pace a voi!”.

20 Ciò detto mostrò loro le mani e il costato,

e i discepoli si rallegrarono vedendo il Signore.


-21 Disse dunque loro di nuovo Gesù: “Pace a voi!
- come il Padre ha inviato me, così anch’io mando voi”

--------------------------------------------------
= 22 e dicendo così alitò

= e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo;


= 23 a chi rimetterete i peccati saranno rimessi loro,

= a chi li imputerete resteranno imputati”.

La parte costituita dai vv. 19-22 si compone di tre sottoparti concentriche: A (v.19); B (v. 20); A’ (v. 21-23).

La prima sottoparte (A: v. 19) si compone di due brani: a (19a-f) e b (19gl). La terza (A’: vv. 21-23) si compone pure di due brani: b’ (21) e a’ (22-23).

I brani delle due sottoparti A e A’ sono disposti in modo concentrico: ab – b’a’.

Tra b e b’, vi sono uguaglianze:

Gesù (19g; 21a); “disse” “loro”(19i); 21a); “Pace a voi” (19 l; 21b).

A “venne” (b) corrisponde “inviato” (b’)

E differenze:

c’è opposizione tra staticità e movimento tra “venne-stette in mezzo” (b) e “io invio voi” (b’). In b Gesù viene; in b’ questo suo venire appare conseguente al mandato del Padre. In b Gesù dà la pace; in b’ la dà e chiede una risposta, che genera lui stesso dicendo: “Io mando voi”.

Anche tra i due brani estremi delle due sottoparti (a: 19af; a’: 21-23) ci sono uguaglianze, benché non evidenti: l’alito che soffia sui discepoli lo Spirito Santo ha come corrispettivo in a una connotazione di tempo: è il primo giorno dopo il sabato, cioè dopo il settimo. La memoria biblica fa trovare una corrispondenza: anche al primo giorno della genesi “lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Gn 1,1). La “sera” e le “porte sprangate” richiamano “le tenebre (che) ricoprivano l’abisso” (Gn 1,1), così come la paura richiama il caos iniziale di una “terra informe, deserta” e buia. Ai Giudei può corrispondere “a chi rimetterete i peccati”: il mondo esterno, nemico, da cui ci si ripara (A), diventa un mondo che si affronta a viso aperto, col potere di dare o trattenere la pace (A’).

La sottoparte centrale (B: v.20) è in rapporto con le parti estreme:

i protagonisti sono ovunque Gesù e i discepoli;

l’udire (A e A’) è integrato dal vedere (B);

alla paura (A) si contrappone la gioia: “si rallegrarono” (B);

lo Spirito Santo (A’) deve avere una relazione con il rallegrarsi e il vedere (B);

così come il potere di rimettere o imputare i peccati va letto alla luce delle mani e del costato trafitto.

Nell’insieme della parte (vv. 19-23), si osserva:

a “Gesù” in A e A’ corrisponde “il Signore” in B;

Viene nominano Gesù (ABA’), il Padre e lo Spirito Santo (B’);

Vedere il Signore e rallegrarsene (B) sta al cuore della pace che egli offre (B e B’);

tutto il corpo risorto di Gesù agisce sui discepoli: dai piedi (venne: A), alle mani e al costato (B); alla bocca (alitò: B’).

Il mandato viene dal Padre attraverso Gesù (A’) ed ha un connotazione di gioia nel vedere il Signore (B) e di pace anzitutto accolta (AA’).

24-25: Gli dicevano i discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”

= 24 Tommaso, uno dei Dodici, detto Dìdimo,
= non era con loro quando venne Gesù.
25 Gli dicevano dunque gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore”;
= ma egli rispose loro:
= “Se non vedo nelle sue mani l’impronta dei chiodi,

e non metto il mio dito nell’impronta dei chiodi,

e non metto la mia mano nel suo costato,

= non crederò”.

La parte costituita dai vv. 24-25 i compone a sua volta di tre sottoparti concentriche: A (v. 24); B (v. 25ab); A’ (vv. 25cl). A si compone di un brano a due segmenti bimembri. A’ di tre brani: uno di narrazione (v. 25c), due di discorso diretto (25def e 25g).

In A e A’, il soggetto è Tommaso, il complemento i discepoli (o gli Undici).

A “Gesù” (A) corrisponde l’intero contenuto delle parole di Tommaso in A’ (mani, impronta, chiodi, costato).

In A e A’ un verbo al negativo: “non era con loro” (A) “non credere” (oltre ai tre verbi al negativo che aprono la frase condizionale).

B si collega ad A per la presenza di “gli” (= Tommaso); “altri discepoli” (= loro); “il Signore” (= Gesù). Al “venire” di Gesù (A) corrisponde il “vedere” dei discepoli (B). Con una particolarità: Gesù viene: i discepoli “vedono” “il Signore”: è dunque più che un normale vedere .

B si collega anche ad A’ sempre per la presenza di Tommaso (egli), discepoli (loro); Gesù (le sue mani, il suo costato), e per la presenza del verbo vedere. Anche qui “vedere” è connesso a un qualcosa che va oltre la pura constatazione: il credere.

Tutti i verbi principali hanno come soggetti i Dodici: Tommaso e gli Undici. Gesù/il Signore è colui che è venuto e di cui parlano. In questa parte, che parla di una condizione perenne della Chiesa, ove gli interlocutori visibili sono solo i discepoli e ciò che si fa udibile di Gesù è il racconto dei testimoni, forse non è casuale il fatto che i discepoli vengano chiamati Dodici, nonostante la defezione di Giuda.


26-29: Vedi…! Non essere più incredulo, ma credente!

= 26 Dopo otto giorni, i discepoli erano di nuovo in casa,
= e con loro c’era anche Tommaso.
------------------------------------------------------------------------
- Venne Gesù, a porte sprangate,
- stette in mezzo e disse : “Pace a voi”.

27 Poi disse “Stendi qui il tuo dito e vedi le mie mani;

a stendi la tua mano e mettila nel mio costato,

Tommaso: e non essere più incredulo ma credente!”.
= 28 Rispose Tommaso e disse: “Mio Signore e mio Dio!”.

--------------------------------------------------------------------------

-29 Gesù “Perché mi hai visto, hai creduto?
- gli disse: Beati coloro che pur non avendo visto crederanno!”.

La parte costituita dai vv. 26-29 si compone di tre sottoparti concentriche: A (v. 26); B (v. 27); A’ (v. 28-29). La sottoparte A (v. 26) si compone di due brani (a: 26ac; b: 26dg), e così pure la sottoparte A’ (a’: 28; b’: 29). In a e a’ viene nominato Tommaso, che è anche soggetto; in b e b’ si nomina Gesù, che è anche soggetto; in b’ Gesù è indicato anche da un’espressione: “Mio Signore e mio Dio”. b e b’ presentano due frasi di Gesù. Il “venire” di Gesù (v. 26d) è collegato con il vedere ed il credere (b’). Tuttavia stupisce il v. 29cd, che invece collega il “non vedere” al credere.

La sottoparte centrale è collegata con quelle estreme:

Tommaso appare nominato in B e in A’ e indicato da un pronome in B’.

Vedere appare una volta in B e due in A’;

Credere appare (come aggettivo o come verbo) due volte in B e due in A’.

Tommaso entra nell’esperienza del vedere non ordinario, come segnala la sua esclamazione: “Mio Signore e mio Dio!” (A’).

Gv 20,19-29: Vedere il Signore, credere senza averlo visto

= 19 Scesa la sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato,

= e mentre erano sprangate le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per paura dei Giudei,
- venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”.
-----------------------------------------------------------------------------------------
+ 20 Ciò detto, mostrò loro le mani e il costato,

e i discepoli si rallegrarono vedendo il Signore.

-----------------------------------------------------------------------------------------
- 21 Disse dunque loro di nuovo Gesù: “Pace a voi!
Come il Padre ha inviato me, così anch’io mando voi”;
= 22 e dicendo così, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo;

= 23 a chi rimetterete i peccati saranno rimessi loro, a chi li imputerete resteranno imputati”.
= 24 Uno dei Dodici, Tommaso detto Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù.

-----------------------------------------------------------------------------------------
+ 25 Gli dicevano dunque gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore”;

-----------------------------------------------------------------------------------------

= ma egli rispose loro: “Se non vedo nelle sue mani l’impronta dei chiodi,

e non metto il dito nell’impronta dei chiodi,

e non metto la mano nel suo costato, non crederò”.

= 26 Dopo otto giorni, i discepoli erano di nuovo in casa, e con loro c’era anche Tommaso.

- Venne Gesù, a porte sprangate, stette in mezzo a loro e disse : “Pace a voi”.
-----------------------------------------------------------------------------------------
+ 27 Poi disse a Tommaso: “Stendi qui il dito e vedi le mie mani;

stendi la mano e mettila nel mio costato,

e non essere più incredulo, ma credente!”.

-----------------------------------------------------------------------------------------
= 28 Tommaso rispose dicendo: “Mio Signore e mio Dio!”.

- 29 Gesù gli disse: “Perché mi hai visto, hai creduto?

Beati coloro che pur non avendo visto crederanno!”.
Il passo di Gv 20,19-29 si compone dunque di tre parti concentriche.


A (vv. 19-23) e A’ (26-29)


Uguaglianze:


· giorno/i: in A (19a) e in A’ (26a);

  • i discepoli: in A (19b) e in A’ (26a);
  • erano sprangate le porte: in A (19b) e in A’ (26b);
  • luogo dove si trovavano (A: 19b) = casa (26a);
  • venne: in A I19c) e in A’ (26b);
  • Gesù in A (19c; 21a) e in A’ (26b; 29a);
  • il Signore, in A (20b); mio Signore e mio Dio, in A’ (28);
  • stette in mezzo: in A (19c) e in A’ (26b);
  • “pace a voi!”: in A (19c; 21a) e in A’ (26b);
  • mani, costato: in A (20a) e in A’ (27b);
  • disse: in A (19c) e in A’ (21a);
  • vedere: in A (20b) e in A’ (27a; 29ab).
“Si rallegrarono” di A (20b) appartiene allo stesso campo semantico di “Beati” , A’ (29b).

Differenze:

C’è complementarietà tra il primo (A) e l’ottavo giono (A’): inizio e termine di una settimana.

Complementarietà nel costituire i Dodici: da una parte ci sono gli Undici (A); dall’altra il dodicesimo (A’);

C’è opposizione, o meglio complementarietà tra “ricevete lo Spirito Santo” (A: 22a) e “stendi il dito, stendi la mano” (A’: 27ab).

B (vv. 24-25) in rapporto ad A e A’
La parte centrale è in rapporto di termini con la prima e la terza parte:

Uguaglianze:

Tommaso, uno dei Dodici, e gli “altri discepoli” (B: 24 a): in A gli altri discepoli, in A’ Tommaso;

venne: in B (24), in A e A’;

vedere: in B (25; 26 a), in A e A’;

il Signore: in B (25 a), in A e in A’, nella forma: “Mio Signore”;

mani, costato: in B (25bd), in A e in A’.

Solo in B (25d) e in A’ il verbo credere.

Differenze:

non era con loro (B: 24); era con loro (A’: 26a);

mostrò loro le mani… (A: 20 a); se non vedo… (B: 25b…)

se non metto il dito…. (B: 25b-d); stendi qui il dito… (A’: 27 a);

non crederò (B. 25d); hai creduto (A’: 29 a);

abbiamo visto (B: 25 a); “pur non avendo visto” (A’: 29b).

A “io mando voi” (A: 21b) corrisponde: “gli dicevano dunque gli altri discepoli” (B: 25 a): il fratello incredulo è il primo destinatario della missione della comunità.

Alcuni termini percorrono tutto il passo ed appaiono strutturanti: venire; vedere (e credere); i nomi di Gesù; mani – costato; pace a voi.

Contesto biblico

Il contesto immediato sono i racconti delle apparizioni di Gesù Risorto: quella a Maria di Magdala (Gv 20,11-18) e quella ai discepoli sul lago di Tiberiade (21,1-14), nel contesto del riferimento al credere (20,30-31 e 21,24-25).

Numerosi nel passo i riferimenti ai grandi discorsi della vigilia della passione:

· la gioia: è la ragione dell’annuncio di Gesù ai discepoli (15,11; 17,13), nasce dal vedere Gesù (16,20-23); dall’essere esauditi dal Padre (16,24);

· Gesù venne e stette in mezzo a loro: come aveva promesso in 16,16; 14,27;

· la pace era il dono promesso da Gesù, in 14,27;

· Gesù, inviato del Padre (16,5), invia i discepoli (17,18.23);

· lo Spirito Santo dato è quello promesso (14,16.26; 15,26; 16,7.13);

· il soffio richiama il consegnare lo spirito al momento della morte (19,30);

· mani e costato, chiodi, richiamano naturalmente la crocifissione (19,189 ed il colpo di lancia (19,34): da lì l’acqua, il dono della vita, lo Spirito (7,37-39);

· “Voi mi vedrete”, dice Gesù ai discepoli in Gv 14,19; ed io “vi vedrò di nuovo” (16,22): ciò sarà fonte di grande gioia (16,21-23). Il “vedere” ha un posto importante nel vangelo di Giovanni (cfr. la guarigione del cieco nato, Gv 9, con il tema della luce e delle tenebre).

· il credere ed il rifiuto di credere è il grande dramma che percorre tutto il Vangelo di Giovanni, fino ai discorsi di addio (16,30-31);

Piste di interpretazione

Comincia un mondo nuovo

Gesù soffia quello Spirito che aveva consegnato al mondo come estremo dono (cfr. 19,30). E’ il primo giorno dopo l’antica settimana ebraica, che ripresentava il percorso della prima creazione. Con la resurrezione di Gesù dai morti (cfr. Rom 5), Gesù è costituito il nuovo Adamo di un’umanità rifatta, rinnovata. E’ segno dell’evento anche la presenza della “Donna” sotto la croce (cfr. 19,25-27), albero di vita. E’ un nuovo inizio, come la prima pagina di una nuova Genesi. E come lo spirito aleggiò sulle acque come a suscitarvi la vita (Gen 1,2), come fu soffiato sul primo uomo per renderlo creatura vivente (Gen 2,7), così è alitato ora sui discepoli per renderli nuove creature.
Gesù venne

Il Verbo era venuto nel mondo, fra i suoi (Gv 1,11.14). Risorto, viene ancora, offrendosi al vedere ed alla fede dei suoi (19.24.26). “Vieni, Signore Gesù!” invoca la conclusione di Apocalisse. Una venuta che evoca JHWH che scende per liberare il suo popolo (Es 3,8). Una venuta che non è richiesta o provocata o meritata, è dono.

La pace come dono di nascita

La pace promessa è ora offerta come somma dei doni, come ambiente vitale per le nuove creature. Pace densa di significato: pace che è perdono per i rinnegamenti e le durezze di cuore, pace che è offerta gratuita di comunione, pace che costruisce le persone nella gioia e nella libert. Pace sgorgata da mani e costato trafitti.
Anch’io mando voi

Tra stare ed andare si svolge l’esistenza della chiesa. Riunita, con la presenza del Signore che “sta in mezzo” (vv. 19.26), inviata (v. 21) oltre le sue porte sprangate (vv. 19.26), con la stessa forza che aveva condotto Gesù: l’invio da parte del Padre, nella forza dello Spirito Santo (vv. 21.22). Comunione e missione sono due elementi permanenti dell’esistenza della comunità nata dal Soffio del Signore risorto.
Dalla paura del mondo al coraggio del giudizio

Alla luce del perdono che ci ha fatti rinascere, andrà inteso il potere di rimettere o lasciare imputati i peccati. Come gli “altri discepoli” non hanno potuto costringere Tommaso a credere, così possono trovarsi in situazione in cui la pace offerta è respinta. In questo rifiuto, che li tormenterà fino alla disponibilità a dare la vita per rimuoverlo, sta il giudizio che si opera sul mondo, come è avvenuto con Gesù (Gv 3,19-21).
Stette in mezzo: la chiesa come luogo dell’incontro

Gesù si manifesta ai Dodici (Undici) riuniti, che insieme sono inviati a testimoniare (v.21). E’ nella testimonianza dei Dodici che Tommaso era chiamato a credere alla risurrezione (vv. 24s). La misericordia del Signore gli si fa incontro, ma beato chi crede alla testimonianza della chiesa, senza avere visto (v. 29).
Mani e costato trafitti, segno che quest’uomo è proprio Gesù

E’ la passione il titolo di gloria di Gesù, è l’amore fino al dono della vita ciò che lo caratterizza, la sua essenza, l’espressione più alta di lui.

Toccare mani e costato: la corporeità

Mentre noi siamo finiti a parlare spesso di “anime”, tutto il brano, come tutti i racconti della resurrezione, con un Gesù che si lascia toccare, che accende il fuoco, che mangia portano la splendida notizia di una risurrezione che salva l’intero essere umano. E questo ha delle conseguenze in tutta un’impostazione della vita.

Vedere o non vedere per credere?

Il vedere di cui si parla ai vv. 20.25.27 unisce esperienza sensibile a visione di fede. Infatti i discepoli vedono quest’uomo con i segni della morte subita e non dicono semplicemente: “E’ Gesù!”, ma riconoscono per fede che è “il Signore”. Sarà anche l’esperienza di Tommaso (vv. 27s). Si può credere di vedere eppure essere ciechi, situazione gravissima (cfr. Gv 9,39-41). La chiesa che trae la sua fede dalla testimonianza degli apostoli non ha nulla da invidiare a coloro che videro il Signore anche con gli occhi della carne: anzi, è in una situazione privilegiata: “Beati…” (v. 29b).

TOMMASO FEDERICI COMMENTO AL VANGELO DELLA II DOMENICA DI PASQUA ANNO A




(DA "Per conoscere Lui e la potenza della Resurrezione di Lui")

Giovanni senza contraddire altri dati evangelici, pone il dono dello Spirito Santo già sulla Croce: Gv. 19,30, riconsegnato al Padre perché lo effonda; v. 34: sotto forma di Sangue ed Acqua « subito », nella mirabile nuova Economia dei Misteri. E reitera questo Dono supremo ed inconsumabile la sera stessa della Resurrezione. Il « Primo Giorno » dunque si inizia con la Resurrezione gloriosa del Signore, e si completa con lo scopo di essa, l'effusione dello Spirito ricevuto dal Signore stesso nella sua Umanità. È il Centro di tutta la vita cristiana.
È la sera di « quel Giorno », il Primo della settimana, che inaugura dunque il tempo nuovo di Dio. I discepoli stanno ancora nell'inutile terrore ipotetico degli Ebrei, stanno ancora in fuga, chiusi dentro. Ma « Gesù viene », con libera irresistibile iniziativa, e « stette in piedi al centro » : viene sempre, sta sempre con i suoi, è risorto per sempre. E parla ad essi: « Pace a voi » (v. 19). Aveva promesso di non lasciarli orfani, un poco e poi lo avrebbero riveduto, avrebbe donato la « pace sua » (Gv 14,18; 14,19 e 16,16-23; 14,27). La condizione era di andare, tornare dal.Padre. Tutto ora è compiuto secondo il Disegno divino. Egli adesso mostra che è il medesimo: ecco le mani, ecco il costato, con i « segni » permanenti, indelebili della morte vinta, le sante Stigmate (v. 20a). Così narra anche Luca (24,39-40, nel cenacolo). E così e la scena grandiosa dell'Agnello « sgozzato ma risorto » (Ap 5,6 ). I « segni » della morte nella Resurrezione sono anamnesi permanente dell'Evento al Padre, oblazione perenne a lui, ed a noi, anamnesi ed oblazione perenne. Così lo contemplarono e « palparono » i discepoli (cf r 1 G v 1,1-4), così lo contempleremo nella sua Umanità divinizzata noi per sempre. I discepoli gioi-rono: hanno visto e riconosciuto « il Signore » nel Gesù fattosi ad essi presente e parlante (v. 20b). La scena adesso si riempie di azione conclusiva. Gesù parla di nuovo e conferma il « Pace a voi » (v. 2 la). Poi richiama il gesto iniziale del Padre, inviare come Unico Apostolo il Figlio, che si completa nel gesto finale del Figlio, inviare tanti Apostoli, i discepoli (v. 21b). E si sa che chi riceve i discepoli riceve il Signore che li invia, come chi riceve lui riceve il Padre, accettandone tutta la Economia divina. La Pace divina, la divina eiréné, lo shalóm messianico, la salvezza totale, il riposo in Dio, ha il Sigillo divino. Ed ecco il culmine della Manifestazione: il Signore « soffia » e dona il suo Spirito, e invita i discepoli ad «accettare lo Spirito Santo » (v. 22). I richiami biblici sono esemplari: anzitutto a Gen 2,7, all'antica creazione, quando il Signore soffia il suo Alito divino nelle narici di Adamo plasmato dalla terra e ne fa una creatura vivente. Il verbo greco è empbys , che traduce la radice ebraica nafah o l'affine ruah; esso nella Bibbia greca è usato 11 volte, e significamente in tutto il N.T. solo in Gv 20,22. Nell'A.T., il verbo in Tob 6,8 e 11,11 è usato per la guarigione di Sara e di Tobia; in Eccli 43,4 per la ventilazione della forgia; in Ez 21,36 per il soffio dell'ira divina su Ammon persecutore di. Israele, ed in 22,20 per Israele stesso, che ha prevaricato. Gli usi afferenti a Gv 20,22 sono, oltre Gen 2,7, i seguenti: Giob 4,1, il Soffio divino cessa per l'insipienza umana; Sa p 15,11, l'idolatra non riconosce il Soffio divino, e muore. Invece in 1 Re 17,21, Elia soffia e resuscita il figlio della vedova di Sarepta; in Nab 2,1 (2), il Signore stesso soffierà di nuovo la Vita su Israele dopo l'esilio in Assiria. Infine, nella visione grandiosa della valle delle ossa disseccate, il Signore ordina ad Ezechiele, sacerdote e profeta, di invocare lo Spirito affinché « soffi » da ogni parte sulle ossa e queste rivivano, resurrezione di tutto il popolo di Dio (Ez 37,9, ma vedi 1-14;). Nel Cenacolo il Risorto appare come il Signore Dio Creatore, che opera la creazione ultima, « soffiando » per l'ultima volta, quella efficace per sempre, il suo Alito divino, lo Spirito del Padre e suo, Spirito della Croce e della Resurrezione. I discepoli che « accettano » lo Spirito Santo sono la nuova creatura redenta, l'Adamo vecchio è rigenerato. Il. Disegno divino corre al suo compimento nel mondo.
Questo è detto nel v. 23: la « remissione dei peccati » è il Giubileo dello Spirito Santo, quello promesso (cfr, ancora Lc 4,18-18 e Is 61,1). Lo Spirito Santo « è la Redenzione nostra », pregava l'antica liturgia romana. È l'abbono totale di ogni colpa. È l'ingresso nella via regale che conduce al Padre che attende. Ma è anche il mandato regale per il bene di tutti gli uomini che accetteranno il Dono e l'Abbono divino. E il Cielo sanzionerà l'opera della Resurrezione portata dai discepoli: positivamente, perdonando; negativamente, giudicando; la materia è il peccato antico e nuovo. La speranza è aperta adesso del tutto. Il cenacolo è il luogo privilegiato della Manifestazione, della Pace, dello Spirito, del Giubileo. Gli uomini saranno chiamati a formare il Cenacolo dove il Signore possa venire e stare in mezzo, lui, il Risorto con lo Spirito. Di fronte all'Evento centrale, occorre leggere subito i vv. 30-31; si tratta della finale dell'evangelo, a cui si aggiunse poi il cap. 21, dalla stessa mano del testo che precedeva. I vv. 30-31 parlano di molti «segni » operati dal Signore, non tramandati. Sono invece tramandati solo quelli necessari alla fede: credere che Gesù Cristo è il Figlio di Dio. Qui Gv 20,31, ultimo versetto dell'ultimo evangelo, raggiunge Mc 1,1, il primo versetto del primo evangelo. Giovanni, che scrive per ultimo, ha mirabilmente configurato « un'inclusione letteraria» : tutto l'Evangelo di Dio, nelle sue 4 forme, porta alla fede che rigenera alla vita: avere la vita nel Nome di lui. Ed averla con abbondanza (cfr Gv 10,10b). I « segni quindi vanno accettati nella fede, nell'adesione di amare al Signore che li ha operati e li tramanda mediante i suoi discepoli testimoni. « Segni » non veduti, dunque. Tanto più allora sono beati i credenti sulla Parola divina apostolica. Così risalta l'episodio di Tommaso, vv. 24-29. Assente e poi venuto, Tommaso non accetta il.,«Vedemmo il Signore » proclamato dai confratelli (vv. 24,25a). Sempre « il Signore » è visto in Gesù Risorto. Tommaso, per timore e diffidenza, dopo lo scandalo della Croce, ha il pregiudizio di certo positivismo scientifico moderno, « cre-dere solo in quanto si vede ». Ma arte, simbolismo, sent-menti, amore, eroismo, poesia, fantasia... si «vedono »? Eppure esistono. Sono testimoniatili e di fatto testimoniati. I discepoli però testimoniano a Tommaso il Fatto, e questi ricusa la veridicità della testimonianza, dunque la storicità del Fatto testimoniato (v. 25b). Ma 8 giorni dopo, quindi di Domenica, stanno tutti i discepoli insieme. Viene il Signore, e per la terza volta porta la Pace per tutti. Per Tommaso porta l'invito: il dito nelle sante Mani, la mano nel santo Costato squarciato, “affinchè tu non sia incredulo, bensì credente » (v. 27). La fede di Tommaso, sorta come un lampo che squarcia le tenebre erompe, nel grido del Salmista: “ Il Signore mio e il mio Dio! », oppure: « Signore mio e mio Dio!”. Vedi qui ad es. Sal 5,3; 34,23; e formule simili. È la fede dello Spirito. Essa accetta orma l'alleanza, nel duplice « mio”, che implica da parte del Signore l’offerta dell’alleanza stessa: “Fratelli miei!” (20,17). Da adesso alla medesima alleanza sono ammessi I “credenti non vedenti” di ogni generazione (v. 29). Anzitutto I battezzati di quella Notte beata, celebrata 8 giorni prima.

Ignace de la Potterie. Gesù disse a Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto hanno creduto”.




Due aspetti ci preme mettere in rilievo: anche in questa versione riveduta, le parole di Gesù vengono tradotte con un’imprecisione, rispetto all’originale greco. E tale imprecisione viene di fatto utilizzata per confermare con l’autorità del Vangelo un’impostazione che sembra prevalente nella Chiesa di oggi: l’idea che la vera fede sia quella che prescinde totalmente dai segni visibili. L’errore di traduzione a cui pensa di poter appoggiarsi tale interpretazione, che di fatto travisa il passo evangelico, consiste nel tradurre al presente il rimprovero di Gesù: “Beati coloro che credono, pur senza aver visto”. In questo modo le parole vengono trasformate in una regola di metodo valida per tutti coloro che vivono nei tempi successivi alla morte e risurrezione di Gesù. E infatti la nota [1] spiega che solo per i contemporanei di Gesù “visione e fede erano abbinate”, mentre per tutti coloro che vengono dopo, “la normalità della fede poggia sull’ascolto, non sul vedere”. Secondo questa interpretazione sembra quasi che Gesù si opponga al naturale desiderio di vedere, chiedendo a noi una fede fondata solo sull’ascolto della Parola. In realtà, qui il verbo non è al presente, come viene tradotto. Nell’originale greco il verbo è all’aoristo (πιστεύσαντες), anche nella versione latina era messo al passato (crediderunt). “Tu hai creduto perché hai visto” - dice Gesù a Tommaso - “beati coloro che senza aver visto [ossia che senza aver visto me, direttamente] hanno creduto”. E l’allusione non è ai fedeli che vengono dopo, che dovrebbero “credere senza vedere”, ma agli apostoli e ai discepoli che per primi hanno riconosciuto che Gesù era risorto, pur nell’esiguità dei segni visibili che lo testimoniavano. In particolare il riferimento indica proprio Giovanni, che con Pietro era corso al sepolcro per primo dopo che le donne avevano raccontato l’incontro con gli angeli e il loro annuncio che Gesù Cristo era risorto. Giovanni, entrato dopo Pietro, aveva visto degli indizi, aveva visto la tomba vuota, e le bende rimaste vuote del corpo di Gesù senza essere sciolte, e pur nell’esiguità di tali indizi aveva cominciato a credere. La frase di Gesù “beati quelli che pur senza aver visto [me] hanno creduto” rinvia proprio al “vidit et credidit” riferito a Giovanni al momento del suo ingresso nel sepolcro vuoto. Riproponendo l’esempio di Giovanni a Tommaso, Gesù vuole indicare che è ragionevole credere alla testimonianza di coloro che hanno visto dei segni, degli indizi della sua presenza viva. Non è la richiesta di una fede cieca, è la beatitudine promessa a coloro che in umiltà riconoscono la sua presenza a partire da segni anche esigui e danno credito alla parola di testimoni credibili. L’imprecisione introdotta dai traduttori riguardo al tempo dei verbi usati da Gesù è servita a cambiare il senso delle sue parole e a riferirle non più a Giovanni e agli altri discepoli, ma ai credenti futuri. E’ passata così inconsapevolmente l’interpretazione del teologo esegeta protestante Rudolf Bultmann,che traduceva i due verbi del passo al presente (“Beati coloro che non vedono e credono”) per presentarla “come una critica radicale dei segni e delle apparizioni pasquali e come un’apologia della fede privata di ogni appoggio esteriore” (Donatien Mollat). Mentre è esattamente il contrario. Ciò che viene rimproverato a Tommaso non è di aver visto Gesù. Il rimprovero cade sul fatto che all’inizio Tommaso si è chiuso e non ha dato credito alla testimonianza di coloro che gli dicevano di aver visto il Signore vivo. Sarebbe stato meglio per lui dare un credito iniziale ai suoi amici, nell’attesa di rifare di persona l’esperienza che loro avevano fatto. Invece Tommaso ha quasi preteso di dettare lui le condizioni della fede. Vi è un altro ricorrente errore di traduzione, ripetuto anche dalla nuova versione CEI. Quando Gesù sottopone le sue ferite alla “prova empirica” richiesta da Tommaso, accompagna questa offerta con un’esortazione: “E non diventare incredulo, ma diventa (γίνου) credente”. Significa che Tommaso non è ancora né l’uno né l’altro. Non è ancora incredulo, ma non è nemmeno ancora un credente. La versione CEI, come molte altre, traduce invece: “E non essere incredulo, ma credente”. Ora, nel testo originale, il verbo “diventare” suggerisce l’idea di dinamismo, di un cambiamento provocato dall’incontro col Signore vivo. Senza l’incontro con una realtà vivente non si può cominciare a credere. Solo dopo che ha visto Gesù vivo Tommaso può cominciare a diventare “credente”. Invece la versione inesatta, che va per la maggiore, sostituendo il verbo essere al verbo diventare, elimina la percezione di tale movimento, e sembra quasi sottintendere che la fede consiste in una decisione da prendere a priori, un moto originario dello spirito umano. E’ un totale rovesciamento. Tommaso, anche lui, vede Gesù e allora, sulla base di questa esperienza, è invitato a rompere gli indugi e a diventare credente. Se al diventare si sostituisce l’essere, sembra quasi che a Tommaso sia richiesta una fede preliminare, che sola gli permetterebbe di “vedere” Gesù e accostarsi alle sue piaghe. Come vuole l’idealismo per cui è la fede a creare la realtà da credere. Le spiegazioni della nota, basate su queste traduzioni inesatte, e che per fortuna, come ha premesso monsignor Antonelli, non possiedono “alcun carattere di ufficialità”, sembrano comunque piegare le parole di Gesù alla nuova tendenza che vige oggi nella Chiesa, secondo cui una fede pura è quella che prescinde dal “vedere”, ossia dall’appoggio e dallo stimolo dei segni sensibili. E’ vero, come spiega la nota, che nel tempo attuale “la visione non può essere pretesa”. Niente nell’esperienza cristiana può mai essere oggetto di “pretesa”. Ma mettere in alternativa il vedere e l’ascoltare e sostenere che “la normalità della fede poggia sull’ascolto, e non sul vedere” ossia che basta ascoltare il “racconto” del cristianesimo per diventare cristiani, sembra essere in contraddizione con tutto ciò che insegnano le Scritture e la Tradizione della Chiesa. Le apparizioni a Maria di Magdala, ai discepoli e a Tommaso sono l’immagine normativa di un’esperienza che ogni credente è chiamato a fare nella Chiesa; come l’apostolo Giovanni, anche per noi il “vedere” può essere una via d’accesso al “credere”. Proprio per questo continuiamo a leggere i racconti del Vangelo: per rifare l’esperienza di coloro che dal “vedere” sono passati al “credere” (si pensi alla contemplazione delle scene evangeliche e all’applicazione dei sensi a esse, secondo una lunga tradizione spirituale). Il Vangelo di Marco si conclude testimoniando che la predicazione degli apostoli non era solo un semplice racconto, ma era accompagnata da miracoli, affinché potessero confermare le loro parole con questi segni: “Allora essi partirono e annunciarono il vangelo dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la parola con i segni che la accompagnavano” (Mc 16,20). Molti Padri della Chiesa, dall’occidentale Agostino fino all'orientale Atanasio, hanno insistito su questa permanenza dei segni visibili esteriori che accompagnano la predicazione e che non sono un di meno, una concessione alla debolezza umana, ma sono connessi con la realtà stessa dell’incarnazione. Se Dio si è fatto uomo, risorto col suo vero corpo, rimane uomo per sempre e continua ad agire. Ora non vediamo il corpo glorioso del Risorto, ma possiamo vedere le opere e i segni che compie: “In manibus nostris codices, in oculis facta”, dice Agostino: “nelle nostre mani i codici dei Vangeli, nei nostri occhi i fatti”. Mentre leggiamo i Vangeli, vediamo di nuovo i fatti che accadono. E Atanasio scrive nell’Incarnazione del Verbo: “Come, essendo invisibile, si conosce in base alle opere della creazione, così, una volta divenuto uomo, anche se non si vede nel corpo, dalle opere si può riconoscere che chi compie queste opere non è un uomo ma il Verbo di Dio. Se una volta morti non si è più capaci di far nulla ma la gratitudine per il defunto giunge fino alla tomba e poi cessa – solo i vivi, infatti, agiscono e operano nei confronti degli altri uomini - veda chi vuole e giudichi confessando la verità in base a ciò che si vede”. Tutta la Tradizione conserva con fermezza il dato che la fede non si basa solo sull’ascolto, ma anche sull’esperienza di prove esteriori, come ricorda il Catechismo della Chiesa cattolica al paragrafo 156, citando le definizioni dogmatiche del Concilio ecumenico Vaticano I: «“Nondimeno, perché l’ossequio della nostra fede fosse conforme alla ragione, Dio ha voluto che agli interiori aiuti dello Spirito Santo si accompagnassero anche prove esteriori della sua rivelazione”. Così i miracoli di Cristo e dei santi, le profezie, la diffusione e la santità della Chiesa, la sua fecondità e la sua stabilità “sono segni certissimi della divina rivelazione, adatti a ogni intelligenza”, sono “motivi di credibilità” i quali mostrano che l’assenso della fede non è “affatto un cieco moto dello spirito”».
In particolare, sono i santi che attualizzano per i loro contemporanei i racconti del Vangelo. Quando san Francesco parlava, per chi era lì presente era chiarissimo che i Vangeli non erano un racconto del passato, solo da leggere e ascoltare: in quel momento era evidente che in quell’uomo era presente e agiva Gesù stesso.
Non per niente anche Giovanni Paolo II ha proposto in chiave positiva proprio la figura dell’apostolo Tommaso, quando, in un suo discorso ai giovani di Roma, il 24 marzo del ’94, li ha invitati a prendere sul serio, rispettare e accogliere questa sete di prove esteriori, visibili, così viva tra i loro coetanei: «Noi li conosciamo [questi giovani empirici], sono tanti, e sono molto preziosi, perché questo voler toccare, voler vedere, tutto questo dice la serietà con cui si tratta la realtà, la conoscenza della realtà. E questi sono pronti, se un giorno Gesù viene e si presenta loro, se mostra le sue ferite, le sue mani, il suo costato, allora sono pronti a dire: Mio Signore e mio Dio!».

[1]
Il padre de la Potterie si riferisce qui alla nota al testo preparata a margine della nuova traduzione CEI. L’intero apparato di note critiche ed esplicative non è ancora stato approvato definitivamente. Già allora – l’articolo è del 1997 – mons. Antonelli, a nome della CEI, esprimeva cautela su tali note